mercoledì 18 luglio 2018

Veder chiaro


Che cos’è questo universo colmo di meraviglia?

                      Vijnana Bhairava Tantra             

Ci sono momenti di massima intensità percettiva in cui rialziamo la testa da ciò che stiamo facendo, ci dimentichiamo per un po’ dei nostri problemi e guardiamo il mondo e noi stessi con occhi nuovi. Per qualche attimo vediamo le cose con stupore e con chiarezza, mettiamo da parte i pensieri ed emergiamo dal sonno di una visione abitudinaria.
È stata proprio una delle tradizioni buddhiste – lo zen – a mettere in evidenza come tutte le azioni più comuni dell’esistenza – mangiare, bere, lavare, cucinare, stare seduti, camminare, arrampicarsi, dipingere, coltivare la terra, ascoltare musica, guardare, leggere, danzare, tirare con l’arco, ecc. – possano condurre a esperienze di grande intensità percettiva. E lo stesso sostiene il tantra, in cui i metodi per giungere a stati contemplativi includono attività quotidiane come muoversi, avere rapporti sessuali, assistere a spettacoli, vedere cose belle, ricordare qualcosa all’improvviso, degustare un cibo, bere e così via.

Che cos’è la vera contemplazione? È ogni cosa: tossire, deglutire, agitare le braccia, muoversi, stare fermi, parlare, agire, il male e il bene, successo e vergogna, guadagno e perdita, giusto e ingiusto, in un unico koan.
                      Hakuin

Purché si sappia entrare nello spirito giusto, la vita quotidiana è il luogo e il momento di una “chiara visione”.
La contemplazione – uno dei piaceri fondamentali dell’esistenza, che non termina mai, neppure quando tutti gli altri si sono esauriti – è godere dello spettacolo del mondo, e si differenzia dal comune guardare perché è un osservare con interesse e con stupore, un osservare in cui aderiamo il più possibile all’oggetto contemplato, dimenticandoci per un po’ di noi stessi e dei nostri problemi.
Il senso di stupore e la comunione con l’oggetto contemplato ci permettono un’uscita (ex-stasis) sia dai limiti dell’ego sia dalle abituali categorie conoscitive e innestano quella diversa consapevolezza che può essere considerata una forma di “piccola illuminazione”.
Quando contempliamo un tramonto o un’opera d’arte, i nostri sensi si acuiscono e la nostra mente è rapita. Quando guardiamo negli occhi una persona come non avevamo mai fatto prima e sentiamo all’improvviso chi abbiamo di fronte, quello è un momento di “chiara visione”. È come togliersi all’improvviso un paio di occhiali scuri e ritrovare la luminosità delle cose; oppure è come mettere a fuoco qualcosa che vedevamo in modo superficiale e sfocato.
Questo può succedere sia per gli “oggetti” sia per le persone e ovviamente per noi stessi. Infatti l’ “esterno” e l’ “interno” non sono affatto separati, ma sono un tutt’uno.
Pochi identificherebbero queste esperienze con l’illuminazione dei mistici, ma, se usciamo dal pittoresco, scopriamo che “illuminazione” significa essenzialmente “veder chiaro” – un veder chiaro che può essere spontaneo oppure ottenuto attraverso tecniche meditative, un veder chiaro in cui ritroviamo la nostra unione con il tutto.



martedì 17 luglio 2018

Il Dio dalle innumerevoli facce


Molti pensano che credere in Dio renda gli uomini migliori, più buoni, più sensibili. È un’ingenuità.
Bisogna vedere in quale Dio si crede. Se sono rozzo e violento, crederò in un Dio rozzo e violento, come quello che appare in diversi passi della Bibbia.
Diceva Goethe: “Come ognuno è, così è il suo Dio”.    
Perciò, quando dovete giudicare una persona, non domandatevi se crede o non crede in Dio, ma in quale Dio crede o non crede.

Verificare di persona


Noi occidentali dobbiamo prendere dall’Oriente tutte le idee che ci sembrano più valide, ma senza rinunciare mai alla nostra razionalità e al nostro senso critico. Non credere per fede, ma credere perché un’idea ci sembra vera.
Diceva il Buddha: “Come un orafo saggia l’oro, strofinandolo, tagliandolo e bruciandolo, così dovete esaminare le mie parole, non accettandole solo per fede verso di me”.
Non fede, ma verifica sperimentale e personale.
Quando diciamo per esempio che le cose non hanno un sé permanente, facciamo un’affermazione astratta che sembra essere dogmatica, dal momento che è impossibile fare un’esperienza della vacuità.
Però possiamo fare esperienza della mutevolezza, del cambiamento, del dinamismo e della scarsa consistenza degli enti: l’io, l’uomo, gli esseri viventi, il mondo, l’universo…
Ora, se tutto ciò fosse immutabile e sempre uguale a se stesso, non potrebbe cambiare. Avremmo a che fare con monadi eterne, immodificabili e incomunicabili.
In altri termini, se penso al mio io, non lo vedo vuoto. Ma vedo che cambia nel tempo. Ciò che sentivo e provavo a 10 o 20 anni non è lo stesso di ciò che provo a 50 o 60 anni.
Tutto cambia – e anch’io.
Tutto si disgrega – e anch’io.
Ma il cambiamento è legato ad una certa dose di vacuità.
Il mio “io” non è totalmente se stesso, per il semplice fatto che cambia e si evolve. Il mio “io” non è un blocco immodificabile, perché contiene in sé una vacuità che gli permette di trasformarsi e cambiare. Il mio “io” non ha limiti definiti, ma può espandersi o contrarsi. Il mio “io” contiene altri io, tanti collegamenti che lo rendono vitale.
La vacuità non va intesa come “assenza di”, ma come possibilità di cambiamento.

lunedì 16 luglio 2018

La contemplazione dell'infinito


Annienta il tuo io

o dilatalo all’infinito.
                      Sankara


Non puoi identificare l’infinito. Perché non è niente di ciò che vedi. Eppure è esattamente in tutto, anche nelle cose più piccole. La conoscenza o l’esperienza dell’infinito può dunque incominciare dovunque, esprimersi mediante qualsiasi cosa.

