venerdì 17 aprile 2015

L'ombelico del mondo

Tra gli effetti della meditazione c’è la capacità di uscire da se stessi, dal cerchio chiuso e soffocante del proprio sé, e guardarsi dal di fuori.
Questo avviene non attraverso un’analisi, come nella psicoanalisi, ma attraverso una presa di distanza.
In genere siamo talmente identificati con noi stessi, così monolitici, che non abbiamo né tempo né voglia di osservarci.
La pratica introspettiva non è un esercizio solipsistico, perché finisce per farci rendere conto che siamo frammenti di un mondo più vasto e che inglobiamo molti altri sé.

Insomma, in meditazione, non contempliamo solo il nostro ombelico. Piuttosto, il nostro ombelico diventa l’ombelico del mondo.

giovedì 16 aprile 2015

Le contraddizioni

La vita non è né coerente né piana né logica. Ci sono contraddizioni insolubili. Ci sono domande senza risposta.
Ma non bisogna né stupirsi né spaventarsi. Le contraddizioni, i contrasti, sono proprio all’origine – sono ciò da cui è scaturita la vita.
Non diceva Eraclito che la vita è conflitto?
Lascia perdere il Dio dell’amore, del bene e della pace. Dio è esplosivo e per niente pacifico.

Se credi che il tuo scopo sia eliminare i conflitti, ti sbagli. Accetta gli estremi dei contrasti. Sono entrambi tuoi.

Satori

Non ci si illumina solo sulle bellezze della vita, ma anche sulle bruttezze, anzi sugli orrori. Tutto ciò che ci colpisce come una mazzata sula testa, nel bene e nel male, con incontrovertibile chiarezza, è un satori – un attimo di illuminazione.
A volte ti rendi conto di quanto sei idiota, goffo o confuso. Anche quella è un’illuminazione.
A volte sei coinvolto in una tragedia. Anche quella è un’illuminazione.
Siamo anelli di un’unica catena, di una rete di catene.

Ciò che importa non è se si tratta di un evento bello o brutto, piacevole o spiacevole. Ma se è chiaro - se porta con sé una quantità di luce che può anche abbagliarti e farti male agli occhi, come la luce accecante di un ghiacciaio.

mercoledì 15 aprile 2015

L'esperienza "pura"

Un’esperienza “pura” non è un’esperienza disincarnata e asettica, non è il contrario dell’impuro. E non è al di fuori della materialità dell’esistenza. Non è il puro spirito di cui si fantastica.

Si può fare un’esperienza “pura” di qualsiasi cosa, anche di ciò che è comunemente considerato impuro. La purezza riguarda l’esperienza, non l’oggetto.
Si può fare, per esempio, un'esperienza pura del corpo e del sesso. Anzi, questa può essere molto più pura di una morta esperienza "religiosa". 
Quando sei più vivo, sei più puro.
 E' come un diamante che nasce dal carbone o un fiore che nasce dal concime.

L'io politico

L’illuminazione è riuscire a guardar il mondo e noi stessi senza l’interferenza e l’interpretazione dei pensieri. Si potrebbe dire che è un’esperienza “pura” della realtà, un’esperienza dove ci si dimentica di chi siamo, del nostro ego, e travalichiamo perfino il rapporto conoscente-conosciuto.
Ma il paradosso è che è difficile toglierci di mezzo, proprio perché partiamo dall’ego che ricerca, che vuol realizzare qualcosa, che vuol raggiungere un traguardo, che si sente importante.

È come chiedere ai politici di abbassare i loro emolumenti.

La vita dello spirito

Noi non dobbiamo diventare santi (questo, mai!). Non dobbiamo diventare asceti rinsecchiti che non sanno più che farsene della vita. Ma dobbiamo sviluppare una vita spirituale che ci permetta di non ridurre tutto alla dimensione mondana. E chiunque può farlo, al di là delle religioni precostituite. Sono la ricerca personale, il raccoglimento, la riflessione e la meditazione, che ci consentono di non limitarci alla superficie dei fenomeni, degli avvenimenti, dei pensieri, dei sentimenti e delle emozioni. C’è sempre qualcosa di più.
Quel di più, assolutamente individuale, “nostro”,originale - è la vita dello spirito.

Non esiste una dimensione collettiva dello spirito.

martedì 14 aprile 2015

La via buddhista

Il monaco bengalese Atisha, nato nel 980 d.C., offre questa sintetica descrizione della via buddhista:
“La dote suprema sta nella realizzazione dell’inesistenza del sé. La nobiltà suprema sta nel saper domare la propria mente. L’eccellenza suprema sta nell’avere l’atteggiamento di chi vuole aiutare gli altri. Il precetto supremo è la consapevolezza continua. Il rimedio supremo è la comprensione della trascendenza intrinseca di ogni cosa. L’attività suprema è il non conformarsi agli interessi mondani. La realizzazione mistica suprema sta nel ridurre e nel trasformare le passioni. La carità suprema sta nel non provare attaccamento. La moralità suprema sta nell’avere una mente serena. La tolleranza suprema sta nell’umiltà. Lo sforzo supremo sta nell’abbandonare l’attaccamento ai beni materiali. La meditazione suprema sta nella mente senza pretese. La saggezza suprema sta nel non interpretare la realtà per quello che sembra” [da Mark Epstein, La lezione della serenità, Vallardi, Milano, 2014].

