mercoledì 11 marzo 2015

La scienza della mente

La meditazione può essere definita la scienza della mente, poiché è un insieme di metodi pratici e di atteggiamenti per controllare e cambiare pensieri ed emozioni disturbanti. Non è dunque una religione, ma piuttosto una spiritualità, che ha comunque un suo quadro teorico.
Infatti, la nostra felicità e la nostra sofferenza dipendono in gran parte da noi stessi, dal modo in cui impieghiamo la mente. Ma dal modo in cui impieghiamo la mente dipende anche la nostra visione del mondo.
Da una parte, quindi, si controllano e si modificano emozioni, sentimenti e pensieri, e, dall’altra, si verificano e si cambiano le nostre convinzioni profonde.
Quello che è certo è che tutti i nostri stati d’animo possono essere osservati e, con l‘addestramento, cambiati. Non siamo insomma semplici contenitori di pensieri e di sentimenti prodotti dagli eventi esterni,ma siamo noi stessi, in gran parte, i responsabili di ciò che proviamo e pensiamo. E siamo noi stessi che possiamo diventare ciò che vogliamo. Come diceva il Buddha, è la mente (sensitiva, psichica, conscia, inconscia e razionale) che determina il mondo in cui viviamo. E dunque ognuno deve diventare il padrone di stesso e non lasciarsi trascinare dagli altri, dalla famiglia, dalla scuola, dalla cultura, dalla società, dalla religione, dalle opinioni correnti, dalle tradizioni e dai mille condizionamenti del mondo.

Ognuno deve diventare se stesso, deve riappropriarsi della propria vita. Ecco perché lo scopo della meditazione è la libertà, la liberazione.

martedì 10 marzo 2015

La suprema illusione

La suprema illusione è quella religiosa, secondo cui il mondo sarebbe stato creato da un Dio benevolo e misericordioso che ha fatto tutto questo in funzione dell’uomo, il re del creato.
In realtà, l’uomo è solo un sottoprodotto, uno dei tanti, e “Dio” non segue una logica antropomorfa.
Allo guardo contemplativo, questo è chiarissimo. Ma l’uomo non lo accetta e vuole che il mondo abbia un senso e rientri nei suoi schemi mentali.
Se vuoi “capire” qualcosa, liberati di questi schemi e osserva il vuoto della mente, ossia l’assenza di ogni sostanzialità delle cose.
Lì è la verità che non può essere espressa, ma solo intuita. La verità non è qualcosa di ragionevole, ma qualcosa di saggio.


La lezione cosmica

Abbiamo talmente paura di non trovare una qualche spiegazione che cerchiamo di costruire un mondo (e un Dio) a nostra immagine e somiglianza – cioè con una mente razionale, duale.
Ma la vita non si fa mai irreggimentare dai nostri tentativi di razionalizzazione, e la natura è pronta a scatenarsi e a distruggere ogni opera dell’uomo.
La natura non ha solo aspetti costruttivi e “positivi”, ma anche distruttivi e “negativi”.
Questa è la lezione cosmica che dobbiamo sempre tener presente se non vogliamo cadere nell’illusione di trovarci in un universo retto da leggi antropomorfe, in cui l’uomo ha un posto privilegiato. Che senso ha questo immenso cosmo pieno di pianeti e stelle che girano secondo leggi matematiche e che sono per lo più ammassi informi e privi di vita?
Non ha un senso antropomorfo, ma esiste lo stesso.
Le cose senza senso sono molte di più delle cose con un senso.

Ma è la nostra mente che non ce la fa a comprendere certe cose.

Il senso razionale della vita

Tutti cerchiamo il senso della vita. Ma non dobbiamo illuderci per ora che sia uno dei significati trovati dalla mente.
La vita ha un senso cosmico che è al di là dei significati razionali che le possiamo trovare.
Quando diciamo che la vita è creata da Dio per sottoporci a una prova, ecc., le diamo un significato “razionale” e lo stesso succede quando diciamo che c’è un karma preesistente che determina il nostro destino. Si stratta sempre di spiegazioni trovate dalla nostra mente logica. Quando poi diciamo che la vita non ha nessun senso, diciamo che non ha nessun senso antropomorfo.
In effetti, sia che le diamo un senso “razionale” sia che diciamo che non ha nessun senso, la vita è lì a dirci che in ogni istante un uomo può essere spazzato via, nella più incompleta insensatezza, nella più completa mancanza di una spiegazione.
Allora la vita ha un senso “razionale” o non ha nessun senso?
O non ha nessun senso antropomorfo…?
Il Tao, diceva il Tao Te Ching, non è umano. È inutile cercargli un senso razionale. Non risponde ad una logica umana.
Solo se smettiamo di cercare un senso antropomorfo o un non-senso (sempre antropomorfo), e ci mettiamo in ascolto senza pretendere risposte banali, in termini dualistici di bene e di male, riusciamo ad assimilarci alla “verità” ultima.