La beatitudine sta nell’infinito.
                      Chandogya Upanisad

L’universo ha tanti difetti, ma non è né meschino né piccolo. Osserva la grandezza, l’abbondanza, la vastità, lo spreco di tutto ciò che è. Non c’è un solo fiore, ce ne sono milioni; non c’è un solo pianeta, ce ne sono miliardi – di cui molti senza vita, apparentemente inutili.
       Ma l’infinito è anche dentro di te. Come dicono le Upanisad, l’anima individuale è, da un lato, la centesima parte di un capello diviso in cento parti e, dall’altro lato, è grande quanto l’infinito.
       Tradizionalmente l’infinito è assimilato al cielo, allo spazio, ma in realtà non è mai visibile: la mente non può coglierlo. Per contemplarlo, essa deve aprirsi lasciando perdere i propri punti di riferimento. L’immensità del sé individuale deve contemplare l’immensità del Sé universale.

Infinita è la mente. E con essa si conquista il mondo che è infinito.
                      Brhadaranyaka Upanisad

In un giorno limpido, recati su una collina. Cerca un punto da cui poter contemplare a perdita d’occhio la distesa di colli e di valli; e lì fermati.
       Dopo aver guardato i particolari del paesaggio, osserva il suo contesto, quello spazio in cui è posta ogni cosa visibile; e ascolta i suoni.
       Attendi un colpo di vento che faccia stormire le fronde. È un suono che emerge dal nulla: prima non c’era, ora c’è e fra un attimo non ci sarà più.
       Quando il suono si spegne, riporta l’attenzione al silenzio, allo spazio.
       Da questo silenzioso infinito, sei emerso tu. Ci sei tu, qui ed ora. Ci sei tu, con tutto il tuo passato, con tutti i tuoi ricordi. Ma anche tu sei come quel soffio di vento, che passa in un attimo.
       Mentre la piccola mente si annienta in una specie di “dolce naufragio”1, in quello stesso momento irrompe una grande gioia.

Quello che percepirai quando andrai al di là del pensiero è l’anima infinita, illimitata e senza tempo.
                      Osho

La preghiera secondo Gesù


Che cosa dice Gesù a proposito della preghiera? Ecco le sue parole: “Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà (Mt 6, 5-6).”
       Come si vede, non si parla né di chiese né di rituali né di mediatori, ma semplicemente di chiudersi in una stanza, di raccogliersi, di non sprecar parole e di rivolgersi con una intensa aspirazione a Dio; cosa che d’altronde Gesù faceva allontanandosi ogni tanto dalla folla e isolandosi in qualche luogo deserto.
Gesù però usava un linguaggio molto semplice, dovendosi anche rivolgere a gente molto semplice. Se avesse potuto andare più a fondo, avrebbe riconosciuto che questa “camera chiusa” è in realtà sempre presente in noi, ed è la nostra interiorità. E avrebbe ammesso che quel “Padre” esterno cui pensava di rivolgersi è in realtà il punto più profondo del nostro essere.
Se poi leggiamo che Gesù aggiunge: “Non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venir ascoltati a forza di parole (Mt 5, 7)”, ecco che ci avviciniamo molto alla meditazione. Del resto, i teologi hanno sempre distinto, fra i vari tipi di preghiera, quella contemplativa, dove ci si avvicina al Creatore in totale silenzio di parole e di richieste.

Le sacre famiglie


Un tempo si portavano in giro le statue di Venere o di qualche altra dea così come oggi si portano in processione le statue della Madonna. Ma anche in altre religioni politeiste, come per esempio l’induismo, troviamo divinità maschili e femminili.
Il problema è sempre lo stesso: all’uomo non basta concepire un Dio maschile, con le qualità di dominio e di aggressività tipiche dei maschi, ed ha anche bisogno di una divinità femminile, con le qualità di comprensione e di accoglienza delle donne. E allora ecco nascere le varie dee.
       Il cristianesimo, derivato dal giudaismo, era nato come una religione patriarcale. Ma, a furor di popolo, fu necessario instaurare anche una divinità femminile. Ed ecco nascere il culto della dea Madre. Così, gli dei, gettati fuori dalla porta, rientrarono dalla finestra. Ora regnava in cielo una sacra famiglia, con tanto di padre, di madre e di figlio – un po’ sul modello della religione egizia.
       In sostanza il cristianesimo si presenta come l’ultima incarnazione del paganesimo, con tutta la sua sfilza di dei. Anche il buon vecchio Zeus aveva l’abitudine di accoppiarsi ogni tanto con qualche femmina terrestre, dando origine a semidei. Nel cristianesimo l’antico Dio degli ebrei ritorna sulla terra per inseminare una Vergine e per dare origine a un Figlio metà uomo e metà dio.
       Alla fine il popolo ha quello che vuole: un Dio Padre, una dea Madre e un dio Figlio; ce n’è per tutti i gusti e per tutti i bisogni. E ognuno si rivolge in cuor suo a chi gli è più congeniale. Il cristianesimo, incapace di concepire un Dio senza volto, non si accontenta di immaginare gli dei in senso antropomorfo, ma proietta addirittura in cielo la famiglia, circondata da innumerevoli santi.
       Resta dunque confermata l’impossibilità dell’uomo medio di uscire dai propri condizionamenti psicologici, e il desiderio di avere una divinità fatta a propria immagine e somiglianza. Sono pochi, anche tra i mistici, coloro che sono riusciti a uscire dall’infantilismo teologico.
In realtà, concepire Dio come un Padre è quanto di più lontano ci sia dalla realtà. La Forza che ha voluto il cosmo è tutto meno che un padre sul modello terreno.