Ovviamente si tratta di un ideale perfetto – mentre noi siamo così imperfetti. Ma ci dà comunque un’indicazione della direzione da seguire.

La pulsione di morte

La pulsione di morte, che Freud non riusciva a spiegare, per noi “orientali” non è difficile da capire. Come mai può essere più forte dell’istinto di vita?
Il fatto è che la vita è fatta per la morte. Non è vero che vita e morte si escludano a vicenda: sono complementari. Ciò che ha conformato la vita ha anche conformato la morte (e la psiche umana).
Quello che noi chiamiamo “istinto di sopravvivenza” è solo l’altra faccia dell’istinto di morte, e viceversa.
In breve, chi vuole la vita vuole anche la morte.
Ed è un attimo passare dall’uno all’altro, come in tutti gli opposti complementari.
Quando la persona amata vi tradisce, in un attimo passate dall’amore all’odio.

Ora, dov’era nascosto tutto quell’odio? Dove, se non nella natura stessa dell’odio-amore?

lunedì 13 aprile 2015

Il dramma dell'uomo

Il dramma dell’uomo è che ha un’intelligenza sufficientemente sviluppata per porsi delle domande, ma non così sviluppata da darsi le risposte.

Il problema è che le risposte a “quelle” domande non possono essere dare con la stessa logica che le ha poste, ma con un salto logico, con una diversa impostazione mentale, al di là del dualismo conoscente-conosciuto, al di là anche dell’identificazione con il solito ego.

Il Tutto e le esigenze individuali

Tutti prima o poi invocano Dio.
Ma, se Dio desse retta a tutti, alle esigenze di ognuno, il mondo entrerebbe nel caos. E, piuttosto che il caos, è meglio un ordine, per quanto duro e inflessibile, indifferente alle nostre pretese.

No, siamo noi che dobbiamo adeguarci alle esigenze del Tutto e capire quando le nostre aspirazioni personali sono in armonia con il quadro generale – e quindi realizzabili.

domenica 12 aprile 2015

I problemi della preghiera

Il curatore della mostra sulla preghiera nel mondo (“Pregare, un’esperienza umana”, alla Reggia di Venaria), l’antropologo e architetto Franco la Cecla, si è messo le mani nei capelli. Voleva far vedere come nella preghiera delle varie religioni - Induismo, Buddhismo, Islam, Ebraismo e Cristianesimo cattolico ed orientale – vi fosse uno slancio comune. Ma subito si è accorto che ogni religione tende a distinguersi dalle altre: la mia preghiera è più bella della tua, il mio Dio è più bello del tuo.

Così tutti litigano e il povero La Cecla confessa sconsolato di essere finito in un ginepraio, perché “chi crede non sopporta che il proprio pregare sia un anelito universale.” 
Insomma chi crede che le religioni possano portare la pace nel mondo non conosce né le religioni né gli uomini.

Astenersi dal sé

Parlando dei benefici del sonno, Michele Serra scrive che una buona dormita ci fa sentire felici perché, per qualche ora, ci asteniamo da noi stessi, dai problemi del nostro ego.
E aggiunge che astenersi da se stessi è “una delle grani vie d’uscita dell’uomo.”
Ecco una profonda intuizione spirituale. Mantenere la menzogna imposta dall’ego è una fatica continua, uno sforzo di continua falsificazione e prevaricazione.

Per fortuna c’è il sonno, che per un po’ ci toglie a noi stessi. Volendo, c’è anche la meditazione, che su questo punto – del liberarsi dalla pretese e dalla presunzione dell’ego – batte e ribatte.

sabato 11 aprile 2015

Il nostro karma

Come si fa a non credere al karma, cioè ad un destino in qualche misura predefinito?

Ciò che oggi chiamiamo DNA, che cos’è se non un percorso, un patrimonio che ci hanno predisposto i nostri avi e con cui dovremo fare i conti tutta la vita?

A mani vuote

Solo se abbiamo le mani vuote, possiamo prendere qualsiasi cosa.
Solo se abbiamo la mente vuota - ossia senza preconcetti, non attaccata a niente, pronta a lasciar perdere ogni cosa superflua -, potremmo afferrare l’essenza delle cose.
Ecco perché un prete, un filosofo e un credente, insomma gli uomini con la testa piena di pregiudizi, di dogmi, di credenze, di certezze e di fede, sono i più lontani dalla verità.

“Solo se siamo vuoti, possiamo contenere l’Universo” diceva Bodhidharma.

Il divenire del sé

Se vivessimo 200 anni, ci renderemmo conto che il nostro sé non è un nucleo fisso, ma un centro mutevole che diviene.