lunedì 9 marzo 2015

L'armonia perduta

Molti pensano che la meditazione sia una perdita di tempo e che la vita sia attività, movimento, lavoro, costruzione, ecc. Così non si riflette mai e non si è consapevoli né di sé né degli altri.
Questo atteggiamento è all’origine dell’infelicità generale, perché l’uomo di oggi non si pensa più come una parte del Tutto che deve armonizzarsi, ma come un apprendista stregone che deve dominare e piegare il mondo. Non è più l’atteggiamento teoretico che prevale, con la sua contemplazione-armonizzazione con il cosmo, ma un fattore trasformativo - che nasce, però, da un intimo dissidio. La disarmonia tra uomo e cosmo, che ha cancellato l’antico atteggiamento teoretico della filosofia greca e della sapienza orientale, risale alla civiltà cristiana.
Per il cristianesimo l’uomo non è più un frammento del Tutto, ma un essere creato da un Dio che non si identifica con la natura. In tal modo Dio non viene più sentito come la Totalità, ma come un Padre-Padrone, totalmente altro da sé e dal mondo. Il mondo diventa un luogo di pena e di transito temporaneo in cui veniamo gettati dopo la Caduta.
L’uomo e il mondo non sono più in armonia, e l’uomo non deve più contemplare il mondo per riuscire ad assimilarsi, ma deve piuttosto costruire un altro ordine che non ha più nulla di naturale.
Il rapporto tra l’uomo e il mondo è lo stesso che corre tra Dio e il mondo: un rapporto di consumo, di dominazione e di sfruttamento. Il mondo è fatto per essere plasmato e assoggettato.
Quando l’uomo arriva a sentirsi “gettato” nel mondo, in un mondo destituito di ogni senso, siamo all’atto finale di quel percorso che, inaugurato dal cristianesimo, ha portato l’uomo,ormai consapevole della morte di Dio, a questo senso di abbandono e di non-senso.
Ma il senso è proprio un’esperienza di comunione e di armonia che è stata interrotta e che non può più essere sostituita dal rapporto tra uomo e uomo, perché nessun uomo può essere un datore di senso cosmico.
Spezzata l’unità uomo-natura, ecco lo stato di degrado ambientale, ecco la distruzione ecologica che vediamo sotto i nostri occhi.

Per i cristiani, Gesù, l’ebreo Gesù, è il redentore del mondo. Ma ogni Cristo ha il suo Anticristo, in sé.

Che cosa significa pensare

Ma alla fine che cosa significa pensare? C’è un pensiero che si limita a incasellare le cose e gli avvenimenti in concetti, assegnando etichette prestabilite e definizioni che da quel momento chiudono ogni altro senso. E c’è un pensiero che,consapevole di tutto questo, cerca le cose al di là delle loro definizioni – e che, invece di anticipare e inquadrare il loro senso convenzionale, si mette ad ascoltarle.

Questo è l’ascolto meditativo.

L'utilità della rabbia

Quando vediamo o subiamo un’ingiustizia, chi non si arrabbia? Tutti perdiamo la calma che magari ci è costata tanta fatica e tempo. In un attimo, perdiamo il distacco e l’autocontrollo. Ma non è per questo che dobbiamo rimproverarci.
Mettiamola così: se non ci fosse la rabbia, come potremmo praticare la compassione?

Certo, potremmo chiederci se fosse necessario, per provare un po’ di compassione passare per la rabbia. Ma questo è un altro discorso – è un discorso che riguarda la dialettica degli stati d’animo e il modo in cui è stato costruito il mondo… 

domenica 8 marzo 2015

Il luogo dello spirito

Qualche lettore ogni tanto mi scrive domandandomi informazioni sulla serietà di maestri e guru. Purtroppo, nella maggioranza dei casi, si tratta di persone che vogliono far soldi, vendendo questa o quella miracolistica soluzione ai problemi degli uomini. Diffidate. Se vogliono vendervi qualcosa, se chiedono denaro, se vogliono farvi entrare in qualche setta, se cercano di avere successo o popolarità, scartateli.
Premesso che tutti hanno bisogno di guadagnare, non c’è bisogno di andare alla ricerca di maestri. Il vero maestro è dentro di noi. Se avete dubbi, potete consultare blog come questo che è a disposizione di tutti e che non vi chiede nulla. Non ha senso cercare di vendere o di comprare la spiritualità.
Lo spirito è a disposizione di tutti e non può avere mediatori. Per consultarlo, basta attivarlo là dove sta: nella nostra interiorità.
Lo spirito non sta neppure nelle grandi religioni, che infatti vi chiedono tutti i giorni contributi, donazioni, otto per mille, non pagano tasse, hanno banche, vogliono indottrinarvi e proteggono preti corrotti e affaristi.

Lo spirito è libertà e semplicità. E non ha bisogno di denaro per funzionare. Quelli che hanno bisogno di soldi sono gli uomini di potere, le Chiese, le sette e i movimenti religiosi.

