mercoledì 16 maggio 2018

Sviluppare la coscienza


Guardate come è fatto il potere. È un anestetico e permette ogni nequizia. Il leader politico di un paese può con una sua decisione scatenare rivolte o guerre, e quindi morti e feriti, sentendosi perfettamente autorizzato a farlo, convinto di avere le mani pulite.
Per esempio, Donald Trump, spostando l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, ha provocato la reazione dei palestinesi, i quali si sono messi a protestare avvicinandosi al confine di Israele. E gli israeliani hanno deciso di sparare uccidendone più di sessanta.
La scena mi ha ricordato Davide e Golia. Solo che le parti erano invertite. Qui coloro che scagliavano pietre erano i palestinesi. E venivano uccisi come nel tiro al piccione.
Sembra che non si tratti di una strage. La colpa è dei morti. E non si può nemmeno protestare, perché il gigante Golia con la sua forza e la sua prepotenza lo impedisce.
Il vero responsabile si sente soddisfatto, non ha il minimo senso di colpa e non verrà punito su questa Terra.
C’è chi la coscienza e chi non ce l’ha. E magari va in chiesa a pregare il suo Dio, sentendosi da lui protetto. E la religione? Si occupa solo di aborti. Quando a morire sono gli adulti, non interessa più.
Tra gli uomini è la coscienza che fa la differenza. Ma un comportamento etico non può prescindere da uno sviluppo di una consapevolezza ben superiore alla coscienza abituale, che è una forma i semi-coscienza, addomesticabile a piacimento.

Conversioni celebri


Certe conversioni di personaggi della politica o dello spettacolo, che poi ne fanno ostentazione nelle interviste televisive o giornalistiche, non mi convincono. Soprattutto se vengono presentate come un ritorno alla tradizione. Non è una scoperta di qualcosa di nuovo e di originale, ma un uniformarsi a schemi e idee  precostituite. Non ci vedo spiritualità, profondità, autenticità. Ma un'imitazione.
 Queste persone sono forse convinte, ma non si rendono conto di continuare a recitare una parte, prima quella dei trasgressivi e ora quella delle pecorelle che tornano all'ovile. Come diceva Schopenhauer, "le religioni come le lucciole, per splendere, hanno bisogno dell'oscurità".
I preti si fregano le mani perché per loro è tutta pubblicità. E anche quei personaggi si fanno pubblicità. Ma, da individui superficiali, che lavorano per lo spettacolo, ossia per l'esteriorità, non sanno che cosa sia la vera religione. Come sosteneva Spinoza, "per il volgo religione significa tributare un grande onore al clero". Troppo poco, anzi niente. Gesù li conosceva bene... quelli che, quando fanno l'elemosina, "suonano la tromba davanti a sé", quelli che, quando pregano "stanno ritti nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze per farsi vedere dagli uomini" (Mt 6).
E consigliava: "Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo in segreto...". Tutto un altro stile.

lunedì 14 maggio 2018

La vita come attesa


L’attesa

“Attendiamo sempre, e la vita è passata”
 Pierre de Nolhac

Se ci fate caso siamo sempre in attesa di qualcosa: di una promozione, di un successo, di un amore, di una novità, di un’occasione, di un colpo di fortuna, di una notizia, di un esame, di una sconfitta, di una perdita, del domani, di un cambiamento, della vecchiaia, della morte, di Dio, dell’illuminazione… Noi attendiamo e, intanto, l’esistenza si consuma.
In fondo, spesso la vita è ciò che ci capita mentre attendiamo qualcosa che non si verifica mai o che non si verifica come ce l’eravamo immaginati… tra un sogno e l’altro, tra un ricordo e l’altro, tra una speranza e l’altra.

“ Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa”
Jules Renard

Come tutte le cose di questo mondo, l’attesa è ambigua: è imparentata da una parte con il desiderio e con la gioia e dall’altra parte con la noia e con l’ansia. Tutto dipende da chi o da che cosa si attende e da quanto tempo si attende. Infatti, se il tempo dell’attesa è troppo lungo, forse non ne vale nemmeno la pena. Ecco perché qualcuno, come Ugo Ojetti, invitava a darsi una mossa scrivendo il seguente consiglio: “Non aspettare che il vento gonfi la vela della tua fortuna. Soffiaci dentro te”.
       C’è dunque una vera e propria arte di aspettare, un’arte che si avvicina a quella della pazienza. Rabelais diceva che “tutto viene a taglio per chi sa aspettare.” E, in effetti, aspettare qualcosa è già qualcosa di positivo, perché se non altro alimenta la speranza. L’importante è non fare dell’attesa il fine della nostra esistenza. Sosteneva Pascal: “Noi non cerchiamo mai le cose, ma la ricerca delle cose; non viviamo mai nel presente, ma in attesa del futuro”.
In realtà, qualcuno - per esempio Cesare Pavese - faceva notare come la cosa più terribile non sia aspettare, ma non aspettarsi più niente. Quando non si attende più, non abbiamo più speranze e questo ci porta a una condizione di depressione. Ma qualcosa si può continuare ad aspettare, magari un sorso d’acqua, una giornata di sole o una fine indolore. “Sapere che non si ha più alcuna speranza non impedisce di continuare ad aspettare” sosteneva giustamente Marcel Proust.

Un po’ pessimisticamente Bram Stoker, l’autore di Dracula, scriveva: “La vita in fondo cos'è? Solo l'attesa di qualcosa d'altro. E la morte l'unica cosa che possiamo essere sicuri che viene”. Però non è nemmeno il caso farsi prendere dai pensieri neri. Ogni giorno c’è in fondo qualcosa di nuovo che può accadere, piacevole o spiacevole che sia.

