giovedì 24 ottobre 2019

L'interiorità universale


Dopo aver citato l’occidentale Meister Eckhart, per il quale il fondo dell’anima è Dio stesso, e viceversa, potremmo spostarci in Oriente e citare la Brhadaranyaka Upanisad in cui si esprime lo stesso concetto: “Colui che venera una divinità considerando che essa sia altra da sé e pensando: ‘Altri è il dio e altri sono io’, costui non sa”.
C’è dunque un’interiorità universale che coincide con Dio. E, se essa esiste in ogni essere, ogni individuo cosciente può ritrovare la divinità dentro di sé. Basti che guardi al proprio interno.
Ma c’è modo e modo per entrare in essa, cioè nel fondo di noi stessi. Possiamo entrarci con tutto il condizionamento della nostra mente, pensando con le abituali categorie percettive e logiche, e possiamo entrarci  cercando di far tacere la mente, ossia facendo il vuoto mentale.
Nel linguaggio di Eckhart, “il tempio in cui Dio vuole regnare da signore secondo la sua volontà è l’anima umana, che egli ha fatto perfettamente simile a sé. Perciò Dio vuole che questo tempio sia vuoto, perché all’interno non vi sia che lui solo” [trad. Marco Vannini].
E, nel linguaggio della Taittiriya Upanisad, il brahman-atman, è ciò “da cui recedono le parole e che non è conseguibile mediante il pensiero.”
Ecco perché, in meditazione, per raggiungere la trascendenza, è necessario svuotarsi di tutti i pensieri, di tutti i pregiudizi, di tutti i concetti e di tutte le immagini, Spogliarsi di tutto, trovare la “nudità” dell’essere.

mercoledì 23 ottobre 2019

Il fondo dell'anima


Sarà difficile togliere dalla testa degli uomini l’idea che il mondo abbia bisogno di una Causa prima e che questa Causa prima sia del tutto distinta da ciò che è causato. Il ragionamento è sempre lo stesso: se tutto ha una causa, anche il mondo deve averne una. Ma, stando alla logica, se ogni cosa ha una causa, non può esserci una Causa prima… perché anch’essa dovrebbe avere una causa.
In realtà ogni cosa è causa di qualcosa ed è causata da qualcosa, in una sequenza circolare e apparentemente senza fine.
Questo vale per il concetto di Dio come Causa prima. Quando si arriva alla domanda: “Allora, chi ha creato questo Dio?” non si può che rispondere: “Si è creato da sé”.
Ma se c’è qualcosa che si è creata da sé, questo è appunto il mondo, il tutto. Che non ha affatto bisogno di una causa esterna, di un Dio.
Dio è un’ipotesi inutile.
In tal senso, tutti siamo corresponsabili e creatori. Ecco perché se preghi un Dio esterno, non ti risponde. Dovevi “pregare” te stesso, ovvero il te stesso che partecipa alla creazione.
Le leggi che dominano il mondo non sono state pensate da Qualcuno, ma sono emerse dall’interrelazione di tutte le cose. Se il mondo è crudele o sofferente, è anche perché lo siamo noi, e viceversa.
Ma l’immagine di Dio serve anche ad altre cose. Serve a imporre sulla Terra un principio di autorità, che altrimenti non avrebbe alcun fondamento.
E, in effetti, nessuna autorità ha un fondamento, se non in se stessa. Ma certi uomini vogliono comandare sentendosi giustificati da un Dio che si sono inventati.
In tal senso, il “regno dei cieli” è molto più democratico di quanto si pensi. Non è affatto una monarchia assolutista. Ognuno è un mattoncino e ognuno conta… se lo capisce.
Quando cerchi Dio, non guardare in alto nei cieli, ma dentro te stesso, in fondo in fondo.
Come diceva Meister Eckhart, “il fondo di Dio è il mio fondo, e il mio fondo è il fondo di Dio.” E aggiungeva. “Molta gente semplice immagina Dio lassù e noi quaggiù. Ma non è così: Dio e io siamo una cosa sola”.  


martedì 22 ottobre 2019

L'impossibile pace nel mondo


Cattolici integralisti gettano statuine inca nel Tevere. Non è una novità. Per secoli l’integralismo cristiano ha distrutto o riconvertito i monumenti e i templi (lasciando perdere le persone) delle altre religioni, in modo non dissimile da quanto hanno fatto anche recentemente i fanatici dell’Isis.
Questo è l’odio cristiano. Questo è l’odio che alberga in ogni religione verso le altre. Ecco perché non saranno le religioni a portare la pace nel mondo.
Quando qualcuno sostiene che il crocefisso è un simbolo di pace, io osservo che è anche un simbolo di predominio e prepotenza. E lo stesso posso dire dei simboli di islam, giudaismo, induismo, ecc.

IL nucleo dell'essere


Di solito guardiamo con attenzione tutto ciò che ci circonda, pensando che sia il mondo “esterno”. In realtà ciò che guardiamo è ciò che i nostri sensi rilevano: immagini, suoni, odori, sapori, ecc. È un esterno per modo di dire, perché è sempre qualcosa che appartiene a noi e che viene da noi interpretato. Ma lo stesso può dirsi per ciò che proviamo internamente: noi crediamo che sia qualcosa di “interno”, mentre è anch’esso in parte un prodotto esterno. Per esempio, se provo paura, c’è qualcosa di esterno – interpretato internamente – che mi provoca questo sentimento. Poi, questo qualcosa di esterno può essere vero o non vero. Se scambio una corda per un serpente e mi spavento, la causa è sì esterna ma anche interna (la mia errata interpretazione).
Ovviamente esterno e interno sono nostre classificazioni. Ma spesso non è facile distinguere tra l’uno e l’altro. I sensi sono fallaci. E la mente interpreta tutto a modo suo. Anzi, la mente è a sua volta un qualcosa di esterno (il cervello) che percepisce e giudica, producendo segnali interni.
È difficile dire dove finisca l’esterno e incominci l’interno, e viceversa. I due sono strettamente intrecciati ed esistono l’uno in funzione dell’altro.
Se chiudiamo gli occhi, gli orecchi e gli altri organi di senso, ci rimane prevalentemente l’interno e possiamo concentrarci su ciò che proviamo internamente. Qui rimangono le sensazioni, i ricordi e naturalmente i pensieri. Per noi sono “interni”, ma anch’essi sono nati da un contatto con l’esterno e adesso ci frullano per il capo. Insomma, anche dopo aver chiuso i sensi, ci rimangono comunque tracce del mondo esterno. Ma è vero anche il contrario: quando teniamo i sensi ben aperti e all’erta, l’interno continua a lavorare attivamente, confrontando, interpretando e interferendo.
Tuttavia in meditazione è bene dimenticarsi di queste distinzioni e puntare a un centro che non è né interiore né esteriore, o che è tutt’e due. In genere si cerca di percepirlo all’ “interno” di noi, facendo tacere (per quanto possibile) sia le interferenze del mondo esterno sia le interferenze del mondo interno. Si tratta di un atto di concentrazione che taglia fuori i due mondi e cerca di identificare il nucleo dell’essere.
Questo nucleo può essere percepito sotto varie forme (luci, punti o figure) che sembrano visibili davanti agli occhi, verso la fronte, verso la corona della testa o più in basso verso il cuore oppure verso l’addome. Ma la cosa migliore è sentirne la presenza senza cercare di visualizzarlo. Magari percepire uno spazio vuoto.
L’operazione può essere eseguita da seduti e in silenzio, oppure anche durante brevi istanti nella vita di tutti i giorni. Ci si ferma, si punta e zac!
Porsi in questo punto, anche per pochi momenti, permette una specie di reset del nostro stesso essere, di solito disperso o inseguendo il mondo esterno o il mondo mentale. Noi non ci dirigiamo né verso l’uno né verso l’altro, ma nel punto di intersezione di entrambi, al di fuori dello spazio-tempo.
L’esercizio, se perseguito con costanza, dona una visione lucida e distaccata che consente di guardare ogni cosa come dall’alto e impassibili. Vediamo scorrere le varie vicende del mondo come se noi fossimo altrove, in un luogo di pace.