Il desidero più profondo

Domandiamoci, come esercizio meditativo, quale sia il nostro desiderio più profondo, la nostra vera aspirazione, il senso della nostra vita.
Concentriamoci sulla domanda senza cercare di rispondere in termini concettuali. Rimaniamo semplicemente in una posizione di ascolto.
Passando in rassegna i nostri vari desideri, vediamo che molti non sono affatto così importanti e che, anzi, generano inquietudine e spreco di energie.
Ogni desiderio nasce da una scissione tra soggetto che desidera e oggetto desiderato. E i desideri non essenziali, una volta soddisfatti, non eliminano la noia o l’insoddisfazione.
Cercando più a fondo, scartiamoli uno ad uno, fino ad arrivare a quello più profondo - che in realtà è un’assenza di intenzionalità. Il vero desiderio, quello che li esaudisce tutti, è il distacco dai desideri e dalle aspettative. Solo così si esce dal dualismo e si recupera l’unità originaria – che produce un piacere, una soddisfazione senza precedenti, sconosciuta in questo mondo dei desideri.
Per eseguire l’ esercizio, mettetevi in una posizione a gambe incrociate. Ogni posizione fisica, infatti, corrisponde ad uno stato d’animo. Se rimaniamo in piedi, vogliamo essere attivi. Se ci sdraiamo, vogliamo riposare. Se ci sediamo, siamo rilassati e intendiamo indagare.
Curate la posizione della schiena, che deve essere diritta ma non tesa. Se pendete in avanti e tenete le spalle curve, questo denota disinteresse. Se volete veramente far qualcosa, vi mettete eretti – pronti ad ogni scoperta.
Questa è la posizione della domanda la cui risposta esce dal gioco mentale.


sabato 7 marzo 2015

Fare il vuoto dentro di sé

Quando diciamo che non possiamo fidarci nemmeno della nostra mente, e che dobbiamo trascenderla, diciamo che dobbiamo uscire dal dualismo soggetto-oggetto, che ci deforma la visione. Ecco il perché della ricerca del vuoto mentale.
Si è stabilito convenzionalmente che le cose siano quegli oggetti (da ob-jectum) che “stanno di contro al soggetto che le considera”.

Ma quando noi consideriamo l’oggetto, questo è già un dato, cioè è il prodotto di una operazione mentale, basata sul dualismo soggetto-oggetto, che ci è sfuggita, che è già avvenuta. Solo ritornando all’origine della biforcazione, si vede che oggetto e soggetto sono l’uno relativo all’altro, e quindi in sé inconsistenti - e si possono cambiare. 

IL principio della meditazione

Scriveva Seneca: “Bisogna sottrarsi al mondo e rifugiarsi in se stessi, anzi bisogna fuggire anche da se stessi”.
Questo è il principio della meditazione. Prima dobbiamo usare l’introspezione per uscire dai rumori e dalle chiacchiere del mondo. Ma poi dobbiamo sottrarci anche alle chiacchiere della nostra mente – che vorrebbe continuare a trascinare il mondo con le sue beghe e la sua confusione dentro di noi.

Se ci rifugiassimo solo dentro noi stessi, potremmo non uscire dall’egocentrismo. Ma, andando al di là anche del proprio ego, ci si vede come dall’esterno, ci si distacca e ci si universalizza.

venerdì 6 marzo 2015

L'infanzia del Buddha

L’infanzia del Buddha ha un evidente significato simbolico. Il figlio del re, ricco, iperprotetto, che ha a disposizione ogni piacere nella sua reggia, tenuto lontano da ogni pericolo e perfino dalla vista di ogni bruttura della vita, un giorno viene a contatto con la malattia, con la vecchiaia e con la morte, e si accorge che il mondo non è solo un paradiso, ma anche un inferno e che, per quanto ci si possa difendere, prima o poi tutti veniamo colpiti dalla sofferenza. È un trauma.
Ma questo trauma è vissuto da tutti quando si esce da un infanzia felice e dalla protezione dei genitori e si entra nel mondo reale. Allora ci si aprono gli occhi sulla realtà.
Non abbiamo più una rete che ci protegga, non abbiamo più la difesa dei genitori. E noi stessi dobbiamo diventare genitori di noi stessi, assumendoci ogni responsabilità e ogni dolore… pur senza perdere la voglia di vivere.
Non è facile, e molti ripiegano nell’irrealtà dei sogni illusori, nelle fedi in qualche Dio protettore. Ma si tratta di regressioni.

L’unica via è costituita dalla consapevolezza coraggiosa, dalla visione chiara e lucida delle cose, dal controllo dell’emotività, dalla conoscenza, dalla saggezza.

La dittatura del denaro

Se pensiamo che la teoria che sta alla base delle nostre società è quella economica, ci rendiamo conto di quanto siamo decaduti. Come dice Frank Schirmacher, “l’homo oeconomicus è un sociopatico”, ossia è un individuo che agisce in base ad un ideale: quello del massimo accumulo di denaro.
Questo uomo è un egoista, convinto che tutti siano come lui. È uno che valuta gli uomini in base al denaro che hanno. È uno che pensa il peggio di tutti.
Conosce il prezzo di ogni cosa, ma non il valore.

Ebbene, questo è l’eroe dei nostri tempi, l’uomo più invidiato, il modello sognato dai più.

Il valore della vita

I tanti casi di suicidio sono il riconoscimento che c’è qualcosa da salvaguardare che è più importante del nostro ego psico-fisico - e che la cosa più importante non è vivere, ma vivere bene.

Non è la vita che è sacra, ma il ben-essere.

giovedì 5 marzo 2015

La meditazione ribelle

Gli uomini – e in particolare le donne – possono usare la meditazione come mezzo per affermare la propria individualità, spesso negata dalla famiglia, dalla religione, dalla società, dallo Stato e dalla stessa natura, che vogliono individui omologati e ubbidienti come tante pecore (ma poi le pecore vengono portate al macello).
La meditazione è ribellione. È rifiutare ruoli non scelti, ruoli convenzionali. È crearsi un proprio nucleo originale di libertà e di resistenza al conformismo generale.

