martedì 31 luglio 2012

Imperatori e papi


Un uomo politico ha vari mezzi per arrivare a dominare il popolo. Ma il più sicuro è quello di allearsi con il prete. Il prete dà al politico una specie di investitura religiosa e il politici ricompensa il prete finanziando la sua religione. Da che mondo è mondo è sempre andata così - un'allenza fra ipocriti per appoggiarsi a vicenda.
Senza l'imperatore Costantino, il cristianesimo sarebbe rimasto una religione marginale.
Senza l'imperatore Ashoka, il buddhismo non si sarebbe diffuso tanto rapidamente.
Questo ci dice che le religioni sono opera dell'uomo che cerca il potere. La religiosità è un'altra cosa: mente limpida, stupore, contemplazione e presenza attenta.

domenica 29 luglio 2012

La scala verso il cielo

Forse non ci capiterà di diventare dei grandi illuminati - perché non è nel nostro destino o karma. Ma fra il tutto e il niente c'è tutta una serie di gradazioni. E così esistono tante gradazioni fra il buio e la luce, ed esistono vari livelli di sonno e di sogno. L'importante è essere convinti che stiamo dormendo o che la nostra visione è oscurata. Già questo è un buon punto di partenza: non siamo completamente ignari, inconsapevoli, come la gente comune. Intanto, con la pratica della meditazione, possiamo risalire di gradino in gradino, raggiungendo livelli di maggior luce o risveglio. Il cammino è incominciato.

giovedì 26 luglio 2012

La ricerca spirituale


In meditazione cerchiamo qualcosa che non riusciamo a definire. Se lo chiamiamo Sé, Divino, anima, Trascendenza, ecc., rischiamo di avere un'entità "cosificata" che non serve alla nostra evoluzione. Se per esempio parlo di anima, ma non riesco a farne esperienza concretamente, resta un concetto, lettera morta.
Ma è bene che non sia definibile. Se ci fosse la parola esatta, sarebbe un oggetto fra gli altri. E invece deve essere un centro di consapevolezza che fa da testimone a tutto ciò che avviene. Ciò che è definito, infatti, è de-finito, è morto, è un prodotto e un oggetto della mente - e la mente è sempre rappresentazione e interpretazione.
Ciò che cerchiamo è piuttosto una via o un'esperienza che al momento intuiamo, ma non abbiamo. È come parlare di amore a chi non è mai stato innamorato. L'unica cosa certa è che dobbiamo cercare "in noi", nel senso che deve essere una nostra esperienza personale.
Ecco perché non ha senso definirsi cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, ecc. Ciò presuppone che ci sia una via o una verità che sia preconfezionata e valida per tutti. Ma non è così. Ciò che cerchiamo è qualcosa che non può essere né precostituito né insegnato, ma solo esperito, vissuto. Anzi, l'unica condizione per trovarlo, è avere la mente sgombra da pregiudizi e quindi da fedi.
Quando il Buddha dice: "Parlate a agite con mente pura", intende dire: "Parlate e agite con mente libera da preconcetti". E lo stesso affermano Gesù o i taoisti quando ci spingono a recuperare la mente dei bambini, la mente dei principianti, priva di ideologie.
La premessa dunque per la nostra esperienza è lasciar cadere tutto ciò che ci è stato inculcato, tutte le idee e i principi che ci sono stati insegnati. Avere una mente libera e vuota, aperta e ricettiva.
Anche la vecchia idea che Dio abbia parlato soltanto a pochi privilegiati deve essere abbandonata. Dio parla a tutti. Il problema è che nessuno ascolta. Tutti sono occupati a parlare, a pensare e a desiderare. Quindi c'è un gran rumore nella loro testa. E, in quel rumore, non si può ascoltare. Se non si ascoltano gli altri, figuriamoci Dio!
Un po' di meditazione, di ascolto e di silenzio mentale dovrebbe essere la base di ogni religiosità.

martedì 24 luglio 2012

L'ultimo atto del paganesimo



Quando entriamo in una chiesa cristiana, ci rendiamo subito conto che abbiamo a che fare con un'espressione dell'antico (e mai morto) paganesimo: statue, quadri, affreschi, vetrate dipinte, ecc. Talvolta si tratta di opere d'arte, talvolta di paccottiglia di cattivo gusto. Ma quel che si nota è che tutto è predisposto non per meditare o per pensare a Dio, bensì per pensare ad altro. Almeno nei templi musulmani regna il vuoto e il divieto di riprodurre immagini, il che predispone il fedele a concentrarsi sulla trascendenza. Invece nel culto cristiano si fa di tutto perché la mente sia distratta. Il cristiano non sa neppure più dove si trovi o che cosa sia Dio; è abituato a vedersi mediare ogni slancio spirituale dalle immagini di qualche Cristo, di qualche Madonna o di qualche santo.
D'altronde, che molti miti cristiani siano stati presi dal paganesimo è evidente. Per esempio, il mito dell'accoppiamento di Dio con una vergine terrestre è semplicemente l'ultima avventura del buon vecchio Zeus. Ecco come ne parla scherzosamente Osho, che racconta la seguente storiella:
"Dio è depresso. San Pietro suggerisce di fare un viaggio sulla Terra e abbordare una simpatica ragazza greca, possibilmente vestita come all'epoca classica, con un semplice gonnellino molto al di sopra del ginocchio.
"Dio commenta: 'No, un tempo la cosa mi divertiva, e per secoli le ragazze greche mi hanno veramente appassionato. Ma da quella volta in cui feci l'errore imperdonabile di andar dietro a una giovane ebrea, duemila anni fa... maledetti loro, ancora ne parlano' " [Osho, La mente che mente, Feltrinelli, 2006].
Non c'è quindi da meravigliarsi che la civiltà cristiana sia diventata quello che è: la prevalenza dell'apparire sull'essere.

sabato 21 luglio 2012

La follia umana



Ogni tanto, sempre più spesso, qualcuno negli Stati Uniti si arma fino ai denti e si mette ad ammazzare il maggior numero possibile di persone, senza conoscerle, a casaccio. Ma ormai la stessa cosa capita anche in Europa, per esempio è successo da poco in Norvegia e in Germania. È uno dei tanti segni della follia di cui soffre l'umanità. L'uomo - come diceva Nietzsche - è un animale malato... ma è malato nella mente. Le nostre società sono organizzate in base a valori folli. Famiglia, scuola, religione, lavoro, carriera, pensione... tutto è programmato in anticipo. Non c'è quasi bisogno di vivere: è tutto previsto, ci si potrebbe già ammazzare alla nascita. E l'esistenza dov'è finita? L'uomo ha perso il contatto con la natura, esteriore e interiore, e quindi è un essere alienato. Tanto più pazzo quanto più non se ne rende conto. Ha costruito un sistema sociale in cui pochi sfruttano interi popoli, e i popoli sono così scemi da scegliere i più grandi imbroglioni come loro capi. Più uno è squilibrato più farà carriera, e diventerà un grande leader... come Hitler, Mussolini, Assad, Mao tse tung, Pol Pot, Napoleone o il capo di qualche Chiesa. Le religioni esprimono al meglio la follia umana. I cristiani credono che Dio sia sceso sulla terra camuffato da uomo per salvare il mondo (evidentemente è fallito), gli ebrei credono che Dio abbia prescelto per le sue esternazioni un solo popolo (che, guarda caso, è il loro) e i musulmani credono che Dio abbia autorizzato a parlare un solo profeta. E tutti lottano contro tutti per avere il predominio mondiale. Il sistema educativo (familiare e scolastico) esalta valori quali la competitività, l'arrivismo, l'aggressività, ecc. "Devi farcela, devi essere il migliore, devi arrivare primo, devi essere il più ricco..." E, non a caso, nella scuola sono entrati "debiti" e "crediti", tanto per prepararsi meglio a quel succederà dopo. Ecco perché gran parte di queste stragi di ragazzi avvengono nelle scuole. Sono attacchi al sistema scolastico tutto basato sul successo e sulla competizione, tutto orientato all'orientamento professionale. Si uccidono i compagni perché sono rei di accettare supinamente un simile appiattimento. Si uccidono i professori perché sono colpevoli di trasmettere i valori del conformismo sociale. Il sistema economico, basato sempre più sullo sfruttamento e sull'ingiustizia sociale, è un altro segno di questo impazzimento. C'è chi guadagna milioni di euro con un clic sul pc che però getterà sul lastrico milioni di individui, c'è chi guadagna montagne di denaro perché è bravo a calciare un pallone in una rete e c'è chi ha uno stipendio che è centinaia di volte quello di un operaio o di un impiegato. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. La Borsa, la finanza e il mercato sono isterici, e vanno avanti tra un crollo e l'altro, tra un estremo e l'altro. Il terrorismo, fondato sulle religioni e appoggiato dagli Stati, semina morti e stragi, senza un obiettivo che non sia quello di destabilizzare e seminare paura. Il surriscaldamento delle menti umane ha prodotto un surriscaldamento del pianeta. Così anche il tempo è impazzito, e passa in un poche ore da un tifone tropicale a una gelata siberiana. La politica è devastata dalla televisione, al punto che un politico è soltanto un individuo che è bravo a fare l'attore o fare il bei discorsi. Ma poi è facile che non sia capace di governare, ed è già molto se non ruba a man bassa per sé e per i parenti. Nessuno sa più su quali equilibri si basi il mondo, nessuno sembra avere un grano di saggezza. E tutti vivono sfruttando l'ambiente e la natura, come sapessero dentro di sé che non c'è un futuro. La follia dell'uomo nasce tutta da una mancanza di consapevolezza di quanto la mente umana sia degenerata. La coscienza è in realtà frutto del condizionamento sociale, e perciò è molto difficile sfuggire alla follia generale. Nelle scuole non esistono insegnamenti sul decondizionamento mentale. I singoli sono come tanti topi impazziti che corrono da mane a sera per acquistare oggetti inutili o per fare più soldi. Non c'è che un'unica via d'uscita: fermarsi tutti a riflettere. Dobbiamo imparare ad osservarci e ad osservare la follia del mondo. E poi dobbiamo sforzarci di introdurre, non a nome di qualche religione ma per la salvezza del genere umano, valori di pace, di calma, di silenzio e di distacco.

