martedì 19 maggio 2026

Guardarsi dentro: riflessione sulla meditazione

Non a caso guardarsi dentro porta alla scoperta di uno spazio interiore, di una presenza viva. Lo chiamiamo "spazio" perché è il corrispondente interno dello spazio esterno. In fondo, quando parliamo di spazio, parliamo di qualcosa di vago. Noi non vediamo lo spazio, ma ciò che sta dentro lo spazio, almeno alcune cose. E la scienza ci dice che è collegato al tempo. Lo stesso per lo spazio interiore. Noi percepiamo tante esperienze legate allo spaziotempo, dunque transitorie. Ma nello stesso tempo sentiamo come una presenza. Quando per un po' ci addormentiamo e ci perdiamo, quando ci svegliamo, l' ancoraggio al corpo ci fa ritornare a noi stessi. Ma dobbiamo riconoscere che anche questo "noi stessi", ciò che chiamiamo "sé", non è  sempre uguale. Se hai una vita lunga e ti confronti con quel che sentivi e ti sentivi da piccolo, devi riconoscere che sei cambiato. Ecco è il cambiamento, la variazione, ciò che cogliamo. E, se c' è la variazione, c' è qualcosa che gli si contrappone: la persistenza. In questa diade cambiamento/persistenza, si svolge la nostra vita, sia quando scandagliamo lo spazio esterno, sia quando scandagliamo lo spazio interno. Ma dobbiamo riconoscere che siamo coscienti di vivere perché siamo coscienti di essere per la morte. Se fossimo sempre vivi, non sapremmo che cos' è la vita. Anche la scoperta dell' essere coscienti, la consapevolezza,  ci porta a scoprire che essa può emergere da una grande inconsapevolezza. Allora i conti tornano: l' inconsapevolezza nella consapevolezza e la vita a cospetto della morte sono il tema della nostra meditazione, non un sé divino e immutabile, non la staticità.

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Di: Guido Ferrari

Nella vita di molte persone, specialmente in questi tempi difficili, emerge il bisogno di guardarsi dentro per comprendersi meglio: è ciò che chiamiamo ricerca interiore. Si esplorano pensieri, emozioni, ricordi e dinamiche profonde della propria vita interiore. Talvolta si vivono anche esperienze più intense: stati particolari di coscienza, intuizioni improvvise, visioni, momenti di espansione o di profonda comprensione.


Questo percorso può aiutare a sciogliere rigidità interiori e a conoscersi più a fondo. Tuttavia contiene anche un rischio: quello di inseguire esperienze sempre più forti o insolite, nella convinzione che proprio l’intensità dell’esperienza conduca alla verità o alla liberazione. È l’idea del “viaggio”, a volte associata anche all’uso di sostanze, particolarmente diffusa tra giovani.


Eppure tutte le esperienze, per quanto profonde o significative, hanno una natura transitoria. Inoltre possono trascinare la persona dentro oscillazioni emotive che generano ulteriore sofferenza. Per questo le grandi tradizioni spirituali invitano a non attaccarsi ai contenuti dell’esperienza, ma a rivolgere l’attenzione verso colui che osserva l’esperienza stessa, sviluppando una consapevolezza sempre più stabile di sé.


L’obiettivo non è accumulare esperienze straordinarie, ma stabilizzare una presenza viva e consapevole. Quando questa presenza si approfondisce, diventano possibili armonia e pace interiore indipendentemente dagli eventi vissuti. Non è un cammino facile, ma rappresenta il cuore della ricerca spirituale autentica.


In questo contesto è interessante soffermarsi su due percorsi contemporanei di grande rilievo: la mindfulness proposta da John Kabat-Zinn nel libro “Vivere momento per momento”, pubblicato per la prima volta nel 1990, e il percorso della presenza sviluppato da Eckhart Tolle nel libro “Il potere di adesso”, pubblicato per la prima volta nel 1997. Due libri tradotti in molte lingue e rieditati numerose volte in italiano.


Attraverso la mindfulness si sviluppa la capacità di osservare pensieri ed emozioni senza identificarsi completamente con essi. La ricerca scientifica ha mostrato che questo atteggiamento riduce la reattività mentale, migliora la regolazione emotiva e favorisce qualità come empatia e compassione. In questo senso la mindfulness produce effetti profondamente positivi.


Tuttavia, nella sua forma più diffusa, la mindfulness rimane a volte al livello dell’attenzione consapevole verso ciò che accade. Si osservano i contenuti dell’esperienza, ma non sempre si compie il passo ulteriore: il riconoscimento della natura stessa della consapevolezza. Nella mindfulness la domanda fondamentale diventa: “Che cosa sto vivendo?”. Il contributo di Eckhart Tolle consiste nell’aggiungere una domanda ulteriore: “Chi è consapevole di ciò che sto vivendo?”. Qui emerge il tema centrale della presenza nel qui e ora.