Quando ci sentiamo ingabbiati e soffocati dai doveri e dalle maschere sociali o naturali che ci vengono imposte, la meditazione ci permette di trovare un nostro spazio autonomo, di liberarci dall’oppressione. In tal senso si cerca la liberazione.

L'ignoranza

L’ignoranza è lo stato naturale dell’uomo, il quale nasce senza sapere nulla. Quindi ci vuole un grande sforzo per uscirne, imparare qualcosa e rendersi consapevoli.

Purtroppo, i più preferiscono seguire la natura.

Il vuoto primigenio

Prima del Big Bang, prima della nascita dell’universo, che cosa c’era?
Non c’era né spazio né tempo. Dunque non c’era nulla – un grande vuoto.
Ma questo vuoto non era assoluto: era una fucina, una matrice di possibilità. E questo universo è una di quelle possibilità.

Quando il meditante fa il vuoto dei pensieri, cerca questa fucina di enormi potenzialità, non cerca il nulla.

Eterogenesi dei fini

Tra la natura e l’uomo c’è un rapporto di reciproco inganno, o comunque di contrasto. La natura vuole che l’uomo serva a fini riproduttivi e poi si tolga dai piedi. E l’uomo cerca di prendere quel che gli pare dalla natura e poi di piegarla ai propri fini individuali.
Tra i due non ci si intende. Vogliono cose differenti e cercano di giocarsi a vicenda.
D’altronde, l’uomo è l’essere che eccede la natura.
È un po’ come il rapporto tra l’uomo e la donna. Sembra che i due vogliano la stessa cosa, ma, se si guarda bene, si scopre che i loro fini divergono. L’uomo vuole il sesso, la donna vuole il figlio.
Il mondo è tutto un dissidio. Dio deve essere uno che ha litigato con se stesso.

Ci sono momenti in cui è bene seguire la natura, ma altri in cui bisogna fare i propri interessi.

La funzione del sesso nella meditazione

Per chi medita, ci sono momenti in cui è meglio astenersi dal sesso, per prendere le distanze dalla natura e per osservare tutto con distacco.
Ma poi ci sono momenti in cui è bene utilizzare il sesso per darsi una scossa.

Non è possibile adottare un criterio unico. È una questione di energia. E l’energia non è mai costante.

mercoledì 4 marzo 2015

Il vero ascetismo

Il vero ascetismo non è allontanare il corpo dal mondo.

Il vero ascetismo è allontanare la mente dai pensieri ossessivi, dagli schemi abituali, dall’opinione comune.

Meditazione al femminile

Una donna normale, con marito e figli, svolge varie attività che possono essere utilizzate come pratiche di meditazione. Allevare figli, preparare il cibo, tenere in ordine la casa, far crescere, ecc., tutte queste azioni possono essere svolte con una consapevolezza meditativa, ossia con una forte concentrazione e come mezzi altruistici per uscire da sé.
Insomma, se si opera con l’animo giusto, consapevoli dell’importanza di ciò che si fa, queste attività sono già forme di meditazione attiva. Ma non basta: la donna deve integrare queste pratiche in una visione spirituale della vita.
Per far questo, è anche necessaria, negli intervalli o nei momenti di libertà, una pratica formale (una meditazione seduta, una meditazione di riposo, di immobilità, di quiete, di stasi), se non altro per ritrovare un senso di scopo, la motivazione e l’intenzione, e trasferire la forza, l’equilibrio e la pace ritrovata nella vita quotidiana.
La donna può meditare sul proprio utero come vuoto, vacuità, vastità, spaziosità, matrice, non-essere da cui ha origine l’essere. In effetti, la matrice uterina è parte e simbolo della vacuità meditativa, ossia della ricerca di quel Vuoto primordiale da cui hanno avuto origine tutte le cose.
Anche se la natura ultima delle cose non è né maschile né femminile, ognuno deve arrivarci utilizzando le proprie caratteristiche individuali.


Isola di pace

Isola di pace in mezzo alla tempesta, oasi in mezzo al deserto… questo è il senso della meditazione nelle nostre vite indaffarate, ansiose, aride, avide, confuse, violente e nevrotiche.
Se non si trova un centro di pace, anche se temporaneo, la vita è solo stress, movimento senza costrutto, spreco di energie e sofferenza. E noi siamo soltanto macchine produttive e riproduttive.

Con la meditazione ricostituiamo un centro spirituale che è un’àncora e dà un senso spirituale all’esistenza. Poiché è da tanto tempo che viviamo così, difficilmente arriveremo d’un colpo all’illuminazione. Ma il principio è proprio questo: creare uno spazio di calma, di chiarezza e di consapevolezza. Da qui parte il nostro riscatto.

martedì 3 marzo 2015

Il valore dell'attenzione

Quando guidiamo un veicolo, dobbiamo stare attenti e non farci distrarre. Basta un attimo di distrazione per finire in una tragedia.
Ma noi dobbiamo comunque guidare il veicolo della nostra vita, e anche qui basta un attimo di distrazione per produrre danni irreparabili.

L’attenzione è indispensabile per veder chiaro, per non commettere errori e per mantenersi vigili. Ecco perché la meditazione è essenzialmente una pratica dell’attenzione.

Prevenire le malattie

Quando siamo in un periodo di inquietudine, di ansia, di paura e di depressione diventiamo prede di forze negative che ci attaccano sia sul piano fisico sia sul piano mentale, producendo malattie di tutti i tipi.