lunedì 21 ottobre 2019

Sedere in silenzio


Quando ci sediamo sulla poltrona del dentista, siamo pieni di tensione e di paura - tensione e paura che ci fanno sentire in modo orribile e accrescono la nostra sofferenza. Se fossimo in grado di rilassarci, scopriremmo che il dolore effettivo sarebbe inferiore a quello immaginato.
       Il dolore nella vita è inevitabile, ma la mente spesso lo ingigantisce. In realtà, oltre al dolore fisico, esiste una sofferenza di natura mentale che consiste nell’immaginare il peggio e nel cercare una sicurezza impossibile. Se riuscissimo a vedere la realtà così com'è, senza aspettative e senza immaginazioni, senza pensieri e senza parole, accettando sia la gioia sia il dolore, momento per momento, non solo vedremmo le cose con chiarezza, ma soffriremmo di meno.
       La comprensione è il fondamento di tutto, e ci permette di utilizzare non una mente divisa, separata dall'esperienza e tesa, ma una mente ben più vasta, che è aperta ad ogni avvenimento e che è più vicina alla natura della realtà.
       La sospensione della mente abituale, con le sue paure e le sue anticipazioni, con la sua convinzione di essere un io isolato che deve decidere il proprio destino, ci porta ad un'apertura mentale, ad un'ampiezza di visione, che ci fa distendere e ci apre enormi potenzialità. Molti uomini di genio hanno confermato che le idee migliori le hanno avute quando la rigida razionalità taceva e la loro mente era silenziosa, come sospesa.
       In effetti quando ci sediamo in silenzio e non pretendiamo di controllare noi stessi e il mondo, quando non ci poniamo obiettivi inderogabili, quando siamo rilassati, diventiamo più distesi, gioiosi e ispirati. Siamo soprattutto aperti a ciò che è, a quella mente di fondo che si sente ed è parte del tutto.
       Si attenua anche la paura della morte, perché ci rendiamo conto che la morte è un ritorno a quella sorgente da cui hanno origine la nascita e la vita.
       Dicevano i maestri zen cinesi: "Se vuoi vederlo, guardalo; se lo pensi, lo hai già perduto".
Bisogna dunque imparare a guardare con intensa concentrazione e con obiettività, lasciando da parte le immagini della mente, che distorce sempre la visione.

domenica 20 ottobre 2019

Prestare attenzione


Meditare, nella sua essenza, non è nient’altro che prestare attenzione. Infatti viviamo sempre come se fossimo un po’ distratti, poco presenti, superficiali. La cosa è paradossale perché noi siamo sempre in compagnia di noi stessi. Ma, distratti dalle mille attività del mondo, non vediamo una parte fondamentale di noi stessi. Questa parte è esattamente il centro, il nucleo di noi stessi, l’anima.
La religione ci ha parlato per secoli di questa anima, ma non ci ha mai aiutati a percepirla. Come mai? Forse perché è stato tutto esteriorizzato ed è stata rivolta la nostra attenzione nel guardare fuori, nell’adorare un Dio esterno o nello svolgere un’azione sociale caritatevole.
Dunque, ci perdiamo sempre qualcosa – qualcosa che è sempre dentro di noi e che è in grado di guidarci ed ispirarci dandoci una grande autonomia. Ma forse è proprio questo che le religioni osteggiano. Esse vogliono mantenere il loro controllo su di noi, impedendoci di essere in prima persona.

“Ma se non sarò me stesso, chi lo sarà per me?
E, se non ora, quando?”

Lo strumento per liberarci dai vincoli di chi vuole imprigionarci e comandarci è l’attenzione, la consapevolezza. Quanto più sarai te stesso, tanto più sarai libero.
Essere consapevoli significa rivolgere l’attenzione verso l’interno, chiudersi come in un bozzolo e cercare di percepire il soggetto ultimo delle nostre azioni, delle nostre sensazioni, dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri. Questo soggetto ultimo è il testimone di tutto, colui che osserva e rispecchia tutto, pur restando distaccato. È come uno specchio che rimane se stesso pur riflettendo ogni genere di immagine.
Non è qualcosa di astratto, è qualcosa di molto concreto. Tant’è vero che noi possiamo percepirlo, non come un oggetto, ma proprio come il soggetto ultimo. Si tratta di fare attenzione, di renderci più sensibili e di identificare un giorno dopo l’altro questo nucleo interiore.
Dapprima lo avvertiremo con una certa fatica. Apparirà velocemente e poi sparirà di nuovo. Ma, a lungo andare, se insistiamo, se non molliamo la presa, se siamo determinati e seri, se manteniamo la mente chiara e limpida, si delineerà sempre più chiaramente e sempre più a lungo. Fino a rimanere come fonte di ogni ispirazione, come guida. E come prova che siamo noi i creatori del nostro mondo.
Continuate a dirvi di non essere il corpo, di non essere la mente e cercate di percepire il vero soggetto. “Chi sono io?” Un giorno apparirà come una sensazione precisa e concreta, come una luce o un centro, come una presenza viva e fresca. Allora non sarete più soli in un mondo ostile e troverete la vostra guida spirituale e concreta che vi aiuterà a risolvere tutti i vostri problemi.

sabato 19 ottobre 2019

La medicina della sofferenza


Il presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici), Filippo Anelli, dichiara solennemente che "il medico non abbandonerà mai a se stesso il paziente, assicurerà sempre le cure si palliative per contenere il dolore sino alla sedazione profonda e sarà presente fin dopo il decesso, che certificherà, ma non compirà l'atto fisico di somministrare la morte".
Peccato che la nostra esperienza sia diversa: quando un paziente si trova alla fine, gli ospedali lo rimandano a casa e i medici si eclissano. Un modo come un altro per lavarsene le mani. Dai nobili proclami in difesa della vita al più completo menefreghismo.
Se ne fregano i medici e se ne fregano i parlamentari, che non trovano né il tempo né il coraggio di fare una legge che stabilisca a chi spetti somministrare “l’ultima cura”, quella che porrà termine alle sofferenze di chi sta per morire.
Eppure lo scopo dei medici non è solo quello di curare, ma anche quello di allievare le sofferenze.

