Se potessimo davvero tornare dalla morte, che cosa racconteremmo? Quello che abbiamo visto e fatto. E poi quando moriremmo definitivamente? Gesù resuscitò Lazzaro, si dice. Ma Lazzaro che cosa disse? Nulla. Anche Gesù tornò in vita, si dice. Ma che cosa raccontò di quello stato? Nulla. Come mai?
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Chatgpt: È una domanda molto più radicale di quanto sembri. Se la prendiamo sul serio, introduce una distinzione fondamentale: tornare biologicamente alla vita non significa necessariamente tornare dalla morte come esperienza cosciente.
Nel caso di Lazzaro, il testo evangelico è sorprendentemente eloquente proprio per ciò che non dice. Nel Vangelo di Giovanni, Lazzaro viene richiamato alla vita dopo quattro giorni nel sepolcro, ma non racconta mai che cosa abbia vissuto durante quei quattro giorni. Non abbiamo una descrizione di un «aldilà» visitato e poi abbandonato. Vangelo secondo Giovanni
E anche per Gesù il problema è ancora più interessante. I racconti evangelici descrivono il Gesù risorto che mangia, parla, si fa riconoscere, mostra le ferite, incontra i discepoli. Ma non racconta loro, per esempio: «Durante questi tre giorni ero in questo luogo e ho visto questo». Il racconto della resurrezione riguarda soprattutto la presenza del Risorto, non la descrizione dell'esperienza della morte.
Questo silenzio può essere interpretato in almeno tre modi.
Non c'era nulla da raccontare.
Se la morte comporta la cessazione della coscienza, non c'è un soggetto che possa osservare qualcosa. Non si «vede il nulla»: semplicemente non c'è esperienza del nulla.C'era un'esperienza, ma non è comunicabile.
È possibile immaginare uno stato di coscienza radicalmente diverso da quello ordinario, per il quale le categorie di prima/dopo, dentro/fuori, io/mondo non siano più applicabili. In questo caso il problema non sarebbe «non voglio raccontarlo», ma non esiste un linguaggio adeguato per raccontarlo.La resurrezione non è un ritorno dalla morte nel senso moderno del termine.
Nella prospettiva cristiana, soprattutto nel linguaggio paolino, la resurrezione non è semplicemente una persona che muore, visita l'aldilà, torna indietro e riferisce ciò che ha visto. È una trasformazione dell'esistenza. Per questo chiedere a Gesù «che cosa hai visto mentre eri morto?» potrebbe essere una domanda costruita su un modello che il racconto cristiano non presuppone.
E qui arriviamo alla tua intuizione iniziale.
Se una persona potesse davvero morire, mantenere la propria coscienza durante la morte e poi tornare, allora dovrebbe esserci un racconto. Non necessariamente un racconto completo, ma almeno qualche traccia esperienziale: «ero là», «ho incontrato questo», «ho percepito quello».
Il fatto che nei racconti di Lazzaro e di Gesù questa testimonianza manchi è quindi filosoficamente significativo. Non dimostra che dopo la morte non ci sia nulla, ma rende molto difficile usare quei racconti come testimonianza fenomenologica di un'esperienza dell'aldilà.
E c'è un punto ancora più profondo, che si collega direttamente alla tua idea della non-coincidenza.
Forse la domanda «quando moriremmo definitivamente?» contiene già un paradosso.
Se io muoio e poi torno, allora il primo evento non era ancora la morte definitiva: era una transizione, una sospensione, una trasformazione o una condizione reversibile.
La morte definitiva sarebbe precisamente quella dalla quale non esiste più un ritorno del soggetto capace di raccontarla.
Perciò potremmo formulare la cosa così:
La morte raccontabile non è ancora la morte definitiva.
La morte definitiva è, per definizione, quella che non può produrre un testimone di se stessa.
E questo crea una specie di orizzonte epistemico invalicabile: possiamo raccontare l'avvicinamento alla morte, possiamo raccontare esperienze di arresto cardiaco o di coma e il successivo ritorno, possiamo costruire immagini religiose o filosofiche della morte. Ma non possiamo avere il racconto di qualcuno che sia morto definitivamente e sia tornato a raccontarcelo.
In questo senso, la morte è l'unico evento che il soggetto non può trasformare integralmente in esperienza autobiografica.
Ed è forse proprio qui che la tua «non-coincidenza» diventa interessante: vita e morte non sarebbero semplicemente due stati simmetrici che possiamo attraversare avanti e indietro. La morte potrebbe essere il limite oltre il quale viene meno proprio quel polo — il soggetto — necessario per poter dire «io sono stato là».
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