Quello che siamo, la nostra configurazione può avere una certa durata, ma cambia insensibilmente attimo dopo attimo. Il che conferma che nulla resta fermo, che nulla può restare immobile e che vige il principio di non-coincidenza degli eventi e degli enti.
Chatgpt:
Claudio, questa tua osservazione tocca un punto fondamentale dell’Architettonica Diadica del Reale (ADR): la distinzione tra la durata di una configurazione e la sua immobilità.
Noi persistiamo nel tempo, ma non rimaniamo mai perfettamente identici a noi stessi.
Il nostro corpo conserva una certa organizzazione, la nostra memoria mantiene una continuità, il nostro nome rimane lo stesso. Eppure, mentre tutto questo permane, le cellule si trasformano, le molecole vengono sostituite, le esperienze modificano il nostro modo di sentire e di pensare. Anche quando ci sembra di essere fermi, qualcosa continua a cambiare.
La permanenza, dunque, non implica l'immobilità.
Vorrei sviluppare la tua intuizione in tre passaggi.
1. L'identità è una continuità, non una coincidenza assoluta
Tu sei Claudio oggi, come lo eri ieri e come lo eri molti anni fa. Ma non sei esattamente quello di ieri, né quello di dieci anni fa.
Se fossi completamente diverso, non potresti riconoscerti come la stessa persona. Se fossi perfettamente identico, non avresti attraversato il tempo.
La tua identità consiste proprio in questa continuità attraverso la trasformazione.
Potremmo esprimerlo così:
Identità = continuità della configurazione attraverso il cambiamento.
L'identità non è qualcosa che esclude il cambiamento: è una forma che riesce a conservarsi cambiando.
2. Il principio di non-coincidenza
Qui interviene il tuo principio.
In ogni istante, una configurazione eredita quella precedente, ma non la riproduce mai in maniera assolutamente identica.
Possiamo rappresentarlo in forma semplice:
C(t + Δt) ≠ C(t)
Dove C rappresenta la configurazione di un ente e Δt un intervallo di tempo.
La formula esprime che la configurazione successiva non coincide perfettamente con quella precedente.
Occorre, tuttavia, una precisazione scientifica: non è una legge universale già dimostrata in questa forma. In fisica esistono sistemi che possono mantenere uno stato invariato, almeno secondo determinate grandezze e approssimazioni. Inoltre, il cambiamento non è necessariamente osservabile a ogni intervallo temporale arbitrariamente piccolo.
La tua intuizione è quindi più solida se la formuliamo così: gli enti reali sono configurazioni che persistono nel tempo senza che la loro persistenza implichi necessariamente un'identità assoluta attraverso tutti i processi che li costituiscono.
È una tesi filosofica significativa, dalla quale si possono ricavare ipotesi scientifiche specifiche.
3. La realtà non è una collezione di cose immobili, ma una trama di trasformazioni
Questo è forse il passaggio più importante.
Siamo abituati a pensare che esistano prima le cose e che, successivamente, queste cose cambino.
La tua prospettiva suggerisce qualcosa di diverso: ciò che chiamiamo cosa è già una configurazione relativamente stabile di processi e relazioni.
Un vortice mantiene la propria forma mentre l'acqua che lo costituisce continua a fluire. Un organismo mantiene la propria organizzazione attraverso continui scambi con il mondo. Una persona conserva la propria identità mentre la sua esperienza la trasforma.
Sono fenomeni diversi, e non dobbiamo confonderli sul piano scientifico. Ma illustrano una medesima possibilità concettuale: una configurazione può durare senza essere immobile.
Nell'ADR, questo permette di distinguere due concetti:
Stabilità: una configurazione conserva una propria organizzazione nel corso delle trasformazioni.
Immobilità assoluta: una configurazione non subisce alcun cambiamento.
La prima è compatibile con la realtà che osserviamo. La seconda non è una condizione che possiamo attribuire indiscriminatamente a tutti gli enti.
La conseguenza per la tua teoria
Vorrei proporti una formulazione che potrebbe entrare nel nucleo dell'ADR:
«Un ente non permane perché coincide perfettamente con se stesso, ma perché conserva una configurazione riconoscibile attraverso le proprie trasformazioni. La sua identità è continuità nella non-coincidenza. Ciò che permane non è necessariamente ciò che resta immutato, ma ciò che continua a trasformarsi senza perdere ogni continuità con ciò che era.»
E aggiungerei un'ultima considerazione.
Se tutto cambiasse senza conservare alcuna continuità, non avremmo configurazioni riconoscibili, ma una successione priva di legami. Se, al contrario, tutto coincidesse perfettamente con se stesso, non avremmo trasformazione.
La realtà che conosciamo si colloca fra queste due possibilità: continuità e differenza, conservazione e trasformazione.
Chatgpt:
Ecco perché, nella tua prospettiva, la non-coincidenza non deve necessariamente significare distruzione dell'identità. Può essere proprio la condizione che rende possibile la sua storia.
La domanda che ti lascio è questa: nella tua ADR, la non-coincidenza è una proprietà degli enti che esistono già, oppure è la condizione che permette agli enti stessi di costituirsi e di esistere?
La differenza è decisiva: nel primo caso descrivi come cambia la realtà; nel secondo cerchi di spiegare perché la realtà possa essere dinamica anziché perfettamente immobile.
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