martedì 10 settembre 2019

L'atteggiamento meditativo


In meditazione non devi cercare la benevolenza di qualcuno, di una Divinità ritenuta potente e superiore.
       In meditazione, non ti devi schierare, intruppare o far parte di una Chiesa. Non devi professare alcun tipo di sottomissione, non devi sottoporti ad alcun rituale di iniziazione.
       La spiritualità non è un club, non è una massoneria; tutti vi possono aderire. Ognuno può meditare anche senza credere in una religione o in un Dio. Non devi cercare una grazia da parte di un Potente. Devi soltanto cercare uno stato d'animo.
       Raccogliti, cerca la pace, stai tranquillo, stai in silenzio, isolati, rilassati guarda tutto come uno spettacolo irreale… - questo è il punto di partenza.
Poiché il mondo è come lo vedi, è in tal senso una tua proiezione. Meditare è guardare in modo diverso, porsi da un punto di vista differente dal solito. Non c’è il mondo da una parte e tu dall’altra: siete un tutt’uno. Se tu non ne avessi consapevolezza, il mondo non esisterebbe.
Dunque, la tua consapevolezza è ben potente – fa apparire un mondo, un universo.
Ora renditi conto che anche il modo in cui appare questo mondo, dipende da te. Si tratta in fondo di stati della mente. Tutto è coscienza, anche il male, anche la materia.
Ma tu perché non sei padrone della tua coscienza? Perché ti sei fatto imporre punti di vista altrui e il desiderio di avere protettori e salvatori? Lo scopo della vita è espandere la propria coscienza.
Cambiate la coscienza e cambierete il mondo.


lunedì 9 settembre 2019

Il vero amore


A rigore, quando si parla di vero amore, dovremmo citare soprattutto quello dei genitori verso i figli (e viceversa), perché non viziato dal secondo fine della ricompensa sessuale. Ma la natura è astuta - e fa in modo che chi ama abbia comunque una ricompensa emozionale.
       C'è sempre una piacevolezza nell'amare, che si ripercuote sull'intero organismo.
       Per poter parlare di "vero amore", si dovrebbe poter amare senza provare nessuna ricompensa. Ma questo non è possibile.  E, dunque, l'amore puro non esiste: è solo un nome che noi diamo al piacere, un meccanismo sapiente della natura - che sa quel che vuole.
Non si esce mai dal narcisismo. Anche la madre che si sacrifica per il figlio, lo fa per sé.

Superare gli esami


È vero che gli uomini hanno sete di eternità, e non vorrebbero mai morire. Ma diciamo la verità: vorrebbero l'eternità qui sulla Terra, non in un aldilà disincarnato.
       Il cristianesimo lo sa e propone, come massima aspirazione generale, la resurrezione dei corpi.
       Ma perché, allora, tanta fatica: vivere e poi morire, e infine risorgere? Forse perché non tutti ce la faranno? Si tratta allora di una selezione delle anime, una specie di esame.
Vivere per superare l’esame finale di un Dio pare un’idea tipicamente umana – e francamente meschina. Qui, sulla Terra, è proprio così. Ma perché farne un principio cosmico?

Gli idoli


Questi Iddii della fede sono tutti uguali, intolleranti e accentratori. Sono gelosi e sospettosi. Vogliono essere i Capi assoluti e pretendono ubbidienza cieca.
       Siamo sicuri che non siamo immagini costruite sui despoti di duemila anni fa - nonché su quelli di oggi?

Il bisogno di protezione


Come nei cani, anche nell'uomo l'istinto gregario porta a considerare necessaria la presenza di un capo-branco, di qualcuno che guidi il gruppo e che stabilisca precise gerarchie.
       Se non ci fosse questo istinto gregario, non si proverebbe il bisogno di Dio.
In effetti, si prega Dio per ottenere protezione e, finché va tutto bene, ci si sente sicuri e si crede. Ma quando le cose vanno male, allora, per giustificare la mancata protezione, si pensa a qualche nostro peccato, oppure si introduce l'idea del sacrificio.
       Tutto, pur di non ammettere la mancata protezione da parte del presunto Dio-Alfa.

Far appello al Sé


Il cristianesimo ti spinge ad occuparti degli altri per uscire dall'egocentrismo. Ma crede ad un ego immortale. La meditazione, invece, ti spinge a non considerare importante la sopravvivenza dell'ego, proprio per farti superare il narcisismo primario e il confinamento che ne deriva.
Per il cristianesimo Dio si rivela nella storia. La meditazione, al contrario, ci insegna a uscire dalla storia, che è dominata dalla volontà di potenza e dall’aggressività.
Nel cristianesimo ci si rivolge ad un Dio-Altro. Per la meditazione, ognuno è divino, perché ha in sé il principio della consapevolezza. Dio non è Altro, ma il proprio Sé.
Nella preghiera cristiana ci si rivolge ad un Altro: c'è dunque teoricamente un'esperienza dialogica. "A te grido!" Nella meditazione c'è una percezione del presente come momento assoluto. Il mondo è una nostra percezione. E, cambiando la percezione, si cambia il mondo.
Per il cristianesimo si tratta di riconoscere il proprio Padre-Padrone e obbedirgli. Per la meditazione si tratta di acquisire padronanza di sé, delle proprie potenzialità – e fare appello ad esse.


domenica 8 settembre 2019

Dio e il male


Perché Dio permette il male?
       Perché è il Grande Vuoto, il Nulla, che tutto permette, che a tutto dà vita.
       Volete che il Tutto non dia accesso a qualcosa? Il Tutto dà accesso alla malattia, alla violenza, alla morte, all’amore, alla bellezza, alla nobiltà e a tutto il resto.
       Tutto ciò che è possibile, Dio non può non permetterlo. Ecco perché non ha senso pregarlo di favorire qualcuno. Se lo facesse, diventerebbe un piccolo Signorotto e non sarebbe più il Tutto, ma un parziale Qualcosa. Allarghiamo la nostra idea di Dio.
Non è una persona divina, non è un dominatore, è già innestato in ogni cosa, è al di là del bene e del male così come li intendiamo noi.

La vita eterna


Un Dio che dica: "Solo chi crede in me avrà la vita eterna" non è un bell'esempio di imparzialità. Assomiglia a una sorta di capo mafia.
       Chi non crede in Lui non avrà la vita eterna? Ma che cos'è? Un dittatore? Uno di quei padroni che, se non lo adori continuamente, ti odia e ti caccia via?
       No, io credo ad altre religioni: quelle che pensano che tutti avranno la vita eterna... per il semplice motivo che sono già eterni, hanno già in sé il principio dell’eternità. Il meccanismo è già innestato: non c’è bisogno di un Meccanico esterno che controlli tutto.