La via della gioia primordiale


L'individuo che pensa di essere un io separato, immerso nel fiume del divenire, entra già – proprio per questo - nel mondo della sofferenza. Quando invece siamo felici o gioiosi, scompare addirittura il senso dell'ego. In realtà non ci chiediamo più niente: svanisce la domanda. La mente non è divisa e neppure tesa.
       Nella sofferenza, il senso dell'ego è fortissimo e crea barriere che ci separano da tutto e da tutti.
       Dobbiamo dunque riflettere sul fatto che, quando siamo rilassati, ci sentiamo bene, mentre, quando prevale la tensione,  soffriamo.
       Tendersi significa separarsi e penare, rilassarsi significa sciogliersi e gioire. Naturalmente i due stati d'animo sono complementari.
       Ora, finché viviamo in questo mondo di opposti, il polo da scegliere e da prolungare il più possibile sarà ovviamente quello della distensione. Ma non ci facciamo illusioni: se c'è l'uno c'è anche l'altro. L'ideale perciò è andare all'origine di entrambi, uscendo il più possibile dal gioco e dal mondo dialettico.
       Al di là del bene e del male, del piacere e del dolore: la nostra coscienza è dualistica, determinando il mondo in cui viviamo. Non può esserci contraddizione fra coscienza e mondo: l’uno crea l’altro.
       Ma prima del dualismo che cosa c’è? Dobbiamo scendere più a fondo, prima della biforcazione.
Prima della biforcazione c’è un sentiero unico, dove non c’è né questo né quello, né essere né non essere. È il luogo dell’unità, “da dove le parole (e i pensieri) recedono”, come dicono le Upanisad.
La fisica si è accorta da poco che l’atto del conoscere fa precipitare le cose dal loro indeterminato stato originario e le cristallizza in modo univoco. Ma i mistici avevano già scoperto da secoli che per “conoscere” la trascendenza occorreva nascondere la mente divisiva sotto una “nube della non conoscenza”.
In altri termini è sbagliato voler “conoscere” la trascendenza, cioè volerla inquadrare nelle nostre categorie mentali. Ciò che è importante è sospendere questo tipo di conoscenza e inserirci nell’unità fondamentale. Qui scopriamo una “gioia” e un “essere” che non hanno più i loro contrari.



venerdì 18 ottobre 2019

L'India sacra


Ci sono persone che vanno in India alla ricerca di guru. Cercano l'India della spiritualità e trovano un paese materialista, nazionalista, superstizioso, con differenze sociali spaventose e fortemente arretrato sul piano dei diritti civili e del trattamento delle donne. È vero che ci sono stati grandi maestri, ma, per conoscere il loro pensiero, basta leggere qualche libro. A che serve andare in India?
       "Più lontano si va, meno si conosce" diceva Lao-tzu.
       La vera India della spiritualità è dentro di noi, nel nostro cuore e nella nostra mente. È lì che bisogna "andare", non in qualche luogo fisico.
       Non andate in India, non andate a Gerusalemme, non andate a Roma, non andate a Lourdes, non andate alla Mecca... Se cercate il divino, lo trovate dappertutto, e soprattutto dentro di voi. Se cercate la spiritualità, lo spirito dove volete che sia... se non dentro di voi?
... E se siete cristiani
E se siete cristiani, non andate nei santuari, a san Pietro e nelle altre chiese. Lì non c'è niente di più che nella vostra stanza. Volete che il divino abiti in qualche edificio? Non siate così ingenui! Quando viene un terremoto, le chiese sono le prime a crollare. Lì troverete una casta di preti che vuole farvi il lavaggio del cervello, come in ogni altra parte del mondo. Lì troverete qualcuno che vuole vendervi le sue idee e che vuole influenzarvi per dominarvi meglio. Ma siete voi che dovete farvi la vostra idea e la vostra esperienza del divino. Non dovete prendere a prestito quella di altri.
       Se siete cristiani, leggete le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo (6, 6): "Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega Dio in segreto". Vi risulta che nei Vangeli Gesù consigli di andare nelle chiese?
       Ora, che cosa sono più importanti, le parole di Gesù o le parole dei preti e dei papi?
       Imparate a pensare con la vostra testa: già questo è un atto spirituale.

Diventare consapevoli


È più facile moltiplicare pani e pesci che rendere consapevole un uomo.
       Eppure è proprio questo il prodigio dell'illuminazione, allorché un uomo diventa per la prima volta consapevole di essere... un frammento dell’energia universale. In quel momento non è soltanto lui che diventa cosciente, ma l'intero universo che prende coscienza di se stesso.
       Si ripete il prodigio della creazione.
       Non c’è differenza tra l’energia che anima il cosmo e l’energia che anima l’individuo. È come per gli oggetti d’oro: gli oggetti assumono forme diverse, ma sono tutti fatti della stessa sostanza. Un anello o un bracciale sono oggetti differenti, ma, quando vengono fusi, ritornano alla loro origine.
Anche gli uomini assumono forme e caratteristiche diverse, Differiscono nel corpo e differiscono nella mente. Ma, quando il corpo e la mente si dissolveranno, che cosa rimarrà di loro se non la sostanza universale di cui sono fatti?
Noi siamo così presi dalle nostre faccende personali che ci dimentichiamo di questa sostanza universale che ci permea ed agiamo come persone separate. Ma possiamo svegliarci, anche adesso, dal sogno delle differenze e scoprire di che tempra siamo fatti. Allora il mondo ci appare sotto una luce nuova.
Finita l’apparenza del corpo, finite le illusioni della mente, scopriamo il nucleo fondamentale che ci anima.
Finita l’apparenza del corpo, finite le illusioni della mente, scopriamo il nucleo fondamentale che ci anima.

Questo nucleo è al di là dei desideri e delle paure abituali, e al di là anche della coscienza duale, ed è fatto di pura consapevolezza.

giovedì 17 ottobre 2019

L'identità di fondo


Quando usciamo dal sonno notturno, c’è come un attimo di sospensione. Ci eravamo dimenticati chi siamo… abitualmente. Per un attimo ci domandiamo: “Chi sono io? Dove mi trovo? Qual è la mia identità?” La confusione peggiora se abbiamo fatto un sogno in cui eravamo qualcun altro: lì passiamo da un’identità all’altra.
       Ma questo dimostra che la nostra identità può svanire o cambiare. “Stanotte ho sognato di essere una farfalla” scriveva Zhuang-zi. “Ma ero io che sognavo di essere la farfalla o la farfalla che sogna di essere me?” Il dubbio permane.
       Se per un incidente o una malattia perdiamo la memoria, possiamo o smarrire la nostra identità abituale o smarrire del tutto l’identità. In quest’ultimo caso, il nostro corpo continua a vivere ma noi non sappiamo più chi siamo. Anzi, sarebbe meglio dire che non esiste più la coscienza di un io; non esiste più la memoria che leghi un insieme di elementi che sono la mia identità.
Dunque l’identità è tutta una questione di memoria, di ricordi. Se perdiamo la memoria, perdiamo l’identità.
Inoltre la memoria non è infallibile e spesso interpreta i ricordi a modo suo. Dunque, anche la nostra identità abituale o prevalente è quanto mai incerta e può subire cambiamenti. Magari crediamo di essere qualcuno che non siamo.
È un bel pasticcio. Non siamo sicuri di niente. Ci attacchiamo a ricordi e ad abitudini. Ma ignoriamo quale sia la nostra vera identità.
Se perdiamo la memoria per un po’, ma poi la riacquistiamo, possiamo dire di essere stati assenti. Ma dove siamo stati? In una specie di non-io, in uno spazio senza coscienza di sé, in un ventaglio di possibilità di cui nessuna era prevalente.
È come un sogno confuso o una visione sfocata. E, se la nostra identità è così incerta nella vita di veglia, figuriamoci dopo la morte. Non abbiamo nessuna speranza che permanga.
Può esistere e resistere un sogno senza un sognatore dotato di una precisa identità? È un sogno confuso di un io incerto.
È chiaro che il nostro fondamento dovremo cercarlo altrove. Non in questa labile memoria, ma in ciò che ne è il testimone. Dovremo andare sempre più indietro e sempre più a fondo per ancorarci al testimone, al nostro semplice “io sono”, forte come una roccia.