giovedì 19 luglio 2012

Dal mito alla realtà


Al di là dell'idea più o meno mitologica di illuminazione, ciò che ci procura la pratica meditativa, con i suoi metodi di concentrazione e di decondizionamento mentale, è una maggior chiarezza di pensiero accompagnata da una maggior calma. Nello stesso tempo si ottiene o si deve acquisire una visione "filosofica" della vita che ci porti a una semplificazione dell'esistenza e ad una ricerca di essenzialità e di saggezza.
Un Buddha è un illuminato non perché abbia risposto a tutte le domande, ma perché non ha più domande - se ne sta in silenzio, con una mente che non brulica più di pensieri. Fermato quel brulichio di pensieri, idee, ricordi, anticipazioni, fantasie e speranze, vede le cose con più chiarezza, senza schermi, senza tante mediazioni.

L'io diviso



Individuo significa "non diviso". Ma tu non sei ancora un individuo - sei più che diviso, sei frammentato, sei un mosaico di altre persone: un pezzo da tuo padre, un pezzo da tua madre, un pezzo da qualche insegnante, un pezzo da qualche amico, un pezzo dalla religione, un pezzo da qualche libro, un pezzo dalla politica e così via. Sei composto da pezzi di società.
Se vuoi diventare un vero individuo, devi liberarti da tutti questi pezzi di società. Solo così potrai illuminarti o vedere con più chiarezza.
Una persona perfettamente adattata alla società è - come indica l'etimologia - una maschera, la maschera di un attore che recita qualche parte. È dunque un impostore, un mentitore, un ipocrita... un io diviso.

martedì 17 luglio 2012

Sedere in silenzio


Sedere in silenzio senza fare nulla, neppure pensare, può sembrare la cosa più facile del mondo - ma non è così.
Innanzitutto devi restare immobile, e questo il tuo corpo lo rifiuta: vuole muoversi, vuole spostarsi. Ma il problema è comunque risolvibile.
E poi non fare nulla, proprio nulla, nemmeno pensare, ricordare o fantasticare, questo la mente lo rifiuta ancora di più. Ecco perché in genere si dà da ripetere un mantra o si segue il respiro - sono metodi per concentrare l'attenzione almeno su qualcosa. Infatti, la mente ha bisogno di lavorare, di avere un oggetto cui pensare; perfino quando dormi, non smette di operare ed elabora sogni.
Ma, con l'esercizio e la buona volontà, si possono comunque limitare i pensieri e le divagazioni. In particolare, per brevi periodi (per esempio tra un pensiero e l'altro o quando si è stanchi), si possono scoprire intervalli silenziosi, pause, buchi neri.
Ci sono varie occasioni in cui la mente smette di produrre compulsivamente pensieri e si mette da parte a contemplare. Per esempio, quando ammirate qualcosa di bello o di inusitato (un paesaggio, una persona, un'opera d'arte, ecc.). In questi casi i pensieri si concentrano su un unico oggetto e l'animo si riempie di meraviglia. Ecco perché si viaggia: si va alla ricerca di qualcosa che arresti i nostri pensieri e ci riempia di luce. Anche queste sono forme di meditazione inconscia, un mezzo per liberarsi dal peso della mente.

Il Grande Banchiere


Magari il nostro Dio fosse amore, magari i nostri interessi fossero rivolti all'affettività e alle passioni! In realtà Dio oggi è il denaro, il profitto, il mercato, insomma l'economia. Oggi è l'economia che dà un valore a ogni cosa, che domina i nostri pensieri e le nostre emozioni. Guadagni tot? Vali tot. Quanti sforzi e quante energie dedichiamo all'economia e quanti all'amore? Quanto lavoriamo per guadagnare e quanto amiamo? Facciamo un breve calcolo e scopriremo chi è il nostro vero Dio, la nostra vera religione.
D'altronde quasi tutte le religioni nascono da idee di profitti e perdite, di dare e avere. Per esempio ci sono parabole evangeliche dove Dio è paragonato ad un mercante o ad un banchere che presta denaro per controllare chi riesce a farlo fruttare di più. È vero che queste parabole hanno un significa religioso, ma resta il fatto che il linguaggio e l'esempio sono proprio quelli economici. "Date e vi sarà dato... A chi ha sarà dato ancora di più e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha..."
Fare il bene viene visto come un investimento. E chi riesce a far fruttare meglio il proprio capitale di buone azioni avrà come premio il paradiso. Insomma, l'aldilà, il regno dei cieli, è concepito come un conto in banca che frutterà tanto più quanto più si sarà investito in buone azioni. Di conseguenza Dio viene visto come il Supremo Ragioniere che presenta i suoi rendiconti e stabilisce gli interessi dovuti.
Stando così le cose, il nostro mondo è dominato da una ragione strumentale, da un pensiero calcolante, che ci trasforma tutti in investitori, speculatori e accorti calcolatori. Questo è il nostro Dio: la parita doppia, il calcolo dei profitti e delle perdite. E poi ci domandiamo come mai nelle nostre società hanno finito per governare bancheri ed economisti. Non lo sono anche i nostri preti?

L'illuminazione fuori dai miti

Molti credono che illuminarsi significhi vedere aprirsi i cieli, essere abbagliati da una grande luce e capire ogni verità. Può darsi che questo sia avvenuto ai grandi profeti. Ma per noi, modesti ometti, l'illuminazione è qualcosa di più semplice. Come dice la parola, è un gettare un po' di luce nel buio che ci avvolge di solito, è vedere con più chiarezza nella confusione di tutti i giorni, è capire qualcosa di più non solo dei grandi problemi esistenziali ma anche degli uomini e dei fatti cui ci capita di assistere. E non è poco. Basta sedere in silenzio senza fare nulla, ma con il preciso intento di veder chiaro, di liberarsi di ogni mediazione mentale per puntare diritti verso il proprio centro.

domenica 15 luglio 2012

Bodhidharma


Quando il monaco indiano Bodhidharma si recò in Cina per diffondere il buddhismo, l'imperatore Wu lo fece convocare e gli domandò di definire la sua nuova religione, che si sarebbe chiamata ch'an e poi zen. Bodhidharma rispose:

"Un insegnamento speciale al di fuori delle Scritture,
indipendente da parole e da lettere,
in cui si mira direttamente allo spirito dell'uomo.
Contemplando la propria natura
si realizza la natura del Buddha."

