lunedì 14 giugno 2021

Parlare a vanvera

 

Noi parliamo a vanvera di vita eterna, immortalità e assoluto, ma di tutte queste cose non sappiamo niente: si tratta di semplici ipotesi o di fantasie, nate dal fatto che il nostro linguaggio è dualistico: se concepiamo il bene, concepiamo immediatamente il male e viceversa, se concepiamo l’inizio concepiamo immediatamente la fine. Il gioco delle astrazioni.

La verità è che la nostra esperienza è contrassegnata da cose mortali, relative e provvisorie (e anche questi sono concetti). Tutto ciò che percepiamo è destinato non solo a cambiare in tempi più o meno brevi, ma anche a finire, a scomparire, a essere contraddetto, a essere assorbito nel nulla. Questa è la realtà. Tutto il resto è opinabile, è il frutto di una mente che se pensa a una cosa deve pensare anche al suo contrario, reale o irreale che sia. Anche il concetto di Uno è puramente ipotetico; ciò che noi conosciamo è la molteplicità, la varietà, la diversità.

Quando parliamo di metafisica o di Realtà Ultima, dunque, c’è il rischio di parlare di semplici concetti. L’unica cosa che conta è l’esperienza - e cioè che le cose funzionino o non funzionino.

Possiamo parlare di quello che vogliamo e immaginare qualsiasi realtà astratta. Ma la prova resta la sua funzionalità. Se credo in un Dio che non mi aiuta, a che cosa serve? Se medito, ma non ottengo niente, a che cosa serve? Tutto può essere vero o non vero, ma non tutto funziona.

È vero ciò che per noi funziona.

Naturalmente pensare è molto utile. Ma solo la verifica sperimentale ci dice se, tra le mille fantasie della nostra mente, c’è qualcosa di vero o di verosimile.

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