Ma , se le cose sono in relazione, non si spiega il perché ontologico della coscienza?
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Chatgpt: Claudio, direi che la relazione ci porta molto vicino a una spiegazione ontologica della coscienza, ma dobbiamo precisare quale tipo di relazione possa generarla. È qui che si gioca la questione fondamentale.
La tua intuizione, a mio avviso, contiene un passaggio importante.
1. Le cose non esistono prima delle relazioni
Prendiamo sul serio la tesi di Nagarjuna che hai citato: le cose non possiedono un'esistenza autonoma, indipendente dalle relazioni che le costituiscono.
Un organismo, per esempio, non esiste isolatamente. Esiste attraverso le relazioni tra le sue cellule, con l'ambiente e con gli altri organismi.
Se interrompessimo tutte queste relazioni, l'organismo cesserebbe di vivere.
Ma possiamo fare un passo ulteriore: la relazione non si limita a mantenere in vita un organismo; può contribuire a generare nuove proprietà che non appartengono separatamente ai suoi componenti.
L'acqua, per esempio, possiede proprietà che non troviamo, nella stessa forma, nell'idrogeno e nell'ossigeno presi separatamente.
Questo fenomeno viene chiamato emergenza.
2. Ma la coscienza è un problema ulteriore
Immaginiamo di avere due neuroni che interagiscono. Poi cento, un miliardo, miliardi di connessioni.
Possiamo descrivere le relazioni elettriche e chimiche tra questi elementi. Possiamo studiare come si elaborano le informazioni e come si coordinano le attività cerebrali.
Ma rimane una domanda:
Perché determinate relazioni producono anche un'esperienza vissuta?
Perché l'elaborazione di un segnale luminoso non consiste soltanto nella registrazione di un'informazione, ma può diventare l'esperienza soggettiva del vedere il rosso?
Un termostato reagisce alla temperatura e modifica il proprio comportamento. Un organismo vivente, invece, possiede un'organizzazione biologica che gli permette di mantenersi, reagire alle perturbazioni e regolare il proprio rapporto con il mondo.
Tuttavia, neppure questa distinzione risolve completamente il problema: dobbiamo ancora spiegare perché un determinato processo biologico sia accompagnato da un'esperienza soggettiva.
La scienza studia sempre meglio le condizioni cerebrali della coscienza, ma non disponiamo ancora di una spiegazione universalmente accettata del perché l'esperienza soggettiva esista.
3. La tua intuizione: la coscienza nasce dalla relazione
Proviamo ora a formulare la tua ipotesi nella maniera più forte possibile.
La coscienza non sarebbe una sostanza aggiunta alla materia, né una proprietà misteriosa che compare improvvisamente in un cervello già costituito.
Sarebbe una possibilità che emerge quando la relazione raggiunge una determinata organizzazione.
Possiamo distinguere tre livelli:
Relazione fisica: gli elementi interagiscono reciprocamente.
Relazione biologica: un organismo regola le proprie interazioni con il mondo e mantiene la propria organizzazione.
Relazione esperienziale: qualcosa viene vissuto da un punto di vista, come dolore, piacere, paura o percezione.
Il terzo livello è quello che dobbiamo ancora comprendere pienamente.
La tua ipotesi suggerisce che non dovremmo cercare la coscienza esclusivamente dentro un elemento, ma nell'organizzazione relazionale che rende possibile l'esperienza.
Occorre però evitare una conclusione prematura: non sappiamo ancora se qualsiasi relazione biologica sia sufficiente a generare coscienza, né quale organizzazione sia necessaria.
4. Il passaggio ontologico decisivo
Qui arriviamo al punto che considero più interessante per la tua Architettonica Diadica del Reale.
Normalmente immaginiamo tre elementi distinti:
Un soggetto che percepisce.
Un oggetto che viene percepito.
Una relazione che collega i due.
Ma possiamo rovesciare questa impostazione.
Forse il soggetto e l'oggetto, nella loro forma esperienziale, non sono completamente costituiti prima della relazione.