L'imperatore non capì nulla. Ma Bodhidharma aveva enunciato i principi fondamentali della meditazione. Prima di tutto qui non ci sono scritture più o meno sacre che invece sono fondamentali nelle altre religioni. Qui non ci si deve perdere nelle interpretazioni teologiche o nelle speculazioni filosofiche. Qui non c'è nessuna autorità, che non sia il proprio spirito più profondo.
La verità, la realtà, abita all'interno dello spirito umano e, per scoprirla, non bisogna cercare né nei testi sacri né nelle parole autorevoli di qualche personalità, ma direttamente dentro di sé, nella propria natura. Bisogna insomma puntare verso il centro e il fondo di se stessi, senza intermediazioni culturali, anzi liberandosi delle interferenze della mente che tutto interpreta e falsifica.
Non ci sono vere e proprie tecniche. O, per meglio dire, le tecniche hanno un unico scopo: far convergere l'attenzione e la concentrazione verso la propria natura essenziale. Questa natura essenziale è anche la natura di tutti i Buddha, ossia di tutti gli esseri illuminati.
Se volete meditare, questo dovete fare. Dovete capire che cosa significhi "mirare direttamente allo spirito dell'uomo" e sparare il vostro colpo. Bastano anche pochi istanti. Ma dovete essere al meglio della vostra chiarezza mentale e dovete provareil bisogno di svegliarvi dallo stato di torpore in cui vi trovate abitualmente per diventare sempre più sensibili e consapevoli.

venerdì 13 luglio 2012

Religioni e potere

In Germania i giudici del tribunale di Colonia hanno stabilito che la circoncisione, anche se praticata per motivi religiosi, equivale a una mutilazione. Infatti, con questo intervento "il corpo di un bambino subisce una modificazione stabile e irreversibile, contraria all'interesse del bambino stesso che dovrà decidere più tardi e da solo la sua appartenenza religiosa". Finalmente una sentenza di altissima civiltà, da applicare anche al battesimo. Sarebbe ora di finirla di voler decidere per i bambini; si tratta di un'appropriazione indebita della loro volontà, di un tentativo di arruolarli in una religione. Sareste contenti se qualcuno decidesse per voi, fin dalla nascita, che appartenete ad un partito? Così è per queste cerimonie religiose. Rispettiamo una volta tanto la libertà del bambino. Nel cattolicesimo, per condizionare la mente degli ingenui, si è giunti perfino a dire che i bambini morti senza essere battezzati finiscono all'inferno o nel limbo! Come mai le religioni sono sempre in prima linea quando si tratta di coartare la volontà delle persone? Evidentemente sono più strumenti di condizionamento che strumenti di liberazione dell'individuo. Ecco perché finiscono per piacere tanto a chi esercita il potere.

Reale e irreale


Non stiamo fingendo di fare i santi o gli spirituali. Non stiamo cercando né paradisi né inferni. Cerchiamo di uscire dalla confusione, dall'ignoranza e dalla sofferenza che ci attanagliano. Decidiamo della nostra vita e del nostro essere. Scegliamo se prendere in mano la nostra evoluzione o lasciare che siano le condizioni a trasportarci qua e là. Per meditare, dunque, ci vuole serietà: questo è l'unico atteggiamento utile. Siamo con l'acqua alla gola, abbiamo poco tempo e non ne possiamo più di evasioni, di giochetti, di religioni e di miti. Ciò che cerchiamo è la verità, anzi la realtà; distinguere ciò che è reale da ciò che è irreale.
Il grande nemico dell'uomo non è né qualche Demonio, ma l'ignoranza. È l'ignoranza che domina il mondo.
Per ignoranza non intendiamo la mancanza di cultura; anche la cultura ti mantiene nell'ignoranza  spirituale - un professore di università può essere altrettanto ignorante di un analfabeta. L'ignoranza di cui parliamo, infatti, non è la mancanza di cultura, ma la mancanza di consapevolezza. E qui tanto l'analfabeta quanto il professore possono essere allo stesso livello.
Che cos'è allora la consapevolezza? È la capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che è irreale.
Che cosa è reale? Ciò che riguarda l'essere. E che cosa è irreale? Ciò che riguarda l'apparenza. Il titolo di studio, il ruolo sociale, la moda, il denaro, l'età, il sesso, la nazionalità, le proprietà, la notorietà, l'appartenenza etnica o religiosa, perfino il corpo, perfino le emozioni, perfino l'ego... insomma tutto ciò cui noi oggi diamo tanta importanza non è che apparenza: riguarda il lato superficiale dell'essere. Al contrario, ciò che riguarda il fondo o l'essenza dell'individuo è la vera realtà.
La realtà è ciò che non scompare quando mutano le condizioni.
Scopo della meditazione è sviluppare questa consapevolezza, mirando all'essenziale. Quando sogni, credi che tutto sia reale. Ma poi ti svegli e scopri che non è così. Anche la nostra vita abituale non è che una specie di sogno, dove contano valori e cose che scompaiono non appena diventi più sensibile.
L'ignoranza ci fa vivere in uno stato di confusione e di annebbiamento che ci fa sprecare l'esistenza alla ricerca di cose che non contano. Il mondo è infelice e soffre proprio perché non riesce a capire questa semplice verità.
Bisogna dunque addestarsi a distinguere ciò che è importante da ciò che è inutile, ciò che è profondo da ciò che è superficiale, ciò che è convenzionale da ciò che è basilare, ciò che ci fa dormire da ciò che ci sveglia. Dobbiamo disidentificarci dai ruoli sociali se vogliamo trovare l'essere reale.

giovedì 12 luglio 2012

L'albero della conoscenza del bene e del male


Nellle nostre religioni infantili, Dio è identificato con il bene, l'amore, la vita, ecc. "Dio è vita" si sente dire spesso, sottintendendo che la morte, il male e la violenza siano prodotti da qualche essere maligno, magari il Diavolo. Infatti san Paolo arriva a dire che "l'ultimo nemico a essere sconfitto sarà la morte" - grande ingenuità, che non tiene conto del fatto che queste contrapposizioni sono un prodotto mentale, una divisione arbitraria. Non si dovrebbe mai parlare di vita, ma di vita-morte, e anche di amore-odio e di bene-male. I termini contrapposti sono tali solo per la mente dualistica, ma nella realtà sono complementari.
Bisogna guardare ad Oriente per trovare un'idea ben diversa, e è più intelligente, della realtà. Per esempio, il buddhista Hakuin scrive nel suo "Canto dello Zazen":

"Tutti gli esseri senzienti sono essenzialmente dei Buddha.
Come non può esserci ghiaccio senza acqua
Così non ci sono Buddha senza esseri senzienti.

"Non sapendo quanto sia vicina la verità
Noi la cerchiamo lontano, che pena!
Siamo come l'uomo che in mezzo all'acqua
Si lamenta disperatamente per la sete.
Siamo come il figlio di un ricco
Che si è perso tra i poveri.

Trasmigriamo attraverso i sei regni
Perché ci siamo persi nell'oscurità dell'ignoranza.
Vagando nell'oscurità
Come possiamo liberarci della nascita e della morte?"

Questo è il punto: non ci si può liberare della morte come se si trattasse di un prodotto di scarto. La morte è essenziale alla vita, proprio come la vita è tale solo perché c'è la morte. Su questi concetti bisogna meditare se si vuole uscire dalle trappole della mente e comprendere la realtà nella sua interezza.
Anche i rishi delle Upanishad ribadiscono che lo scopo della contemplazione è il superamento del dualismo: "Avendo superato il bene, avendo superato il male, egli è al di là di tutti i tormenti del cuore... Egli non può essere dominato dai due pensieri 'ho fatto il male, ho fatto il bene' perché all'uno e all'altro è superiore" [Bhradaranyaka Upanishad].
Certo si tratta di un atteggiamento che sembra estraneo alla nostra cultura, tutta incentrata sulla contrapposizione bene-male, vita-morte, amore-odio, ecc. Ma, senza oltrepassare questo modo di ragionare, senza mai riflettere su questa eterna e inutile lotta fra enti e valori contrapposti, non raggiungeremo quella pace, quella liberazione, che cerchiamo.

lunedì 9 luglio 2012

Oltre il dualismo


La paura della morte è collegata ovviamente alla convinzione dell' "io sono". Penso, dunque sono. Penso, dunque sono cosciente di essere. Ma questa convinzione resta un prodotto mentale. Noi pensiamo di essere vivi, di essere un io. Questa è l'impostazione di partenza. Un albero o un animale non pensano di essere vivi - lo sono e basta. Noi aggiungiamo una coscienza. Se crediamo nell'essere vivi, nell'essere un io, abbiamo paura di essere privati della vita e dell'io. Se però questo essere vivi e questo io non fossero che un prodotto della mente, chi potrebbe morire?
È la coscienza che commette l'errore, che compie la discriminazione. Perché, per essere coscienti, dobbiamo dividerci in due: il soggetto e l'oggetto. In questa divisione nasce l'idea di essere separati. La coscienza è separazione. La coscienza distingue non solo il soggetto che è cosciente dall'oggetto di cui è consapevole (l'io separato), ma anche tutte le coppie di opposti: inizio-fine, vita-morte, ecc.
In sostanza è la coscienza che crea le idee di separazione e di contrapposizione, distinguendo arbitrariamente realtà che sono inseparabili. Ma non c'è una netta contrapposizione fra vita e morte. Si tratta di trasformazioni. Siamo sempre vivi, anche se in forme differenti, e non siamo mai definitivamente morti.
È questo che dobbiamo imparare a percepire, passando da una comprensione intellettuale della complementarità degli opposti ad una vera e propria esperienza. Non c'è inizio, non c'è fine. C'è un processo di continua evoluzione.
Per esempio, per noi il sole tramonta e sorge: questa è la nostra esperienza. Ma, conoscendo a fondo le cose, apprendiamo che il sole non sorge e non tramonta. E, se un giorno si estinguerà, continuerà a esistere in qualche altra forma, in un buco nero o chissà che altro.
La consapevolezza che dobbiamo acquisire non è più lo stato dualistico della coscienza che divide e contrappone, ma la visione che trascende gli opposti e che li contempla entrambi, comprendendoli.

