La mancanza di identità, di una identità monolitica, non è tanto un difetto quanto la possibilità di una coscienza.
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È un'idea filosoficamente interessante. Si potrebbe formulare così: una coscienza non richiede un'identità perfettamente monolitica, ma anzi trae vantaggio da una certa tensione interna.
Se l'identità fosse assolutamente compatta, immutabile e priva di differenze, non ci sarebbe spazio per il confronto tra ciò che si è e ciò che si percepisce, tra passato e presente, tra sé e mondo. La coscienza sembra invece nascere proprio da queste relazioni e da queste differenze: un organismo si rappresenta se stesso mentre si rapporta a ciò che non è.
In questo senso, la "mancanza di un'identità monolitica" non è necessariamente una debolezza, ma la condizione che rende possibili:
l'autocoscienza;
il cambiamento;
l'apprendimento;
la libertà di rivedere se stessi.
Naturalmente, occorre distinguere questo da una completa assenza di identità. Se mancasse qualsiasi continuità del sé, la coscienza rischierebbe di frammentarsi. Sembra quindi che la coscienza richieda un equilibrio: abbastanza stabilità da mantenere un'identità nel tempo, ma abbastanza apertura da poter cambiare e riflettere su se stessa.
Questa idea è anche coerente con la prospettiva che hai sviluppato nelle nostre conversazioni: il sé non come blocco immobile, ma come una relazione dinamica, un'oscillazione continua tra poli complementari (ad esempio, oggettivo e soggettivo). In tale prospettiva, l'identità non è un monolite, bensì un processo.
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