Meditare serve anche a questo: a crearsi un’armatura protettiva, contro cui rimbalzeranno e verranno respinte tante condizioni patologiche. 

Sessualità femminile

Non dobbiamo farci condizionare dal “sesso sì” o “sesso no”. Verginità, castità, sessualità, devono dipendere unicamente dalle nostre disposizioni individuali, che, tra l’altro, non sono fisse. Per un certo periodo si può essere in un modo, e poi in un altro. Sono le esigenze del momento che contano, non quelle delle tradizioni o della società in cui viviamo.
Le donne sono sempre state trattate male dalle varie religioni, che sono tutte patriarcali.
Talvolta una donna sente il bisogno di essere “vergine” per non venire sfruttata e controllata dall’uomo, ma, se è l’uomo che la vuole così, cessa di essere libera. Così come non sono libere le monache, che vivono in guscio protettivo in cui non possono trovare se stesse.
In altri momenti la donna avverte l’esigenza di essere amante, moglie e madre. E non deve lottare contro questi impulsi. Ma non deve abbandonare le sue capacità più profonde.
Le donne hanno capacità naturali di cura, di ascolto, di intuizione, di introspezione e di meditazione. È quindi giusto che si esercitino nella varie condizioni – vergini, amanti, madri – senza per questo smettere di seguire una via spirituale. La spiritualità non si fa dettare leggi da nessuno e si esprime in tutte le condizioni della nostra esistenza.

Le donne devono liberarsi due volte: prima dall’idea di essere esseri di serie B, sottoposte agli uomini; e poi da tutti gli altri condizionamenti da cui devono liberarsi anche i maschi.

lunedì 2 marzo 2015

L'auto-gentileza

Tutti avremmo bisogno di essere più gentili vero gli altri. Se adottassimo questo comportamento, il mondo sarebbe un posto migliore.
Ma il problema è che non siamo gentili nemmeno verso noi stessi. Nessuno può trattarci più duramente di quanto ci trattiamo noi stessi. Quante volte, per aver commesso qualche errore, ci insultiamo o ci diciamo che siamo dei buoni a nulla o dei falliti, e che non combineremo mai niente nella vita.
Sì, possiamo essere i peggiori critici e nemici di noi stessi. Quando ci capita, dobbiamo rendercene conto e cercare di vedere le motivazioni e le scusanti. Che cosa diremmo a qualcuno cui vogliamo bene?
Ma ci vogliamo bene?
La meditazione ci aiuta a cogliere questo aspetto spesso sottovalutato e ci dimostra che noi abbiamo un valore indipendentemente dai successi o insuccessi in campo economico, sociale o affettivo. Il nostro valore non è dato da nessuna di queste cose – dai soldi, dai titoli accademici, dai successi, dal numero di amori, dalla posizione sociale, dalla realizzazione lavorativa, ecc. Ognuno di noi ha un valore di per sé.

Ricordiamocelo quando ci auto-colpevolizziamo o ci auto-denigriamo. Diventiamo consapevoli dei momenti critici: siamo più gentili anche verso di noi.

domenica 1 marzo 2015

L'essenza

“L’essenza non è essenziale” dice Nelson Goodman, E, in effetti, se si prescinde dagli attributi, dai particolari e dalle singolarità, ciò che rimane – l’essenza appunto – non interessa più. È un nucleo astratto del tutto vuoto.

L'utilità della sofferenza

Il buddhismo nasce con l’idea di porre un rimedio alla sofferenza.
Il cristianesimo, con la sua croce, nasce per santificarla.

Chi è il più nichilista?

La funzione della morte

Goethe: “La vita è l’invenzione più bella della natura e la morte è il suo strumento per avere molta vita”.

Voi che volete l’immortalità non avete capito niente.

L'industria dei poveri

“Mettiti accanto a un povero” diceva don Milani “e ci camperai tutta la vita.”
Sì, la Chiesa ha scoperto che i poveri sono una gran ricchezza. E, infatti, preti e suore che si dedicano ai poveri hanno trovato un sicuro mezzo di sostentamento. Per non parlare dei missionari, delle onlus e degli aiuti al terzo mondo.
L’industria dello sfruttamento della povertà.

Per la religione, l’importante è che i poveri rimangano sempre in uno stato di indigenza. Così i preti “ci campano.”

A Cesare e a Dio

Insomma, una duplice sottomissione… Ah, chi pronunciò queste parole non era certo un rivoluzionario! Mai una riflessione sulla giustezza o meno dei tributi che si pagano ai vari padroni, della terra e del cielo. Eppure, gran parte delle sofferenze dipende anche da questo.

È così che nascono i popoli di cortigiani.

sabato 28 febbraio 2015

La belva jihadista

Temo che, dietro il successo del ijhadismo e dell’accorrere di europei, ci sia un fenomeno di regressione alle origini – quando si risolveva tutto non con il ragionamento ma con la violenza, quando le donne erano schiave e oggetti di commercio, quando le altre culture venivano disprezzate e possibilmente distrutte, quando chi comandava era semplicemente il più violento o il più armato, quando le società erano dominate da principi religiosi e non laici.
Un rifiuto della civiltà. Che alberga nel fondo della belva che è in noi.
Vivere nella civiltà non è facile. C'è da pagare un costo in termini di auto-controllo, che non tutti sopportano.
Tutto sommato, un ritorno alla natura ferina.