Le contrapposizioni


Le religioni del bene hanno sempre prodotto un gran male, le religioni dell'amore hanno sempre prodotto molto odio, le religioni della pace hanno sempre prodotto tanta guerra. Come mai? Perché vivono all'interno di una coscienza dualistica che distingue e contrappone principi che in realtà sono complementari.
Solo uscendo dalla visione duale si può evitare di creare l'opposto di ciò che si cerca. Dobbiamo insomma contemplare l'unità degli opposti, giungendo ad una consapevolezza superiore.
Solo le religioni dell'Oriente, al loro più alto livello, hanno capito questa semplice verità. Ma anche loro non hanno saputo applicarla alla vita di tutti i giorni.
Si predica l'amore solo perché si è già contrapposto: chi non è con me è contro di me.

venerdì 6 luglio 2012

Le particelle di Dio


Pare che sia stata scovata "la particella di Dio", il bosone di Higgs, che darebbe una massa a tutte le altre particelle. La sua importanza deriva dal fatto che costringerebbe le componenti della materia ad aggregarsi e a interagire fra loro; si tratterebbe perciò di una specie di colla universale. Sarebbe apparsa un nanosecondo dopo il Big Bang, circa 14 miliardi di anni fa. Le stelle, i pianeti e gli esseri viventi devono la loro esistenza a questa particella. Sembrerebbe dunque che Dio sia un grande fisico, che prima ha calcolato un piano perfetto e poi ha sparato il suo unico colpo. Da quel momento tutto si sarebbe svolto secondo un programma preordinato che ha portato la creazione ad essere ciò che vediamo. Ma, in questa concezione scientifica, non si scorge nessun altro intervento - Dio c'è stato all'inizio e poi si è ritirato. E, soprattutto, non si vede ombra di un qualche interessamento a ciò che è stato creato. Come un maschio irresponsabile, Dio ha sparato la propria energia e poi è fuggito da ogni responsabilità. Indifferente agli immani cataclismi della creazione e alla sorte delle creature.
Da questo Dio dei fisici non viene un'immagine rassicurante: più che altro un bombarolo, amante degli esplosivi. Una mente gelida, lontanissima da quel che ci aspettiamo da un Dio Padre o Madre. Un universo desolatamente vuoto dell'elemento divino.
Tra il gelido Dio dei fisici e l'infantile Dio delle religioni, con i suoi profeti, i suoi salvatori, i suoi libri sacri, i suoi preti, i suoi paradisi, i suoi inferni e la sua immancabile assenza, c'è una terza via.
L'osservazione e la riflessione ci dicono che Dio, in quanto energia creatrice, è volontà di vita - di vita e di morte. Morte per vivere e per rinnovarsi. Potente spinta all'affermazione e al rinnovamento della vita, in tutte le forme possibili. Non soltanto qualcosa che sta all'inizio e poi si ritira, ma una Forza che continua ad essere e a frammentarsi. Il divino in tal senso è dappertutto, dalle prime particelle  agli esseri pensanti.
La vita infatti non è fine a se stessa, non è qualcosa di concluso e di fisso. La vita è cambiamento, processo ed evoluzione. Non basta quello che siamo e quello che abbiamo raggiunto; dobbiamo andare avanti, dobbiamo essere sempre di più e meglio. Se la coscienza è un punto di svolta, la sua progressione non è finita.
La spinta prepotente della creazione non lascia immobile nessuna cosa. Tutto deve trasformarsi e crescere. Siamo sospinti dalla forza di questo immenso fiume.
Forse, ogni tanto, vorremmo resistere e fermarci. Ma ormai la spinta è dentro di noi, è... noi. Anche se ci rintaniamo in una caverna o in monastero, essa non molla la pressione e ci fa andare avanti, verso il prossimo stadio. Si chiama tempo, si chiama vita-e-morte, si chiama evoluzione. Non possiamo bloccarci, non possiamo tornare indietro, non possiamo opporci - siamo tutti particelle di Dio. Ecco perché, invece di invocare un salvatore esterno, è meglio far appello alla spinta divina che è già in noi. Guardiamo bene in fondo a noi.

mercoledì 4 luglio 2012

Il sé eterno?


Il fatto che esista dentro di noi qualcosa che sembra non cambiare nonostante il passare degli anni viene considerato una prova della presenza di uI n'anima. Ma noi non abbiamo bisogno di un centro immutabile: questo è un modo vecchio di ragionare. Noi abbiamo bisogno di qualcosa che si trasformi, che si evolva.
Un sé immutabile sarebbe una pietra tombale. Siamo già stati pesci e rettili (ne conserviamo tracce nel cervello), ma poi siamo cambiati.
Alla farfalla non interessa sapere che cosa provava quando era una pupa. Quello che noi chiamiamo sé è un cunicolo che ci serve per uscire all'aperto, in un nuovo mondo.
Non bisogna dunque aver paura di perdere quell'ultimo nostro possesso, cui teniamo di più. È una perdita necessaria.

lunedì 25 giugno 2012

Peccati contro natura


Nelle nostre legislazioni, e in particolare nelle società cristiane, ci si oppone al riconoscimento del matrimonio gay in nome di una presunta naturalità del matrimonio eterosessuale, che sarebbe votato alla riproduzione. Ma ogni rapporto umano è naturale. Basti pensare alla civiltà greca e romana, dove ci si dava a rapporti d'ogni tipo. Si pensi e che cosa scriveva Platone dell'amore per i giovinetti... non si poneva neppure un problema etico.
Fu il cristianesimo a introdurre discriminazioni, condanne e una repressione di cui ancora oggi fanno le spese gli omosessuali. Ma il concetto cristiano di "naturalezza" è una pura convenzione. Nasconde un'idea pregiudiziale. È arbitrario distinguere tra forme diverse di rapporti naturali.
L'ideologia cristiana è quanto di più innaturale ci sia: presume di poter giudicare la naturalezza di un rapprto in base al criterio riproduttivo, come se gli uomini fossero semplici animali da allevamento (e Dio il loro pastore). Ma l'amore, per la stessa ideologia cristiana, non dovrebbe avere la meglio su qualsiasi altra categoria di motivazione? Non diceva sant'Agostino: "Ama et fac quod vis", "ama e fa' ciò che vuoi"?
Che cosa c'è di più innaturale del dogmatismo? Del voler costringere in definizioni arbitrarie e fisse le forze irresistibili della natura?

L'eternità del sé


Osserva l'essere umano che ti sta di fronte o considera te stesso. E vai in profondità, oltre la superficie.
In quell'essere umano ci sono il rettile e il pesce che è uscito dal mare; c'è il maschio e c'è la femmina. L'energia che egli rappresenta viene da molto lontano ed ha cambiato forma mille volte, con veri e propri salti evolutivi. È stata un'ameba, un microbo, una cellula, un aminoacido, ecc., e prima ancora è stata polvere di stelle.
In un certo senso è sempre stata la stessa. Ma si è trasformata senza sosta, e continuerà a farlo - la corsa non si è per niente formata. Sotto la forma attuale, in profondità, ci sono tutti quegli altri esseri del passato e ce ne saranno ancora.
Ecco perché porsi il problema se persista o meno il sé individuale è riduttivo. L'essere mantiene una continuità, ma non una fissità. È fatto per trasformarsi ed evolversi.
Sopravviverà dunque alla morte? Certamente, ma in un modo che non ti aspetti; e non è nemmeno auspicabile che tu sia sempre e solo te stesso. Amplia i tuoi orizzonti. Non ne hai abbastanza di essere te stesso? Liberazione è anche questo. Non essere attaccato a questa identità.