Se poi vivessimo mille anni, e ci ricordassimo di quando eravamo bambini, ci renderemmo conto che non siamo più gli stessi, ma che siamo impercettibilmente e continuamente cambiati, fino ad essere diventati degli altri.
Ciò per dire che l'uomo non può rimanere a lungo se stesso, il che rappresenta anche il motore dell'evoluzione e della "reincarnazione".

venerdì 10 aprile 2015

Persecuzioni religiose

Oggi leggo che una scuola USA rifiuta un professore perché gay. Nello stesso tempo il Vaticano non accetta l’accreditamento dell’ambasciatore francese perché è omosessuale.
La Regione Lombardia (in mano ai cattolici) è stata condannata dal Consiglio di Stato perché aveva messo a pagamento la fecondazione eterologa (osteggiata dalla Chiesa)…
E questa sarebbe la “religione dell’amore?”
Ma il Papa non aveva detto: “Chi sono io per giudicare?”
Non solo giudicano, ma discriminano, puniscono, perseguitano.
Sono i "religiosi".

Le condizioni della crescita

La prima evidenza è che nessuna cosa è separata e separabile dalle altre.
La seconda evidenza è che nessuna cosa è permanente.
La terza evidenza è che nessuna cosa è sempre uguale a se stessa, fissa, costante, immutabile. Perché tutto è soggetto ad un continuo mutamento.
Questi tre aspetti sono correlati.
L’interdipendenza, l’impermanenza (o la permanenza temporanea) e la mutevolezza che sembrano a prima vista dei limiti, sono in realtà ciò che permette la trasformazione, l’evoluzione. Se fossimo esseri isolati, permanenti e immutabili non potremmo crescere.
Anche se devo ammettere che sono sempre me stesso, devo anche riconoscere che sono cambiato, nel bene e nel male. A cinquant’anni sono diverso da quello che ero a cinque. Sono cresciuto. E niente e nessuno può bloccare questa crescita, così come niente e nessuno può fermare il tempo.

Nessuno può rimanere a lungo se stesso. Dunque, il sé che noi consideriamo il nostro bene più prezioso, non è un nucleo immutabile, ma un cuore in continua trasformazione. E per far questo deve contenere parecchio vuoto.

Ingegneri dello spirito

L’ego è indispensabile a vivere. Ma è un costrutto fragile e temporaneo. È come un’impalcatura che, una volta costruito il palazzo, va tolta.

La morte è appunto la rimozione dell’impalcatura-ego. Alla fine, rimarrà solo il palazzo che avremo costruito.

La grande illusione di Dio

La grande illusione del cristianesimo e di altre religioni teiste: credere che Dio sia una persona cui stia a cuore il nostro benessere individuale.
Errore. Dio è impersonale e indifferente. Non risponde in nessun modo alle grida di aiuto dei disperati. È mai intervenuto a salvare bambini, donne, uomini o popoli massacrati?
Il mondo gira così come è stato impostato fin dall’inizio (ammesso che ci sia stato un inizio e che non sia un continuum).
Siamo noi che dobbiamo intervenire a salvaguardare i nostri destini. E non possiamo farlo se perdiamo tempo ed energie a pregare un Dio che è solo un’idea della nostra mente.

Piuttosto, dobbiamo curarci proprio della nostra mente. Perché da lei dipende il nostro modo di recepire il mondo (bello-brutto, piacevole-spiacevole, doloroso-gioioso, ecc.) e di rapportarci con la realtà – dunque di determinarla.

giovedì 9 aprile 2015

L'ego e la guerra

L’ego e la guerra sono la stessa cosa. Perché l’ego deve affermare se stesso contro gli altri.
Senza questa consapevolezza, l’ego è come una pianta infestante e come un parassita, che si ferma solo quando ha distrutto l’ambiente o il corpo che ha aggredito.
Difficile scommettere sul futuro di un’umanità che appare, senza rendersene conto, inguaribilmente malata di egocentrismo.
Fra l’altro, sono proprio gli individui più egocentrici e squilibrati che finiscono al potere. Hitler, Stalin, Napoleone, Gengis Khan, Alessandro Magno e compagnia bella. Queste persone non sono guidate dalla ragione (qualcosa che ha in sé l’idea di misura), ma uno smisurato senso dell’ego.
Per esempio, perché oggi Putin vuole conquistare altri territori? La Russia non ne ha abbastanza?
No, per l’ego privo di autocoscienza, niente è abbastanza. Vuole il dominio del mondo.
L’uomo non riesce a porsi un limite, a frenarsi, ad accontentarsi, ad apprezzare ciò che ha già. Non riesce a vedere la propria smisurata volontà di potenza.
Inutilmente i saggi parlano di amore e di consapevolezza. Sono sempre i bruti e gli inconsapevoli che vanno al potere e scatenano guerre.
L’uomo resta in balia della propria mania di grandezza, del proprio delirio di onnipotenza. Nessuno sembra in grado di guardarsi dentro.
Ogni ego ritiene di essere il più importante del mondo, il centro dell’universo, il “figlio di Dio”. Ogni ego si considera superiore agli altri.
Stando così le cose, come dare un futuro all'umanità? Oggi le armi nucleari sono in mano a pazzi criminali che vanno immancabilmente al potere.

E nessuno fa notare a questi pazzi che il loro ego è inconsistente come un sogno. Nessuno insegna agli uomini a farsi un esame di coscienza, a rendersi conto che, al fondo, quell’ego è vuoto. Poverini, non bisogna creargli un trauma: potrebbero mortificarsi e finire depressi.