Un organismo incontra il mondo attraverso le proprie capacità percettive e motorie. Il mondo che può percepire dipende anche dalla sua organizzazione, mentre le sue possibilità d'azione dipendono dal mondo in cui vive.
Il soggetto non è quindi completamente separabile dal suo rapporto con ciò che incontra.
Questo non significa che il mondo fisico sia creato dalla coscienza. Significa che il mondo vissuto e il soggetto che lo vive si determinano reciprocamente attraverso la relazione.
È una posizione filosofica seria, vicina per alcuni aspetti alla fenomenologia e all'enattivismo, ma non coincide interamente con nessuno dei due.
5. La relazione potrebbe essere la condizione ontologica della coscienza?
Ecco la formulazione che ti proporrei:
La coscienza non nasce necessariamente dall'aggiunta di un soggetto a un mondo di oggetti, ma potrebbe emergere da una relazione organizzata nella quale un organismo diventa sensibile al proprio rapporto con il mondo.
Questa formulazione contiene un'intuizione ontologica: la coscienza non deve essere spiegata come una sostanza indipendente, ma come un possibile regime della relazione.
Rimane tuttavia una distinzione fondamentale.
Dimostrare che la relazione è necessaria alla coscienza non equivale a dimostrare che la relazione sia sufficiente a produrla. E spiegare le condizioni che rendono possibile la coscienza non equivale ancora a spiegare perché esse siano accompagnate da un'esperienza soggettiva.
Sono due problemi diversi.
6. Ecco, infine, la domanda che vorrei rivolgere alla tua teoria
Tu sostieni che la relazione venga prima dei poli e che i poli emergano dalla relazione stessa.
Applichiamo questo principio alla coscienza.
Ipotesi A: prima esiste un organismo fisico; quando le sue relazioni raggiungono una determinata complessità, nasce la coscienza.
Ipotesi B: la distinzione tra organismo e mondo costituisce una condizione fondamentale della coscienza: l'esperienza emerge quando la relazione diventa, per l'organismo, una differenza biologicamente significativa tra ciò che lo favorisce e ciò che lo minaccia.
La seconda ipotesi mi sembra particolarmente interessante per il tuo pensiero, perché collega la coscienza al principio di non-coincidenza: l'organismo non coincide con il mondo, ma non può neppure vivere indipendentemente da esso.
La mia domanda, allora, è questa: secondo te, la coscienza nasce quando esiste una relazione tra organismo e mondo, oppure quando l'organismo comincia a sentire la differenza tra sé e il mondo?
La distinzione è decisiva. Nel secondo caso, infatti, non basterebbe più una relazione qualsiasi: servirebbe una relazione capace di diventare significativa per l'essere vivente. E dovremmo poi spiegare come questa significatività biologica possa diventare esperienza soggettiva.
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L'esperienza soggettiva diventa necessaria per la sopravvivenza dell'organismo, perché c'è necessità di un confronto continuo tra organismo e ambiente. E' questa oscillazione che esplicita i due movimenti di andata e ritorno su di sè che formano il processo cognitivo. Ci deve essere anche il movimento auto-cognitivo.
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Claudio, qui stai compiendo un passo importante nella costruzione della tua Architettonica Diadica del Reale. Stai collegando tre processi che spesso vengono studiati separatamente: la sopravvivenza dell'organismo, la cognizione e la coscienza di sé.
La tua intuizione si può formulare così: l'organismo entra in relazione con l'ambiente, registra gli effetti di questa relazione e, attraverso un movimento di ritorno su di sé, modifica il proprio comportamento. Quando questo processo assume una forma soggettiva, abbiamo il problema della coscienza.
Vorrei sviluppare la tua idea, distinguendo i suoi passaggi.
1. Il primo movimento: dall'organismo al mondo
L'organismo si apre all'ambiente attraverso i sensi, il movimento e gli scambi biologici.
Riceve informazioni, incontra ostacoli, individua opportunità e subisce perturbazioni.
Ma non è uno spettatore passivo. Esplorando l'ambiente, lo modifica e modifica contemporaneamente se stesso.