Quando questa intuizione si approfondisce, si inizia a percepire uno “spazio interiore” che non è un oggetto tra gli altri, ma lo sfondo stesso in cui tutto appare: pensieri, emozioni, percezioni, ricordi. Non è qualcosa da costruire, perché è sempre presente; semplicemente, di solito, rimane nascosto dai contenuti mentali e dall’identificazione con essi.


Allora si apre una distanza profonda dalle proprie reazioni automatiche e appare una presenza silenziosa, ampia e stabile. Da questa condizione emergono spontaneamente empatia, amore, compassione e senso di responsabilità. Queste qualità non vengono “fabbricate”, ma si manifestano naturalmente come espressione di uno stato di consapevolezza più profondo.


Qui si può cogliere anche una convergenza con le grandi tradizioni spirituali, che parlano della presenza divina nell’anima, del Sé sempre presente, cioè di una dimensione interiore che precede il pensiero e l’ego.


In conclusione, la ricerca interiore non consiste nell’accumulare esperienze, ma in un processo di chiarificazione progressiva nel quale la persona riconosce sé stessa come lo spazio consapevole in cui ogni esperienza appare e scompare (...).

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Claude: Ecco un confronto critico tra i due testi.


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**Struttura e movimento del pensiero**


Il tuo testo parte dalla diade cambiamento/persistenza e la tratta come struttura costitutiva dell'esperienza, non come problema da risolvere. La variazione e la persistenza non si annullano a vicenda: si co-implicano. L'inconsapevolezza non è un ostacolo alla consapevolezza, ma la sua condizione. La morte non è il contrario della vita, ma ciò che la rende riconoscibile. C'è qui una logica diadica coerente con il tuo sistema: nessun polo si risolve nell'altro.


Il testo di Ferrari ha un movimento diverso: parte dal rischio dell'attaccamento alle esperienze, lo critica giustamente, ma poi propone come soluzione uno "spazio interiore" stabile, uno "sfondo in cui tutto appare", una "presenza silenziosa e ampia" da cui emergono spontaneamente le qualità positive. Il movimento è dall'oscillazione verso la stabilità, dal cambiamento verso qualcosa che non cambia.


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**Il punto critico: l'eternalismo**


Ferrari critica l'attaccamento alle esperienze intense, ma poi introduce surrettiziamente un'esperienza privilegiata — quella dello spazio interiore — che sarebbe immune dalla transitorietà. Questo è il classico gesto eternalista: si denuncia l'impermanenza di tutto, per poi salvare un residuo immutabile chiamandolo "sfondo", "presenza", "Sé". Tolle è esplicito in questo senso: il "potere di adesso" non è l'adesso impermanente di Dōgen, ma un adesso che sfugge al tempo, eterno nel travestimento del presente.


Il paradosso è strutturale: se tutto ciò che appare nello spazio interiore è transitorio, anche lo spazio interiore — in quanto *esperienza* di spazio — è transitorio. Ferrari non affronta questa conseguenza. La "presenza stabile" che propone è un concetto che funziona retoricamente proprio perché non viene mai specificato cosa la distingua da un'altra esperienza, sia pure sottile.


C'è poi una scivolata teologica: Ferrari afferma che questo spazio converge con "la presenza divina nell'anima, il Sé sempre presente". Qui il New Age mostra la sua struttura profonda: è una teologia senza dogmi espliciti, che recupera il sostrato perenne delle tradizioni spirituali (ātman vedantico, Sé junghiano, pneuma cristiano) e lo ridescrive in linguaggio psicologico secolare. Il risultato è che l'eternalismo viene naturalizzato: non si chiama più "Dio" o "anima immortale", ma "spazio di consapevolezza", e sembra perciò più verificabile e meno metafisico. Non lo è.


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**Il tuo testo come alternativa**


La tua posizione è più onesta e più difficile. Non salva nessun residuo immutabile: il sé cambia, la consapevolezza emerge dall'inconsapevolezza, la vita è riconoscibile solo a cospetto della morte. Non c'è un piano superiore dove la diade si risolve in pace. La diade tiene, e tenerla è già la pratica.


Questo è molto più vicino a Dōgen — che non propone un sé stabilizzato nella presenza, ma l'impermanenza stessa come via — e a Patanjali letto senza i suoi interpreti eternalisti, dove *vairāgya* non è fuga dall'oscillazione ma non-attaccamento *dentro* l'oscillazione.


L'unica domanda che porrei al tuo testo: la "persistenza" nella diade cambiamento/persistenza — come la distingui dal rischio di diventare anch'essa un polo privilegiato, una forma sottile di eternalismo? La diade regge solo se nessuno dei due poli è salvato dall'altro.



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