mercoledì 16 ottobre 2019

Il soggetto ultimo


Noi diciamo abitualmente di avere un corpo. Ma chi ha un corpo? Qual è il soggetto che possiede un corpo e che dice di averlo?
Esamina questo soggetto. Scopri come puoi dire di avere un corpo. Chi è che dice che hai un corpo?
Evidentemente, non è il corpo, ma un altro soggetto.
Diciamo che questo soggetto è la mente. Tu dici di avere una mente. Ma chi lo dice, chi ne è consapevole? Non può essere la mente stessa. Evidentemente un altro soggetto.
Così, quando ti sei identificato con il corpo, hai scoperto di essere qualcosa di più. E quando ti sei identificato con la mente, hai scoperto di essere altro. Che cosa sei? Chi sei?
Tu non sei il corpo, tu non sei la mente; o, per meglio dire, tu hai quel corpo e quella mente. Ma chi è il vero soggetto, il soggetto ultimo di queste operazioni, di questi riconoscimenti e della coscienza stessa?
Evidentemente, non la mente, ma o una sua particolare funzione o un’altra forma di mente, quella che noi chiamiamo consapevolezza. Basta porsi queste domande per fare un passo avanti. Oltre il corpo, oltre la mente…
Ebbene, ora identifica questa consapevolezza. Non facendone un oggetto di conoscenza o di percezione, ma saltandoci dentro – essendola. Questa è il tuo sé.
La filosofia ragiona su questo essere, la meditazione cerca di esserlo.
Il tuo sé ultimo è sempre presente e dice di possedere un corpo, una mente e una coscienza. Ma lui sta al di là e al di sopra di tutti e tre. È questo che devi trovare, anzi essere.


martedì 15 ottobre 2019

La centesima pecora


Lasciare le 99 pecore per andare a riprendere quell’unica che si era smarrita?
Ma forse quella pecora non si era smarrita. Forse cercava la sua indipendenza, la sua via personale, fuori dalle vie battute dal branco e dall’opprimente controllo del pastore.
La via devi percorrerla da te e in te. Altrimenti non sarà mai tua e ti riporterà sempre nello stesso luogo scontato.
Non basta compiere un pellegrinaggio che tutti possono percorrere. Devi aprire la tua via personale.
Non essere conformista. Le vie del cielo non sono per i conformisti. Se fai quello che fanno tutti, avrai quello che hanno tutti – quasi niente.
La “via stretta” non è una via di massa.

lunedì 14 ottobre 2019

Il potere del singolo


Poiché sappiamo che l’universo ha un’origine unica (è un tutt’uno) e si trova in un equilibrio complessivo, dobbiamo concludere che ogni cosa influenza ed è influenzata dalle altre. Se una cosa cambia, cambieranno anche molte altre che la circondano.
       Ecco perché l’individuo ha un grande potere – se cambia se stesso, certamente cambierà ciò che lo circonda. Non c’è dunque bisogno di mettersi a cambiare le varie cose intorno (talvolta peggiorandole): basta anche solo cambiare se stessi.
Di solito noi preferiamo operare sulle cose esterne, anche per indurre cambiamenti interni. Siamo convinti che, per cambiare in meglio l’uomo e il mondo, ci si debba impegnare attivamente. Però è anche possibile – e ben più efficace ­- la sottile arte dell’influenzamento dall’interno all’esterno.
Questo è certamente visibile negli stati d’animo di una certa comunità. Se uno è felice, depresso, calmo, agitato o sofferente, avrà certamente un’influenza, positiva o negativa, sulle persone legate a lui. Ma quanto più importante sarà un individuo capace di mantenersi distaccato, silenzioso e imperturbabile in mezzo al caos giornaliero!
Non c’è bisogno di penitenze o di interventi divini – la vita è già una penitenza. E il divino è esattamente dentro di noi, non in qualche centro di potere nei cieli. Non disturbare lo spazio esteriore e quello interiore è già un atto potente, capace di cambiare la terra. Se poi diventiamo capaci di dissolvere l’ego interiore e di disidentificarci dalle solite configurazioni mentali, entrerà in noi una nuova energia, in grado di cambiare tante cose in noi e fuori di noi. Potremo infatti liberare il potere tenuto fin allora confinato in un io in gran parte sofferente.
      



domenica 13 ottobre 2019

Oltre l'io


Porsi la domanda "chi sono io?" è la nostra grandezza e la nostra disperazione. La nostra grandezza perché nessun altro animale è in grado di porsela. La nostra disperazione perché, ponendoci la domanda, ci mettiamo al di fuori della Totalità e ce ne separiamo, come se fossimo individui isolati.
       Eppure dobbiamo porci la domanda. Ma la risposta è che siamo particelle di un unico insieme, di un unico organismo, non esseri separati.
       Comprendere questa semplice verità è già una forma di illuminazione. Percepirla è già realizzazione, perché ci si pone al di là del piccolo io.
       La realizzazione è sentirsi parte del tutto. E non si tratta tanto di un pensiero quanto di un'esperienza, di una sensazione, di una consapevolezza, di una intuizione. A questa scoperta si oppongono tutti gli atteggiamenti di rigidità, di discriminazione, di durezza e di separazione, in particolare quello di ritenersi un ego diviso, solitario e indipendente. Di indipendente in questo mondo non c'è niente. Ogni cosa dipende da altre cose, ogni cosa esiste perché sono esistite ed esistono altre cose.
Ma se uno di noi si rinchiude in se stesso, si contrappone agli altri e al mondo e si crede orgogliosamente un individuo a sé stante, non solo non ha un atteggiamento aperto, ma va anche incontro ad una sofferenza senza fine. In fondo questo genere di sofferenza mentale è la cartina di tornasole del nostro grado di saggezza.
       Non esistono né cose né esseri separati. La realtà ultima è unità, è un tutto interconnesso. Strappa un filo d'erba, e l'universo tremerà.

sabato 12 ottobre 2019

La pace nei cuori


Affidare la pace alle religioni è come affidare la custodia dell'agnello al lupo. Non abbiamo bisogno di ricordare il tipo di pace voluto dai fanatici islamici o da quelli induisti. Ognuno mira al proprio predominio, ognuno odia e vorrebbe distruggere chi ha una fede diversa, l' "infedele". 
Quanto alla pax Christi, è scritta in tutti i libri di storia: prendiamo il caso dell'invasione del Sud America in seguito alla scoperta dell'America. "Stimiamo cosa sicura e veritiera" scriveva Bartolomé de Las Casas, il missionario spagnolo domenicano che scrisse nel Cinquecento sulla brutalità degli spagnoli verso gli Indios dei Caraibi "che sono morti, nel corso di questi quarant'anni, più di dodici milioni di anime, uomini, donne e bambini, per la tirannia e le opere infernali dei cristiani..." Ma lo stesso comportamento si ebbe nei confronti dei nativi dell'America Settentrionale, dei negri in Africa, degli asiatici e degli aborigeni in Australia. Dove arrivava la civiltà cristiana, arrivavano l'intolleranza religiosa, l'imperialismo e la volontà di sfruttamento degli indigeni. Mai una civiltà fu più sanguinaria e sfruttatrice di quella cristiana, che fece la guerra non solo contro alle altre religioni, ma anche contro le diverse interpretazioni del messaggio cristiano. "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada!" disse Gesù.
Ecco perché quando si dice che il crocefisso è un simbolo di pace, a me viene in mente una storia diversa. Le stesse opere di “evangelizzazione” non sono che attività di indottrinamento (e dunque di conquista) più o meno costrittive.
       La pace si può avere soltanto quando c'è pace nei cuori, non quando c'è volontà di prepotenza o presunzione di superiorità. Ma, per avere la pace nei cuori, ci vuole un’attenta opera di meditazione, il che si scontra con le fedi che pretendono lo spegnimento del senso critico e la sottomissione alle autorità.