domenica 15 luglio 2018

Amore e compassione


Il cristianesimo invita ad amare il prossimo, ma si sente che in questo precetto c’è una grande difficoltà: le resistenze sono forti, perché ciò che prevale comunemente è l’egocentrismo; è un po’ come andare contro natura.
Anche il buddhismo invita alla compassione per i poveri esseri incatenati alla ruota del samsara, ma usa un ragionamento forse più astuto, perché, dato il gran numero di reincarnazioni, non c’è nessuno che non ci sia stato almeno una volta fratello, madre o padre; dunque, aver compassione degli altri dovrebbe essere più naturale. Siamo tutti già imparentati.
Comunque, un conto è partire dall’idea che siamo tutti anime individuali, distinte e separate, create da un Padre eterno, e un conto è partire dalla convinzione che siamo tutti interdipendenti, un’unica grande anima, perché abbiamo la stessa origine.
Il cristianesimo ha sempre bisogno di padri, madri, fratelli e figli che rimangono tali perché garantiti e bloccati da un Padre; il buddhismo vuole superare queste distinzioni, andando al di là dei legami famigliari.
Ma io penso che dobbiamo aver compassione di questa umanità per il semplice fatto che ci troviamo in un gran brutto mondo, un passo doloroso della nostra evoluzione, una specie di purgatorio.

L'apocalisse prossima ventura


Fa orrore vedere dopo un terremoto tanti morti allineati nelle loro bare: giovani, vecchi, bambini, buoni e cattivi, credenti e non credenti...senza nessuna distinzione. Ma a ben vedere la fine capita a tutti, e ogni giorno muoiono migliaia di persone. Perché allora non ci fanno tanto effetto?
Solo perché non muoiono tutte nello stesso tempo. È la contemporaneità dell’accaduto che ci disorienta. Da qui nasce l’idea religiosa dell’apocalisse, della fine del mondo. Questa fa molto effetto: la morte di tutti insieme. Ma resta il fatto che tutti dobbiamo finire, prima o poi, anche se non insieme. Per tutti c’è un’apocalisse sicura.
Ci fa orrore il condannato a morte nel braccio della morte...come se non fossimo tutti nel braccio della morte.

L'utilità del pessimismo


Ci vogliono convincere che un atteggiamento ottimista sia più utile di uno pessimista. Ma la famiglia che, avvertendo le prime scosse del terremoto, è andata a dormire in macchina e si è salvata prevedendo il peggio, non è finita meglio degli ottimisti che si sono fidati e sono morti sotto le macerie?
Confidare può essere pericoloso, diffidare è più sicuro.
Noi non viviamo in un mondo dove qualcuno ci protegge. Meglio prevedere che il peggio è sempre possibile.

sabato 14 luglio 2018

Disintossicarsi dalle droghe


Se gli uomini non fossero sotto il potente influsso degli ormoni sessuali, non si riprodurrebbero istintivamente come gli altri animali. Perché si domanderebbero, di volta in volta, se ne vale la pena.
Ora gli ormoni non sono che droghe che vengono prodotte dalla natura per costringerci ad avere un determinato comportamento.
In sostanza non siamo liberi, ma è come se venissimo drogati.
L’uomo più evoluto sa come regolarsi. Ma l’uomo rozzo si riproduce come un coniglio, senza pensare al domani e provocando la distruzione del pianeta.
E, poiché le droghe naturali spesso non bastano, ecco che ci siamo inventati un sacco di droghe artificiali che vengono spacciate in tutte le nostre città. E non basta. Noi vi aggiungiamo anche le droghe mentali, le droghe ideologiche, come la religione,la ricchezza, il potere, il successo, la fama, ecc.
Infatti le religioni vogliono la schiavitù dell’uomo, tanto che combattono la diffusione degli anticoncezionali, per esempio in Africa, da dove poi vengono ad assediarci folle di miserabili.
Tutti i tipi di droghe, naturali, artificiali e mentali, perseguono lo stesso scopo: stordirci il cervello, farci perdere lucidità, per assoggettarci meglio ai voleri della natura e di chi comanda questo mondo.
“Crescete e moltiplicatevi”… così sarete sempre degli schiavi.
Se volete capire come stiano le cose, provate a guardare il mondo senza la distorsione di tutte queste droghe. E accorgetevi come siamo giocati non solo dalla natura ma anche da chi ci vuole sottomessi.
Lo scopo della meditazione è liberarci dalle varie schiavitù, è farci disintossicare dalle varie droghe per veder chiaro. Perché l’illuminazione, come indica la parola stessa, è un vedere chiaro.

venerdì 13 luglio 2018

Contempla l'autunno


Come il sole brilla in autunno, libero da nubi,
così egli, beato, raggiunse un’immensa felicità.
                      Buddha


Anche se non te ne accorgi, sei legato strettamente al tempo e al ciclo delle stagioni, che influenzano il tuo stato d’animo. La natura non è qualcosa che sta al di fuori di te, come una scenografia, ma è un tutt’uno con le scene del tuo spirito, e tu ne fai parte.
       Il primo autunno è la stagione più contemplativa dell’anno, per il suo carattere di pacatezza e di medietà.      