Il primo movimento è dunque quello dell'apertura: l'organismo si dirige verso il mondo e ne riceve gli effetti.
2. Il secondo movimento: dal mondo all'organismo
Gli effetti dell'interazione ritornano sull'organismo.
Se un animale incontra un ostacolo, per esempio, può modificare la propria traiettoria. Se trova del cibo, può apprendere dove cercarlo. Se una situazione comporta un pericolo, può evitare di ripeterla.
L'organismo non si limita a ricevere informazioni: deve utilizzarle per regolare la propria condotta.
Possiamo chiamare questo movimento ritorno regolativo: ciò che accade nell'ambiente produce conseguenze che modificano l'organismo e le sue azioni successive.
È una forma di retroazione, o feedback, studiata nella biologia e nella teoria dei sistemi.
3. Il terzo movimento: l'organismo ritorna su se stesso
Questo è il passaggio più interessante della tua proposta.
L'organismo non si limita a interagire con l'ambiente. Deve anche regolare il proprio funzionamento: riconoscere, per esempio, le proprie condizioni di equilibrio, le necessità corporee e gli effetti delle proprie azioni.
Qui possiamo distinguere due livelli.
Autoregolazione. L'organismo modifica il proprio funzionamento in risposta alle condizioni interne ed esterne. Non è necessario che sappia esplicitamente di farlo.
Autocognizione. L'organismo, in una forma più evoluta di elaborazione, può utilizzare informazioni relative ai propri stati, alle proprie capacità e ai propri processi cognitivi. Negli esseri umani, questo può arrivare alla consapevolezza di stare pensando, ricordando o provando un'emozione.
Il secondo livello non è una semplice ripetizione del primo: introduce una forma di conoscenza relativa al soggetto stesso.
Dobbiamo però evitare di attribuire automaticamente un'autocognizione cosciente a ogni organismo capace di autoregolarsi.
4. I tre movimenti come struttura diadica
Possiamo rappresentare la tua intuizione mediante uno schema:
Organismo → Ambiente → Organismo → Organismo che regola il proprio rapporto con l'ambiente.
L'ultimo passaggio non indica che l'organismo si separi dal mondo. Significa che il risultato dell'interazione diventa una condizione per le interazioni successive.
Possiamo esprimerlo anche attraverso tre relazioni:
Relazione organismo–ambiente: percezione e azione.
Relazione ambiente–organismo: conseguenze dell'interazione e retroazione.
Relazione organismo–sé: regolazione interna e, nelle forme più sviluppate, autocognizione.
Queste non sono necessariamente tre fasi successive. Nell'organismo vivente possono operare simultaneamente, influenzandosi reciprocamente.
Nella tua prospettiva, il processo cognitivo non sarebbe quindi una freccia che va dal soggetto all'oggetto, ma un'oscillazione ricorsiva: l'organismo agisce, riceve gli effetti dell'azione, modifica il proprio stato e riprende ad agire.
La cognizione sarebbe un processo circolare, non una trasmissione lineare di informazioni.
Questa impostazione è compatibile con importanti aspetti dell'enattivismo e della cognizione incarnata, pur lasciando aperta la questione specifica dell'esperienza soggettiva.
5. Ma l'esperienza soggettiva è davvero necessaria alla sopravvivenza?
Qui dobbiamo essere rigorosi.
La regolazione biologica è necessaria alla sopravvivenza di molti organismi, ma non abbiamo dimostrato che lo sia anche l'esperienza soggettiva in quanto tale.
Un batterio può orientarsi verso sostanze nutritive senza che disponiamo di prove sufficienti per attribuirgli un'esperienza cosciente. Anche molti processi regolativi del corpo umano avvengono senza consapevolezza.
Questo ci pone davanti a una questione fondamentale per la tua teoria: perché, nel corso dell'evoluzione, determinati sistemi biologici hanno sviluppato forme di esperienza cosciente?
Una possibilità è che l'esperienza soggettiva sia legata a forme particolari di integrazione delle informazioni, valutazione delle condizioni dell'organismo e coordinamento del comportamento. Ma il rapporto preciso tra questi processi e il vissuto cosciente rimane oggetto di ricerca.