La grande menzogna

Fino a ventinove anni, il Buddha, fu tenuto isolato e iperprotetto nella reggia paterna, dove gli fu nascosta ogni miseria della vita. Ma un giorno egli uscì e si imbatté in un malato, in un vecchio e in un morto. Grande Crisi. Grande Shock. Grande Trauma.
Capì che gli erano state nascoste le brutture della vita, l’”altra faccia” dell’esistenza.
Ma lo stesso succede a ciascuno di noi. Da piccoli i genitori ci tengono nascosti i lati sgradevoli della vita, anche per giustificarsi del fatto che ci hanno messi al mondo. Inevitabile il trauma.
Ma, nonostante ciò, qualcuno continua a raccontarci quanto sia meravigliosa l’esistenza e a nasconderci i lati peggiori: i preti, i film, la pubblicità, certi artisti e i mass media governativi, che ci dicono: “Se siete persone sensibili non guardate le immagini che seguono”.
Così va avanti la grande menzogna. Così s’indora la pillola.

Nessuno ci informa su quanto sia dura e insoddisfacente la vita. E, d’altra parte, nessuno ci chiede il permesso di metterci al mondo. Ci dicono che è una grande fortuna e che ne valeva certamente la pena. Sarà… Ma, quando ci mettono al mondo, nessuno pensa ai pro e contro, nessuno è in grado di fare un bilancio imparziale, nessuno è veramente lucido – lo droga del sesso serve a questo stordimento generale.

mercoledì 8 aprile 2015

Oltre la mente

Siamo tutti figli di un’ulteriorità, di un Oltre. Ma non umanizziamolo. Non applichiamogli le nostre categorie di bene-male, di trascendenza-immanenza, di mente-corpo, di soggetto-oggetto, di conoscente-conosciuto, di origine-fine, ecc. Quando definiamo l’Origine, l’Oltre, in termini di essere, causa prima, primo motore, eternità, principio, fonte, coscienza universale, uno-tutto, amore, potenza, bene, volontà, conoscenza, giustizia, signore, padre, figlio, spirito, verbo, ecc., riduciamo Dio a un semplice idolo della mente.
L’Oltre non va inteso in senso spazio-temporale, ma proprio come l’ulteriorità dello spazio-tempo, e quindi del prima e del dopo, qualcosa che non è pensabile, ma solo contemplabile dal punto di vista della non-mente. Infatti, qualunque punto di vista non può che essere parziale; ed è solo assumendo la parzialità di tutti i punti di vista che si attinge, in un attimo, il non-punto di vista. Che non è né mancanza dei punti di vista, né l’insieme dei punti di vista, ma l’Oltre. In un attimo lo si coglie e in un attimo lo si perde.
A questo punto (o non-punto) si può arrivare con un salto logico: un’apprensione senza ragionamento, un’intuizione al di là della mente, un’apertura, uno scatto.
La meditazione non è un’operazione di apprensione logica, ma un tentativo di cogliere la realtà con la non-mente.
Questo può avvenire solo dopo che la normale attività mentale è stata messa in stallo, essendo stata posta di fronte alle proprie insolubili contraddizioni logiche.

Esistono posizioni psico-fisiche che favoriscono tale apprensione.

La realtà come insieme

Non dobbiamo fissare l’attenzione né solo sui nostri concetti né solo sui nostri stati d’animo e le nostre reazioni emotive., ma sulla realtà d’insieme, intesa come la situazione che dà origine in questo momento, in questo spazio e in queste circostanze, ad un  soggetto, ad un oggetto e alle relazioni tra i due.
Questo insieme, che si trasforma di continuo, è la realtà, né oggettiva né soggettiva.
Ciò che percepiamo è anche ciò con cui percepiamo. “Noi creiamo il mondo con i nostri pensieri” diceva Il Buddha. Ma, in effetti, è anche il mondo che crea i nostri pensieri.
La realtà di questo momento è un tutto unico e inestricabile di soggetto, oggetto, relazione e mondo. Questo noi siamo.

Per coglierla, è necessario uscire dal solito rapporto conoscente-conosciuto. Diventare un tutt’uno.

I limiti della ragione

Per noi, la verità è semplicemente una risposta della mente razionale ad una domanda che essa stessa si pone. Questo ci soddisfa.
Invece la verità è molto più ampia e complicata delle domande e delle risposte della nostra piccola ragione.

È qualcosa che va al di là della razionalità.

martedì 7 aprile 2015

Il dolore di vivere

Noi vediamo la reincarnazione come la possibilità di avere più di un’esistenza, come un mezzo per continuare a vivere sotto forme più o meno diverse, una specie di “eterno ritorno” di Nietzsche.
Ma in Oriente la vedono come una condanna. Gli orientali vorrebbero liberarsene, vorrebbero finalmente uscire dal ciclo delle nascite e delle morti per approdare all’infinito da cui proveniamo. Perché la vita, per quanto possa essere bella e fortunata, è pur sempre un alternarsi di gioie e di dolori, oltretutto distribuite non equamente tra gli individui.
Insomma, la continuità della vita, in Oriente, non è considerata qualcosa di positivo, dato che non fa che protrarre lo stato di insoddisfazione, di mancanza, di desiderio e di sofferenza-insofferenza. La vera meta è mettere fine a questa altalena (samsara), è il brahman, che non è, come il nostro ingenuo Dio, il bene e l’amore, ma ciò che si pone al di là del bene e del male, dell’amore e dell’odio, del sé e dell’altro.