Il Lama vagante


Mi fa pena vedere il povero Dalai Lama che viaggia da un capo all'altro del mondo per rappresentare e difendere l'identità nazionale del Tibet - spesso respinto dai politici che devono tener conto del potere ricattatorio della Cina. Anche lui alla fine si è dovuto trasformare in un politico. Evidentemente, tutta la sapienza tibetana non è stata in grado di cambiare nulla negli equilibri mondiali. Bisognerebbe curare di più la possibilità del potere spirituale di influire sull'altro potere, quello del più forte. E qui, noi umani, siamo molto indietro.
Non è questo il nostro limite? La forza bruta, il potere, il denaro e le armi hanno la meglio sulla dimensione spirituale. Questo è il prezzo da pagare allo stadio attuale dell'evoluzione.

venerdì 22 giugno 2012

Sat-chit-ananda


I mistici orientali sostengono che il divino è sat-chit-ananda. Sat è essere, chit è consapevolezza e ananda è gioia, beatitudine.
Ma i nostri santi che cosa fanno? Si macerano, si flagellano, digiunano, si reprimono, si mettono il cilicio per soffrire di più e si torturano in mille altri modi - magari si fanno venire le stigmate di Cristo per partecipare meglio alla sua passione, cioè al suo patimento.
Che religiosità negativa! Si venerano poveri esseri infelici, veri e proprio casi patologici, anziché prendere esempio dai santi autentici: quelli che vivono felici e irradiano gioia.
Con questi modelli sotto i nostri occhi, il mondo diventa davvero una "valle di lacrime".

martedì 19 giugno 2012

L'amore per la meditazione


L'amore per la meditazione si configura come amore per il silenzio, l'ascolto, la calma, la semplicità e la contemplazione. Il silenzio non è solo il contrario del chiasso in cui viviamo quotidianamente, ma anche il silenzio di una mente che non vuol più chiacchierare inutilmente con gli altri e con se stessa. L'ascolto è l'attenzione a ciò che nel rumore e nella confusione non viene di solito notato, sia esternamente sia internamente. La calma è la consapevolezza che sono ben poche le cose che meritano il nostro impegno e la nostra attenzione; è un atteggiamento di distacco dalle frenesie e dalle mode del mondo e di rifiuto delle attività artificiali. La semplicità è una scelta delle cose essenziali. E la contemplazione è l'osservazione delle realtà straordinarie che la vita ci offre abbondantemente: albe, tramonti, mari, montagne, piogge, laghi, alberi, fiumi... e le attività del corpo e della mente; dunque è sviluppo della consapevolezza.
L'amore per la meditazione porta alla pace. Non così le fedi religiose.

domenica 17 giugno 2012

Religioni e volontà di potenza


In Nigeria i musulmani mettono bombe nelle chiese cristiane e uccidono decine di fedeli; in risposta i cristiani escono dalla chiese e, invece di porgere l'altra guancia come insegna il loro maestro, si mettono a uccidere decine di musulmani. La stessa cosa avviene in tutto il mondo ed è avvenuta anche in Europa nei secoli scorsi.
E queste sono le due religioni che dominano la terra.
Volete un'altra prova che la fede in Dio non migliora l'uomo?
Il fatto è che le religioni sono legate alla volontà di potenza: in nome della verità, in nome di Dio, in nome del Supremo Potere... noi solo siamo infallibili e tutti gli altri sono nemici infedeli. Chi non è con me è contro di me.
Andate e convertite, con le buone o con le cattive - lo dice Maometto e lo dice Gesù ("compelle intrare"!).
Chi insegna ai credenti a riconoscere la volontà di potenza della propria religione?
Troppo narcisismo anche nei grandi profeti religiosi.

venerdì 15 giugno 2012

Carità


Ogni tanto i mass-media ci presentano qualche biografia, più o meno romanzata, più o meno mitizzata, di Madre Teresa di Calcutta, una campionessa della carità cristiana. Ma perché ce la presentano come un modello? Non è così che si risolvono i problemi della povertà, che infatti è in aumento e si riaffaccia anche nelle nostre società.
Non sarebbe molto meglio se qualche politico si impegnasse nel fare leggi che diminuissero la povertà, che ridistribuissero le ricchezze e che garantissero a tutti un minimo di sopravvivenza? Questo sì che sarebbe un vero santo.
E come mai gli uomini che si dicono religiosi non si impegnano, anziché a combattere le unioni di fatto o i preservativi, a promulgare leggi contro le disuguaglianze sociali?
Nutrire gli affamati, d'accordo. Ma non sarebbe più utile e più intelligente evitare che ci siano tanti affamati? I mezzi ci sarebbero. Però, se eliminassimo alla radice la miseria, come potrebbero i benpensanti fare la loro ipocrita carità?

Parole


Sogno un mondo in cui il silenzio, non il chiasso, abbia una parte preponderante. Sogno un mondo in cui i politici, i preti, gli insegnanti e le persone più importanti non siano soltanto coloro che sanno usare bene le parole (come succede oggi), ma coloro che fanno uscire le parole da un profondo silenzio interiore.
Chi sa usare bene le parole può anche non essere un saggio, può anche essere un truffatore.
Chi sono oggi i nostri leader? Coloro che sanno parlare bene nei dibattiti televisivi? Ma che cosa hanno veramente dentro? Con le parole si inganna il mondo, con le parole ci si fa belli, con le parole si fanno promesse che non si mantengono, con le parole si mente, con le parole si ingannano i popoli. Che non hanno ancora imparato a diffidare di chi ha facilità di parola.
La verità non sta nelle parole, ma in un'intima consapevolezza.

giovedì 14 giugno 2012

La notte oscura dell'anima


Tutti i mistici hanno sempre sottolineato che, per raggiungere la luce, bisogna passare attraverso una fase di oscurità, una specie di notte penosa - è il prezzo da pagare per il risveglio. Il fatto è che gli uomini sono pigri, abitudinari e vogliono continuare a dormire, anche quando sognano orribili incubi.
Per risvegliarsi, la prima cosa da fare è aprire gli occhi su questa realtà, sul mondo, sulla condizione umana. Ma il primo scenario che ci si presenta è spaventoso, soffocante. È come vedere una prigione o un campo di concentramento. Lì i prigionieri sono schiavi che non vogliono guardare, che non vogliono pensare ad altre possibilità, a ciò che può esistere al di là delle mura e del filo spinato; non vogliono assumersi responsabilità. Anche nella schiavitù c'è una certa soddisfazione: non si deve decidere nulla e si può dare la colpa delle nostre sofferenze agli altri, ai carcerieri. Assomigliano ai prigionieri della caverna platonica che si oppongono a chiunque li voglia spingere a vedere la luce e la libertà. Seguono come pecore le "autorità" (politiche, religiose, economiche ed intellettuali) illudendosi che loro sappiano ciò che stanno facendo e la via da percorrere.
Ma in una prigione tutti sono infelici: si odiano e competono fra loro; creano gerarchie; sono dominati dalla violenza; adorano falsi dei; e l'intero ambiente è dominato dall'ingiustizia e dall'aggressività.
Per risvegliarsi, dunque, bisogna prima vedere questo mondo imprigionato che continua a seguire comportamenti dettati dalle esperienze di chissà chi, ma non dalle proprie. Le tradizioni, le religioni, Dio, il Supremo Carceriere, lo Stato... Lo spettacolo è penoso, un vero incubo. E, purtroppo, in questo mondo, in questa barca, ci troviamo anche noi; e anche noi veniamo trascinati al naufragio.
Domandiamoci quante delle verità che diamo per scontate corripondono a qualcosa di verificato personalmente. E apriamo gli occhi. Ci vuole intelligenza e coraggio, ci vuole la volontà di ribellarsi o comunque di liberarsi. La vera spiritualità è rivoluzionaria. Da qui parte ogni ricerca. Dobbiamo mettere in dubbio tutto ciò che ci è stato insegnato e tramandato, i valori e i comportamenti che vanno per la maggiore. Alcuni sono deleteri.
Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, per quanto spaventosa possa essere. Anche noi siamo chiusi in quella prigione; anche noi siamo dominati dagli stessi impulsi. L'unico modo per uscirne è prendere coscienza della situazione, sia generale sia personale. Dobbiamo conoscere e riconoscere, in noi e negli altri, la nostra natura di schiavi. Questo è il primo passo, la notte oscura dell'anima di cui parla anche san Giovanni della Croce. Si tratta di una sofferenza. Ma è solo quando soffriamo che ci impegniamo a liberarci.