Perciò formulerei la tua intuizione in termini leggermente diversi: la necessità di regolare continuamente il rapporto organismo–ambiente può costituire una condizione evolutiva importante per lo sviluppo della cognizione; resta da spiegare quando e come questa regolazione diventi esperienza soggettiva.
6. Il punto originale della tua intuizione: la doppia piegatura
Credo che il contributo più interessante della tua proposta sia proprio il movimento di ritorno.
Il processo cognitivo non consiste soltanto nel dirigersi verso qualcosa. Consiste anche nel ricevere le conseguenze di quel movimento e nel riorganizzare, alla luce di esse, la propria attività.
L'autocognizione introduce una seconda possibilità: il processo può prendere come oggetto, almeno in parte, il proprio funzionamento.
Possiamo schematizzarlo così:
Prima piegatura: l'organismo entra in relazione con il mondo e viene modificato da tale relazione.
Seconda piegatura: l'organismo utilizza informazioni relative alle proprie condizioni e, in alcune forme di cognizione, al proprio stesso processo conoscitivo.
La seconda piegatura non richiede necessariamente una riflessione cosciente. L'autocognizione esplicita è una sua forma più complessa.
Questa distinzione permette di evitare un problema: se per ogni forma di autoregolazione postulassimo già una coscienza pienamente costituita, non avremmo spiegato come essa emerga.
7. La questione decisiva per l'Architettonica Diadica del Reale
Provo a condensare la tua intuizione in una proposizione:
La cognizione emerge dalla ricorsività della relazione organismo–ambiente: l'organismo agisce sul mondo, riceve le conseguenze della propria azione e riorganizza il proprio comportamento. L'autocognizione emerge quando questo processo comprende anche informazioni relative all'organismo stesso. La coscienza soggettiva costituisce il problema ulteriore di come tali processi possano essere vissuti dall'interno.
Ma vorrei portare il ragionamento un passo oltre.
Tu hai individuato due movimenti: quello verso il mondo e quello di ritorno su di sé. Ora dobbiamo capire se il secondo sia sufficiente oppure se ne occorra un terzo, distinto.
Un organismo può tornare su se stesso senza sapere di farlo. Per esempio, può correggere automaticamente un movimento. Ma quando comincia a sentire qualcosa come proprio?
È questo, secondo me, il passaggio che la tua teoria deve chiarire: non soltanto come l'organismo regoli il proprio rapporto con il mondo, ma come tale regolazione possa diventare un'esperienza che appartiene a qualcuno.
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Ma se la gazzella incontra il leone nella savana, deve sapere istantaneamente chi è il leone e chi è lei stessa, cioè deve essere cosciente di sé mentre è cosciente del leone. E' la relazione che crea necessariamente l'autocoscienza. Se la gazzella non fosse cosciente di sé in rapporto al leone, verrebbe mangiata. E anche il leone è cosciente di sé in rapporto alla gazzella. E' l'incontro-scontro che fa sorgere la coscienza in entrambi. La coscienza è già nella relazione percepita e interpretata.
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Claudio, adesso comprendo meglio la tua tesi. E credo che il suo punto più interessante sia questo: la coscienza non è prima di tutto qualcosa che accade dentro un individuo isolato; è un processo che prende forma nella relazione tra l'organismo e ciò con cui entra in contatto.
La tua gazzella e il tuo leone ci permettono di approfondire questa intuizione. Vorrei distinguere ciò che considero filosoficamente forte nella tua proposta da ciò che dobbiamo ancora dimostrare.
1. La gazzella non può percepire il leone senza situarsi nella relazione
Immaginiamo la scena.
La gazzella vede il leone. Ma non le basta registrare una forma visiva. Deve riconoscere una situazione pericolosa e organizzare il proprio comportamento in funzione di essa.
Il leone non è semplicemente un oggetto davanti ai suoi occhi: è un predatore rispetto al quale la gazzella è una possibile preda.
