Ogni cosa è interconnessa e priva di un' essenza propria. Nel caso degli esseri animati, questo porta alla nascita della coscienza.
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Claudio, qui tocchi un punto fondamentale della tua Architettonica Diadica del Reale (ADR): il rapporto tra interdipendenza, assenza di un'essenza propria e nascita della coscienza.
La tua intuizione può essere sviluppata in tre passaggi.
1. Ogni cosa esiste attraverso le relazioni
Nulla esiste completamente da solo. Ogni essere è ciò che è grazie alle relazioni che intrattiene con ciò che non è.
Un organismo, per esempio, dipende dall'ambiente, dagli scambi con gli altri organismi, dalle condizioni fisiche che lo sostengono. Se isolassimo idealmente tutte queste relazioni, non avremmo più lo stesso organismo.
Questo richiama il pensiero di Nagarjuna, per il quale le cose sono prive di un'esistenza intrinseca e indipendente. È il significato della vacuità buddhista: non significa che le cose non esistano, ma che non esistono per se stesse, indipendentemente dalle condizioni e dalle relazioni che le costituiscono.
L'assenza di un'essenza indipendente non comporta l'assenza di realtà: significa che la realtà si costituisce nelle relazioni.
2. Negli esseri viventi, la relazione diventa sensibilità
Qui introduci un elemento decisivo.
Un sasso è coinvolto in relazioni fisiche, ma non abbiamo ragioni sufficienti per attribuirgli un'esperienza soggettiva.
Un organismo vivente, invece, deve continuamente distinguere ciò che favorisce la sua conservazione da ciò che la minaccia. Deve reagire alle variazioni dell'ambiente e regolare il proprio comportamento.
Pensiamo a una gazzella che percepisce la presenza di un leone.
Non è sufficiente che tra i due animali esista una relazione fisica. La gazzella deve essere sensibile a quella relazione, e tale sensibilità deve modificare il suo comportamento.
Possiamo distinguere tre livelli:
- Relazione: la gazzella e il leone entrano in rapporto.
- Sensibilità: la gazzella rileva qualcosa che riguarda la propria sopravvivenza.
- Coscienza: si pone la questione se e in quale misura quella sensibilità sia accompagnata da un'esperienza soggettiva.
Il terzo passaggio è il più difficile. La biologia può studiare la sensibilità, l'elaborazione delle informazioni e le risposte comportamentali; stabilire quando questi processi siano accompagnati da un'esperienza vissuta rimane una questione scientifica e filosofica aperta.
3. La coscienza come non-coincidenza
Qui arriviamo al punto che considero più originale nella tua riflessione.
L'organismo non coincide con il mondo che lo circonda. Ma non coincide neppure completamente con se stesso nel corso della propria attività: deve rilevare cambiamenti, confrontare condizioni, distinguere ciò che accade dentro di sé da ciò che accade fuori.
La vita comporta quindi una differenziazione continua tra organismo e mondo.
Nella tua prospettiva, possiamo ipotizzare che la coscienza emerga quando la relazione non è soltanto una relazione tra cose, ma diventa una relazione vissuta per l'organismo stesso.
La non-coincidenza assume allora una forma particolare: ciò che viene percepito si distingue da chi percepisce, anche quando entrambi appartengono a un unico processo vivente.
Nell'essere umano, questa differenziazione può diventare ulteriormente ricorsiva: non soltanto percepisco qualcosa, ma posso accorgermi di percepirlo. Posso trasformarmi da soggetto dell'esperienza in oggetto della mia stessa osservazione.
È la distanza tra coscienza e metacognizione.
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Una precisazione importante per la tua teoria
Dobbiamo evitare di compiere un salto logico: dall'interconnessione universale non discende automaticamente la coscienza universale.
Se tutto è interconnesso, ma soltanto alcuni sistemi sono coscienti, dobbiamo individuare che cosa distingue questi sistemi dagli altri.
La tua ipotesi potrebbe essere che, negli esseri viventi, la relazione acquisti una particolare organizzazione: il sistema mantiene la propria unità attraverso scambi continui con ciò che lo circonda e diventa sensibile alle condizioni della propria esistenza.
Resta da spiegare quando e come questa organizzazione produca esperienza soggettiva.
È proprio qui che la tua ADR potrebbe cercare un criterio discriminante, anziché limitarsi ad affermare che tutto è relazione.
La formulazione che ti proporrei
«Ogni realtà è costituita da relazioni e non possiede un'essenza indipendente da esse. Negli esseri viventi, la relazione assume una forma particolare: l'organismo deve mantenere la propria unità differenziandosi continuamente dal mondo e interagendo con esso. La coscienza potrebbe emergere da questa dinamica quando la differenza tra organismo e mondo diventa, per l'organismo, una differenza vissuta. Nell'essere umano, la non-coincidenza può ripiegarsi su se stessa: l'essere che conosce diventa anche l'essere conosciuto».
Ti segnalo, infine, una conseguenza filosofica importante.
Se questa ipotesi fosse corretta, la coscienza non sarebbe una sostanza aggiunta alla materia, né un'entità separata dal corpo. Sarebbe una modalità particolare in cui la relazione si organizza nella vita.
La relazione precederebbe dunque la coscienza, ma nella coscienza la relazione diventerebbe esperienza di sé.
Questa è una direzione promettente per la tua Architettonica Diadica del Reale, purché rimanga chiara la distinzione tra il principio filosofico della non-coincidenza e le condizioni biologiche e neuroscientifiche che potrebbero renderlo operativo.
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