martedì 12 giugno 2012

La luce del rilassamento


Ecco un esercizio di rilassamento semplice ma potente, da utilizzare per calmarsi e per trovare uno stato adatto alla meditazione. Ad occhi chiusi o semichiusi, concentrarsi sull'aria che passa attraverso il naso, percependola all'altezza delle narici e visualizzandola come luce o come un plasma luminoso. Se necessario, accentuare leggermente le ispirazioni e le espirazioni. Subito dopo, spostare l'attenzione sulla bocca e sulle mascelle: sentire e rilassare le parti in tensione (di solito la bocca e le mascelle sono contratte). Passare poi al collo, percepire le tensioni e rilassarle. Quindi spostarsi sulle spalle. Rilassare le contratture. A questo punto fare una veloce ricognizione del tronco e degli arti, cercando i punti in tensione: mani, muscoli delle braccia, muscoli delle gambe e organi dell'addome: spesso le tensioni si scaricano sullo stomaco, sull'intestino o su altri organi dell'addome. Rilassare, ovvero "lasciar andare" le parti contratte.
A questo punto ritornare alla percezione del respiro che entra lungo il naso - sentirlo come un plasma luminoso che raggiunge e invade il cervello. Il cervello è la nostra centrale operativa e ogni ansia, paura o tensione partono e talvolta agiscono su di esso. Riempirlo di luce e di distensione.
Lo scopo dell'esercizio è questo: portare la luce alla mente superiore.

sabato 9 giugno 2012

Maschere e autenticità


Per tutto il Medioevo l'imitatio Christi, l'imitazione di Gesù, lo sforzo di adeguarsi al suo modello, è stato un tema dominante. Ma nessuno sapeva come fosse stato realmente il profeta di Nazareth, che non era affatto un asceta, bensì uno che beveva, mangiava e partecipava alle feste. Comunque, l'imitazione era destinata al fallimento perché nessuno può essere un altro; se tenta di imitarlo, non sarà autentico, non sarà se stesso.
Invece, lo scopo della vera spiritualità è essere se stessi, è realizzare la propria vera natura, che è unica. Buttiamo via, perciò, ogni modello, ogni imitazione, ogni copia fasulla. Se non siamo noi stessi, semplicemente sprechiamo la nostra esistenza.
Questi sono dunque i due comandamenti principali: conoscere se stessi ed essere se stessi.
Tutti cercano di farci essere qualcun altro: genitori, insegnanti, amici, parenti, preti... tutti cercano di farci indossare una maschera e di farci svolgere un ruolo.
Può darsi che certe volte sia necessario adattarsi alle esigenze della società e all'inizio, quando siamo bambini, è inevitabile obbedire a qualcuno. Ma poi viene il tempo in cui è necessario crescere e liberarsi da ogni tutela, diventando noi stessi.
Come fare? Ogni volta che una voce interiore ci dice che cosa fare o non fare, chiediamoci a chi appartiene: al padre, alla madre, allo zio, a un professore, a un prete, a uno scrittore che abbiamo letto...? Domandiamoci in silenzio di chi sia quella voce. Quindi, se non è la nostra, scartiamola e agiamo di testa nostra. Forse qualche volta sbaglieremo. Tuttavia la vita procede per tentativi ed errori, ed è sempre meglio sbagliare per conto proprio che su suggerimento di altri.
Liberiamoci da tutte queste voci estranee e mettiamoci in ascolto della nostra, l'unica che possa condurci alla realizzazione di noi stessi.

Il condizionamento religioso

Perché mai per votare bisogna aspettare di avere la maggior età e per scegliere una religione non si aspetta nemmeno un giorno? Questa in realtà non è una scelta, ma un'imposizione. Le religioni vogliono inculcarci le loro idee prima che si sia raggiunta l'età della ragione. Insomma vogliono condizionarci fin dalla nascita. Diciamolo chiaramente: è un delitto.

giovedì 7 giugno 2012

L'umiltà


Fateci caso: le religioni fanno una gran parlare della virtù dell'umiltà. Ma chi è meno umile di chi si crede l'unico depositario della verità? I nostri papi si dichiaranno addirittura infallibili - alla faccia dell'umiltà.
D'altronde lo stesso Gesù, molto bravo a parole, nei fatti era tutt'altro che umile. Si considerava più importante di Abramo e a chi gli domandava in base a quale autorità predicasse rispondeva: "Sulla base della mia stessa autorità!" E, quando entrò a Gerusalemme, non fece cercare un asino per fare il suo ingresso su quella cavalcatura, dal momento che i profeti avevano annunciato che il Messia si sarebbe presentato in tal modo? Precostituiva il suo mito.
Umile è chi non si crede un dio, chi non crede di sapere tutto, chi non si proclama "figlio di Dio". Un individuo del genere, se non è proprio figlio di Dio, è come minimo un presuntuoso, un megalomane.
Oggi gli scienziati sono più umili degli uomini di chiesa, perché non si ritengono infallibili e si rendono conto di non poter spiegare tutto.
L'idea poi che il regno dei cieli apparterrà agli umili è sempre piaciuta ai ricchi, ai prepotenti e agli arroganti... Intanto loro si accontentano del regno della terra.

martedì 5 giugno 2012

Il tempio dello spirito


Meditare è stare innanzitutto in silenzio. Il che significa non solo non parlare, ma anche non conversare mentalmente. Una volta individuato questo silenzio, immergiti in esso. Nella meditazione non c'è bisogno di chiese - la chiesa sei tu stesso, il tempio è la tua interiorità.
In quel momento scoprirai che quel vuoto silenzioso è il tuo stesso essere. È lo stesso vuoto silenzioso che si trova nello spazio cosmico, tra le stelle e i pianeti. Lì l'universo e tu siete la stessa cosa.

Dubitare e credere


Se credi, non sei stimolato a cercare; anzi, ti darà fastidio che qualcun altro dubiti e che ti spinga a vincere la tua pigrizia mentale. Se non credi, invece, se dubiti, se ti poni delle domande, sei indotto a cercare, a ragionare e a sviluppare la tua conoscenza. Ecco perché un credente ha l'intelligenza di un bambino; il suo cervello si è atrofizzato.
Dunque, non solo dubitare non è peccato, ma è anche l'essenza della religiosità. A meno che il tuo Dio sia come quello della Bibbia e delle religioni preconfezionate, desideroso che l'uomo resti ignorante.
Guarda la scienza come si è sviluppata... con il dubbio. Guarda le religioni come sono rimaste infantili... con la fede.

lunedì 4 giugno 2012

Vecchia e nuova religione


La vecchia religione consiste nell'adorazione di Dio, e naturalmente nella sottomissione e nell'ubbidienza al "Signore", proprio come si fa di fronte ad un re di questo mondo. Il suo strumento fondamentale è la preghiera, che è appunto una richiesta di aiuto al potente per ottenere protezione e favori. Ancora oggi i meno evoluti seguono questo tipo di religiosità.
Ma, quando preghi, ti rivolgi ad un'immagine della tua mente, ad una Divinità che è un prodotto della tua fantasia. Ti limiti a immaginare una Forza, fatta a immagine e somiglianza dei potenti terreni, e le chiedi qualcosa. Insomma non ti rivolgi a Dio ma ad una costruzione della tua mente.
La nuova religiosità consiste nell'eliminare ogni immagine mentale e nel restare consapevole di qualcosa che sia realmente presente, per esempio il respiro. Devi cercare un rapporto diretto con la realtà, senza mediazioni.
Anziché elevare una raccomandazione ad un potere che è al di fuori di te, cerca di utilizzare il potere che è in te - hanno entrambi la stessa origine.