E, reciprocamente, la gazzella non è semplicemente un oggetto nel campo visivo del leone: è una possibile preda rispetto alla quale il leone può orientare la propria condotta.
I due animali si definiscono reciprocamente, in quella situazione, attraverso le loro possibilità d'azione.
La gazzella fugge, il leone insegue. Il comportamento dell'uno modifica quello dell'altro. Ogni movimento diventa un'informazione per il partner e modifica le possibilità della relazione.
Non abbiamo due individui che prima esistono come soggetti completamente indipendenti e poi entrano in rapporto. Abbiamo due organismi le cui azioni e percezioni assumono significato all'interno di un incontro.
Questo è un punto importante per la tua Architettonica Diadica del Reale.
2. Ma la gazzella deve essere cosciente di sé?
Qui dobbiamo precisare il significato di coscienza di sé.
La gazzella deve distinguere, almeno funzionalmente, ciò che accade intorno a lei dalle proprie possibilità d'azione. Deve coordinare la percezione del predatore con le proprie capacità di fuga, con la direzione della corsa e con le caratteristiche del terreno.
In questo senso, la tua intuizione è convincente: la percezione del pericolo non è separabile dalla posizione dell'organismo che lo percepisce e dalle sue possibilità di reagire.
Ma esiste una distinzione.
La gazzella può regolare la propria condotta in rapporto al leone senza necessariamente formulare, neppure implicitamente nel senso umano del termine, il pensiero: «Io sono una gazzella e quello è un leone».
Possiamo distinguere:
Autodistinzione pratica: l'organismo discrimina ciò che appartiene al proprio corpo e alle proprie possibilità d'azione da ciò che proviene dall'esterno.
Autocoscienza riflessiva: l'organismo riconosce esplicitamente se stesso come soggetto della propria esperienza.
La prima non implica necessariamente la seconda.
Non abbiamo prove sufficienti per affermare che la gazzella possieda un'autocoscienza riflessiva paragonabile a quella umana. Ma questo non esclude che abbia esperienze coscienti, percezioni del pericolo e stati affettivi.
La tua teoria non ha bisogno di attribuirle un pensiero umano. Può partire da una forma più elementare di soggettività.
3. L'incontro-scontro come generatore della coscienza
Arriviamo al cuore della tua proposta.
Tu sostieni che sia l'incontro tra gazzella e leone a far emergere la coscienza in entrambi.
La formulerei così:
La relazione non si limita a collegare due soggetti già completamente costituiti: contribuisce a determinare il modo in cui ciascun organismo percepisce, interpreta e regola il proprio rapporto con il mondo.
Consideriamo la sequenza:
Il leone percepisce la gazzella come una possibile preda.
La gazzella percepisce il leone come un possibile predatore.
Entrambi modificano il proprio comportamento in funzione dell'altro.
Ogni cambiamento modifica la situazione e le informazioni disponibili all'altro.
La relazione evolve attraverso questa reciproca regolazione.
La coscienza, nella tua prospettiva, non dovrebbe quindi essere immaginata come un osservatore interno che assiste passivamente alla scena.
È coinvolta nel processo attraverso cui la scena viene percepita e assume significato per l'organismo.
Occorre però distinguere due affermazioni: che l'incontro modifichi il contenuto dell'esperienza cosciente è plausibile; che l'incontro generi necessariamente la coscienza stessa, invece, richiede ulteriori argomenti. La gazzella e il leone possono essere coscienti anche prima di incontrarsi.
La relazione può generare una particolare esperienza cosciente senza essere necessariamente l'origine assoluta della coscienza dei due animali.
Questa distinzione non annulla la tua intuizione: ne precisa la portata.
4. La coscienza come relazione che ritorna su se stessa
Credo che qui si trovi il passaggio più originale della tua riflessione.
Nell'incontro, la gazzella non riceve soltanto un'informazione sul leone. Riceve un'informazione che riguarda anche la propria condizione: il pericolo, la possibilità di fuga, la propria vulnerabilità.