L'io autentico

Le idee non sono nostre, i pensieri non sono nostri, le parole non sono nostre: tutto è stato preconfezionato da chi ci ha preceduti. Perfino i sentimenti non sono nostri, ma rientrano nel gioco della natura, della specie e della società. Sono pochissimi coloro che hanno un’idea nuova (per esempio, individui come Einstein), sono pochi coloro che sono capaci di creare qualcosa di nuovo (per esempio, gli artisti), una parola nuova o una musica nuova. Ma sono ancora di meno coloro che hanno un sentimento nuovo, rispetto a tutti gli altri uomini.
Quando mi innamoro penso che quel sentimento sia esclusivamente mio, ma poi mi accorgo che mi sono innamorato di quella persona non per una mia libera scelta, ma perché rigidamente condizionato a farlo dalle mie precedenti esperienze (prima di tutto, da quelle con mia madre o mio padre). Dunque i gesti e i sentimenti che provo rientrano in ciò che mi è stato precostituito dalla natura o dalla società.
Che cosa è veramente mio?
Forse il mio io?
Ma ciò che chiamo “io” è già stato precostituito dall’incontro fra i miei e genitori e dai loro patrimoni genetici. L'idea di un'autenticità dell'io è una contraddizione in termini. Io che cosa ho scelto?
Ciò che dico, ciò che penso, ciò che provo è già tutto previsto e vissuto. È come cercare di pensare una parola nuova e poi accorgersi che tutte le parole sono già contenute nel vocabolario. Siamo replicanti, interpreti, traduttori, ma non creiamo niente, niente di autenticamente originale. E vorremmo essere immortali?
Non possiamo esprimerci senza utilizzare vecchi schemi. Anche i creatori partono da esperienze precedenti.
Allora, il nostro autentico io, il nostro sé originale e unico dov’è?
È più in ciò che non è che in ciò che è. In ciò che non esprimo che in ciò che esprimo. Nel silenzio che nelle parole. Nel non essere-me-stesso che nell’essere ciò che sono.
Essere significa essere determinati.
Non ne avete abbastanza di essere ciò che siete? Fermatevi almeno prima di parlare, di pensare e di sentire. Fermatevi un attimo prima e osservate un possibile panorama diverso.



venerdì 27 febbraio 2015

I barbari

I fanatici islamici distruggono le statue e i templi antichi?
Sapeste quanti ne hanno distrutti i cristiani!
I fanatici islamici torturano e uccidono, tagliano la testa?
Sapeste quanti uomini furono seviziati e uccisi dai tribunali dell’Inquisizione!
In Sicilia, durante la dominazione spagnola, tra il 1606 e il 1782 (non così lontano nel tempo), migliaia di persone “ribelli” (tra cui artisti e scienziati) furono imprigionate, torturate, arse vive e uccise. Dopo grandiose cerimonie e processioni religiosi, le teste mozzate delle vittime venivano lanciate alla folla che ci giocava a palla.
Leggete i testi di Sciascia, di Bufalino, di Consolo. Visitate i graffiti dei condannati a Palazzo Steri a Palermo.

Le “sante” Chiese, le “sante” religioni, la “santa” Inquisizione… si comportavano come i jiahdisti di oggi.

La coscienza infelice

Noi non possiamo conoscere che dividendo, isolando, inquadrando, frammentando e contrapponendo, e ciò fa della coscienza una coscienza dilacerata, infelice. L’apertura della coscienza è inevitabilmente accompagnata da sofferenza, da un senso di tensione sempre inappagato e da una nostalgia di una riunificazione impossibile.
Ma questa sofferenza, che è segno distintivo dell’uomo, non è solo un’eredità negativa. È in realtà il segno di un’esigenza di ulteriorità, e dunque una patente di nobiltà, la prova che l’uomo non si accontenta – come gli altri animali – del già dato.
L’uomo è proteso oltre, tende alla trascendenza – almeno finché non la definisce “Dio” e crede di aver trovato qualcosa.
La tensione, l’insoddisfazione, il dukkha buddhista, è la spinta che controbilancia la chiusura di senso data dal sapere acquisito, dal dogma, dalla convenzione, dalla regola, ecc.  È spinta a progredire, ad andare oltre.

Se fossimo soddisfatti di ciò che abbiamo, se non cercassimo altro e oltre, se non soffrissimo le limitazioni della natura e del sapere codificato, saremmo ancora delle scimmie, non di più.

Il vero ateo

In fondo chi crede e chi non crede sono sullo stesso piano: hanno una loro fede.

Il vero ateo è l’indifferente.

Il diritto di non soffrire

I medici, i preti e i politici che non vogliono sentir parlare di eutanasia sono come Ponzio Pilato – si lavano le mani del problema del fine vita. Utilizzano l’ideologia o la religione per non far niente, per mascherare la loro indifferenza. Gli ipocriti, coloro che non vogliono vedere, sono sostanzialmente disumani.

I medici sono fatti per curare, non per uccidere – dicono. Ma, se uno muore – e, prima o poi, tutti muoiono – perché non aiutarlo a non soffrire? Il dovere di non far soffrire non è entrato nella testa di molti. Loro credono che la sofferenza serva a redimere. E invece, nella maggior parte dei casi, quando è dolore fisico, abbruttisce. 

giovedì 26 febbraio 2015

L'uomo del futuro

Il fatto è che l’uomo è un essere ancora da realizzare. L’uomo è un compito che non è stato ancora del tutto svolto. E che non sarà mai, sperabilmente, del tutto svolto.
Il cammino sarà lungo e irto di pericoli… pericoli di autodistruzione.