I padroni della vita


Diceva una vignetta a proposito dell’eutanasia: "Ma possiamo tollerare che uno muoia quando serve a lui?"
       Questo è il punto: per le religioni del Dio-Padrone (ebraismo, cristianesimo, islam, induismo, ecc), sul principio individuale prevale il principio collettivistico. La vita non è mia, non deve servire a me. Non sono io che ne devo disporre, ma lo Stato, la Chiesa, il Padrone, Dio... tutti, tranne me!
       Ecco perché queste religioni sono nemiche del libero arbitrio e dell’individuo. Tengono l'individuo in uno stato di minorazione.

Cercare l'Origine


L'atteggiamento del fedele è il meno curioso di ciò in cui dice di credere. Egli infatti crede di sapere e, quindi, non cerca più; in tal senso è molto più "povero di spirito" di chi si pone dubbi e interrogativi.
       Cercare Dio e avere dubbi sulle nostre immagini di Dio significa essere più vicini alla Fonte del credere in Dio.
Non basta la fede - occorre anche capire a quale Dio si crede. Occorre andare a fondo per diradare la confusione della mente. Altrimenti, si rischia di avere fedi del tutto sbagliate.
Per cercare l’Origine, non bisogna guardare lontano: basta guardare in noi.

sabato 7 settembre 2019

Oltre la mente


Il dolore appartiene al corpo ed è inevitabile. La sofferenza appartiene alla mente, ed è evitabile o riducibile. Se vengo ferito fisicamente, è inevitabile che provi dolore. Ma, se vengo ferito nel mio orgoglio, non è detto che debba soffrire – la reazione è controllabile.
Se però vado al di là della mente, non c’è più nessuna sofferenza. La mia mente magari soffre, ma io sono al di là di questa sofferenza e la osservo come guarderei la sofferenza di un altro.
C’è dunque un enorme vantaggio nell’osservare la propria mente: mentre osservo mi sposto in un luogo di calma e di pace. Non mi identifico in maniera automatica con i contenuti della mente. E creo un centro distaccato, oltre le tragicommedie del mondo.
È così che a poco a poco ci si pone al di là.

venerdì 6 settembre 2019

"sii te stesso!"


Chi dice questa frase presuppone che noi non siamo noi stessi. Ma, se non siamo noi stessi, chi siamo? Siamo altri, siamo parti di altri.
       È evidente che è così, anche perché il nostro Dna è una ricombinazione di altri Dna. Nessuno dunque è se stesso... finché non si sceglie, finché non dice: "Bello o brutto, autentico o falso, questo sono io!"
       Ma, dopo aver compiuto questa scelta, bisogna capire che, per liberarsi dalla prigionia dell’io, è necessario saltare oltre – e universalizzarsi.

Secolarismo


Il cristianesimo ha umanizzato troppo Dio, fino a farne una caricatura dell'uomo. Questo significa antropomorfismo.
       In fondo aver presentato Dio sotto forma di un uomo ha fatto la fortuna del cristianesimo – ed è il suo limite.
       Oggi, bisogna de-umanizzare la Trascendenza.

La forza della donna


I regimi islamici repressivi vorrebbero tenere la donna sempre reclusa in casa, magari coperta con un lungo velo che la nasconda completamente. E che non parli e non pensi.
       Evidentemente sono consapevoli della natura ribelle della donna.
       Anche da noi è stato a lungo così. "Non fu l'uomo" dice san Paolo "a trasgredire per primo, ma la donna."
Benedetta Eva.

"Avere santi in paradiso"


In questa espressione c'è tutta la mentalità "raccomandatizia" con cui il cattolico - ben consapevole della sostanziale arbitrarietà e ingiustizia del tutto - considera non solo l'aldilà, ma anche l'aldiqua.
       La fede cattolica in fondo si riduce a questo: che ci si salva solo se si hanno buone conoscenze - conoscenze altolocate.
Miserie umane elevate a dogmi metafisici.

Essere presenti


In tutta l'incertezza in cui ci troviamo, l'unica cosa certa è che non scambieremmo mai questo nostro stato, questa nostra consapevolezza, con nient'altro. È come se fossimo aggrappati a uno scoglio in un mare in tempesta: chi lo lascerebbe?
            Come diceva Robert E. Burton, "quello che è nel presente potrebbe non essere sempre meraviglioso, ma è sempre meraviglioso essere presenti."

La vita oltre la morte


Si può sempre discutere su che cosa sia la vita e che cosa la morte e su che cosa significhi essere vivo o essere morto. Di solito diciamo che uno è vivo finché respira; quando smette di respirare lo dichiariamo morto. "Qui" è la vita e "là" è la morte.
       Ma le cose non sono così semplici. Innanzitutto, vita e morte sono compenetrate e complementari, al punto che la morte inizia nel momento in cui incomincia la vita.  È dunque la vita che dà inizio alla morte o è la morte che apre un passaggio alla vita? E, quando muore la vita, perché diciamo che incomincia la morte? A rigor di logica, dovrebbe finire anche la morte. Quello che c'è dopo non è la morte: è qualcosa d'altro. Non è vita e non è morte: che cos'è?
       Una volta un tizio andò a trovare il Buddha tenendo un passero in mano e gli domandò: "Dimmi se questo passero che ho in mano è vivo o è morto". Il Buddha si alzò, si mise sulla porta della capanna in cui alloggiava e rispose: "Dimmi tu: sto entrando o sto uscendo?"
Insomma, non possiamo essere sicuri né della vita né della morte.


giovedì 5 settembre 2019

Il ricordo di sé


Di solito siamo convinti di essere dei corpi materiali, da cui nascono a poco a poco una mente e una coscienza. Ma qualche saggio dice esattamente il contrario: siamo delle coscienze che assumono questo o quel corpo.
Quest’ultima affermazione sembra essere contraria alla nostra esperienza. Noi vediamo un corpo che nasce e che muore, mentre non vediamo affatto la sopravvivenza di una consapevolezza di base.
Chi ha ragione e chi torto? Come uscire dal dilemma?
Se un re, per qualche malattia o amnesia, è giunto a credere di essere un mendicante, si comporterà come tale. Ma perché non cominciare a comportarsi da re e vedere come va, vedere se si risveglia qualche ricordo della vita passata?
C’era un leoncino che si era perso ed era stato allevato da un gregge di pecore. Quindi si era convinto di essere una pecora e si comportava come le sue compagne: belava e fuggiva spaventato quando c’era un predatore. Ma un giorno che era andato a bere un po’ distante in una pozza, vide all’improvviso alle sue spalle un terribile leone. A quel punto non poteva più fuggire, si aspettava di essere ammazzato da un istante all’altro e tremava come una foglia.
Però il leone si fermò e lo guardò meravigliato. “Perché hai paura?” gli domandò.
“Ho paura perché tu sei un leone e io una pecora.”
“Che sciocchezze dici?” gli gridò il leone. Poi lo prese per la collottola e gli ordinò di guardare nella pozza. La pecora guardò e vide con stupore la propria immagine: quella di un leoncino.
Allora gli ritornarono dei ricordi e capì che fino a quel momento si era sbagliato. Non era una pecora paurosa, era un leone!
Così ruggì per la prima volta e il suo atteggiamento cambiò di colpo: assunse una nuova identità.
Lo stesso vale per noi. Ci hanno detto che siamo poveri individui mortali, dominati da mille paure, ma noi siamo ben altro. Siamo esseri spirituali che non nascono e non muoiono, e che assumono di volta in volta corpi diversi.
Come fare ad appurarlo? Facendo come il leoncino: guardandoci bene e cercando di risvegliare i nostri ricordi.
Non pensiamo più: “Io sono un corpo, nato e destinato a morire”. Ma pensiamo: “Io sono una consapevolezza che non nasce e non muore, e che assume un rivestimento, un corpo-mente”.
L’addestramento consiste nell’assumere tale nuovo punto di vista, guardando se non si risveglia qualche ricordo della nostra vera natura. Che non è essere questo o quello, ma essere.
I tre passaggi della meditazione potrebbero essere: 1) Io non sono questo corpo-mente; 2) Io sono; 3) Sono... puro essere senza determinazioni.