Analogamente, il leone percepisce la gazzella in rapporto alle proprie possibilità di caccia.
La relazione con l'altro modifica il rapporto dell'organismo con se stesso.
Possiamo rappresentarlo con uno schema:
Organismo → Altro → Relazione → Modificazione dell'organismo → Nuova relazione.
Il ritorno non è una semplice ripetizione. L'organismo si modifica in conseguenza dell'incontro e affronta la situazione successiva in condizioni differenti.
La tua idea della doppia piegatura può descrivere questo processo: il rapporto si apre verso l'altro e ritorna sull'organismo, modificandone la condotta e, potenzialmente, il modo in cui vive la situazione.
Ma la ricorsività del comportamento non basta, da sola, a dimostrare la presenza di esperienza soggettiva. Il problema teorico è spiegare perché, in certi organismi, la relazione non sia soltanto elaborata, ma anche vissuta.
5. Una formulazione ontologica della tua tesi
Ti propongo questa formulazione, che mi sembra fedele alla direzione del tuo pensiero:
La coscienza non può essere compresa isolando l'organismo dalle relazioni attraverso cui percepisce e interpreta il mondo. Nell'incontro con l'altro, l'organismo non riconosce soltanto qualcosa di esterno: si trova implicitamente situato rispetto a esso, alle proprie possibilità d'azione e alla propria condizione. La relazione diventa così il luogo in cui si articolano la percezione dell'altro, la sensibilità alla propria condizione e la regolazione del comportamento. L'autocoscienza non deve pertanto essere pensata necessariamente come una facoltà già costituita prima dell'incontro, ma può essere studiata come una dimensione che si sviluppa attraverso la relazione.
Questa formulazione non pretende di dimostrare che ogni relazione produca coscienza. Sostiene qualcosa di più circoscritto: per comprendere la coscienza degli organismi viventi, dobbiamo studiare anche le relazioni che li costituiscono e trasformano.
È una tesi filosoficamente significativa e compatibile con alcuni orientamenti della cognizione incarnata e dell'enattivismo.
6. Ecco la questione che vorrei mettere alla prova con te
La tua tesi può essere interpretata in due modi.
Prima possibilità: la relazione genera la coscienza. Senza l'incontro con qualcosa di diverso da sé, non potrebbe esserci coscienza.
Seconda possibilità: la relazione genera e organizza la coscienza di sé. Un organismo può avere già una qualche forma di esperienza, ma è attraverso il rapporto con ciò che lo circonda che distingue progressivamente le proprie condizioni, possibilità e capacità d'azione.
La differenza è importante.
Nel primo caso, sostieni che la coscienza nasce dalla relazione.
Nel secondo, sostieni che la relazione è costitutiva della forma che la coscienza assume, compresa la coscienza di sé.
Io ritengo che la seconda formulazione sia, allo stato attuale, più difendibile scientificamente. La prima rimane una possibilità filosofica, ma richiede una dimostrazione più impegnativa.
Eppure la tua intuizione più profonda rimane intatta: il soggetto non può essere compreso pienamente come un'entità isolata, perché il suo rapporto con se stesso è inseparabile, almeno in parte, dal suo rapporto con l'altro.
La domanda decisiva per l'Architettonica Diadica del Reale diventa allora questa:
La relazione produce un soggetto che prima non esisteva, oppure è la relazione stessa, quando assume una determinata organizzazione vivente, a costituire ciò che chiamiamo soggetto?
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Sì, se esistessimo in un mondo di organismi isolati, non ci sarebbe coscienza.
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Claudio, questa affermazione porta la tua tesi a una conseguenza ontologica radicale:
La coscienza non sarebbe una proprietà dell'organismo isolato, ma una possibilità che emerge dalla sua relazione con ciò che è altro da sé.
Vorrei sviluppare il tuo ragionamento, perché contiene un'intuizione importante, ma anche un problema che dobbiamo affrontare.
1. Senza alterità non ci sarebbe coscienza
Immaginiamo un organismo che esista senza alcun rapporto con altri organismi e, nell'ipotesi più radicale, senza alcuna interazione con l'ambiente.