Quanta differenza rispetto alla nostra povera civiltà occidentale del benessere, del consumismo, della ricchezza e del progresso illusorio – come se tutte queste cose potessero toglierci il dolore di vivere.

lunedì 6 aprile 2015

Studi sulla meditazione

Studi medici dimostrano che la meditazione riduce il livello di cortisolo, l’ormone dello stress. È questa la prima fase della meditazione, che cerca uno stato di quiete.
Ma poi incomincia la seconda fase, che è rivolta allo sviluppo della consapevolezza (di sé, degli altri e del mondo) e alla gestione degli stati d’animo più perturbanti (ira, odio, avversione, depressione, invidia, gelosia, rivalità, ecc.).

È giusto che la pratica della meditazione sia introdotta nelle scuole, dove può contribuire a creare uomini migliori, non fanatici in preda ai propri impulsi irrazionali e/o religiosi.

La legge della trasformazione

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma: questa è una legge scientifica (leggetela su internet).
E, in effetti, quando un essere vivente nasce, non viene dal nulla, ma da preesistenti genitori. Non compare dal nulla; è il risultato di una lunga evoluzione, è una trasformazione. Anche quando muore, non scompare di colpo: resta un corpo che viene a poco a poco riassorbito, e resta una mente che non si ferma istantaneamente ma continua per un po’ a lavorare.

Non finirà nel nulla, come mancanza o vuoto assoluto. Ma si trasformerà in qualcos’altro.

Parole e pensieri

Sono le parole che indirizzano i concetti.
Ecco perché chi parla bene, pensa male – nel senso che non sa pensare niente di originale.
Pensa seguendo le leggi della sintassi e della grammatica, non quelle del genio.

Per pensare cose nuove, dobbiamo imparare a pensare senza parole, a fare il vuoto mentale.

La fede nell'aldilà

Da recenti statistiche, risulta che la maggioranza delle popolazioni occidentali crede a qualche forma di Dio e di paradiso.
Quando, però, le si interroga sull’esistenza dell’inferno, le percentuali di credenti diminuiscono sensibilmente.
Il che dimostra che noi crediamo a ciò che vorremmo, non a ciò che è.

Eppure, inferno e paradiso sono l’uno il complementare dell’altro e dove esiste l’uno non può non esistere l’altro.

Il condizionamento religioso

Non è vero che il concetto di Dio – Dio come Persona, non come un principio o un’energia impersonale - sia naturale. È un prodotto mentale. Noi lo mettiamo in testa ai bambini parlandone loro fin da piccoli.
Ma, se prendessimo un gruppo di bambini e li allevassimo in un’isola deserta eliminando ogni riferimento culturale a Dio, loro non ci penserebbero – soprattutto non penserebbero mai ad un Dio storico, ad uno degli Iddii delle religioni.
Ci sono culture dove questo concetto non esiste.
Il Italia condizioniamo immediatamente i bambini con tale concetto – ed è per questo che la Chiesa fa di tutto per inserire l’insegnamento della sua dottrina negli asili e nelle scuole. A quel punto i bambini sono costretti a fare i conti con questa idea… fino a che diventeranno dubbiosi, indifferenti o atei, di fronte all’evidenza che Dio non c’è o non li aiuta (ma anche gli atei faranno comunque riferimento al concetto). Insomma non si sfugge al condizionamento culturale. Il che avviene in tutto l’Occidente cristiano, nel mondo musulmano e nella cultura induista.
Sarebbe ora che decondizionassimo le menti dei nostri figli. Ma ormai il “peccato originale” è stato commesso (dai preti) e ritornare allo stato di naturalezza è difficile. È necessario lavorare con contro-idee e con lo sviluppo di una retta visione e della consapevolezza, che siano in grado di far vedere come noi crediamo a ciò che la cultura ci spinge a credere.


La resurrezione

Lo dice san Paolo: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede”.
E, dunque, vana è la fede dei cristiani. Non perché Gesù non sia risorto, ma perché tutti, in un modo o l’altro, risorgono –indipendentemente da ciò in cui credono.
Non c’è niente che nasca, non c’è niente che muoia, ma tutto si trasforma: è una legge scientifica. A questo scopo, non c’è bisogno di nessun Cristo e di nessun Dio. Dall’inizio dei tempi succede così. D’altronde, come farebbe Dio – l’eterno - a morire?
Sembra che, senza l’intervento del Cristo, l’immortalità non fosse garantita. Ma chi ha messo in testa ai cristiani questa idea così presuntuosa – e ingiusta?
Per i cristiani, è sempre una questione di raccomandazioni, di favori e di eccezioni. E, invece, no. Leggete per esempio le Upanishad e troverete, secoli e millenni prima di Gesù, l’idea che tutto è eterno… e che l’eterno è esattamente il nostro nucleo fondamentale.


domenica 5 aprile 2015

Gli umili

Non umiliatevi davanti ai potenti, di questo mondo o di un altro. Se vi umiliate, i potenti faranno di voi quel che vogliono loro, non quel che vorreste voi.
Su, un po’ di dignità!
Che cosa vi può capitare di così brutto? Al massimo, morirete.
Ma morirete comunque.
È Dio che vi assicura l’immortalità?