mercoledì 4 settembre 2019

Il koan della vita e della morte


Se la vita e la morte sono le due facce di una stessa medaglia, qual è questa medaglia? Ecco un koan.
       Se c'è un quid che ora si presenta vivo e ora si presenta morto, qual è?
       A queste domande, non possiamo rispondere con le parole, che per loro natura sono duali. E lo stesso vale per i nostri concetti. Noi possiamo avvicinarci il più possibile all'orlo... poi ognuno deve buttarsi giù di colpo, senza parole.

Il costo della vita


D'accordo, i soldi sono indispensabili in questo mondo dove tutto ha un prezzo - ma non sempre un valore. Teniamo presente, però, che in realtà il denaro rappresenta il tempo della nostra vita che abbiamo impiegato a guadagnarlo. E la cosa peggiore in questo mondo è sprecare il tempo della vita.
       Il tempo va conservato per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questa è la libertà.


Le parole di Dio


Ogni tanto sentiamo qualcuno che afferma che questo o quel testo è “parola di Dio”.
Ma sarebbe un ben misero Dio quello che usasse le parole.
Dio non usa parole, Dio è al di là delle parole, dei concetti dualistici.
Le teologie sono quindi discorsi balbettanti su Dio di un’umanità rimasta ancora ad uno stadio infantile.
Meglio, molto meglio, coloro che dicono: “Di Dio non si può dir nulla. Come apri bocca, già sbagli”.
Perciò, se vuoi ascoltare la voce di Dio, resta in silenzio.

martedì 3 settembre 2019

Meditazioni superiori


Anche se ci mancano le parole, tutto sommato riusciamo a comprendere la complementarità di sentimenti come amore e odio. Nell'amore, infatti, sperimentiamo qualche volta improvvise eruzioni di odio e nell'odio improvvise comparse di amore o, se non altro, di interesse. Capiamo come sotto l'uno ci sia immediatamente l'altro. E questo vale per tutti i sentimenti contrapposti e anche per i concetti etici come bene e male. Quante volte da un male nasce un bene e da un bene un male?
       Ma per il rapporto essere/non-essere a che cosa possiamo fare riferimento? Ebbene, pensiamo alla musica o al parlare. Nel primo caso sperimentiamo concretamente il rapporto complementare e dialettico tra suono e silenzio, tra vuoto e pieno, tra pausa e note e così via. E anche nel parlare è lo stesso: le pause e i silenzi sono sì vuoti, ma vuoti pieni di significato, vuoti che consentono un significato.
       È molto bello pensare che il rapporto essere/non-essere possa essere espresso con sensazioni e concetti di tipo musicale. Potremmo perfino dire che la complementarità essere/non-essere è una forma di musica o si svolge in modo analogo alla musica: un'armonia complessa di vuoti e di pieni, di vita e di morte.
       Eccoci di fronte ad un'altra scoperta: la vita/morte come esperienza e concetto unico, la dimostrazione che fra i due non vi è separazione e che c'è una realtà superiore che supera i nostri limitati concetti dualistici.
       Noi per esempio pensiamo che vita e morte siano contrapposti: dove c'è l'una non può esserci l'altra. Ma capiamo anche che non può esserci vita senza morte e morte senza vita. Dunque, le due si spalleggiano a vicenda: sembrano combattersi ed escludersi a vicenda, ma in realtà si sostengono a vicenda. Pensiamo allora al loro insieme: la vita/morte. Non ha più senso quindi domandarsi che cosa ci sia prima o dopo la morte - c'è ancora il tutto della vita/morte.
       Esercitarsi a sentire e a pensare in questo modo: ecco una forma di meditazione cui non siamo abituati. Quando ci si affida al respiro per l'inizio della meditazione, sperimentiamo concretamente il rapporto pieno/vuoto o tutto/niente, perché anche il respiro è come una musica, e addestriamoci ad andare al di là della mente dualistica, a comprendere l'insieme.

Fedi sadiche


Ancora una volta il Papa condanna l’eutanasia. Evidentemente non vuole una “buona morte” ma una morte dolorosa. Si tratta del ben noto sadismo religioso dei cristiani. Poiché il loro Dio è morto fra atroci tormenti, vogliono che tutti muoiano nello stesso modo. Nessuna pietà, nessuna carità. Secondo loro, siamo nati per soffrire e più soffriamo meglio è. Contenti loro... Peccato che vogliano imporre le loro idee sadomaso all’intera società.

Le due saggezze


Esiste una saggezza che insegna a come vivere nel mondo, evitando i danni maggiori. Ma il problema di fondo è il mondo.
       E quindi esiste una saggezza spirituale che insegna a come liberarsi del mondo.


Liberarsi dalle false identificazioni


Il nostro problema è che confondiamo esterno e interno, e che ci identifichiamo erroneamente. Per esempio, crediamo che il mondo che esperiamo comunemente sia esterno, mentre è una proiezione della nostra psiche. E crediamo che pensieri e sentimenti siano interni (perché sono invisibili agli altri), mentre sono qualcosa di esterno al nostro essere, una specie di rivestimento.
Con queste convinzioni, non vediamo come pensieri e sentimenti siano condizionati dalla società, dall’ambiente e dalla cultura generale e non capiamo quanto il mondo, con i suoi dolori e i suoi piaceri, sia modellato dalle nostre proiezioni. Se quindi ci troviamo in un mondo che ci fa soffrire, la colpa è spesso nostra. Siamo noi che lo abbiamo costruito e proiettato, salvo poi sentirci prigionieri in esso. Siamo vittime di noi stessi.
La soluzione è addestrarci a osservare il tutto e a distinguere ciò che è reale da ciò che è una semplice identificazione.
La mente è un strumento che ci avvolge in un bozzolo di false idee e il mondo è il prodotto di queste convinzioni e identificazioni.
Cominciamo a dire: “Questo è un pensiero che viene dall’esterno e che mi viene inoculato dall’esterno… Questo è un sentimento che mi viene provocato da un meccanismo esterno… Io li osservo, ma non li considero più “miei”… Piuttosto sono io che li associo ad un io (il mio) che considero reale… Ma l’io a sua volta è un costrutto artificiale… Ciò che è reale è la consapevolezza, il testimone, il puro essere – non i sentimenti, non i pensieri, non il “mio” io.”
Addestriamoci a prendere le distanze da ciò che crediamo reale, interno od esterno. Si tratta di luoghi comuni, di convinzioni errate, di abbagli. E' il distacco che ci libera.
Io non sono né questo né quello: si tratta di semplici idee. Io sono oltre, io sono il testimone di ogni cosa, e non sono né dentro né fuori, né nato né morto.