venerdì 11 ottobre 2019

L'aggressività umana


Contro i curdi viene scatenata l'ennesima guerra da uomini che agiscono dominati da volontà di potere e mancanza di consapevolezza. Se tutti questi grandi capi, questi potenti dotati di solfi e di armi micidiali, potessero, anche solo per attimo, meditare! Essere consapevoli della loro aggressività, dei loro istinti belluini, della loro sostanziale ignoranza.
Il mondo sarebbe diverso, non un luogo di guerra ma un mondo di pace. Però, lo sappiamo, chi mira tanto al potere potrà magari credere in un Dio (il Dio della potenza), ma non potrà meditare.

Disidentificarsi


Meditare è disidentificarci prima di tutto dal corpo. “Io non sono il corpo”: il corpo è un semplice rivestimento. Ma la sostanza è altrove.
Subito dopo, però, dobbiamo disidentificarci dalla mente. Tutti questi pensieri, questi impulsi, questi condizionamenti, che io posso vedere in azione, appartengono alla mente. “Ma io non sono la mente”: io posso essere consapevole delle attività della mente e dunque la mia essenza sta prima ancora: sta proprio in quel Testimone che è capace di distaccarsi e di osservare corpo e mente.
Chi sono dunque io? Retrocediamo come esercizio da tutto ciò con cui ci identifichiamo. E ritroviamo ciò che sta prima di tutto. “Quello sono io!” Un Vuoto consapevole.

Il Grande Vuoto


Chi crede in un Dio, pensa che Dio abbia creato il mondo con lo spazio, il tempo – e la coscienza umana.
Ma, senza la coscienza umana, neppure Dio sarebbe.
Dunque, il vero creatore, ciò che viene prima di tutto, è la consapevolezza. O Dio è la consapevolezza e quindi ognuno è Dio.
Però, prima ancora di tutto è il Vuoto, la matrice del tutto.
Ogni cosa viene dal vuoto. E il vuoto traspare da ogni cosa. Non potrebbero esserci né un pensiero né una musica né un oggetto senza il vuoto.
E, per tornare all’origine, non possiamo che ripassare dal vuoto. Un vuoto in cui è già presente la consapevolezza universale.

Piacere e felicità


Tutti cerchiamo la felicità e per brevi momenti possiamo anche trovarla. Ma poi passa presto. Allora cerchiamo di ritrovarla. Tuttavia qui ci si confondono le idee e pensiamo che la via più facile per raggiungerla sia trovare il piacere.
Però il piacere è un surrogato della felicità, non è la felicità. Il piacere nasce dal desiderio, la felicità nasce dalla liberazione dal desiderio.
Il piacere è tensione, la felicità è distensione.
Il piacere viene dall’esterno, la felicità da dentro.

giovedì 10 ottobre 2019

Il potere della coscienza


È vero che la fede sposta le montagne, anzi è perfino in grado di crearle.
       In fondo, quel che noi crediamo reale è sempre un prodotto mentale. Per esempio, tutti siamo convinti che esista un mondo là fuori, un mondo che persisterà anche quando non ci saremo più. E in tal modo lo facciamo essere.
       Ma pensiamoci un po': come potrebbe esistere qualcosa se non ci fosse una mente che lo percepisce e lo pensa? Se non ci fosse una mente che percepisce e pensa, in nessuna parte dell'universo, niente esisterebbe o esisterebbero oggetti senza senso, come pietre e sassi. Il mondo esiste in funzione e in compagnia di una coscienza. Niente coscienza = niente di niente.
       Se fossimo in grado di cambiare la coscienza potremmo cambiare il mondo.



Nel mondo delle truffe


Come è noto, molta gente crede a quello che vuole credere ed è sensibile ai messaggi pubblicitari e ai condizionamenti dei mass media, antichi o moderni. Se si trova di fronte a un quadro che ritiene di un grande pittore, si estasia, si commuove e piange realmente... anche se si tratta di un falso o di una copia. Lo stesso capita nella religione.
       Se molta gente vuol credere che qualcuno è un profeta, un santo, un illuminato o il "Figlio di Dio", ci crederà - e continuerà a crederci anche se si tratta di un falso, di un mito, di un prodotto pubblicitario, dell'invenzione di una mente fertile. Questo perché il credere corrisponde ad un'esigenza psicologica, che non ha niente a che fare con la realtà storica e fattuale. Si tratta di due piani diversi.
       Molti credono a un Dio perché ne hanno bisogno per dare un senso alla loro vita e a quella che loro credono la realtà. Ma il bisogno precede, forma e deforma la loro esperienza e la loro credenza.
       In effetti, gli oggetti della fede o sono infondati o sono del tutto diversi da ciò che si crede. Tanto più se non vi è nessuna prova a sostegno.
       Ma coloro che s'inventano certi miti o certi messaggi del tutto falsi, e ci costruiscono sopra la loro fortuna, quelli sì che sono i re delle truffe.

mercoledì 9 ottobre 2019

Catene invisibili


"Voglio essere libero."
"E chi ti imprigiona?"
"Nessuno. Ma ci sono tante catene che non si vedono e che mi legano: l'educazione, la cultura, la religione, la morale, i pregiudizi, i vari condizionamenti, eccetera eccetera.
"Vero. Però, adesso, i condizionamenti sono tutti nella tua mente. E io ti ripeto: chi ti incatena?"
"Io stesso... ovvero tante catene che sono ora nella mia mente."
"Allora, ferma la tua mente e sarai libero… Se vuoi, sei libero!"
“Non sono capace di fermare la mente.”
“Lo so, la tua mente non si ferma mai: pensieri, immagini, fantasie, rimuginazioni, ricordi, speranze, paure, ansie… Devi trovare un momento di tregua, un momento di silenzio. Devi rilassarti. Il punto di partenza non può essere che questo. Ma che potere ha l’invisibile! Non riesci a liberarti di qualcosa che non vedi e non tocchi! Le cose invisibili sono ancora più potenti di quelle visibili. Devi rendertene conto. Più te ne rendi conto più te ne liberi. Se immerso in un mondo che tu stesso hai creato."


