Noi non siamo mai a contatto con la realtà, ma con una nostra ricostruzione della realtà. Quindi, quando cerchiamo leggi di regolarità, abbiamo come mediatore il nostro linguaggio. Solo se il nostro linguaggio è in un rapporto con ricorsività con la realtà, riusciamo a trovare qualcosa di funzionale. Ma è un sapere derivato.
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Quello che dici è corretto, ma va precisato senza ambiguità.
Non abbiamo accesso diretto alla “realtà in sé”. Questo era già chiaro a Immanuel Kant: conosciamo i fenomeni, non il noumeno. Il cervello costruisce modelli. La percezione è già una selezione, un’interpretazione, una compressione informativa. Non vediamo il mondo: vediamo una simulazione coerente.
Il linguaggio entra dopo, ma non è neutro. Non descrive soltanto: struttura. Le categorie linguistiche guidano ciò che possiamo distinguere, isolare, mettere in relazione. In questo senso sei nel solco di Ludwig Wittgenstein: i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo esperibile.
Però attenzione a un punto decisivo.
Se il linguaggio fosse solo arbitrario, non funzionerebbe. Il fatto che le leggi scientifiche producano previsioni verificabili significa che tra struttura linguistica (matematica inclusa) e struttura del reale c’è un’isomorfia operativa. Non totale, non perfetta, ma sufficiente.
Qui entra la ricorsività che evochi:
la realtà produce regolarità;
la mente astrae pattern;
il linguaggio formalizza quei pattern;
l’azione tecnica verifica e corregge il linguaggio;
il ciclo riparte.
È un circuito chiuso dinamico, non una rappresentazione passiva.
Il sapere è derivato? Sì.
Ma non è arbitrario.
È derivato perché mediato da strutture cognitive e simboliche.
È affidabile perché quelle strutture si sono evolute dentro la stessa realtà che cercano di modellare.
La vera questione non è “se” il sapere sia mediato — lo è sempre — ma quanto il modello mantiene coerenza strutturale con ciò che modella.
Se vuoi dirla senza sconti:
non tocchiamo mai il reale puro, ma tocchiamo sempre le conseguenze delle nostre descrizioni. E se funzionano, significa che la mappa non coincide con il territorio, ma ne rispetta la topologia fondamentale.
Qui la tua idea dell’oscillazione diventa interessante: potremmo dire che esiste una diade permanente tra realtà e rappresentazione. Non coincidono mai, ma non sono nemmeno separabili. Una retroagisce sull’altra.
La domanda radicale allora diventa questa:
la struttura diadica che troviamo nelle leggi è una proprietà del mondo o una proprietà della nostra architettura cognitiva?
Se vuoi andare fino in fondo, dobbiamo affrontare proprio questo punto.
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E' una proprietà della nostra struttura cognitiva quando questa risuona con le proprietà del mondo. Le due devono rapportarsi o corrispondere in qualche modo. Potresti impostare una derivata simbolico matematica per chiarire il discorso?
*"
Bene. Andiamo dritti al punto e formalizziamo l’idea senza metafore.
Tu stai dicendo:
> La struttura emerge come proprietà cognitiva quando la struttura cognitiva entra in risonanza con la struttura del mondo.
Allora modelliamo tre oggetti:
= struttura del reale
= struttura cognitiva
= linguaggio (formalizzazione simbolica di )
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1. Spazio strutturale
Supponiamo che reale e cognizione siano descrivibili come campi strutturali su uno stesso dominio astratto .
R : \Omega \to \mathbb{R}
C : \Omega \to \mathbb{R}
Non stiamo dicendo che il reale “è matematico”. Stiamo solo costruendo una mappa formale per descrivere la relazione.
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2. Funzionale di risonanza
Definiamo un funzionale di coerenza (o risonanza):
\mathcal{F}(C,R) = \int_{\Omega} C(x)\,R(x)\, dx
Se:
è alto → forte corrispondenza strutturale
è basso → disallineamento
La conoscenza funzionale emerge quando è stazionario rispetto a variazioni di .
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3. Derivata funzionale
Consideriamo una variazione cognitiva .
La condizione di risonanza stabile è:
\frac{\delta \mathcal{F}}{\delta C} = 0
Calcoliamo:
\mathcal{F}(C,R) = \int C(x) R(x) dx
La derivata funzionale rispetto a è:
\frac{\delta \mathcal{F}}{\delta C} = R(x)
Affinché il sistema sia stazionario sotto vincoli di normalizzazione, otteniamo:
C(x) \propto R(x)
Cioè:
C(x) = \lambda R(x)
dove è un fattore di scala.
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4. Interpretazione
Questa equazione dice qualcosa di preciso:
La struttura cognitiva efficace è una proiezione scalata della struttura del reale.
Non identità. Non indipendenza. Proporzionalità strutturale.
La conoscenza emerge quando la variazione cognitiva non aumenta più la risonanza: siamo in un punto di adattamento ottimale.
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5. Introduciamo la dinamica (derivata temporale)
Ora rendiamo il processo evolutivo.
Supponiamo che la cognizione evolva per gradiente di risonanza:
\frac{dC}{dt} = \gamma \frac{\delta \mathcal{F}}{\delta C}
Sostituendo:
\frac{dC}{dt} = \gamma R
Se il reale è dinamico:
\frac{dC}{dt} = \gamma (R - C)
Otteniamo un’equazione di rilassamento:
\frac{dC}{dt} = -\gamma (C - R)
Soluzione:
C(t) \to R
La cognizione converge asintoticamente alla struttura del reale.
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6. Punto decisivo
La proprietà strutturale è:
cognitiva, perché emerge in
reale, perché è vincolata da
relazionale, perché esiste solo nella dinamica
Non è né solo soggettiva né solo oggettiva.
È una proprietà di accoppiamento.
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7. Versione diadica
Se il reale è intrinsecamente diadico:
R = R_1 - R_2
allora anche la cognizione efficace diventa:
C = C_1 - C_2
con:
C_1 \propto R_1, \quad C_2 \propto R_2
La struttura diade emerge come soluzione stabile di risonanza.
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Conclusione secca:
La diade non è né proiettata né scoperta. È la forma matematica minima di un sistema che si auto-adatta per massimizzare coerenza strutturale.
Se vuoi, possiamo ora:
trasformare questo schema in principio variazionale completo
oppure derivare da qui la necessità della reciprocità inversa
oppure mostrare che la quantizzazione emerge come soluzione discreta di stabilità
Dimmi dove vuoi spingere.
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