lunedì 2 settembre 2019

Ancora sul crocefisso


Il sindaco leghista di Ferrara ha fatto comprare e affiggere 385 crocefissi nelle scuole, definendo il crocefisso “un simbolo di identità culturale”. A dir la verità, il crocefisso è anche la rappresentazione di un patibolo e di una certa cultura oppressiva, repressiva e autoritaria che ha imperversato per secoli nel nostro paese rendendolo piccolo, chiuso, ingiusto e provinciale. Una cultura che sarebbe ora di cambiare. Non ci dimentichiamo che concezione di famiglia “tradizionale” è venuta fuori dal recente convegno a Verona, indetto da leghisti e soci clerico-fascisti.
       Chissà perché dalle religioni non ci viene mai un’idea nuova e “liberale”. Sono come certe lingue che si parlavano nell'antichità - morte.

Il vuoto mentale


Di arresto mentale si parla in tutte le tradizioni meditative, per esempio nelle Upanishad, negli Yogasutra di Patanjali e nel buddhismo. Nella Chandogya Upanishad si legge: "Quando si è profondamente addormentati in una calma totale, senza sogni, allora questo è l'atman; è l'immortalità, la felicità, il brahman".
       Due sono gli elementi da sottolineare: la calma e il sonno profondo. Si parla di sonno profondo per indicare il sonno senza sogni, ossia il sonno in cui cessano tutti i pensieri. Per averne un'idea, si pensi ad un pisolino diurno, quando ci si addormenta per un po' e non si sogna. Il fatto di non sognare sottolinea che anche l'attività dell'inconscio (che è comunque una parte della mente) deve cessare. Ovviamente, è necessaria la calma.
       La calma presuppone e rafforza l'assenza o il rallentamento dell'attività mentale. Quando infatti siamo agitati, siamo pieni di pensieri. Nel sonno senza sogni, come quello del pisolino, si raggiunge una grande distensione e un arresto della mente; rimangono attive solo quelle parti del cervello che controllano le funzioni corporee.
       In meditazione si tende ad uno stato analogo. Perché? Perché la mente umana, con la sua coscienza duale, pur essendo di fondamentale importanza, non è la realtà ultima - è una realtà fortemente limitata e condizionata. Inutile cercare la verità ultima con la mente, con la solita mente che elabora pensieri, sensazioni, reazioni e impulsi. Bisogna riuscire a entrare nella non-mente, ossia nel vuoto mentale. Lì è l'accesso.
       Lì è anche la fine della folle aggressività umana.



La crisi dell'ambiente


La crisi dell’ambiente non è che la crisi dell’uomo che negli ultimi decenni e in realtà negli ultimi secoli ha disboscato, incendiato, deviato i fiumi, prosciugato, coltivato, estratto dal sottosuolo, inquinato e costruito. Oggi il nostro ambiente, l’intero pianeta, risente pesantemente dell’intervento umano che non ha fatto che aumentare l’anidride carbonica presente nell’atmosfera. Questo sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e dei poli, l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature, mettendo in crisi l’ecosistema.
La crisi climatica nasce dalla crisi dell’uomo che segue l’imperativo di costruire e di moltiplicarsi senza il minimo autocontrollo. Tutte le nostre società sono dedite all’aumento della produzione e della popolazione, come se non ci fossero limiti. Ma i limiti ci sono e sono già stati raggiunti.
Come fare a fermare l’attivismo umano quando i nostri valori sono ancora quelli dello sviluppo, della moltiplicazione e del progresso incontrollato? Ora che la belva è stata liberata, nessuno sa più come bloccarla. Sembra il racconto dell’apprendista stregone che scatena forze su cui non ha più controllo.
Qualcuno propone di trasferirci su un altro pianeta, per esempio, su Marte – bombardandolo però prima con bombe atomiche in modo da far emergere l’acqua sotterranea e un’atmosfera. Pensiamo a quale inutile e folle idea siamo arrivati.
Sì, perché ci siamo dimenticati di aggiungere che gli uomini sono sempre in guerra tra loro e hanno ormai armi di distruzione di massa. Non c’è che dire: un bel progresso!
Dunque è la cultura umana che è sbagliata. L’uomo è malato – ma di mente.
Scambia per reale ciò che reale non è, dà importanza a cose che non sono importanti, è divorato da una febbre di conquista megalomane, si crede protetto e ispirato da un Dio che starebbe in cielo a governare il tutto, è in balìa di istinti primordiali e non è capace di vedersi, di osservarsi.
Le culture e le religioni sono dominate da questa folle volontà di potenza che sta portandoci all’autodistruzione. E quando qualcuno parla di dedicarci innanzitutto a sviluppare l’autoconsapevolezza, ecco che si scatena tutto il clerico-fascismo di tutto il mondo, con i suoi pazzoidi valori di aggressività.