Tutto intorno è autunno e cielo limpido e pomeriggio. Guardate quale pienezza ci circonda! E dalla sovrabbondanza è bello guardare verso mari lontani.
                      Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

In una mattina di sole, magari dopo una pioggia, siediti in un parco. 
       Contempla la luce e i colori, tra il verde, il giallo e il marrone. Crogiolati al sole ancora tiepido. Osserva gli uccelli che becchettano qua e là, i cani che scorrazzano con i padroni, le farfalle che ti passano all’improvviso davanti. Ascolta le grida dei bambini che giocano lontano, aspira l’odore delle foglie cadute.
       Sei come su un crinale: da una parte puoi guardare il cammino percorso, la calda estate appena passata, il tempo trascorso, e dall’altra parte la nuova stagione.
       Davanti ai tuoi occhi c’è la vita e c’è la morte, come dappertutto, come in ogni momento; c’è la giovinezza e c’è la vecchiaia. In ogni istante c’è la felicità e c’è il dolore, l’uno accanto all’altro. Il paradiso e l’inferno, il sereno e le intemperie, l’uno accanto all’altro.
       Realizza lo scorrere del tempo e la percezione di essere anche tu parte di questo spettacolo, caduco, impermanente, mortale, terribile e gioioso, ma meritevole di essere contemplato.
Renditi conto che sei lo spettatore per il quale esso esiste. Ricordati della totalità, di cui sei una minima parte; ricordati dell’eternità, di cui ti è assegnato un breve e momentaneo intervallo.
       Sei in un intervallo. Sei anche tu un intervallo. E ora puoi osservare l’attimo di passaggio.
       Un attimo prima eri in una stagione, fra un attimo sarai in un’altra. Ma ora sei qui e le contempli entrambe.
       Mantieniti immobile, come sulla cresta di un’onda. Per qualche istante, ti trovi in un equilibrio perfetto, al di sopra del cambiamento.
       In questi istanti, riempiti della luce autunnale. Guarda i due versanti.
E penetra nella chiarezza.

Si apre il cielo d’autunno:
nel sereno si alza
il fumo di qualcosa.
                      Masaoka Shiki






giovedì 12 luglio 2018

Cuore e cervello


Non basta la bontà, il cuore o l’altruismo. Ci vuole anche il cervello.
Prendiamo il caso dell’immigrazione selvaggia. Se in una barca è fatta per cinque persone ma ne metto cinquanta, la barca affonderà.
La bontà può essere molto stupida.
Naturalmente, anche il cervello da solo può far sbagliare per un eccesso di aridità. Ma resta il fatto che la ragione – in quanto fusione di cuore e cervello – ha sempre ragione.
Si tratta di banalità. Ma ogni tanto è bene ricordare i principi più elementari, perché gli uomini sono spesso squilibrati.

mercoledì 11 luglio 2018

La lunga strada della liberazione


Abbiamo paura della morte perché abbiamo paura dell’annientamento del nostro io. Ma morte e annientamento dell’io non sono la stessa cosa. Restano i figli, restano i ricordi, restano i desideri, resta questo mondo basato sull’ego e, quindi, sull’egoismo.
I nostri desideri, per lo più insoddisfatti, sono legati a questa dimensione e fanno in modo che gli uomini non possano liberarsi definitivamente.
Dobbiamo addestrarci a non aver paura della morte considerando il nostro io non superiore a quello di un moscerino. Il mondo si sente privato dell’anima del moscerino o della formica? E perché mai dovrebbe sentirsi privato del nostro io?
Andrà avanti come un sogno, alimentato dalle nostre illusioni di immortalità egoica. Solo quando tutti capiranno questo principio, senza desiderare altre sopravvivenze, il mondo finirà e tutti saranno finalmente liberi.
Meditare è considerare questa verità lasciando perdere desideri di questo mondo o di un altro e perseguendo la meta dell’annientamento.
La strada è più lunga di quanto non si creda. Per il buddhismo, per esempio, raggiungere l’illuminazione completa e quindi l’estinzione definitiva non è facile. Anche tra gli illuminati, sono pochi quelli che non ritornano più in questo mondo. Gli altri devono tornare sette volte, tre volte, una volta e così via, passando talora per altri regni paradisiaci. E poi ci sono sempre i bodhisattva che si sacrificano e ritornano su questa terra per illuminare gli altri. Infine, per i non illuminati, ci sono ben diciotto inferni. Insomma, la via è lunga. E devono trascorrere parecchie vite per accorgersi che questa esistenza – comunque preziosa, anzi la più favorevole alla liberazione – possa e debba essere trascesa.
Ma ci sono anche coloro che capiscono tutto e si emancipano in un istante.


martedì 10 luglio 2018

Le epoche buie


L’intelligenza non è qualcosa di stabile, ma aumenta e diminuisce secondo le epoche. È chiaro che siamo in un momento di oscuramento. Lo dimostra l’elezione di Trump. E anche l’involuzione europea.
Per l’Italia è evidente, sia nel voto di un governo populista e incapace, sia nella questione emigranti. Non si tratta di essere buoni o cattivi, accoglienti o respingenti. Si tratta di fare un calcolo di quante persone possiamo integrare. Perché è chiaro che non possiamo accogliere tutti. E che accogliere senza integrare porta alla rovina.
L’Italia è un po’ come per i gommoni degli emigranti. Oltre un certo numero di persone, i gommoni affondano.
In linea di massima, la popolazione mondiale dovrebbe essere fermata, perché abbiamo già raggiunto un numero limite oltre il quale le risorse terrestri non basteranno più e l’inquinamento sarà esiziale. Ci vorrebbero quindi politiche di limitazione delle nascite, soprattutto nei paesi più arretrati. Invece di distribuire cibi per sfamare troppe bocche, distribuiamo preservativi per diminuire quelle bocche.
Noi europei ci eravamo riusciti. Ma gli altri no. Ed ecco l’immigrazione.
Dunque siamo tutti su quel gommone. Non solo l’Italia e l’Europa. Ma il mondo intero. Qualcuno lo ha già capito, nonostante il rincretinimento generale.
Diffondiamo queste idee, non le suicide idee del “crescete e moltiplicatevi.”