Respirare consapevolmente


In un discorso del Buddha (il Satipatthana sutta) si parla di un esercizio dedicato alla respirazione. E, in effetti, la consapevolezza della respirazione è uno dei metodi fondamentali della meditazione. Ma, se si legge attentamente il discorso, si scopre che tutto si riduce a respirare in piena consapevolezza. Sembra facile? Non lo è. Il problema è che noi non riusciamo a fare nessuna cosa in piena consapevolezza. Tutto ciò che facciamo, lo facciamo al 10%, al 30%, al 50% o allo zero per cento della nostra consapevolezza. Chi è mai consapevole di respirare? Normalmente nessuno, se non quando qualche malattia ce lo rende difficile. Se qualcuno vi strozzasse, forse in quel momento sareste davvero consapevoli di che cosa significhi respirare.
Eppure la tecnica è tutta qui: applicare l'intera attenzione all'atto di respirare - inspirazione, espirazione e due impercettibili pause alla fine dei due atti respiratori (come rileva anche lo yoga). Il meditante "si siede incrociando le gambe, mantenendo il corpo eretto e fissando la consapevolezza davanti a sé. Consapevole inspira, consapevole espira. Quando inspira lungamente egli sa che sta inspirando lungamente; quando espira lungamente egli sa che sta espirando lungamente; quando inspira brevemente, egli sa che sta inspirando brevemente, quando espira brevemente egli sa che sta espirando brevemente..."
Piena consapevolezza significa che non dovete pensare ad altro. Fate la prova: durante la giornata fermatevi qualche attimo solo per essere consapevoli alla respirazione. In particolare fissate l'attenzione su una parte del corpo in cui sentite la respirazione (per esempio l'addome). Questa pratica è anche una maniera per ritornare periodicamente al proprio essere, uscendo dalle attività mentali che ci portano lontano. Ed è un metodo per calmare l'intero organismo psico-fisico.

giovedì 31 maggio 2012

Paradisi artificiali


Le religioni ci illudono con i loro paradisi, concepiti sui nostri desideri. Nel paradiso musulmano ci sono le huri, bellissime vergini a disposizione degli uomini, e nel paradiso induista ci sono le apsara, fanciulle di sedici anni, anche loro a disposizione delle voglie maschili (le voglie femminili non sono contemplate). Nel paradiso cristiano no, non si fa sesso. Lì si è come fratelli e sorelle. E come si passa il tempo? Non si fa nulla, si contempla Dio. Niente cambia, tutto è immobile. Insomma una noia mortale, un incubo.
In effetti noi non vogliamo e non sperimentiamo l'immobilità. Noi siamo esseri in continua trasformazione. Perché questa è la realtà: un'evoluzione, una trasformazione che non si ferma mai. Come eravamo a tre mesi nel ventre materno? E a tre anni, a tredici, a trenta o a quaranta? Quanto siamo cambiati! E con noi cambia e si evolve ogni cosa e l'universo intero. L'ultima trasformazione sarà la morte, che ci porterà ad un altro stato, ma non al nulla. Infatti, nulla nasce e nulla muore, ma tutto si trasforma.
Ciò che rimarrà sarà il nucleo della nostra consapevolezza, se l'avremo abbastanza sviluppata nella meditazione profonda.

mercoledì 30 maggio 2012

Vedere la verità




Vedere e pensare sono due cose completamente diverse. Quando si pensa un tramonto, in realtà non lo si vede direttamente, ma lo si guarda mediato dalla mente. Viceversa, quando si vede un tramonto, non lo si pensa. Il pensiero introduce nell'apprensione una mediazione che è come un velo disteso sulla realtà, una deformazione. Ecco perché meditare è più un vedere che un pensare; ed ecco perché si consiglia di fare il più possibile il vuoto mentale. Non si tratta di non pensare a nulla, ma di non interporre le categorie mentali a ciò che si vede direttamente. Questo vale per il tramonto, ma anche per la verità.
Molti credono che la verità sia qualcosa di oggettivo e possa essere comunicata a parole. Ragion per cui, se io trovo la verità, ve la posso comunicare a parole - e voi ve la potete prendere  e apprendere senza scomodarvi. Ma la verità è più simile a un'esperienza soggettiva e quindi non può essere comunicata. Io posso anche dirvi quale sia la verità. Ma voi non potrete apprenderla fino a che non ne farete un'esperienza personale.
C'è un unico modo per cogliere la verità: la propria consapevolezza.
Per esempio, un vecchio sopravvissuto al recente terremoto in Emilia, che ha distrutto case, chiese e fabbriche, ha dichiarato alla televisione: "Ho capito in un istante che siamo come foglie: un attimo ci siamo e un attimo dopo siamo spazzati via". Ecco una verità percepita con assoluta evidenza, non semplicemente pensata.
Naturalmente, il sopravvissuto poteva arrivarci anche prima, come è successo ad altre persone sensibili. Noi crediamo di basare la nostra vita su qualcosa di solido: una casa, una famiglia, un patrimonio... ma tutto ci può essere tolto in un istante. Niente è solido, niente è certo, niente è durevole. Questo è un dato di fatto, una realtà, una verità, di cui dobbiamo fare esperienza. Non basta leggere libri o ascoltare le esperienze altrui. Nel momento in cui ne facciamo esperienza, la verità è inoppugnabile.

I sobillatori

Quando Gesù si mise a predicare, la maggioranza degli ebrei non lo riconobbe come il Messia e, alla fine, i capi religiosi e politici decisero di eliminarlo considerandolo un pericoloso sobillatore. Ma, se tornasse oggi, avrebbe lo stesso destino. Solo che sarebbe un cristiano e sarebbe messo a morte in Vaticano (magari con un caffè al cianuro) dagli immancabili capi religiosi e politici, che lo considererebbero un... pericoloso sobillatore. Tutti coloro che vogliono svegliare la coscienza della gente vengono fatti fuori in questo modo perché vengono giudicati dai benpensanti dell'epoca dei disturbatori: la gente non vuole essere svegliata - vuole continuare a dormire sonni tranquilli. Solo una minoranza di individui incomincia a sviluppare un bisogno di maggior consapevolezza.

Il Dio dell'ignoranza

Quanto male ha fatto quel mito del Paradiso Terrestre che è il fondamento delle tre religioni più infuenti del mondo: il giudaismo, il cristianesimo e l'islam! Dio ordina ad Adamo e ad Eva di non cogliere i frutti di due alberi (il che è già un invito alla trasgressione): l'albero della conoscenza e l'albero della vita. Ma chi di noi non vorrebbe che i suoi figli cogliessero i frutti di questi due alberi, la conoscenza e l'eternità? Insomma il Dio biblico è un Dio che invita all'ignoranza, ed quindi il prototipo del prete oscurantista e politicante che vuole dominare mantenendo nell'ignoranza il popolo. E se questa è la base ideologica delle tre maggiori religioni, capiamo perché il mondo è quello che è.

Insegnamenti sbagliati

Gesù dice: "Non essere violento; anzi, se qualcuno ti colpisce su una guancia, tu porgigli anche l'altra". Ma, così facendo, il violento sarà incoraggiato sempre di più e alla fine arriverà a dominare la società. Cosa che è avvenuta. Gesù dice anche: "Se porgerai l'altra guancia, erediterai il regno di Dio". Ma tutti abbiamo già ereditato il "regno di Dio"... dal momento che ci viviamo proprio adesso. Non c'è bisogno di ereditarlo una seconda volta; la vita e la coscienza sono già doni divini. Semmai si tratta di conservarlo e di approfondirlo. E questo è possibile se manteniamo un atteggiamento meditativo, basato sul potenziamento della consapevolezza. Ma, di fronte al violento, dobbiamo reagire con forza; altrimenti la terra sarà in balia dei furbi, degli sfruttatori e dei violenti.

sabato 26 maggio 2012

Assenza di io


L'ego vorrebbe che tutte le cose fossero immutabili. Ma si sa: l'ego è egocentrico per definizione. Ed è anche stupido. Perché se tutte le cose fossero immutabili, anche la sofferenza lo sarebbe. "Senza di me non c'è nulla" afferma pomposamente. "Senza di me, non ci sarebbe vita."
Ma non è così: talvolta è una vita migliore.Quando vi innamorate, siete senza io. Quando ammirate un'opera d'arte, c'è assenza di ego. Quando contemplate un tramonto o un arcobaleno, per qualche istante vi dimenticate dell'ego. Quando ricevete un brutto colpo, rimanete senza fiato e senza io. Quando perdiamo la testa, nel bene o nel male, c'è assenza di ego. Quando veniamo sorpresi da qualcosa, scompare l'io. Alla fine di ogni espirazione, c'è un istante quasi impercettibile di assenza di io...
In tutti questi casi possiamo renderci conto di come l'io abituale, la mente abituale, rimanga bloccata. All'improvviso, davanti a noi, uno spazio sterminato, un vuoto. Troppo spesso ne abbiamo paura e fuggiamo. Oppure trattiamo l'esperienza con la solita superficialità. Ma nella meditazione abbiamo la prova che l'ego può essere trasceso per raggiungere stati di illuminazione.