domenica 1 settembre 2019

Meccanismi pubblicitari


Quando l’industria fabbrica un prodotto, ecco che entra in campo la pubblicità che deve far conoscere le sue qualità (mai i difetti). I pubblicitari s’inventano mille pregi, anche quando il prodotto non ne ha in realtà nessuno; o, peggio ancora, quando è un vero e proprio imbroglio. Pensiamo alla pubblicità sulle sigarette che non sono nient’altro che fumo e anzi fanno male. Bisogna vantare qualità che non hanno e veicolare un’abitudine di cui non c’è nessun bisogno. Ma, se non c’è il bisogno, lo si induce. Se io ti convinco che la sigarette è un piacere sopraffino e ti faccio vedere un grande attore che fuma, tu vorrai essere come lui e comprerai quella marca… anche se in realtà non avresti avvertito il minimo bisogno di fumare e anzi, a pensarci bene, non ti piace affatto.
Ma il meccanismo della pubblicità non si limita a farci comprare prodotti industriali, utili o inutili. È entrato anche in politica, dove ti deve convincere che un determinato partito o un determinato politico ha la formula giusta per risolvere tutti i tuoi problemi e per renderti felice. E questo, per lo più, è una truffa.
E ora pensiamo a quel gran pubblicitario che è Dio. Lui deve convincerti che un prodotto decisamente scadente e pieno di difetti è una meraviglia, Quale prodotto? La vita stessa. Che non sarebbe possibile vendere se non ci venisse decantato almeno qualche piacere. Ora i piaceri della vita sono tanti, ma quasi tutti compensati dalla fatica che dobbiamo compiere per procurarceli.
Il più potente di questi piaceri è il sesso. E Dio ha prodotto un meccanismo diabolico per farci desiderare il sesso e con esso la vita. È un po’ come lo zuccherino che il domatore dà all’elefante per compensarlo della sua ubbidienza. Pur di ricevere lo zuccherino, il povero elefante conduce una vita misera e dolorosa. E diventa uno schiavo ubbidiente.
Lo stesso succede agli altri animali e agli uomini. Per far loro accettare un prodotto scadente, per tenerli alla catena, gli si inocula una droga (gli ormoni sessuali) e la convinzione che la vita sia meritevole, anche quando è una pena infinita. Si nascondono gli aspetti spiacevoli (la malattia, lo stress, la sofferenza, la vecchiaia, la morte) e si punta su sesso, potere, ricchezza e ogni altra illusione possibile. Così si tengono gli uomini prigionieri. E soprattutto si impedisce loro di esaminare freddamente, oggettivamente, distaccatamente quelli che sono i prezzi da pagare.
La pubblicità è un meccanismo cosmico che deve venderci un prodotto nocivo nascondendoci i suoi effetti collaterali. Dico “nocivo” perché porta sempre alla morte.

Ma questo aspetto sgradevole va nascosto o minimizzato. E, allora, ecco entrare in campo le religioni, quelle grandi agenzie pubblicitarie che ci devono convincere di un’altra vita, del paradiso – il più grande imbroglio del mondo. Anche perché nessuno torna indietro a protestare.

sabato 31 agosto 2019

Un messaggio fondamentale


La vera via, alla fine, consiste nell’osservazione di se stessi – prima delle varie attività della mente, poi della coscienza e infine della consapevolezza. A questo proposito, possiamo dire che tutti sono coscienti, ma che pochi sono consapevoli. E dobbiamo aggiungere che la consapevolezza ultima (o prima) non può più essere osservata come un oggetto qualunque, ma si può solo esserla.
Quando abbiamo un momento libero, quando abbiamo un momento di tregua, questo è il nostro lavoro interiore. Quando la mente è ferma, la realtà delle cose ci appare nella sua luce originale, e di conseguenza avremo una nuova visione del mondo.
Perché è la realtà del modo che va messa in discussione. Ciò che ci appare vero e solido, è in realtà un’illusione, un’apparenza, una rappresentazione, una falsa identificazione. La nostra persona, il nostro io, non è che un insieme di schemi, di abitudini e di ripetizioni. Ma noi non siamo né il corpo né la mente… e neppure l’io che crediamo di essere.
Noi siamo oltre.
Noi siamo il testimone, pura consapevolezza. Il Sé è al di là del corpo, della mente e del mondo. È indipendente e immutabile. Ricordiamoci dunque chi siamo veramente.
Questo è il messaggio dell’Advaita Vedanta, chiaro e semplice.
Non è una fede, ma la sua realtà può essere esperita direttamente qui e adesso.

venerdì 30 agosto 2019

Utilizzare il riposo


Utilizzare il riposo
In tempi di crisi (ma sono sempre tempi di crisi), può sembrare che la meditazione sia una pratica da accantonare, in quanto urgono problemi pratici. Niente di più sbagliato. La nostra società è più ansiogena che mai; e più ti preoccupi più stai male e meno combini.
       La gente non riesce a rilassarsi, questo è il problema.
       La vita, infatti, come la corrente elettrica, ha una propria tensione, che in tempi di crisi può diventare talmente forte da minare il corpo e la mente, facendoci perdere la salute fisica e mentale. Più stress, più tensione; più tensione, meno salute, meno equilibrio, meno lucidità di mente e più problemi.

Riposati: un campo che è rimasto in riposo fornisce un abbondante raccolto
(Ovidio)

       Come fare a uscirne, a riprendere in mano il bandolo della matassa? Riposandosi. Più ci si riposa, più si rafforza la salute psico-fisica. E più si rafforza la salute psico-fisica, più diventiamo lucidi e riusciamo a risolvere i nostri problemi. Ma qui c'è un grosso scoglio. Noi siamo abituati a far tutto con uno sforzo di volontà. Invece, per rilassarsi, bisogna lasciar perdere ogni sforzo.
       Più mi sforzo, più mi stresso. Non posso ottenere lo stato meditativo con uno sforzo di volontà: è un controsenso.
       Com'è possibile allora "volere" il riposo? Sfruttando i cicli vitali (circadiani) che già ci offrono periodi di attivismo alternati a periodi di rilassamento.
       Questo tipo di riposo può non aver niente a che fare con il riposo notturno, in cui la mente (inconscia) rimane comunque in azione con tutte le sue ansie e le sue preoccupazioni.
       Il riposo meditativo di cui parliamo è un sonno senza sogni, un sonno in cui la mente si ferma. Il vuoto della mente, la non-mente, è possibile.

Bisogna conceder riposo alla mente, perché dopo si ritrovi più rinfrancata e vivace
(Lucio Anneo Seneca)


       Dopo ogni pasto, per esempio, ci sono due periodi favorevoli, in cui il corpo e la mente si rilassano. Utilizziamoli fino in fondo. Saltiamo su questa barca che passa e mettiamoci comodi.
       Utilizziamo la stanchezza come un saggio invito della natura, un invito a rilassarci.
       La parola d'ordine dovrebbe essere "lasciar andare", "lasciar cadere". Ma non possiamo lasciar cadere impegnandoci, concentrandoci e sforzando la volontà. Dobbiamo ottenere il riposo senza sforzare la volontà, altrimenti ricadiamo nello stress: questo è il paradosso.
       Nel momento in cui sentiamo che l'organismo psico-fisico tende a rilassarci, non contrastiamolo. Inseriamoci in questo andamento lasciandoci andare ancora di più, rallentando mente e corpo. Può darsi che ci si addormenti per un po'. Va bene anche così. Ci accorgeremo che dormiremo senza sogni, senza immagini, senza pensieri - ecco un esempio di non-mente. Quando ci risveglieremo, saremo più freschi e lucidi di prima, molto più capaci di affrontare le sfide della vita.
       La meditazione deve servire anche alla vita di tutti i giorni, tanto più nei momenti di crisi.
       Però, nel riposo c'è anche la spiritualità. Non si parla, per esempio, di "riposo eterno"? Certo, è la morte, ma una morte in cui ci risvegliamo dal sogno della vita.
       In meditazione, dobbiamo morire a noi stessi. E il sonno senza sogni, il rilassamento è quanto di più vicino ci sia a questo stato.