La caduta e la resurrezione


Di solito noi consideriamo l’evoluzione come un cammino verso l’essere più intelligente e più cosciente.
Purtroppo esiste un’altra ipotesi: che l’uomo non sia il prodotto migliore, ma una degenerazione.
Forse è entrambe le cose insieme. Deve prima allontanarsi dall’Origine per capire ed essere cosciente. Ma poi deve saper tornare indietro per recuperare l’unità – con una nuova consapevolezza.
In tal senso va interpretato il mito del peccato originale. È la perdita dell’armonia e dell’unità con lo stato naturale: la conoscenza appunto del bene e del male, cioè il dualismo.
Ecco la perdita del paradiso terrestre, ossia dello stato di coscienza unificante.
Ma tale passo resta inevitabile. Se vuoi diventare un individuo adulto, devi staccarti e allontanarti dalla famiglia originale. Salvo poi recuperare il tutto, ormai padrone di te stesso.

lunedì 9 luglio 2018

Il senso della vita



Quando cerchiamo il significato della vita, di solito ne troviamo uno di tipo utilitaristico. La vita serve a progredire e a meritarci un bel paradiso, uno stato felicità perenne. La vita è stata creata da un Dio che osserva i nostri comportamenti e ci premia o ci castiga. La vita è un viaggio. Nella vita dobbiamo amare (quasi fosse un dovere). Nella vita dobbiamo imparare (scopo scolastico). Nella vita dobbiamo ubbidire alla volontà divina e naturalmente umiliarci e sacrificarci. Eccetera, eccetera.
Ma, a parte il dualismo di queste idee (paradiso-inferno, felicità-sofferenza, ecc.), che non lascia nessuna speranza di una pacificazione definitiva, e a parte l’idea carceraria, paternalistica ed educativa dell’esistere, non ci viene mai l’idea che la vita non abbia nessun significato “razionale”, che sia del tutto gratuita - gratuita non nel senso che non ci venga fatta pagare dal Creatore, ma nel senso che è come un gioco, un vizio o uno scherzo, senza importanza.
Nei nostri pensieri, nelle nostre religioni, Dio non scoppia mai in una risata. Mi piace invece quella specie di Buddha pancione che si sganascia dalle risa… Ma il Big Bang di cui parlano gli scienziati potrebbe esserlo: la risata di un Dio che si diverte a fare e a disfare, proprio come uno sceneggiatore o un soggettista.
Eppure questo mondo e l’intero universo potrebbero sparire in un attimo. Puf! (come fosse un sogno). E non succederebbe nulla, niente si scomporrebbe, niente trasalirebbe. Esattamente quello che succede con la morte di ciascuno di noi. Sì, qualcuno soffre, ma l’universo va avanti come se niente fosse.
In realtà non c’è nessuna necessità, né di noi, né degli altri… né del mondo.
Nessuna necessità. Gratuitità. Niente di speciale, niente di importante. Non dovete fare nulla, Non dovete raggiungere nulla. Non avete nessun compito speciale da svolgere, nessuna missione. Una nuvola che svanisce, un sogno che svanisce.
Un pensiero arriva e passa. Un merlo si posa un attimo davanti a me e subito vola via.
La vita non ha nessun senso definito, nessuno scopo. Non è logica. Non è né buona né cattiva, né utile né inutile. Non dobbiamo compiere grandi imprese. Non dobbiamo costruire niente.
Rilassiamoci, finché lo possiamo. Lasciamo perdere ogni visione tragica e doveristica.
"Una risata vi seppellirà."

domenica 8 luglio 2018

L'accusatore di Dio


Se il male fosse l’inevitabile conseguenza dell’essere e del creare, allora esisterebbe un principio cosmico che nemmeno Dio può infrangere. Si potrebbe tutt’al più lavorare all’interno di questo principio per diminuire la sofferenza, ma niente di più.
Allora, sarebbe giusto chiedersi se ne valesse la pena.
Forse, però, questo ragionamento nasce dalla nostra stessa mente che, per conoscere, divide e contrappone. Non ci rendiamo conto che la distinzione fra Dio esterno e Dio interno è una nostra proiezione e che noi stessi siamo quel Dio che accusiamo. Un Dio che ha dimenticato se stesso e crede di essere l’oggetto della sua stessa creazione.
Illuminarsi è capire ciò.
Noi stessi siamo il Dio che ha creato la distinzione fra bene e male, nonché l’idea di essere individui separati. Ma ce ne siamo dimenticati.
Siamo come il leoncino che, allevato in un gregge di pecore, crede di essere esso stesso una pecora. Finché un bel giorno, incontrando un vero leone e specchiandosi, si rende conto della sua vera natura.
“Tu sei dio, e non lo sai.”
Non cercare Padroni celesti: il tuo stesso cercare ti fa dividere in due e alienare. Tu sei colui che cerca - e colui che è cercato.
Devi comprenderlo per rifondarti.

sabato 7 luglio 2018

Contemplare il deserto


Subito dopo lo Spirito lo condusse nel deserto, dove rimase quaranta giorni.
                      Marco, 1, 12

Quale strada non deve attraversare l’arido deserto prima di arrivare alla terra promessa?