Alla nostra psiche può succedere ciò che abbiamo fatto al mondo: esplorandolo tutto, conoscendolo tutto, lo abbiamo cambiato, lo abbiamo irrimediabilmente deformato.

Lasciar essere

Lasciar essere le cose nel loro accadere, senza un io che le voglia e una ragione che le ordini. Ma osservarle. Osservarle senza interferire - ammesso che sia possibile, ammesso che il semplice atto dell’osservarle non le cambi definitivamente.

Il fondo abissale dell'anima

Se potessimo cogliere il sé nella sua totalità, se potessimo non lasciar fuori niente, allora il mondo non avrebbe più un senso nuovo e tutto sarebbe così abituale e prevedibile che diventerebbe monotono e ripetitivo.
Deve quindi rimanere una sorgente sempre nascosta e inafferrabile, una fonte di nuovi sensi e di nuovi concetti, un Oriente che si sottrae sempre alla ricerca di senso.
Voler inseguire questa sorgente è come voler inseguire la propria ombra. È il fondo abissale che non può essere dispiegato razionalmente se non si vuole uccidere ogni novità, che non può essere illuminato se non si vuole che diventi sterile. Questo fondo noi lo abitiamo senza mai poterlo conoscere del tutto, perché è la fonte della conoscenza.
L’essenza dell’uomo, la sua anima, l’anemos mobile come il vento, è questo darsi che si sottrae. Si dà quando si sottrae e si sottrae quando si dà.
Non possiamo conoscere il Fondo abissale perché la luce della ragione lo sconvolgerebbe, facendo dissolvere anche l’io. Ma possiamo abitarlo, o meglio farci abitare da esso, lasciandoci aperti a nuove irruzioni di senso, a rivelazioni, a illuminazioni. E possiamo conoscerne qualcosa.
Non siamo noi che gettiamo un fascio di luce (il che proietterebbe le categorie della ragione), ma è qualcosa che emerge dal buio, un po’ come un pianeta che finora era rimasto nascosto.
È chiaro che per far questo (fin dove possiamo) dobbiamo rallentare l’abituale attività conoscitiva, riflessiva ed ermeneutica.
Comunque, questo nostro atteggiamento, pur escludendo domande, è una forma indiretta di interrogazione. L’attesa cui ci predisponiamo è una forma di ricerca o di agguato. È come andare a caccia: quando metto una trappola, non so quale animale ci cadrà, ma qualcosa sarà intrappolato. Ed è la mia trappola che trasforma un animale libero e spontaneo in un prigioniero chiuso in una gabbia. Sono io che provoco l’evento. Anche le reazioni che provoco nell’animale saranno state decise dalla mia trappola.
Non è dunque facile conoscere se stessi e non è nemmeno del tutto auspicabile. Quando avremo ridotto ogni luogo del pianeta ad una specie di luna park senza più misteri, ci toccherà trasferirci su qualche altro pianeta.

Dunque, dobbiamo avanzare in una terra inesplorata, cercando di non portarci dietro tutte le nostre abitudini, i nostri interessi e i nostri schemi di pensiero. Dobbiamo guardarla, e lasciarla lì indisturbata, come una riserva di senso.

mercoledì 25 febbraio 2015

Problemi di connessione

Certo, ormai siamo connessi ventiquatt’ore al giorno con gli altri.
Ma siamo connessi con noi stessi? O siamo le uniche persone con cui non riusciamo a connetterci?

Lì non c’è cellulare che funzioni.

Il tutto della vita

La vita, il tempo, lo spazio - sono un tutt’uno.
La coscienza, la vita, il tempo e lo spazio – sono un tutt’uno.
Il sistema immunitario, la coscienza, la vita, il tempo e lo spazio – sono un tutt’uno.
Il sentimento, l’emozione, la percezione, il pensiero, il sistema immunitario, la coscienza, la vita, il tempo e lo spazio – sono un tutt’uno.
Inferno e paradiso, salvezza e perdizione, illuminazione e inganno, il sentimento, l’emozione, la percezione, il pensiero, il sistema immunitario, la coscienza, la vita, la morte, il tempo e lo spazio – sono un tutt’uno.
Ogni cosa è un tutt’uno.
D’altronde, non siamo interessati a una vita che non sia tutto.

E basta poco per arrivare al tutto: basta rinunciare a se stessi.

La grazia divina

Abituati alla teologia teista, crediamo che, per essere illuminati, ci debba scendere dall’alto una specie di grazia.
Ma che bisogno c’è di una grazia del genere? Dio ha già fatto la sua parte.

Ora tocca a noi.

Essere e pensare

Alcuni secoli fa Cartesio disse: “Penso, dunque sono”.
Ma, se non penso, non sono?

O sono meglio?

Tutto è scambio

Crediamo di essere degli individui isolati. Ma già quando respiriamo o mangiamo, l’universo entra in noi. Tutto è scambio. E noi come potremmo nascere se non da uno scambio?
Ogni cosa è connessione cosmica, compenetrazione reciproca.
Noi crediamo di realizzarci da soli. Ma in realtà siamo realizzati da una miriade di cose e fattori.
In ogni cosa ci sono tutte le cose. Più che esistere, inter-siamo.