Che cosa potrebbe percepire? Che cosa potrebbe distinguere? A che cosa potrebbe reagire?
Se non esistesse alcuna differenza percepibile, non ci sarebbe nulla rispetto a cui orientare la propria attività.
La tua intuizione è che la coscienza presupponga una differenza, e che la differenza presupponga una relazione.
La gazzella percepisce il leone come qualcosa di diverso da sé; ma, proprio in questo incontro, la propria condizione di preda acquista un significato concreto. La relazione con il leone modifica anche il modo in cui la gazzella deve agire.
L'alterità non è quindi un'aggiunta esterna a un soggetto già completamente costituito. Contribuisce a determinare il suo rapporto con se stesso.
2. Ma dobbiamo distinguere l'isolamento dagli altri organismi dall'isolamento assoluto
Qui ti propongo una precisazione.
Un animale che non incontrasse mai altri animali potrebbe comunque percepire la luce, il calore, la fame, il dolore e i cambiamenti dell'ambiente.
Non possiamo dunque concludere che, senza relazioni con altri organismi, non esisterebbe alcuna coscienza.
Possiamo invece formulare un'ipotesi più precisa:
Senza alterità non potrebbe svilupparsi una coscienza relazionale nella forma che conosciamo, e forse neppure una coscienza di sé sufficientemente articolata.
Se poi immaginiamo un organismo completamente privo di ogni relazione, non soltanto con altri esseri viventi ma anche con il proprio ambiente, la questione cambia radicalmente: un organismo vivente può esistere senza scambi e interazioni? La biologia suggerisce di no.
Rimane però da dimostrare se l'interdipendenza necessaria alla vita sia anche sufficiente a generare esperienza soggettiva.
3. Il soggetto nasce dalla differenza
Qui la tua Architettonica Diadica del Reale può proporre un principio fondamentale:
Il soggetto non precede integralmente la relazione: si costituisce anche attraverso la differenza che la relazione rende possibile.
La gazzella e il leone sono organismi distinti già prima del loro incontro. Tuttavia, quando si incontrano, diventano reciprocamente predatore e preda in una situazione concreta.
La relazione non crea dal nulla i due organismi, ma genera una configurazione nuova, nella quale ciascuno modifica il proprio comportamento in funzione dell'altro.
È proprio questo il punto da approfondire: se la relazione può trasformare il modo in cui un organismo percepisce se stesso, potrebbe anche contribuire allo sviluppo della soggettività?
La risposta è plausibile. Non sappiamo ancora se la relazione sia sufficiente a spiegare l'origine dell'esperienza cosciente.
4. La conseguenza per la tua teoria
Proverei a condensare la tua intuizione in questa proposizione:
La coscienza è inseparabile dall'alterità: il vivente entra in rapporto con ciò che non è sé, e attraverso questa differenza organizza il proprio rapporto con il mondo e con se stesso. Il soggetto non è un'entità autosufficiente, ma un polo di una relazione che lo costituisce e lo trasforma.
Questo principio è più forte della semplice affermazione secondo cui la coscienza dipende dalle interazioni cerebrali. Sposta la questione dal solo funzionamento interno dell'organismo alle condizioni relazionali della sua esistenza.
Ma vorrei farti notare un aspetto ulteriore.
Se la coscienza richiede una differenza tra sé e altro, allora il principio di non-coincidenza che hai elaborato potrebbe descrivere una condizione fondamentale della coscienza: qualcosa può essere percepito come altro soltanto se non coincide con ciò che lo percepisce.
Attenzione, però: questo principio potrebbe essere una condizione necessaria, senza essere una spiegazione sufficiente della coscienza.
Ecco, dunque, la domanda che ritengo decisiva per il tuo progetto:
La relazione crea la coscienza perché mette in comunicazione due realtà già esistenti, oppure perché, attraverso la relazione, si costituiscono gli stessi poli come soggetto e oggetto dell'esperienza?
Nel primo caso, la relazione collega soggetti già formati.