                      Aurobindo, La scelta

Il deserto rimanda alla vastità, alla sconfinatezza, all’immobilità, al vuoto. Improvvisamente ti trovi di fronte a un grande palcoscenico dell’apertura e del silenzio, e sei tu stesso indotto a svuotarti dei pensieri e delle preoccupazioni quotidiane. C’è dunque un invito a liberarti e a ricrearti.
       Non c’è persona di una certa profondità spirituale che non abbia cercato luoghi deserti per raccogliersi e meditare.
       Noi non siamo abituati al vuoto e ne abbiamo paura, perché lo assimiliamo al non-essere e alla morte. Ma, prima o poi, dobbiamo fare i conti con esso.
       Non a caso quasi tutti i grandi mistici, i fondatori di religioni, hanno trascorso un periodo più o meno lungo nel deserto. E in esso hanno avuto a che fare con i fantasmi della loro mente: con i loro desideri, con le loro paure, con le loro tentazioni.
       Nel deserto sparisce il mondo agitato e frenetico delle nostre società, con le sue immagini, con il suo rumore e con la sua capacità di illusione, ed emerge la realtà millenaria dell’esistenza sulla terra.

Gioiosi nella solitudine, dediti alla calma mentale, alla meditazione e alla consapevolezza, dimorate in luoghi deserti.
                      Buddha

       Proprio qui, ti ritrovi di fronte ai miraggi. E scopri il potere proiettivo della mente.
Nel deserto devi subire gli attacchi delle tue ossessioni. Ma, se resisti, se riesci a prenderne le distanze, puoi scoprire quel vasto spazio di pace che è dentro di te, puoi cogliere ciò che regna sovrano prima di ogni altra cosa.
Contemplandolo, sei riportato indietro nel tempo, alle origini di questo pianeta, all’epoca in cui si formarono la terra e la vita.

Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’.
                      Marco 6,31

Se resti immobile a osservare, a respirare, semplicemente a essere presente, dimentico di te stesso e delle tue preoccupazioni, ti liberi del peso della mente.
Guardati al cospetto dell’universo, dissolvi i tuoi limiti, scopri il tuo collegamento con il cosmo.
       Lontano da tutti, ritrova la tua essenzialità.
Per qualche istante, sei nel regno della luce e del silenzio.

Siediti in un luogo infinitamente spazioso, privo di colli, di alberi e di case. E lì sperimenta la fine delle tensioni della mente.
                      Tantra


venerdì 6 luglio 2018

Il volto reale del creatore


Dimenticatevi per un po’ tutte le immagini e le interpretazioni religiose di Dio e tenete solo conto di ciò che osservate sul modo in cui è stato fatto il mondo. La prima cosa che ci nota è che la vita deve nutrirsi di altra vita e che quindi tutti devono uccidere per vivere (animali o vegetali). Questo fa pensare a un Dio macellaio e ad un carnaio di esseri viventi dove, di volta in volta, ognuno è preda o cacciatore. E non c’è nessuna pietà per i deboli che devono fare da pasto.
La seconda cosa che si nota è l’impulso sessuale invasivo e pervasivo, per cui tutti devono accoppiarsi il maggior numero possibile di volte, senza tanto guardare per il sottile.
Le specie viventi sono dunque animate da furia omicida (per mangiare) e da furia sessuale (per riprodursi). Tutto il resto passa in seconda linea.
Se volessimo fare un ritratto di un creatore, dovremmo immaginarcelo come una forza cannibalesca e ossessiva, priva di ogni considerazione per il singolo individuo.
Questo è sperimentabile e osservabile da tutti. Il resto sono speculazioni umane.

giovedì 5 luglio 2018

La sfida del buddhismo


La più grande sfida alle religioni teiste (ebraismo, cristianesimo, islam, induismo, ecc.) viene dal buddhismo. Mentre infatti tutte le religioni teiste seguono all’ingrosso uno stesso schema – c’è il Dio creatore, c’è un anima da lui creata, c’è il profeta o il salvatore inviato da Dio, c’è il libro sacro, c’è una Chiesa o religione rivelata, c’è la promessa di un paradiso o di un inferno, ecc. –, il buddhismo non solo non crede in un Dio, ma sostiene anche che non esiste un’anima eterna; anzi, afferma che proprio queste credenze sono alla base del nostro stato di schiavitù, perché ci legano a un attaccamento egoico (al proprio ego) che non ci permette una vera liberazione. Gli uomini continuano a nascere, a riprodursi, a morire e a soffrire perché sono abbagliati da una forma di ignoranza che non consente loro di vedere quanto la vita sia sostanziata di dolore. Se lo vedessero, se se ne rendessero conto, cesserebbero di desiderare di esistere o di conquistare un buon posto su questa stessa terra, in una prossima rinascita o in qualche paradiso ultraterreno. Non c’è infatti nessun livello dell’essere che sia libero dalla sofferenza. È proprio la dimensione dell’essere che va eliminata. Il nirvana buddhista non è uno stato migliore dell’attuale, ma una forma di estinzione.
Subito il teista accusa questa religione di essere nichilista. Come si fa a rinunciare all’idea che esista un’essenza immortale che ci sopravvive? Come si fa ad abbandonare la speranza in una rinascita migliore, in una resurrezione o in paradiso? Non si butta il via con l’acqua sporca (la sofferenza) anche il bambino (l’anima)? Qualcuno potrebbe inoltre pensare: perché darsi tanto da fare per progredire se il sé è destinato a sparire?
La risposta del buddhismo (e delle religioni che credono nella reincarnazione) è che non si può sfuggire alla legge del karma e quindi alle conseguenze delle proprie azioni. Non serve morire e non servirebbe nemmeno suicidarsi. Quel sé che non è eterno è tuttavia ben radicato – nel desiderio, nell’attaccamento, nell’illusione e alla fine nella sofferenza. Paradossalmente, non è affatto facile liberarsene; esso continuerà a esistere da una vita all’altra e dovrà scontare tutto il karma accumulato. Se anche ci fosse un paradiso, non sarebbe privo di sofferenza. E anche se ci fossero gli dei, anche loro finirebbero per soffrire e morire.
Il buddhismo non spiega da dove nasca una simile legge perfettamente retributiva, che, tutto sommato, potrebbe essere assimilata ad una specie di Volontà divina...ma completamente impersonale. E non spiega neppure chi abbia messo in moto questo piano di realtà, con tutti i suoi esseri. Non nega che esistano stati migliori, paradisi e dèi. Ma afferma che niente di tutto questo è eterno e che nessun essere è esente dalla sofferenza. Anzi, la condizione umana è privilegiata, perché permette di incamminarsi sulla via della liberazione.
Mentre l’obiettivo del teista è raggiungere uno stato paradisiaco, il buddhista sostiene che nemmeno questo stato può essere definitivo e che la meta ultima è liberarsi di ogni sete di essere (o di non essere).
Come fare? La via non può che essere quella della consapevolezza e del distacco. Con la consapevolezza ci si rende conto dello stato di sofferenza di cui siamo vittime e con il distacco (non-attaccamento) ci si libera delle illusioni e dei condizionamenti. Ma la strada è lunga e non rischiamo affatto di scomparire nel nulla subito dopo la morte; ci vorranno molte vite, molte sofferenze e molta meditazione prima che in noi si faccia strada un barlume di luce. Nel frattempo continueremo a credere che si possa vivere senza soffrire e sogneremo di stati paradisiaci e divini in cui, non si sa come, potremo vivere in eterna letizia.
Solo il buddhista non si fa illusioni e sa che l’ultima rinuncia sarà proprio quella dell’attaccamento al proprio ego. Chi avrà ragione? Difficile dirlo, ma resta il fatto che la concezione buddhista è la sfida più radicale alle nostre credenze e fa apparire le varie teologie giochi di bambini.