Solo sedendo e riposando l’anima diventa saggia
(Samuel Beckett)

Taoismo, buddhismo e cristianesimo


Quando il buddhismo arrivò in Cina fu considerato una setta del taoismo. Ma ben presto ci si accorse delle differenze: mentre i taoisti cercavano un corpo immortale, i buddhisti tendevano a liberarsi di tutte le forme corporee; mentre i taoisti riducevano al minimo la respirazione e cercavano di agire sulla circolazione e sulla trasformazione del respiro interiore per ottenere la longevità e l'immortalità, i buddhisti cercavano il controllo della respirazione e il distacco dalle funzioni corporee - e non erano interessati all'immortalità del corpo.
       I taoisti ricorrevano a pratiche alchemiche e a metodi per rafforzare l'energia interiore che avevano lo scopo di rendere il corpo immortale. Una volta ottenuto questo risultato, erano convinti di potersi innalzare fino al cielo e di vivere per sempre.
       Queste idee ci ricordano quelle del cristianesimo, non solo nel mito dell'ascesa al cielo di Gesù, ma anche nella fede sulla resurrezione e dunque sull'immortalità dei corpi.
       San Paolo e i primi cristiani credevano proprio che un bel giorno sarebbe arrivato Gesù e che tutti si sarebbero innalzati al cielo. "Ecco, io vi annuncio un mistero" scrive san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: "non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati."
       Naturalmente si tratta di sogni e di miti; ma anche nei miti si trova un fondo di verità. In fondo l'ideale dei taoisti e dei cristiani è quello puerile di tutti gli uomini: non morire mai o, per lo meno, ricuperare un giorno il proprio corpo, reso finalmente incorruttibile e immortale.
       Un bel sogno, non c'è che dire. Rovinato da un particolare: che tutti dobbiamo morire, spesso dopo una vecchiaia che ci distrugge a poco a poco il corpo e la mente. Ma la speranza è l'ultima a morire ed ecco allora l'idea di un corpo almeno spirituale, magari quello che abbiamo avuto intorno ai trent’anni (ma chi è morto prima? e chi ha un corpo deforme?).
       Solo l’Oriente buddhista e vedantico afferma che anche questa è una pretesa infantile e che la liberazione finale è proprio il distacco non  solo dal proprio corpo ma anche dalla propria mente e dal proprio io.
       Morire è ricongiungersi con il tutto, non conservare una propria fetta di individualità.
       Chi avrà visto più lontano?

giovedì 29 agosto 2019

Alla ricerca dell'Incondizionato


L’incondizionato non è una realtà esterna, una specie di Paradiso o di Dio – è semplicemente la Realtà, che non è né esterna (in un posto e in un tempo) né duale. È ciò che è. È ciò che siamo.
Noi siamo l’essere incondizionato, che è beata consapevolezza, ma viviamo – o crediamo di vivere – nella dimensione dello spazio-tempo, della nascita e della morte, del bene e del male, della felicità e dell’infelicità, della materia e della mente, ecc.
Per cercare questa “dimensione” non dobbiamo cercarla lontana, ma proprio dentro di noi.. senza che sia né dentro né fuori. È qualcosa di immobile in una realtà mutevole, è un punto fisso, è il fondamento di tutto. È l’essere.
Che non è essere questo o quello, qua o là, sopra o sotto, viva o morta.
Purtroppo il nostro linguaggio non è in grado di definirlo, perché nasce da un pensiero dualistico. Possiamo solo dire che cosa non è.
Cercare lo stato incondizionato, al di là degli opposti, è la sfida che la consapevolezza pone alla mente. Ma la mente dovrebbe tacere e quindi non è in grado di coglierlo.
All’inizio la strada è rallentare la mente, con tutto il suo condizionamento di concetti dualistici. È tornare indietro dal pensiero razionale verso l’Uno incondizionato. È indagine senza oggetto, perché l’Incondizionato non può essere oggetto. Sarebbe il soggetto, se non facessimo riferimento al dualismo soggetto-oggetto.
È una ricerca che deve giungere prima di ogni esperienza, prima di ogni limitazione, perché la limitazione, l’auto-limitazione definisce solo questo mondo di cui siamo prigionieri, prima dell’io come persona.
Dobbiamo farci semplici testimoni, centri di osservazione che guardano senza farsi condizionare, al di là dello spazio-tempo, della nascita e della morte. Dobbiamo arrivare al senso di essere, senza ulteriori determinazioni, senza idee nella mente.
La tecnica consiste nello svuotarsi, ricettivi e quieti, per scoprire il “luogo” da cui siamo venuti, anzi in cui siamo sempre stati e lo siamo ancora. Come lo scopriamo, ci installiamo.
Se arriviamo a vedere la realtà come un rivestimento o una proiezione illusoria, possiamo arrivare a vedere la luce dietro l’osservatore dello spettacolo.
Dobbiamo addestrarci ad assumere la posizione del testimone che non si fa influenzare da ciò che osserva.

mercoledì 28 agosto 2019

Amare gli altri


A Gesù che predicava: "Ama il prossimo tuo come te stesso" un tizio, che aveva scarsa stima di sé, rispose: "Se amassi il prossimo come me stesso, non gliene verrebbe niente di buono".
            Ecco perché è necessario, prima di tutto, conoscere e stimare se stessi.
            ... E nel caso in cui uno stimi troppo se stesso?
            Be', un narcisista ha un ego così grande che non vede nessun altro oltre a se stesso.

I conservatori


Non ho mai capito la mentalità dei conservatori. Se tutti fossero stati conservatori, vivremmo ancora nelle caverne.
       Indubbiamente, qualcosa va conservato… per quanto si può. Ma osservate la natura: è in continuo mutamento – a breve o a lungo andare non conserva nulla di immutato.
La vita è un divenire, non uno stare fermi.

L'argomento ontologico



Se Dio è l'Essere perfetto, non può non avere l'attributo dell'esistenza: così argomentava sant'Anselmo d'Aosta.
       Ma siamo sicuri che l'esistenza sia il massimo della perfezione, sia cioè il prodotto di una mente perfetta? In tanti casi sembra una cosa improvvisata e abborracciata.
       Se proprio vogliamo usare la logica, il Non-essere precede l'Essere. Il Nulla è perfetto, l'Essere un po' di meno.
Questo argomento della perfezione di Dio è uno dei tanti deliri della mente umana. Come ci è venuto in mente, visto che non corrisponde alla realtà, visto che i prodotti di questo Dio sono spesso difettosi? Certamente è un portato delle vecchie mitologie.