martedì 8 ottobre 2019

L'identità profonda


Tutti pensiamo con terrore alla morte, perché la consideriamo la possibile fine del nostro ego, della nostra identità. Se muore il nostro io, che cosa rimane di noi? Eppure c’è un altro modo di considerarla: la fine del nostro imprigionamento in un piccolo io.
Noi non sappiamo con precisione chi siamo. Abbiamo un’idea abbastanza chiara del nostro corpo e di qualche caratteristica psicologica, ma tutto il resto è avvolto nella nebbia. In realtà non possiamo vederci chiaramente nella nostra totalità, così come vediamo un altro. Vediamo solo dei frammenti, ma ci sfugge il quadro completo.
Sarebbe più giusto dire che noi crediamo di essere una certa persona. Ma si tratta di un’opinione, di un’idea della mente. È come guardare un estraneo, un’altra persona – ce ne facciamo una certa idea… salvo poi accorgerci che ci sono aspetti che ci erano sfuggiti.
Nessuno conosce gli altri, nessuno conosce se stesso. Abbiamo idee, opinioni, deduzioni, ipotesi… nient’altro. Per il resto siamo estranei a noi stessi. Frequentare tutti i giorni una persona non significa conoscerla. Anzi, più le siamo vicini, meno la conosciamo, perché siamo abbagliati solo da certi tratti.
Potremmo allora ribaltare la questione. Ciò che crediamo di essere, in realtà non lo siamo. Del resto la parola “persona” indica all’origine una maschera che gli attori si mettevano in faccia per meglio far sentire la propria voce. Abbiamo dunque un’idea falsa o incompleta di chi siamo. È come un rivestimento o una maschera di carnevale che ci siamo messi addosso. Ma sotto chi c’è?
Bisogna andare a fondo per capirlo e togliere i vari strati, le varie opinioni che ci siamo fatti, l’identità che ci siamo costruiti nella mente. “Quella” non siamo noi. È una maschera che ci siamo messi addosso attraverso varie interpretazioni e conclusioni.
Con la morte siamo costretti a buttar via ogni rivestimento. E rimarrà solo ciò che siamo. Finendo le nostre interpretazioni mentali, finirà anche l’idea che ci siamo fatti di noi.
Ma non dobbiamo aspettare la morte per fare questa scoperta: già da adesso possiamo farlo. Mettiamo da parte le nostre opinioni, anzi facciamo tacere la mente falsificante, e guardiamo che cosa rimane. Non rimarrà ciò che credevamo. Scomparirà del tutto l’idea che ci eravamo fatti. E con sorpresa scopriremo che possiamo essere senza quella vecchia identità. Anzi, era proprio quella vecchia identità che ci faceva vivere impedendoci di essere


I due Gesù


Ognuno può ritagliarsi il Gesù che preferisce: quello buono o quello cattivo. La verità è che nei Vangeli sono presenti entrambi e, per secoli, il messaggio cristiano fu interpretato come un invito alla militanza contro chi aveva un'altra fede - la croce usata come una spada.
            Per la maggior parte della sua storia il cristianesimo fu una religione sanguinaria. I cristiani si sentivano in dovere di prendere le armi per perseguitare e distruggere tutti coloro che avevano un altro Dio. Gesù era visto come un re che veniva a portare il suo dominio sulla Terra. Da qui nacquero le varie crociate contro gli "eretici" e contro i musulmani.
            Nel 1098, i capi della crociata, spinti da un Papa imperialista e bellicoso, Urbano II, intendevano andare a riprendersi la Terrasanta che era stata occupata dagli "infedeli". E già che c'erano se la presero anche contro le comunità ebraiche in Europa. Incominciarono così i massacri di ebrei in varie città europee: Worms, Magonza, Treviri, Metz, Ratisbona, Praga, ecc. Come si vede, lo sterminio nazista di qualche secolo dopo non fu un'invenzione peregrina del solo Hitler, ma aveva solide radici - radici cristiane.
            È vero che ci fu un santo come Francesco di Assisi. Ma diciamo la verità: non contò mai niente e fu sempre considerato un uomo fuori dal mondo. Ben piantati nel mondo erano invece santi come Bernardo di Chiaravalle, Tommaso d'Aquino, Caterina da Siena, re Luigi di Francia e Brigida di Svezia che invitarono alle crociate per combattere i nemici della loro fede. Quando nel 1217, Francesco cercò di recarsi in Francia, dove infieriva la crociata contro gli albigesi, fu subito bloccato dal cardinale Ugolino.
            Ancora oggi, parecchi movimenti politici di destra, neofascisti o tea-party, considerano Gesù il loro vero condottiero. Come mai? Non hanno letto i Vangeli?
            Li hanno letti, ma hanno preso il Gesù cattivo, quello che ordina ai suoi: "Chi non ha una spada, venda il mantello e ne compri una" (Luca 22, 36) o quello della parabola in cui si dice che il padrone "verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri" (Marco 12, 9) o quello del re che riferendosi a chi non gli ubbidisce ingiunge: "Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti" (Matteo 22, 13-14).
            Insomma, ognuno può immaginarsi il Gesù che vuole: quello zuccheroso, tutto amore, o quello prepotente e vendicativo. Ma resta il fatto che nei Vangeli ci sono tutt'e due.


lunedì 7 ottobre 2019

Il problema delle ambizioni


I desideri possono venire dal corpo o dalla mente. Quelli che provengono dal corpo (la fame, la sete, il sesso, il caldo, il freddo, ecc.) non danno nessun problema perché sono programmati dalla natura. Ma quelli che provengono dalla mente (il ruolo sociale, le ambizioni, la propria importanza, il potere, la fama, ecc.) sono ben più pericolosi, perché ci inchiodano all’ego.
Questo vale anche per i desideri più spirituali. Se io desidero la liberazione, la salvezza, la santità o il paradiso, certamente è il mio ego che cerca gratificazioni.
Ciò che va capito, dunque, è che la vera liberazione non è quella dell’ego, ma quella dall’ego.
Certo, è un bel paradosso. Devo cercare la liberazione dall’ego(ismo) senza farla partire dalla persona. E da dove deve partire?
Da quel Sé che si sente imprigionato dai desideri dell’ego. È questo che va cercato tra i mille desideri che ci assillano.
Può esserci un santo che è ancora più ambizioso per sé di un uomo comune.


La religiosità di superficie


Perché ci sono così tante chiese nel mondo? Perché è più facile costruire un edificio esteriore che fare di sé un tempio del sacro. Eppure il luogo del sacro è proprio l’interiorità.
Così come è più facile fare un pellegrinaggio che compiere un percorso spirituale. Gli uomini cercano sempre la via più esteriore. Peccato che lo spirito abiti dentro e non negli oggetti.

Si potrebbe assimilare la Realtà Ultima a Dio? Sì, ma con alcune distinzioni: non sarebbe il Dio creatore cui siamo abituati. Un essere che sta in cielo a creare dal di fuori. Ma il nostro stesso spirito che fa tanta fatica ad evolversi, proprio perché sta dentro e non fuori.
Racconta una leggenda indù che un tempo gli uomini erano dei. Solo che si comportarono così male che Brahma decise di togliere loro la divinità. Ma dove nasconderla? Qualcuno propose di nasconderla nella profondità della terra. Ma si capì subito che gli uomini avrebbero potuto raggiungerla. Allora qualcun altro propose di nasconderla in fondo al mare. Ma anche lì non era al sicuro, perché gli uomini avrebbero potuto raggiungerla.
Infine Brahma trovò la soluzione. “Nascondiamola nelle profondità dell’animo umano, dove gli uomini non scenderanno mai.”
In effetti gli uomini la cercarono dappertutto, in terra, in mare e in cielo. E a pochi venne in mente di scavare dentro di sé.