mercoledì 4 luglio 2018

Meditare a scuola


Nelle nostre scuole insegniamo parecchie materie, ma non ci occupiamo di sviluppare facoltà che sarebbero più formative: l’attenzione, l’autocontrollo, la gentilezza, l’empatia e la calma.
Così non abbiamo nessuna possibilità di sviluppare la consapevolezza dei bambini. La matematica o la storia non sono state create e questo scopo.
Sarebbe molto utile fare ogni tanto dieci minuto di meditazione, concentrandosi per esempio sui propri respiri, sulle sensazioni corporee e sulle reazioni emotive, anche per riconoscere quelle degli altri.
Anziché affidarsi al caso, sarebbe più opportuno introdurre metodi per accrescere direttamente la coscienza e la conoscenza di sé.

martedì 3 luglio 2018

La nascita del tempo


C’è una specie di discrasia nella mente dell’uomo per cui il presente si spezza tra passato e futuro. E questa discrasia permette il divenire, l’esistere, il gioco del tempo.
Ma tutto è presente nello stesso tempo agli occhi di chi sa vedere.

lunedì 2 luglio 2018

La meditazione come cura: il risveglio del Buddha


Benché oggi la meditazione sia praticata con l’intenzione di stare meglio e di favorire il benessere, la sua motivazione originale era ed è diversa. È la liberazione da quella complessa “malattia” che è la vita stessa e l’individuazione in un io.
Quando il Buddha, dopo l’illuminazione, incontrò un gruppo di yogin, questi si accorsero che aveva una luce diversa negli occhi e che sembrava straordinariamente calmo, rilassato ed empatico. La loro impressione fu tale che gli domandarono se fosse un dio. E lui rispose: “No, mi sono risvegliato”.
Voleva dire che aveva capito il senso della vita, con i suoi pregi e i suoi difetti, e che non era più il solito uomo condizionato da millenni di “cultura” e di ignoranza, e che aveva assunto una propria autonomia di giudizio e che non si faceva trascinare dalle opinioni comuni o dai tentativi di raggiramento degli uomini di potere.
Si era risvegliato dal sonno millenario della mente. Non vedeva più il mondo, la vita, gli uomini e se stesso come prima. Non reagiva più come un tempo. Era più attento e sollecito. Si era liberato dai tanti attaccamenti psicologici e sociali.
Di conseguenza, stava meglio anche fisicamente, aveva meno ansia e meno angoscia, dormiva meglio, aveva un miglior rapporto con il proprio sé più profondo, non si preoccupava e occupava di tante cose inutili, era più concentrato, si era liberato da quell’egocentrismo che fa sragionare gli uomini, reagiva con più calma alle provocazioni, ai tentativi di indottrinamento sia dei religiosi sia degli uomini ordinari, resisteva meglio allo stress della vita ed era più libero dai pregiudizi, dalle convenzioni e dai luoghi comuni.
In breve, era un uomo più consapevole, più libero e più “sano” in tutti i sensi.
Questi stessi obiettivi possono essere raggiunti da tutti, in misura maggiore o minore, solo che si riesca a staccarsi per un po’ e quotidianamente dagli affanni e dai ruoli sociali, dai legami affettivi, dalle ambizioni comuni e dalle tortuosità della mente e si riesca a stare soli e tranquilli, facendo il vuoto mentale e “guardando” semplicemente gli altri, il mondo e se stessi senza tante categorie e schemi condizionanti.
L'illuminazione, come indica la parola stessa, è un vedere con chiarezza che ci risveglia dal sonno delle abitudini.