Lo so, la spiegazione è difficile, ma la pratica è semplice.

martedì 24 febbraio 2015

Seguire il respiro

Se la parola “anima” viene dal greco anemos che significa “vento”, la parola “respiro”viene dal latino spirare, che significa “soffiare”. Fin dall’etimologia, dunque, si stabilisce un rapporto tra l’anima e il respiro e si precisa che la natura di entrambi non è qualcosa di fisso, ma qualcosa di variabile e di mobile. Non a caso, nel Vangelo di Giovanni si paragona lo spirito al vento “che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va…”
Per la stessa ragione, in meditazione, la prima pratica che si impara è seguire il respiro. C’è un intero discorso del Buddha, il Satipatthana Sutta, in cui si descrive questo esercizio. Per prima cosa bisogna rendersi conto che il ritmo del respiro è molto variabile e dipende spesso dai nostri stessi d’animo. Se siamo tesi, stressati o arrabbiati, il respiro sarà più veloce e contratto. Se siamo tranquilli, sarà più calmo, lento, disteso e naturale. Conoscere il respiro significa perciò conoscere la nostra mente.
Se ci sediamo in meditazione per calmare il respiro, acquieteremo anche i nostri stati d’animo, che potranno diventare più calmi e sereni. Calmare il respiro è calmare la mente. E può essere fatto in ogni momento della giornata, con benefici fisici e psichici.
Ma una seconda funzione di questa pratica del seguire il respiro è acuire l’attenzione al presente. Noi infatti tendiamo a divagare, a distrarci: i nostri pensieri si perdono spesso nel passato e nel futuro; e quindi non sono mai presenti. Il respiro invece non è mai né del passato né del futuro, ma è sempre il respiro di questo attimo.
Seguire il respiro ci permette perciò di essere più presenti e più consapevoli. E da questa attenzione, da questa concentrazione, nascono chiarezza e pace – due obiettivi non da poco.
Quando moriamo, quando “spiriamo”, è proprio la fine della vita che conosciamo. Nel coma, il nostro respiro assume un ritmo che è caratteristico, rapido e contratto. L’organismo e l’anima hanno una fame d’aria che non riescono a placare.

Finché possiamo respirare, dunque, posiamo la mente su un bel respiro, calmo e naturale – e godiamoci la fortuna di poterlo fare.

Reincarnazioni

In India e in Tibet si dice che un grande maestro è la reincarnazione di qualche eminente figura del passato.
Ma, a ben vedere, siamo tutti reincarnazioni di una ininterrotta linea di discendenza che parte dai primi ominidi e arriva proprio a ciascuno di noi.

Ci si pensi quando ci si sente depressi o inutili. Almeno una funzione… ce l’abbiamo. Siamo gli ultimi anelli di una catena lunghissima.

lunedì 23 febbraio 2015

La vacuità: l'importanza del vuoto

Per noi occidentali è difficile capire concetti orientali come insostanzialità o vacuità. Ci sembrano concetti negativi, se non nichilisti.
Ma per comprendere, per esempio, l’importanza – e l’insostituibile utilità – della vacuità, citerò una frase del Tao Te Ching:

“Noi con l’argilla fabbrichiamo un vaso,
ma è il vuoto all’interno che ci permette
di dare al vaso la sua funzione”.

È il vuoto che sta al fondamento delle cose, che permette il loro funzionamento, la loro utilità. Che cosa ve ne fareste di un bicchiere pieno?
Non è un caso che dalle particelle più piccole ai pianeti e alle stelle ci sia tanto vuoto. È quel vuoto che fa essere le cose così come sono. Al momento della nascita del cosmo, fu il vuoto a interporsi e a frammentare la compatta unità del tutto. E da lì, dall’azione del vuoto, nacquero tutte le cose, anche quelle che vi sembrano piene.
Diceva Leonardo da Vinci: “Tra le grandi cose che debbono fra noi trovarsi, l’essere del nulla è la massima”.
E una massima zen recita. “Anche una buona cosa non è altrettanto buona del nulla”.
Tutto funziona in base al vuoto o al nulla. Non è negli intervalli tra le note che risiede la musica? Provate a toglierli e vedrete.
Nella matematica, è lo zero che potenzia enormemente i numeri – e non a caso fu inventato in India. Preferiste un euro o diecimila euro? Eppure la differenza sta solo in tre zeri. Dite ancora che gli zeri non contano nulla?
La discontinuità, basata sul vuoto, è presente anche nel ritmo vita-morte e in tutti i ritmi del mondo. Se non ci fosse il vuoto, cioè il nulla, non ci sarebbe nemmeno la vita.
Il vuoto è la matrice della vita. Se non ci fosse la vuota matrice della femmina, come potrebbero nascere i bambini?
E il tempo? Se non ci fosse una discontinuità tra gli istanti, come potrebbe procedere?
Anche i nostri pensieri e le nostre emozioni funzionano sulla discontinuità, che è un nulla o un silenzio. Ecco perché è importante meditare sul vuoto – per esempio tra due pensieri. Lì sta il fondamento del tutto.


"Dio ha creato ogni cosa dal nulla.
Ma il nulla traspare"
                                           Paul Valéry