"Poiché Dio ha creato il mondo dal nulla, il nulla vi occupa sempre il posto più alto"
                              Friedrich Hebbel

martedì 27 agosto 2019

Il flusso delle esistenze


Il senso della continuità delle esistenze può far parte delle nostre esperienze se solo consideriamo che ognuno di noi nasce da un flusso di vite che risalgono alla notte dei tempi. Ognuno di noi è qui perché ci sono state tante esistenze prima di lui, perché ci sono state tante "reincarnazioni"... comprese quelle degli animali, degli insetti, dei pesci, dei batteri, eccetera eccetera. Tante forme di vita si sono passate il testimone per giungere qui... a ciascuno di noi. Non sono io che mi sono reincarnato, ma qualcosa si è reincarnato innumerevoli volte per dar vita al mio io, a questo uomo che può dire: "Io sono".
       Nonostante le differenze, ogni essere è un compendio degli esseri che lo hanno preceduto, ogni essere è tutti gli esseri, ogni essere è l'essere - un essere che contiene già in sé la consapevolezza come elemento fondamentale.
       Il karma non è nient'altro che la continuità delle esistenze, una continuità che fa sì che io occupi un posto e non un altro, che io abbia un destino e non un altro.
       Ci sono naturalmente tante linee evolutive, così come in un fiume ci sono tante correnti e tanti mulinelli. Ma tutti fanno parte di un unico flusso d'acqua.
       Quando si dice che il Buddha ottenne, con l'illuminazione, la conoscenza delle vite anteriori, si dice questo. Ma chiunque può ottenerla, solo che ci pensi un attimo.

"Noi non abbiamo troppo intelletto e troppa poca anima, ma troppo poco intelletto nelle cose dell'anima"
                      Robert Musil


Amor omnia vincit


Noi abbiamo un'idea zuccherosa e unilaterale dell'amore: crediamo che si tratti di una forza rivolta al bene, all'unione, all'armonia, alla costruzione, alla tenerezza, alla compassione... E non è sbagliato. Ma è solo la metà di questa immensa forza. Perché esiste anche l'amore per il male, per la divisione, per il contrasto, per la distruzione, per la durezza, per l'egocentrismo...
       Crediamo che la passione per il comando, per il potere, per la supremazia, per il denaro, per la trasgressione, per il sesso sfrenato o "deviato", per il successo, per gli onori, per il rischio, per la violenza, ecc., non sia una delle tante forme dell'amore? Non si parla anche di "amor di sé" o di "libidine del potere"?
       Impariamo dunque a guardare bene, e rivediamo le nostre idee sul bene e sul male. Non tutto il male viene per nuocere e non tutto il bene è buono.

"Se l'amore è la primissima tra le passioni, è perché le blandisce tutte"
                      Honoré de Balzac

La nuova concezione di Dio


L'idea che esista un Dio che se ne sta "in cielo", al di sopra del cosmo, è ancora un vecchio modo di vedere legato alle antiche concezioni pagane degli dei. Il fedele prega Dio credendolo lassù, in alto, al di sopra di sé e del mondo, in un aldilà. L'uomo è "aldiqua" e Dio è "aldilà": tipico dualismo mentale, come se "aldiqua" e "aldilà" fossero separati e distinti. Ma si tratta di due facce di un'unica medaglia, di un dualismo creato dalla mente, la quale, per conoscere, deve dividere e contrapporre.
       Che cosa c'era prima che Dio "creasse" il mondo? Ovviamente, niente. Il Vuoto. Perché lo spazio e il tempo non esistevano.
Non ha senso credere che esistesse un Dio che solo soletto. E, adesso, non esiste un "cielo" al di sopra del mondo, perché non c'è un al di là o un al di fuori del cosmo.
       "Prima" non c'era nulla, ossia c'era il Vuoto. Poi, per un sussulto quantico, è nato l'essere.
       Dio è Energia evolutiva che non è separata dal cosmo, ma che ne è il motore.
       Perfino il mito cristiano lo dice. Dio entra nel mondo per sacrificarsi e morire. Muore nel senso che si scioglie nel mondo; è il cosmo, è l'universo intero, al di fuori del quale non c'è nulla.
       Quindi non ha più senso pregare un Dio in cielo. Alla preghiera va sostituita la meditazione, come capacità di scoprire in sé questa Energia evolutiva, come capacità del "frammento" o della “scintilla” individuale di riscoprire il Tutto, ovvero il Divino che è dappertutto.
       Sollevate una pietra, dice il Vangelo gnostico di Tomaso, e là troverete Dio; spezzate un pezzo di legno, e là è Dio. Più chiaro di così...

lunedì 26 agosto 2019

L'idea di illuminazione


È importante che l’idea di illuminazione entri nelle menti degli uomini, molti dei quali forse non vi hanno mai pensato. È un seme da cui può scaturire un nuovo modo di vedere il mondo.
       È un modo diverso dal pensare che esista o non esista un Dio, e che questa Forza esterna ci premi o ci punisca, ragion per cui il nostro compito sarebbe solo quello di sottometterci e di ubbidire… o di disubbidire.
       Nell’idea di illuminazione c’è il concetto di auto-sviluppo. Siamo noi, che con le nostre forze possiamo crescere e andare avanti attraverso gli strumenti della consapevolezza e dell’osservazione.
       È la nostra personale comprensione che ci premia, non i capricci di un Dio.

Saper vivere


Oggi è una bella giornata. Ma, domani, dicono le previsioni del tempo, tornerà a piovere. Ecco, la saggezza consiste in questo: nell'apprezzare e nel godere la giornata di oggi, senza farsi deprimere dalle previsioni per il domani. Riuscire a vivere sull'orlo del precipizio, pur sapendo che, prima o poi, ci precipiteremo dentro. Nello Zen si parla dell'uomo che, caduto in un precipizio, è rimasto afferrato al ramo di un albero... che viene rosicchiato da due topi, mentre sotto è appostata una tigre. Che cosa fa?... Prende un frutto e se lo mangia... Com'è buono!
       In fondo, non è così tutta la vita?
       Ci troviamo tutti aggrappati sull'orlo di un precipizio e sappiamo che non abbiamo scampo: vi cadremo dentro. Ma, tra questo momento e il momento in cui cadremo, c'è appunto la vita, da esperire, breve o lunga che sia, felice o infelice che sia.

Filosofia e saggezza


Caro filosofo, forse sei capace di pensare. Ma sei capace di non pensare? E non ti rendi conto che tutti i problemi del mondo, compresi quelli della filosofia, derivano da un uso distorto della ragione e, quindi, anche da un suo uso eccessivo?