domenica 6 ottobre 2019

La vita come "dono" di Dio


Espressione senza senso. Per esserci un dono deve esserci un soggetto consapevole che possa accettarlo o anche rifiutarlo. Ma non risulta che nessuno ci abbia mai chiesto nulla. Voi ve ne ricordate?
Non sempre questo “dono” è piacevole. Che dire dei tanti bambini che nascono malformati o con terribili malattie in seguito alle quali moriranno in breve tempo?
Se uno ti regala una torta avariata, potrai dire di no? Più che un dono, dunque, è un’imposizione. Non c’è possibilità di scelta.
No, tutte queste idee di un Dio che crea a suo piacimento sono indubbiamente infondate. Potremmo mettere in evidenza che molte di queste creazioni sono sbagliate. Potremmo chiedere conto a Dio dei tanti frutti avvelenati o avariati.
Invece non possiamo farlo perché quel Dio è una fantasia dell’uomo.
È evidente che la vita funziona in base a un meccanismo d’interrelazione cui non ci si può sottrarre e che risponde solo a se stesso, compiendo molti tentativi falliti ed errori irrimediabili. Proteso alla semplice autoriproduzione, è indifferente ai singoli.
Non c’è neppure un principio di eticità. Quando un buco nero divora stelle e pianeti, dov’è l’etica? Quando ogni essere, per vivere, deve divorare altri esseri, dov’è l’etica?
L’etica nasce solo con la mente umana che si pone il problema. Ma il mondo non è stato fatto in base a un principio etico. Il mondo è al di là del bene e del male, così come è al di là dell’alto e del basso. Siamo noi che a un certo punto introduciamo questa regolazione, per motivi di ordine sociale.
Se dunque vogliamo capire qualcosa senza i devianti pregiudizi teistici, dobbiamo porci da un punto di vista che sia anch’esso al di là delle nostre piccole categorie mentali.

La realtà non è fatta secondo misure umane. La realtà è al di là dei concetti e delle parole umane, che la spezzano, la dividono e la limitano. La realtà è silenziosa. E, per capirla, bisogna entrare nel silenzio mentale.


sabato 5 ottobre 2019

La guerra infinita


Tutti i cosiddetti "libri sacri" sono pieni di violenza e incitano a combattere gli "infedeli", quelli che non credono. Basta prendere la Bibbia ebraica o il Corano per trovare un Dio che spinge i suoi fedeli alla guerra, alla distruzione fisica di chi non condivide la loro stessa fede.
       Un discorso a parte meritano i Vangeli, in cui Gesù invita all'amore - perfino dei nemici. Da una parte... Perché, dall'altra, anche lui è impregnato di dualismo, di buoni e di cattivi, di amici e di nemici, di coloro che si salveranno e di coloro che si perderanno in eterno (perché mai?). E la sua stessa storia è una vicenda di sangue, un assassinio che, secondo l'interpretazione che ne danno gli stessi cristiani, è voluto da Dio - un Dio ancora una volta violento e sanguinario.
       Ecco perché la storia del cristianesimo è stata una delle più truci della civiltà umana, piena di razzismo, di schiavismo, di colonialismo, di discriminazioni, di antifemminismo, di inquisizioni, di guerra sante, di crociate, di imperialismo, di guerre mondiali e di bombe atomiche. Per una religione che predicava l'amore, non è un bel risultato.
       E qualcuno si ostina ancora a credere che queste "sacre" scritture siano state ispirate direttamente da Dio. Sarebbe un Dio violento che ispira violenze.
Il fatto è che nessuno di questi profeti invita a superare il dualismo mentale di odio-amore o di bene-male, nessuno insegna ad osservare il modo in cui la mente opera per dividere e contrapporre. Nell’antica Persia esisteva un religione che postulava l’esistenza di due principi (il bene e il male, la luce e l’oscurità) che si contendevano il dominio del mondo. In realtà questa idea è presente in tutte le religioni – ed è una concezione che sta alla base delle guerre, religiose e non. Ma sarebbe ingenuo pensare che la distinzione sia netta e che sia possibile abbracciare chiaramente il bene o la luce.
Bene e male sono complementari: l’uno esiste perché esiste l’altro. E quindi nessuno dei due può avere il sopravvento definitivo. La lotta tra bene e male è eterna perché i due principi in apparenza si scontrano ma in realtà  si spalleggiano a vicenda.
Ecco perché è necessario prendere le distanze da questo modo di vedere le cose e di comprendere una volta per tutte che bisogna andare al di là del bene e del male. La lotta non finirà mai finché non si prenderà coscienza che stiamo giocando un gioco scemo e ripetitivo, in cui non c’è via d’uscita.
Qualcuno si prende gioco di noi. E si diverte a guardarci scontrare senza risultato.


venerdì 4 ottobre 2019

Il bilancio del bene e del male


La vita è bella o è brutta? Ovviamente un po’ in un modo e un po’ nell’altro. Diciamo cinquanta e cinquanta – in media. Però qualcuno avrà più male e meno bene, e qualcun altro il contrario. Le percentuali individuali saranno dunque diverse: 60 e 40, 30 e 70, 80 e 20 e così via. Ma la conclusione è che nessuno avrà solo bene o solo male. Avremo un po’ di tutto.
Quello che non è possibile è eliminare o avere del tutto uno dei due estremi: solo bene o solo male. I due poli sono sempre in un rapporto dialettico e devono comunque tendere al 50 per cento.
Questo significa che, per quanto ci impegneremo a stare o a fare bene, non potremo evitare il suo contrario. Infatti bene e male sono solo due facce della stessa medaglia e quindi sono complementari. Anche se in apparenza si escludono reciprocamente, in pratica si sostengono a vicenda.
Non potremo fare il bene senza fare anche il male e viceversa. Lo riconosceva perfino san Paolo: “Quando voglio fare il bene, il male è accanto a me” (Lettera ai Romani, 7). Lui la chiama “la legge del peccato”. Ma non si tratta di “peccato”. Si tratta di una legge della fisica che si adatta anche al campo della morale: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Così è stato fatto il mondo: fateci caso. Non appena fate qualcosa di buono o vi sentite bene, ecco che si abbatte su di voi il male o il malessere. Molti credono che, facendo del bene, eviteranno il male, e invece succede esattamente il contrario.
Questo non vuol dire che è meglio non far nulla. Ma che è necessario aver presente questa visione d’insieme e non illudersi che il bene possa vincere definitivamente sul male. Se fosse possibile, scomparirebbe anche il bene. Ma allora saremmo in un altro mondo, non in questo, che è dominato dal dualismo.
Qualche volta, il non fare nulla è meglio del far qualcosa. Se vi trovate in una situazione di benessere relativo, apprezzate e non cercate di forzare le cose. Il vostro benessere avrà una durata più lunga. Se invece forzate il bene o il benessere, aspettatevi una reazione negativa – su di voi o su chi vi circonda.