domenica 1 luglio 2018

Contemplare l'albero


L’anima dell’universo è simile all’anima di un grande albero che, senza sforzi e in silenzio, governa la pianta.
                      Plotino

Simile a un albero, signore delle foreste, è l’uomo: i suoi capelli sono le foglie, la sua pelle è la scorza esterna.
                      Brhadaranyaka Upanisad

      
Compenetrato della sottile essenza che fa vivere tutto, aspirando i succhi dalla terra, l’albero dimora sereno.
Siediti di fronte e contemplalo. È un organismo dotato di coscienza e di sensibilità. È un ponte naturale fra la terra, in cui affonda le radici, e il cielo, cui protende i rami. È una specie di centrale solare, capace di utilizzare direttamente i raggi della nostra stella. È un rifugio per altre specie viventi. Produce ossigeno, legno, frutti. È indispensabile alla vita sulla terra. 
       Ed è un testimone: a quante stagioni, a quante vicissitudini ha assistito? L’albero che stai contemplando può aver visto Napoleone e Cesare, può aver visto nascite, morti, rivoluzioni e guerre. Ha subìto tempeste e terremoti, diluvi e siccità. Ma ha resistito ed è ancora lì.
       L’uomo, che si è autoproclamato “re del creato”, sta lottando con tutta la sua scienza per giungere a cento anni d’età. Ma ci sono alberi che hanno tremila anni. Che cosa saremmo se potessimo vivere altrettanto?

Il mondo è come un unico albero: esso è brahman
                      Maitry Upanisad

       Restando immobile come quell’albero, percepisci per un po’ di tempo  i cambiamenti del tempo, dell’aria. Senti l’energia che sale dalla terra e l’energia che scende dal sole.
      
L’asceta mediti seduto alla radice di un albero, contento di sé.
                      Buddha

       In questo momento, sei simile ad esso. Le tue gambe poggiano sulla terra, le tue spalle e la tua testa sono protese verso il cielo. I tuoi capelli sono come fronde al vento.
       Seduto con il busto eretto, gli occhi chiusi, compenetrati con l’albero, senza diminuire l’attenzione, evitando il movimento dei pensieri. 
       Sei realmente connesso all’albero attraverso la respirazione, perché esso ti offre ossigeno. E, se c’è vento, puoi ascoltare la sua voce: lo stormire delle foglie.
       Nel momento in cui ti senti pieno dell’energia della natura, della linfa della terra e sei forte e calmo come l’albero, sei più che mai presente e consapevole.
       Questa energia ti permette di attingere al tutto andando al di là della mente.
       Passa oltre!

Coloro che comunicano con l’armonia universale sono come alberi e giacciono beati, vivendo in essa.
                      Wen-tzu

sabato 30 giugno 2018

La supermente


Se domandassimo al nostro cane di spiegarci il teorema di Pitagora, non capirebbe neppure che cosa vogliamo. Nella natura infatti esistono vari livelli di intelligenza e chi è a un livello basso non può capire chi è a un livello alto. Il cane non comprende noi, ma la formica non comprende il cane.
Sulla Terra sembra che noi ci troviamo al livello più elevato, ma è probabile che in qualche altro pianeta o in qualche altra dimensione vivano esseri più intelligenti. D’altronde nemmeno l’uomo di Neanderthal avrebbe capito il teorema di Pitagora.
       Il nostro compito dunque è portarci a un livello più alto per capire quei “misteri” che oggi ci sembrano incomprensibili. In tal senso tutti i paradossi sono utili. In particolare dovremmo superare la visione dualistica, per cui non possiamo pensare all’alto senza pensare al basso o alla vita senza pensare (e realizzare) la morte.

Che cosa cerchiamo, allora? Stati alterati di coscienza?
Forse è il contrario. Noi viviamo ora in stati alterati di coscienza, dominati dal dualismo, e cerchiamo la visione completa, comprensiva degli opposti.
Perché in meditazione partiamo dalla quiete? Perché l’inquietudine è uno stato alterato da cui dobbiamo uscire per trovare lo stato di calma “olimpica” che, non a caso, accostiamo a qualcosa di divino.
Ma il divino è solo uno stato superiore di intelligenza, quello che cerchiamo.
Meditare è vedere chiaro là dove tutti vedono cose distorte. È un “non pensare” nel senso di non pensare come (e ciò) che tutti gli altri pensano. Ma in realtà è un superpensiero.

venerdì 29 giugno 2018

Vita eterna


Tanti credenti parlano di vita eterna, di anima, di immortalità, ma poi si attaccano disperatamente a corpi morti (che vengono tenuti in funzione soltanto da macchinari), oppure a cadaveri mummificati che vengono portati in processione per l’edificazione dei fedeli.
Evidentemente non credono in ciò che dicono. Chi crede in un aldilà dovrebbe accogliere la morte come la grande liberazione, come un passo avanti, non con terrore.
Hanno proprio perso il senso della trascendenza e credono che questo mondo sia l’unico scenario possibile.
Guarda come muoiono per capire ciò in cui credono.
Ma se credi alla vita eterna, devi anche credere alla morte eterna. Il ciclo continua.
Per uscire definitivamente dal ciclo delle nascite e delle morti, devi uscire dall’idea stessa di vita-morte.

La salvezza


L’idea che la salvezza venga dall’alto, da Dio, dal Salvatore, dalla Provvidenza o comunque da qualcun altro, è proprio ciò che rende impossibile mobilitare le proprie forze per salvarsi.
          Come diceva Albert Einstein, “più l’uomo avanza nella sua evoluzione spirituale, più mi appare certo che il sentiero verso una religiosità genuina non passi per la paura della vita e la paura della morte, o per una fede cieca, ma attraverso gli sforzi compiuti in direzione di una conoscenza razionale.”