Il rischio di Dio


Dovremmo smetterla di considerare Dio il Sommo Bene, che se ne sta lassù in cielo. Dio è come l'energia che non è né buona né cattiva, al di là del bene e del male. Il bene e il male riguardano l'uso di questa energia da parte degli esseri umani.
       Ma gli esseri viventi, a loro volta, sono prodotti di questa energia e, quindi, sono ancora Dio che si mette in gioco - un Dio che non sa neppure lui se vincerà o perderà.
       Questa è vera libertà, una libertà che è rischio.
       Il cosmo è una scommessa e nessuno sa chi la vincerà. Non c'è Uno che ha già prestabilito che vincerà il bene. Siamo tutti corresponsabili.
       Nelle vecchie teologie, Dio se ne stava al di fuori del mondo - a giudicare. Ma non c'è nessun "fuori": l'energia creatrice si è dissolta nella creazione. Tutto è Dio. Tutto si evolve, tutto rischia.
       In fondo, uno dei sensi del mito cristiano è quello di un Dio che entra nella creazione e muore, cioè si dissolve.

Le difficoltà dell'amore


Amare una persona che non si conosce o che si conosce poco è relativamente facile. Ma amare una persona che si è conosciuta, nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti, è molto più difficile.

domenica 25 agosto 2019

Il teatro dell'assurdo


Poiché il mondo non è che uno spettacolo, la morte non dovrebbe fare paura: sarebbe semplicemente la fine di qualcosa di inconsistente – così la prende il saggio. Poiché la nascita non è che un’apparenza (ma in realtà non c’è né nascita né morte), la morte sarebbe soltanto la fine di un’illusione, la fine di una tragicommedia rappresentata e costituita da immagini, maschere, voci, musiche, ansie, angosce, gioie, chiasso, confusione… Come averne paura?
       Anzi, c’è da augurarsi che finisca presto.
In fondo, quando esci da questo teatro dell’assurdo, ritorni finalmente a casa tua. Hai visto lo spettacolo, ma ora lo spettacolo è finito.
Ma c’è sempre qualcuno che, non pago, vorrebbe che lo spettacolo continuasse, qui o altrove – questo è il punto di vista dell’illuso materialista.

Il "nobile" silenzio


Il Buddha rispondeva a tutte queste domande della filosofia su Dio o sull’anima con un "nobile silenzio". Il che non significa che dicesse: "Che ne so io?", o che si rifiutasse di "dare una risposta"; significa che non voleva cadere nella trappola delle parole e delle idee contrapposte.
       Come se dicesse: se vuoi "pensare" a questi problemi, prima liberati dei preconcetti, prima sgombra la mente dal solito dualismo.
       Non appena ti poni la domanda "esiste o non esiste Dio", sei già nella trappola di chi ha pensato prima di te..
       Se vuoi capire qualcosa di questi problemi, non andare a scartabellare tutte le teologie e le religioni, ma fai prima di tutto il silenzio mentale.
       Ma quando in un paese esiste già una religione, più o meno accettata, tutti continuano a pensare nei termini di vecchie categorie, accettandole o rifiutandole. Troppo poco per poter parlare di Dio.



Esiste Dio?


Da come si formula la domanda, c'è la risposta. Infatti, la domanda "chi ha creato il mondo?" presuppone già che ci sia Qualcuno che lo ha creato o che non lo ha creato. Ma se uno dice anche di non credere in Dio - partendo però dall'idea precostituita di Dio - in realtà crede a un Dio che non c'è, crede che quell’idea di Dio non corrisponda a nulla. Questo è l'ateismo moderno.
       Lo stesso per la domanda "qual è l'origine del mondo?" Presuppone già che ci sia o non ci sia un'Origine. La domanda viene pensata a partire da quell'idea di Origine.
       Così non va bene. Partiamo piuttosto da... nessuna idea preconcetta!
       Siamo capaci di partire da questa posizione? Pensare a partire dal vuoto della mente? Solo in tal modo possiamo formulare una domanda che contempli risposte diverse dal dualismo precedente, cioè non condizionate.
       Siamo capaci di spazzar via, anche per pochi secondi, tutta la filosofia, tutta la teologia, tutta la religione, tutte le idee precedentemente accumulate?
       Se non ne siamo capaci, ci limiteremo a rimasticare vecchie idee, trite e ritrite.
       Questo è successo per esempio nella fisica quantistica e, prima ancora, nel taoismo e in certe correnti del Buddhismo. Si è scoperto infatti che in origine c’è un grande Vuoto, una immensa Vacuità, da cui si origina a un certo punto, non per un intervento divino, l’intero processo creativo.
       Comunque, quanta distanza ci può essere tra le vecchie concezioni di un Dio antropomorfo delle antiche religioni o del cristianesimo (che lo immagina addirittura sotto forma di uomo) e le altre concezioni, antiche e moderne. Tutto sommato, sono più autentiche le idee di chi pensa che di Dio non si possa dire nulla e non si possa immaginare nulla. Tutt’al più si può dire ciò che non è. Questo è già più onesto.

Se Dio è trascendenza, come può essere definito dalle nostre misere parole dualistiche?


sabato 24 agosto 2019

La vera religiosità


Molti pensano che basti credere a qualche fede o a qualche Dio, oppure aderire a qualche religione, per essere religiosi. Noi pensiamo, invece, che per essere religiosi si debba svolgere un lavoro interiore di sviluppo della consapevolezza.
       Senza tale sviluppo, tutte le nostre azioni sono sterili, prive di luce, casuali e non possono essere definite "religiose".
       È questa la differenza fondamentale tra le religioni tradizionali e la nuova spiritualità che va delineandosi nella nostra epoca. Non può esserci un comportamento religioso - e quindi etico - senza uno sviluppo della consapevolezza. È la coscienza, non la fede, l’elemento distintivo.


I livelli di senso


Le parole indicano, le parole ingannano: sono solchi che è difficile non seguire. Ma chi ci dice che incanalino il senso giusto e la quantità di senso giusto? Certo, in principio, corrispondono ad esperienze degli uomini. Ma è probabile che l’umanità non sappia capire la profondità delle esperienze, ridotte poi alla superficie delle parole.
Roland Barthes diceva che “ogni lingua è una classificazione e ogni classificazione è oppressiva… La lingua è fascista… Il fascismo non è costringere qualcuno a tacere: è costringerlo a dire.”
In generale, ha poco senso dire che capiamo il senso delle parole o delle esperienze. Dobbiamo aggiungere il quanto. Quanto comprendiamo? A che livello?
Purtroppo noi viviamo nel mondo della superficialità. Non ci rendiamo conto che un uomo veramente profondo non è uno che appare tutti i giorni in televisione, ma uno sprofonda in se stesso alla ricerca di nuovi livelli di senso. Anzi, quanto più uno ha facilità di parole, tanto più si affida alle convenzioni e agli automatismi del vocabolario, della grammatica e della sintassi.
Il linguaggio è una grande trappola. Dà l’illusione di conoscere facendoci credere che sotto la superficie non ci sia più niente. Come se pensassimo che sotto la materia non ci fosse un mondo di particelle invisibili.
Il tutto è aggravato dal dualismo, per cui la mente non può pensare se non per contrapposizioni… perdendo il senso dell’intero.
Ancora una volta viviamo alla superficie delle cose, sballottati da un senso all’altro, senza capire nulla di sostanziale.