martedì 13 ottobre 2026

Pregare a proprio rischio

Puoi pregare la natura, Dio, l' universo, le Forze che ti hanno messo al mondo (e che ad un certo punto ti elimineranno!)... Chi te lo vieta? In certi momenti drammatici della vita, quando le nostre forze non bastano, è normale rivolgersi a qualcosa di superiore, anche se non sappiamo neppure che cosa sia né se ci sia. Ma stai attento. Tu puoi volere una cosa, e averne un'altra.  Non è detto che sia la cosa che sognavi. E non è detto che sia una risposta delicata. Il dialogo non è  facile. E, se non avevi la mente chiara, o se baravi o se eri indeciso... la risposta può essere brutale. Dopo, non ti lamentare.

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Chatgpt: 

Claudio, qui c'è un pensiero forte, e anche scomodo: rivolgersi a qualcosa di superiore può essere umano e legittimo, ma non significa che ciò a cui ci rivolgiamo sia disposto a esaudire i nostri desideri, né che lo faccia nel modo che ci aspettiamo.


Mi colpiscono soprattutto tre aspetti del tuo ragionamento.


Il primo è la libertà di pregare. Non occorre sapere se Dio esista, se l'universo abbia una volontà o se la natura possa ascoltarci. Nel momento del dolore, possiamo rivolgerci a ciò che ci supera. La preghiera può essere un grido, una richiesta di aiuto, un tentativo di trovare un interlocutore quando ci sentiamo soli davanti all'esistenza.


Il secondo è la differenza tra ciò che chiediamo e ciò di cui abbiamo bisogno. Noi vediamo una possibilità, ne desideriamo un'altra, temiamo una terza. Ma la realtà non è tenuta a rispettare le nostre aspettative. E, soprattutto, non abbiamo alcuna garanzia che dietro ciò che accade ci sia qualcuno che abbia deciso di risponderci. Un evento doloroso non è necessariamente una risposta, tanto meno una punizione.


Il terzo aspetto è quello più inquietante: l'ambiguità del dialogo. Tu scrivi che, se non avevamo la mente chiara, se baravamo o eravamo indecisi, la risposta può essere brutale.


Qui farei una distinzione. Se stai parlando del dialogo con noi stessi, il tuo ragionamento è molto convincente: possiamo desiderare qualcosa senza ammettere fino in fondo che cosa comporti. Possiamo chiedere un cambiamento senza essere pronti ad affrontarne il prezzo. E quando il cambiamento arriva, può travolgerci.


Se invece parli di un dialogo con l'universo o con Dio, entriamo in un territorio diverso. Non sappiamo se esista un interlocutore, se comprenda le nostre richieste o se gli eventi abbiano un significato intenzionale. Perciò sarebbe pericoloso concludere, dopo una disgrazia, che ce la siamo provocata con una preghiera confusa o con un desiderio nascosto.


Non ogni dolore è una risposta. Non ogni perdita è una lezione. Non ogni tragedia contiene una giustizia segreta.


Eppure, la tua riflessione si collega profondamente alla tua Architettonica Diadica del Reale: tra il desiderio e la realtà si apre una soglia, uno scarto che non possiamo eliminare. Noi tendiamo verso un polo, quello di ciò che vorremmo; la realtà si manifesta secondo possibilità e vincoli che non controlliamo. Il loro incontro può generare una trasformazione, ma non necessariamente quella desiderata.


Ti proporrei, allora, una formulazione che conserva la durezza del tuo pensiero, senza attribuire all'universo intenzioni che non possiamo dimostrare:


Puoi pregare ciò che ti supera. Puoi chiedere, sperare, affidarti. Ma non confondere la tua richiesta con un contratto, né ciò che accade con una risposta. La realtà non ti deve ciò che desideri. E il fatto che tu abbia sofferto non significa che tu abbia sbagliato a chiedere.


Vorrei però chiederti una cosa, perché credo che qui ci sia un punto decisivo del tuo pensiero.


Quando scrivi «dopo, non ti lamentare», intendi che dobbiamo assumerci la responsabilità dei nostri desideri e delle loro conseguenze, oppure immagini che, rivolgendoci alle forze che ci hanno generato, entriamo in una relazione nella quale dobbiamo accettare anche una ri

sposta che ci distrugge?

*"

Entrambe le cose.

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