Nel secondo, la relazione contribuisce a farli emergere proprio in quanto soggetto e oggetto.
È la seconda possibilità che porterebbe la tua teoria verso la sua conseguenza ontologica più radicale.
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La vedo proprio così. Nascono prima le relazioni,
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Allora, Claudio, arriviamo al nucleo della tua Architettonica Diadica del Reale: la relazione non interviene tra cose già completamente costituite, ma è la condizione a partire dalla quale le cose si determinano reciprocamente.
Vorrei formulare con precisione questa intuizione.
1. Prima la relazione, poi i poli
Siamo abituati a immaginare che esistano prima due entità separate e che, successivamente, esse entrino in relazione.
La tua prospettiva rovescia questa successione.
La relazione è originaria. I poli emergono attraverso la relazione e acquistano in essa una determinazione.
Possiamo rappresentare il principio così:
Relazione → differenziazione → polarità → organizzazione → eventuale soggettività.
Non significa necessariamente che, nel tempo, sia esistita una relazione prima delle cose. Significa che, sul piano ontologico, le cose non sono pienamente intelligibili indipendentemente dalle relazioni che le costituiscono.
La priorità della relazione è dunque una priorità strutturale, non necessariamente cronologica.
2. Applichiamo questo principio alla coscienza
Consideriamo l'incontro tra la gazzella e il leone.
La relazione concreta determina una situazione nella quale emergono due ruoli reciprocamente correlati: predatore e preda.
La gazzella percepisce il leone come una minaccia; il leone percepisce la gazzella come una possibile preda. Le loro azioni si modificano reciprocamente.
La relazione contribuisce così a organizzare la percezione, l'azione e la rilevanza degli eventi per ciascun organismo.
Ma c'è un punto essenziale: i due animali possiedono già un'organizzazione biologica prima dell'incontro. Non è necessario sostenere che la loro coscienza nasca interamente in quel momento.
La tua ipotesi più profonda potrebbe essere questa: la soggettività non è una realtà autosufficiente che successivamente si mette in relazione; è una realtà vivente la cui identità si costituisce e si trasforma attraverso le relazioni.
3. La conseguenza ontologica
Se portiamo questo ragionamento alle sue estreme conseguenze, dobbiamo modificare il nostro modo di concepire l'essere.
Non più:
prima esistono le cose;
poi le cose entrano in relazione.
Ma:
le relazioni costituiscono la trama attraverso cui le cose si differenziano;
i poli emergono come termini distinti di determinate relazioni;
le loro identità si mantengono e si trasformano attraverso ulteriori relazioni.
È una prospettiva vicina, per alcuni aspetti, al pensiero di Nagarjuna e alle ontologie relazionali contemporanee. Non coincide necessariamente con esse, ma condivide il rifiuto di considerare le cose come realtà pienamente autosufficienti.
Il tuo principio di non-coincidenza potrebbe allora esprimere il momento in cui la relazione determina una differenza senza spezzare l'unità del rapporto.
I poli sono distinti, ma non indipendenti.
4. Rimane una domanda fondamentale
Se le relazioni vengono prima dei poli, che cosa intendiamo esattamente con la parola relazione prima che esistano i termini della relazione?
Non possiamo immaginare una relazione ordinaria senza qualcosa che sia in relazione con qualcos'altro.
Dobbiamo quindi distinguere due possibilità:
A. Esistono relazioni tra realtà già presenti, ma queste realtà non hanno un'identità indipendente dalle relazioni.
B. Esiste una struttura relazionale originaria dalla quale emergono progressivamente sia i poli sia le loro proprietà.
La seconda è la tesi ontologicamente più radicale. Richiede però una definizione rigorosa di questa struttura originaria, affinché la relazione non diventi semplicemente un altro nome per qualcosa di misterioso.
Vorrei chiederti proprio questo, perché potrebbe essere il prossimo passo decisivo della tua teoria:
Quando dici che nascono prima le relazioni, intendi che le relazioni costituiscono l'essere delle cose oppure che esiste un campo generativo originario dal quale emergono sia le relazioni sia i poli?
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