Opere di carità


Talvolta, quando ci buttiamo ad aiutare gli altri, lo facciamo perché non riusciamo più ad aiutare noi stessi. Crediamo di non poter più raggiungere grandi risultati con noi stessi, su noi stessi, e quindi evitiamo il senso di fallimento mettendoci al servizio degli altri. Così nascono molti missionari o uomini di opere pie. Ma siamo come ciechi che cercano di aiutare altri ciechi. Dobbiamo prima vedere noi stessi e cercare di realizzare noi stessi; solo a quel punto potremo aiutare gli altri. Altrimenti può trattarsi dell'ennesima via di fuga dal confronto con noi stessi. Perché la meditazione è essenzialmente un vedere.
Pur di non riconoscere certe parti di noi stessi, ci buttiamo nell'azione, ci buttiamo ad aiutare gli altri. Anche la carità, la compassione e l'impegno sociale possono essere forme di alienazione. Ci occupiamo delle sofferenze altrui per sfuggire ai nostri fallimenti, alle nostre incapacità. Ma esse rimangono lì, insoddisfatte.

venerdì 25 maggio 2012

Istruzioni per meditare


Per meditare non ci vuole molto, ma ci vogliono pazienza e determinazione. Bisogna partire da uno stato di calma, di lucidità, di concentrazione e di inattività, soprattutto mentale. Poi si deve dirigere l'attenzione su un unico punto (non necessariamente fisico) e mantenerla ferma il più possibile, escludendo pensieri e stati d'animo estranei. Quando ci si distrae, se ne prende nota e si ritorna daccapo. Per facilitare l'operazione conviene tener conto del respiro.
La meditazione è facile e difficile al tempo stesso (molto dipende dalle capacità individuali e dall'ispirazione) e la pratica va continuamente ripetuta, più volte al giorno e tutti i giorni. La sua lunghezza è meno importante dell'intensità.
Non bisogna aspettarsi subito dei risultati. Ma, se si persevera, questi arriveranno e saranno superiori alle aspettative, perché bisogna tener presente (anche durante la pratica) che il Sé con cui ci mettiamo in comunicazione coincide da ultimo con la fonte di ogni cosa.
Chi ha orecchi per intendere intenda.


La sorgente

Non confondiamo la meditazione con qualche forma di psicoterapia. La psicoterapia è utile e può aiutare a vivere meglio. Ma ha l'illusione di potere risanare l'io diviso. Invece la meditazione cerca di mettere da parte l'io psicologico e trascenderlo. Cerca il Sé, non un ego riveduto e corretto. Cerca insomma di uscire dal contingente per raggiungere la fonte. Lì c'è un posto tranquillo, al di fuori delle divisioni e delle contraddizioni. Lì la mente tace e contempla con meraviglia. Lì c'è la vera salute.

Pseudoreligioni

Le religioni che attualmente dominano il mondo (cristianesimo, islam, induismo, ecc.) hanno il grande torto di consegnare all'umanità un'immagine preconfezionata del divino, col che impediscono, inibiscono e scoraggiano la ricerca individuale. Ma una verità che non sia stata cercata e trovata personalmente non vale nulla... non è verità.

martedì 22 maggio 2012

L'impermanenza


Non c'è bisogno di studiare filosofia per riconoscere il fatto che tutto cambia di continuo. E non è il caso di farsene spaventare. Abbiamo paura che le cose finiscano? Ma le cose hanno tutte un inizio e una fine, lo sappiamo bene. Se una pianta appassisce, è il segno dell'impermanenza; e così se fiorisce. Se l'automobile si guasta e si ferma, è il segno dell'impermanenza. Se qualcuno muore è il segno dell'impermanenza; e così se qualcuno nasce. Se arriva la vecchiaia, è il segno dell'impermanenza. Se perdiamo un amore, è il segno dell'impermanenza; e così se fiorisce un amore. Se ci rubano il portafoglio, è il segno dell'impermanenza... E così via, gli esempi sono infiniti. Ogni attimo che passa è il segno dell'impermanenza.
Il punto è riconoscere l'impermanenza come un dato di fatto, non come una disgrazia. È la vita stessa che richiede l'impermanenza delle cose. Perciò, anziché disperarci e tentare di rendere fissa ogni cosa, riconosciamo che l'impermanenza è il motore del mondo, nel bene e nel male. Se non ci fosse l'impermanenza, come usciremmo dalla sofferenza, dal lutto e dalla perdita?
Questa constatazione dovrebbe aiutarci ad apprezzare di più la preziosità del momento presente, qualunque essa sia. Sia che l'esperienza sia positiva sia che sia negativa.

La solitudine

Quando ci sentiamo soli, anziché cercare di stare con la solitudine, cerchiamo subito di metterci una pezza. Siamo assaliti da un senso di malessere, di inquietudine, di noia o di frenesia e ci mettiamo a desiderare di fare qualcosa o di trovare qualcuno che ci faccia compagnia, di muoverci, di partire, di mangiare, di bere, di fumare, di accendere la televisione, di telefonare, di leggere, ecc., e, se non troviamo niente da fare, stiamo sulle spine. Ma in realtà non c'è niente di sbagliato nella solitudine, non c'è una minaccia alla nostra salute, non c'è una colpa o punizione divina. Quindi non dobbiamo cercare ad ogni costo di fare qualcosa o di trovare qualcuno. Può essere anzi un'occasione per stare lì, nel presente, godendoci questa condizione. Calmiamoci, rilassiamoci: non abbiamo nessun dovere di cambiare lo stato d'animo. La solitudine è un'esperienza come tutte le altre, non qualcosa da evitare. Perché dunque non approfittarne per viverla in tutta la sua immediatezza? Anziché tenderci per il desiderio di uscirne, perché non assaporarla nella sua freschezza e autenticità? Niente è più favorevole alla meditazione.

lunedì 21 maggio 2012

La non-fede


Siamo abituati a pensare che aver fede in Dio sia una fortuna, perché significa credere che ci sia sempre qualcuno, là fuori o lassù in alto, pronto a darci una mano. Una specie di baby-sitter o di padre-madre eterno.
Ma questa visione infantile non corrisponde alla realtà. Quando saremo in difficoltà, non scenderà nessuna mano dal cielo ad aiutarci; tutt'al più ci aiuterà la nostra fede che ci sia, perché ci darà un po' di pace. È la fede che ci aiuta, non Dio.
Tuttavia la non-fede è meglio. La non-fede ci abitua a non aspettarci aiuti o protezioni ultraterrene, ma a guardare in faccia la situazione senza scappare per la tangente, senza farci prendere dal panico. Dato che il mondo è tondo e gira sia intorno al sole sia su se stesso - come volete che possa esserci qualcosa di stabile e di sicuro? Come volete che le difficoltà non si abbattano su di voi?
Meglio uscire dalle illusioni e imparare a guardare in faccia la realtà e a rilassarci nel bel mezzo della tempesta. E non sperare che qualche baby-sitter ci faccia uscire dalla tempesta. La tempesta fa parte della vita, a prescindere la fatto che siamo buoni o cattivi, e passerà. È quando abbondoniamo il bisogno della bay-sitter che incominciamo a crescere, e ci facciamo coraggio.

La ricerca della felicità


Se volete la felicità, non mettetevi a inseguirla, non la cercate. La felicità ama nascondersi fra le pieghe dell'infelicità. È come l'ombra: più la inseguite, più vi sfugge.
Accettate piuttosto di vivere tra incertezze, insuccessi, sentimenti contraddittori, vittorie apparenti e sofferenze. Tutto è provvisorio, tutto passa. Cercate piuttosto le cose vere, semplici, essenziali. Allora tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù.
Se cercate ciò che è autentico, anche le sofferenze, le perdite e le crisi saranno momenti di illuminazione, saranno momenti di ammaestramento.
Quando le cose ci vanno male, non affidiamoci né alle speranze né alle paure. Restiamo lì, nel presente.
Il problema non è fuggire qualcosa o sforzarsi di più, ma guardare in faccia la vita, la confusione, i problemi, le paure. Talvolta siamo così impegnati a combattere o a migliorarci che ci dimentichiamo di vivere.
Abbiamo osservato il cielo oggi?

La via di mezzo

Ci sono vari modi per interpretare la via di "mezzo buddhista", ossia un comportamento che non preveda né eccessivi rigori né lassismo. Si tratta di non lasciarsi andare psicologicamente ai due estremi degli stati d'animo, per esempio depressione quando le cose vanno male ed esaltazione quando vanno bene. Potremmo dire nè speranze né paure, ma rimanere nel punto mediano di chi osserva la realtà senza farsene travolgere emotivamente. È la via della contemplazione coraggiosa, che non cede agli opposti estremismi.