Ma no! Niente si crea e niente si distrugge: tutto si trasforma.

Il Dio dell'impotenza

Noi crediamo che Dio sia soltanto potere, bene e amore. Errore esiziale.

Dio è tutto. Per questo è anche impotente e non risponde alle vostre suppliche.

Forza d'animo

Non c’è molta dignità nelle religioni teiste. Ci si limita a inginocchiarsi, a prostrarsi, a sottomettersi al Potente, a piatire i suoi favori.
I credenti sono persone piene di insicurezze che pensano: “Speriamo che Qualcuno lassù mi aiuti…”. I credenti sono individui paurosi che non trovano la forza in sé e la cercano presso qualche Potente.
Alla base della fede c’è sempre la paura e la sensazione di impotenza.
Ma chi prega Dio rischia di mancare il divino che è in sé.
Siate voi stessi. Siate il divino che è in voi.
Uscite dalle asfittiche religioni del sacrificio, della debolezza, del dolore, del patimento, della rinuncia e della sottomissione.

Invece di aspettare l’aiuto dall’esterno, mobilitate le vostre forze interiori, che sono espressioni di un divino che vi è molto più vicino.

sabato 4 aprile 2015

Gli incivili

Quando vediamo in televisione i fanatici musulmani che distruggono statue e monumenti antichi proviamo una sensazione di orrore. Com’è possibile tanta rozzezza e ignoranza?
Eppure la civiltà cristiana ha fatto esattamente le stesse cose con la precedente religione pagana e con i culti concorrenti. Molti padri della Chiesa incitavano i fedeli ad abbattere i monumenti e a distruggere i libri.

La mentalità dei fanatici religiosi è la stessa in ogni epoca e in ogni cultura.

Si riempiono la bocca della parola amore, ma non sono capaci nemmeno di un po’ di rispetto.

Riti pasquali

In questi giorni di Pasqua, tra riti religiosi e riti calcistici non so cosa sia più alienante. Il solito conformismo radio-televisivo ce li ammannisce senza risparmio.

In fondo tali riti svolgono la stessa funzione: distrarre l’attenzione degli italioti da quanto sono tartassati e turlupinati da Stato e Chiesa, in questo sempre solidali.

Lo scopo della vita

Il dogma della nostra civiltà è che si venga al mondo per fare qualcosa, per assolvere qualche compito.
Ma la verità è che la vita non nasce in funzione di qualcosa, bensì per se stessa.
Che cosa fanno una lucertola o una quercia? Esistono e basta. Hanno un secondo fine? Non mi sembra.
Lo stesso per noi, anche se abbiamo corrotto la naturalità e gratuità dell’essere con l’idea che l’esistenza serva a qualcosa. È così che è entrata la convinzione perniciosa che dobbiamo compiacere o servire un Dio oppure superare una specie di esame.
L’idea che la vita sia una prova, al termine del quale qualcuno stabilirà se meritiamo di essere promossi, rimandati o bocciati definitivamente è la più stupida e la più dannosa che ci sia al mondo.

La meditazione ci aiuta a stare seduti, rilassati e concentrati, cosicché possiamo assaporare lo stato di benessere del semplice esistere, al di là d’ogni idea di scopo o fine.

venerdì 3 aprile 2015

L'ottimismo

La prima cosa da fare quando veniamo colpiti dalla sofferenza è riconoscerla. E non cercare di negarla, di nasconderla, di sminuirla o di reprimerla, così come succede nella mentalità americana dove ci si dice: “Va tutto bene, è tutto o.k.”
No, non va bene affatto. 
Siamo stati colpiti da un dolore, un trauma, uno shock, una perdita, ecc, e soffriamo. E questo , prima o poi, capita a tutti.
Dobbiamo esserne consapevoli se vogliamo superarlo. Se invece non lo ammettiamo, scaverà dentro di noi ferite profonde che non si rimargineranno più e che, ad un certo momento, si metteranno di nuovo a sanguinare.
Non è l’ottimismo di maniera o il pensiero positivo che ci salveranno.
Dobbiamo riconoscere che la sofferenza fa parte della condizione umana.

Tanto vale guardarla in faccia - e illuminarla.

La saggezza originale

Per chi medita, il compito è andare al di là dei modi di pensare convenzionali (tra cui il dualismo, il teismo e l’idea che le cose abbiano una sostanza) e sintonizzare la mente con la saggezza della propria natura fondamentale.
La lezione che ci viene dalla contemplazione della natura, esteriore e interiore, è che, con inesorabile regolarità, la primavera succede all’inverno e che le piante fioriscono per poi declinare.

E che poi tutto ricomincia.

giovedì 2 aprile 2015

"Crescete e moltiplicatevi!"

