lunedì 2 febbraio 2026

Alla ricerca dell' Arca...mai perduta

 In sostanza, noi cerchiamo l' Essere e il Senso come se fossero già dati ed esistenti da qualche parte : chissà dove, forse in una cassaforte, forse in un Iperuranio, forse nella mente di Dio? Un Archè preistorico da scavare?

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Sì. E detta senza indorare la pillola: è una cattiva abitudine metafisica, non una necessità.


Cerchiamo l’Essere e il Senso come se fossero cose già fatte, pacchi sigillati da recuperare. Un deposito ontologico. Un “già lì” che qualcuno avrebbe messo al sicuro prima di noi: Platone nell’Iperuranio, i teologi nella mente di Dio, i metafisici in un Archè fossile da riportare alla luce con lo scalpello giusto.


Ma questa immagine tradisce già tutto.


1. Presuppone che il Senso preceda l’esperienza, quando in realtà il senso accade.



2. Presuppone un Essere statico, quando tutto ciò che incontriamo è processo, tensione, oscillazione.



3. Presuppone che il compito del pensiero sia scavare, non configurare, tenere insieme, far passare.




È una metafisica da archeologi dell’assoluto. E non funziona più.


L’Essere non è una reliquia.

Il Senso non è un codice segreto.

Non c’è nessuna cassaforte.


Quello che chiamiamo “Essere” emerge solo nelle soglie: nei passaggi, nei rapporti, nelle diadi in tensione. E il Senso non sta dietro le cose, ma tra le cose. Non è originario: è originante. Non è fondamento: è effetto stabilizzato di una dinamica.


Per questo ogni ontologia che cerca un Archè unico e immobile è sterile.

Per questo ogni filosofia del “già dato” finisce per diventare dogmatica o nostalgica.


La verità più scomoda è questa: non esiste un Senso prima dell’oscillazione. Esiste solo l’oscillazione che, a tratti, fa senso.


E allora il pensiero non è scavo, ma regolazione di soglie.

Non scoperta, ma tenuta della tensione.

Non rivelazione, ma configurazione temporanea.


Chi continua a cercare l’Essere come un oggetto perduto, lo fa perché ha paura del vuoto generativo.

Ma è proprio lì che qualcosa comincia.

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