Abbassatevi, fatevi piccoli, siate come l’albero storto del taoismo che nessuno cercherà per farne legna.


giovedì 3 ottobre 2019

Superare la divisione


Se volete il Dio della pace, dovete prendervi anche il Dio della guerra; se volete il Dio della misericordia, dovete prendervi anche il Dio della violenza; se volete il Dio dell'amore, dovete prendervi anche il Dio dell'odio... Non c'è via d'uscita. Tutto ciò che entra in questo mondo non può che essere duale. Anche l' "altro mondo, che è solo l'altra faccia di questo mondo, non può che prevedere paradisi e inferni, salvezze e perdizioni, premi e castighi. Non c'è via d'uscita. Sono tutti prodotti della mente.
       Piacere-dolore, bene-male, essere-non essere, vita-morte, ecc… non c'è modo di sfuggire alla trappola del conflitto e della contrapposizione.
       Naturalmente questo dualismo è ciò che la mente umana pensa. Per avvicinarci alla realtà dovremmo dunque smettere di concettualizzare, e renderci conto dell'intero meccanismo. Dopo aver tanto pensato, già questo sarebbe un risultato formidabile.
       Ma i piccoli esseri umani, con le loro religioni e le loro filosofie, con le loro menti primitive, sono ancora impregnati di dualismo, e quindi sono tutti presi dalla competizione e dalla lotta. E non sono capaci nemmeno per un attimo di astrarsi da questo mondo per concepire e contribuire a creare qualcosa di meglio. Eppure, questa è il loro primo dovere, la prima delle meditazioni.


Uscire dai sogni ad occhi aperti


Mi dispiace, ma la fine delle illusioni è necessaria per ritrovare il contatto con la realtà.
Ci crediamo tutti grandi uomini, dotati di pensieri eccezionali e di sentimenti sublimi. E anche qui la delusione è grande quando ci accorgiamo che siamo individui comuni, senza doti né difetti particolari. Pensiamo e sentiamo le cose che provano tutti. Siamo individui altamente condizionati che ripetono i comportamenti della nostra specie, come le api o le formiche.
       Il confronto dei nostri sogni con la realtà può essere devastante. Ma è indispensabile. È meglio essere delusi che restare illusi.
In particolare, nel campo delle religioni, ci illudiamo che esistano Iddii e santi che ci proteggono. Non ci rendiamo conto che siamo soli e che dobbiamo far assegnamento solo sulle nostre forze. Preghiamo e invochiamo interventi esterni, fallendo così l’impegno interiore.
       La verità segna sempre la fine delle illusioni, è l'uscita dal mondo dei sogni per entrare nel mondo del reale.
       Una prima illuminazione è riconoscere che viviamo in un mondo di sogni, di immagini evanescenti, di rappresentazioni, di miti, di favole e di apparenze. Anche il nostro io è una proiezione mentale.
       La nostra vera identità è ben più profonda. E non può morire dato che non è mai nata. Noi né esistiamo né non esistiamo. Il nostro "spirito" è al di fuori del binomio essere/non essere, esistere/non esistere.


mercoledì 2 ottobre 2019

Sperimentare l'al di là


Mentre le religioni del pianeta si trastullano con Iddii vari, angeli, peccati originali, messia, salvatori, profeti, paradisi, inferni, simboli e miti, rimanendo nel mondo dell’immaginazione umana e del condizionamento dualistico, noi pensiamo che il divino o la trascendenza non sia una persona, ma ciò che non è condizionato da nulla. Che cos’è questo stato ultimo non condizionato? Sembra un’idea fumosa o semplicemente filosofica. Invece è qualcosa di molto concreto, di cui facciamo esperienza tutti i giorni quando entriamo in uno stato di sonno senza sogni.
Lì non c’è più nessun dolore, nessuna pena, nessun condizionamento, nessun corpo, nessuna mente. Lì siamo liberi e in pace.
Prova e riprova. Schiaccia dei brevi sonnellini. Se da sveglio avevi ansie, paure e inquietudini, se soffrivi per qualche motivo, se eri teso, se eri infelice… per un po’ tutto scomparirà. Solo al risveglio ritornerà tutta la tua sofferenza e ti ricorderai che stavi male.
Scomparirà anche la coscienza e l’idea di essere una persona. Sarai nel vuoto, un vuoto in cui non avrai più nessuna sofferenza.
L’idea di una mancanza della coscienza ci spaventa. Ma non dobbiamo dimenticarci che la coscienza comporta sempre una scissione, una dissociazione, una separazione e dunque un principio di malessere. Non esiste una coscienza perfettamente o a lungo felice. La coscienza è per lo più sempre infelice. Infatti ci devono essere un conoscente e un conosciuto - il principio di ogni divisione, di ogni sofferenza.
Non a caso uno dei flagelli dell’uomo è l’insonnia, ossia l’incapacità di distendersi veramente, di mollare la presa.
Ma la vita è così saggia che ci offre ogni giorno “esperienze” di incondizionato. Ci dà la vita di veglia, ci dà la vita di sogno (con dolori e gioie – cioè dualismo) e ci dà il sonno profondo, che è un’ “esperienza” di al di là. In questo stato siamo oltre il dualismo (gioie-dolori, essere-non essere, conoscente-conosciuto, ecc.) e non ci sentiamo affatto male. Anzi, per un po’ usciamo da tutto – da tutti i coinvolgimenti, da tutte le beghe, da tutti gli attaccamenti e, quando ci destiamo, siamo più riposati.
Immergiamoci dunque il più possibile in questo stato incondizionato, e utilizziamolo per capire quale lo stato in cui ci troviamo e quale sia lo stato ultimo.


martedì 1 ottobre 2019

Il simbolo del crocefisso


Finalmente un ministro dell’istruzione, Lorenzo Fioramonti, afferma che sarebbe meglio non mettere il crocefisso nelle aule scolastiche, perché la scuola è laica.
Proteste dei vari clericali e fascisti, che vogliono il crocefisso come simbolo dell’identità italiana (cattolica!) e per contrastare l’avanzata dei musulmani. Ora, a parte il fatto che l’identità italiana è anteriore alla nascita del cristianesimo, se si vogliono contrastare gli islamici, il modo migliore per farlo è dichiarare che nella scuola italiana non vanno messi simboli religiosi ed espellere gli insegnanti di qualsiasi religione.
Se invece permettiamo che i fanatici di una religione mettano i loro simboli, un domani vorranno farlo anche gli altri. La verità è che i fanatici del crocefisso (che è anche il simbolo di un patibolo) vogliono usarlo come elemento di dominazione, di minaccia e di indottrinamento. E, così, i vari clerico-fascisti, armati anche di rosari e di Vangeli, invece di difendere il paese, lo predispongono a nuovi tipi di indottrinamento religioso.
Chi è che difende l’identità italiana?

L'attaccamento alla vita


Gli uomini comuni sono felici quando nasce un nuovo essere e sono tristi quando muore qualcuno. Ma i saggi non si rallegrano troppo quando nasce una nuova vita, perché sono consapevoli che un altro essere è entrato nel mondo dei conflitti, dei desideri e delle sofferenze; e non si rattristano troppo quando una vita si spegne, perché sono consapevoli che quell’essere ha raggiunto di nuovo la pace e il riposo.
E tuttavia vedono anche come il processo sia pronto a ripartire, perché sanno che la potenza del desiderio è implacabile – ora per la vita, ora per la morte, in un circolo vizioso. Un circolo virtuoso è quello di chi non ritorna più, perché ha superato l’esigenza di vivere e di morire.
Diceva Nisargadatta Maharaj: “per me la morte non è una calamità, così come la nascita di un bambino non è una gioia. Il bambino va verso i guai, il morto ne è fuori. L’attaccamento alla vita è attaccamento al dolore. Amiamo ciò che ci fa soffrire. Tale è la nostra natura. Per me la morte sarà un momento di giubilo, non di paura. Piangevo quando nacqui, e morirò ridendo”. [Io sono Quello, vol II, Rizzoli, 113].