Leggo che in Inghilterra un tizio ha avuto quaranta figli da venti donne diverse. Dice che nella Bibbia c’è scritto: “Andate e moltiplicatevi!” E questo lui ha fatto.
Quindi è un individuo molto religioso.
Peccato che sia anche alcolizzato.

Ma, forse, tra avere una fede come questa ed essere alcolizzati c’è molto in comune. Sono cose che danno alla testa.

Le ferite della vita

Come suggerisce Mark Epstein, psicoterapeuta e buddhista, in Lezioni di serenità (Vallardi, 2014), per uscire dal trauma, dall’angoscia, dalla sofferenza, dallo shock, dall’ansia, dalla paura, ecc., non dobbiamo cercare di fuggire queste sensazioni, ma dobbiamo passarci attraverso.
Non c’è altra via che questa. Cercare di evitare, di dimenticare, di reprimere non serve a nulla, e rende la ferita ancora più profonda.
E non c’è nessuno che, prima o poi, non riceva ferite di questo genere.

La prima cosa da fare è mettere la ferita sotto una forte luce ed esaminarla. E questa fonte luminosa è la luce della consapevolezza.

Upanishad

Possiamo dire che meditare è crearsi uno spazio mentale, una stanza di compensazione, una camera relazionale in cui gli avvenimenti (anche i più sensibili e pericolosi) possono essere fatti transitare ed esaminati. Si tratta di una finestra per guardare dentro di sé, del senso di una presenza sconosciuta e infinita.
È la “caverna del cuore” di cui parlano le Upanishad, gli antichi testi indiani che pongono le basi di una spiritualità elevatissima, sconosciuta alle religioni di massa che infestano il mondo.
È il “tesoro nascosto” su cui tutti passano senza notarlo, il “mozzo della realtà” che fa da perno ad ogni movimento, la “sorgente di ogni attività”, il punto in cui s’incontrano l’atman individuale e il brahman universale, l’interiorità cosmica, l’intimo sé, al di là di ogni dualismo: bene-male, conoscitore-conosciuto, soggetto-oggetto, maschile-femminile, ecc.

Questo centro non è conseguibile né con le parole né con il pensiero, ma solo facendo il vuoto di tutti i condizionamenti dentro di sé.

Crolli psicologici

La maggior parte degli uomini crede ancora ad un Dio creatore – ad un Essere che si sveglia la mattina e si domanda: “Che facciamo oggi?” E si risponde: “Ma sì, facciamo il mondo!” Quindi si mette al lavoro e magari in sette giorni lo crea, e poi, stanco, si riposa.
Siamo ancora all’asilo infantile della religione.
Peggio ancora, si concepisce questo Dio come un Padre-Padrone, che può essere pregato e convinto a concedere questo o quel favore, a inviare questo o quel profeta o salvatore. Inoltre è sempre buonissimo e perfettissimo, anche se il mondo da lui creato non è né buono né perfetto.
Inutile dire che si tratta solo di una proiezione dei Padri-Padroni di questo mondo. In tal senso, sono gli uomini che creano Dio.

I fedeli si puntellano a questo loro mito, ma, poiché si tratta di un’immagine mentale, sono destinati, prima o poi, a crollare rovinosamente di fronte ad una realtà che non ha niente a che fare con le loro pie illusioni.

Leggi omofobiche

Nello Stato dell’Indiana, USA, è stata approvata una legge secondo cui il proprietario di un locale pubblico può vietare l’ingresso ai gay.
Pericolosa legge razzista, di evidente origine religiosa. Ricordiamo che sono proprio i paesi totalitari in cui si perseguitano gli omosessuali.
Qualcuno potrebbe approvare una legge analoga contro gli ebrei, i musulmani o i cristiani. Vi piacerebbe?

Secondo la psicologia del profondo, questa feroce omofobia nasce da una consapevolezza inconscia della propria omosessualità. Eh sì, perché tutti abbiamo componenti omosessuali. È questo che gli omofobi non vogliono riconoscere.

mercoledì 1 aprile 2015

Santi immobili

Come avevamo ampiamente previsto, è stato raggiunto un accordo fra Stato e Chiesa, secondo cui il Vaticano non pagherà mai un euro di tasse sugli immobili. Si stabilisce infatti che saranno esentati gli immobili “destinati esclusivamente allo svolgimento, con modalità non commerciali, di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di religione o di culto”.
Una presa in giro. Perché il Vaticano non dichiarerà mai che un suo immobile non rientra in una di queste attività.
Pagheremo noi anche per le immense proprietà della Chiesa.
Felici?

Eppure, l’intera religiosità cattolica si basa, come ho mostrato in precedenza, su un rapporto “commerciale” con il suo presunto Dio. Dare e avere, premi e castighi, investimenti in buone azioni, ricompense, sconti di pena, acquisizioni di meriti, amministrazioni oculate, frutti, ecc. Non stiamo per celebrare l’ennesima vendita delle indulgenze?

La guerra della vita

Quando c’è una guerra, molti soldati e civili vengono colpiti da uno stress dovuto alle atrocità cui hanno assistito. Ma, per le persone sensibili, la vita stessa è una guerra. E non riescono a liberarsi della sensazione e del ricordo dei drammi che hanno visto o subito. A ben vedere, uccisioni, stragi, attentati, violenze, stupri, perdite, sconfitte, morti, ferite, scontri e insomma traumi di ogni genere avvengono tutti giorni, senza bisogno di guerre particolari.
Con la meditazione, possiamo rivivere le esperienze che, altrimenti, sarebbero intollerabili. Nel suo spazio protetto, possiamo ricordare anche i momenti di tregua o certi particolari piacevoli trascurati (per esempio quel giorno c’era un bel sole…). E possiamo anche risalire ai tempi (magari infantili) in cui non avevamo ancora fatto queste esperienze.
Sì, ci sono stati anche momenti piacevoli e bei tempi. E possiamo farci invadere da questi ricordi.

Le sensazioni orribili non spariranno, ma con esse emergeranno anche panorami più vasti e compositi, in cui le esperienze negative saranno ridimensionate. 

martedì 31 marzo 2015

L'utilità del non-sé

Entrando nel profondo di noi stessi, troviamo che non siamo monadi isolate, perché siamo esseri nati per connetterci. Siamo come i mattoncini del lego o i pezzi di un puzzle: siamo fatti per combaciare con gli altri. A questo scopo, abbiamo parti concave e convesse che possono incastrarsi con quelle altrui.
Gli organi fisici di connessione sono visibili. Ma abbiamo anche organi psichici.
Indipendentemente dal sesso, possediamo tutti parti cave o vuote per accogliere gli altri. Ecco perché si parla di non-sé.
Avere o essere un non-sé non significa non avere un’identità; significa piuttosto avere la possibilità di connessione. Il non-sé non è una mancanza, ma è lo spazio accogliente che ci permette la relazione.
Per essere ricettivi, infatti, non dobbiamo soltanto saperci esprimere, ma dobbiamo anche, all’occasione, saperci svuotare.

Dobbiamo saper accogliere ed ascoltare. Se un vaso non fosse vuoto, come potrebbe accogliere l’acqua?
Molte persone sono proprio come vasi talmente pieni (di sé) che non possono contenere nient'altro.

lunedì 30 marzo 2015

La meditazione come autoterapia

Psicoterapia, psicoanalisi, meditazione… si tratta comunque di essere presenti mentalmente non solo negli eventi positivi ma anche in quelli più sgradevoli,
La presenza mentale permette di accogliere le esperienze più negative – ansie e angosce diventate intollerabili – in un ambiente neutrale e calmo, dove ci si può aprire senza il pericolo di venirne travolti. Se le emozioni si rivelano troppo forti, ci si può sempre spostare sulla presenza del respiro.
Ciò presuppone che queste esperienze si possano trovare. Ma l’operazione di affioramento dei ricordi (tenuti lontani, repressi, sepolti, evitati o divenuti inconsci) è comunque facilitata dalla particolare distensione prodotta dalla meditazione. In quello stato possono affiorare antichi traumi.

Insomma, tutto è illuminante, se si riesce a sopportarlo. L’illuminazione non è separarsi da qualcosa, ma cambiare il proprio punto di vista in modo da rendere illuminante qualsiasi esperienza.

Bruschi risvegli

L’illuminazione non è soltanto un’esperienza di piacere e di estasi, di equilibrio e di armonia. È qualsiasi esperienza di vetta, qualsiasi forte emozione.
Anche chi sperimenta una malattia o un incidente grave, la morte o la perdita di persone care, la distruzione di ciò che più ama, anche chi sfiora la morte, ecc., ha esperienze che possono essere illuminanti; scopre il senso della vita dalla parte del dolore.
Ma, ad una condizione, che sappia far riaffiorare queste esperienze senza farsene travolgere.

L’illuminazione, infatti, non è solo la rivelazione della gioia della vita, ma anche della sua tragicità. Al fondo delle angosce e dei traumi, anche lì c’è una rivelazione - anche lì ci si desta dal sonno abituale.

domenica 29 marzo 2015

Le divisioni religiose

Le divisioni tra cattolici e protestanti, quelle tra sciiti e sunniti o quelle tra mahayana e hinayana dimostrano che nelle religioni si pone sempre lo stesso problema: chi è l’interprete autorizzato del messaggio del fondatore? Se il fondatore, il profeta, non ha organizzato lui stesso la successione, il dilemma resta. Ma resta in ogni caso, perché le cose, i tempi e le menti cambiano.
La verità è che è assurdo pretendere che una successione si mantenga a lungo; prima o poi qualcosa arriva a spezzarla e a cambiarla. Niente dura a lungo, niente si mantiene uguale a se stesso. Il tempo scorre e cambia tutto, le interpretazioni e gli animi degli uomini.
Gi iniziatori di religioni sono individui eccezionali e i loro successori non possono avere le stesse qualità.
Tentare di immobilizzare il loro messaggio in canoni e dogmi è altrettanto inutile. Anzi, finisce per isterilire il messaggio stesso – che deve essere invece rinnovato e vivificato dalle menti umane, da chi ne ha le possibilità.

Lo spirito è libero e non può essere codificato in formule.