“L'attesa è una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio. La realizzazione dell'attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio”
Søren Kierkegaard



domenica 13 maggio 2018

Fuggire se stessi


Se tendi a far sempre qualcosa, a muoverti di continuo, a cambiare spesso attività, luogo o persone, a non aver tregua, a non trovare mai un momento di tregua, a parlare incessantemente, ecc., allora è probabile che tu stia evitando qualcosa. In particolare l’incontro con te stesso. Sei come quelle persone che non vogliono vedersi allo specchio perché pensano di essere deformi.
Insomma stai fuggendo.
Quello che nascondi è un vero e proprio terrore di te stesso.
Domandati perciò che cosa ti spaventa tanto e come mai sei diventato il peggior nemico di te stesso.
Non è normale che tu non abbia un minimo di familiarità con te stesso. E, se fuggi la tua relazione prima, come potrai relazionarti con qualcun altro?

sabato 12 maggio 2018

L'uomo nudo


Tutti vorrebbero essere qualcuno, nel senso che vorrebbero essere persone di successo, ricche, famose, potenti, colte, erotiche e con un riconosciuto status sociale.
Solo il saggio non vorrebbe essere nessuno, nel senso che vorrebbe liberarsi di etichette, oneri, doveri,  maschere, ruoli e ogni genere di artificiosità. Essere nessuno significa essere liberi, essere se stessi, essere il più possibile vicini allo stato naturale. Ed essere felici.
Essere se stessi significa non farsi condizionare da ciò che gli altri pensano di noi. E, poiché anche noi possiamo essere “altri” per noi stessi, significa liberarsi anche delle opinioni e dei giudizi che diamo di noi stessi.
Ovviamente si tratta di un’utopia, perché tutti devono arrivare a compromessi con la società – e con quella particolare società che abbiamo dentro di noi. Ma questa immagine dell’uomo nudo, dell’uomo vuoto, indica la direzione verso cui dobbiamo andare per spogliarci del maggior numero di condizionamenti.
Il contrario dell’uomo nudo è l’uomo che indossa un’uniforme rispondente al ruolo che svolge in società. Guardate le parate dei militari, dei giudici, dei preti, degli uomini di potere, ecc. Si tratta di sfilate di costumi. Ciò non toglie che, anche indossando queste uniformi, si possa cercare sotto l’uomo vero – che c’è sempre, che sia riconosciuto o meno, che sia nascosto o meno, che sia soffocato o meno, che sia cercato o meno. 
Cercatelo e lo troverete, coltivatelo o resterete indietro nel cammino dell’evoluzione.

venerdì 11 maggio 2018

L'insicurezza


Sei sicuro di te stesso? Sei sempre te stesso? Hai un carattere forte? Non cambi mai idea?
Mi dispiace per te, perché vuol dire che sei rigido, che hai una corazza, che non hai spaziosità interiore e alternative, che non capisci gli altri, che non hai mai sorprese.
Meglio l’insicurezza e il dubbio, perché significa essere più sensibili, più duttili, più comprensivi.
Ti sei costruito addosso un’armatura che non ti lascia libero. Oltretutto, l’insicurezza porta a cercare qualcosa di più vasto del semplice io, mentre chi è soddisfatto del proprio ego non ha nessuno stimolo a cercare oltre.

giovedì 10 maggio 2018

Trascendersi


Ogni tanto, dimentica chi sei, ovvero chi credi di essere.
Le cose non devono sempre andare come le prevedi, le programmi o le vuoi.
Le cose devono talvolta stupirti, spiazzarti.
Dimenticati delle pretese dell’io per lasciar spazio alla guida saggia del Sé.

mercoledì 9 maggio 2018

Sedere tranquilli


“Siedo tranquillo e l’erba cresce da sé” dice una poesia zen. Il che significa che le cose vanno avanti da sole, anche senza la nostra intromissione.
Questo vale per tutte le cose, noi compresi, dato che siamo tutti immersi in un divenire che non ci lascia mai immobili.
Però qualcosa in questo cambiamento continuo permane, forse non proprio immutabile ma comunque riconoscibile.
A questo nucleo dobbiamo affidarci, non solo per riconoscere noi stessi, ma anche per avere un punto di riferimento. Anche quando non facciamo e non decidiamo nulla, il nucleo profondo ci guida sapientemente. Anzi, talvolta, quando perdiamo la via, è meglio dismettere ogni volontà e lasciarci guidare.
Ciò che ci guida è una realtà superiore che ne sa più di noi, della nostra piccola ragione.
Il nostro compito è renderci conto che, mentre la nostra persona segue il suo destino e cambia, c’è dentro di noi un Sé che rimane se stesso.
Il teatro della vita si svolge continuamente davanti ai nostri occhi e dentro di noi. Ma c’è un principio che ne resta spettatore e che può guidarci o ispirarci quando la ragione non vede chiaro e non sa che cosa consigliarci.

Essere perfetti


L’argomento ontologico di sant’Anselmo diceva che, se pensiamo a una cosa perfetta, questa non può non avere l’attributo dell’esistenza. A me sembra il contrario: esistere, col suo nascere e morire, significa cadere da un eventuale stato di perfezione ad uno stato di imperfezione.
Se dovessimo immaginare un essere o uno stato perfetto, non dovrebbe avere questo basso attributo dell’esistere.
Lo stato perfetto non può essere esistente. In tal senso, il nulla sarebbe perfetto. Non nasce e non muore. E, secondo la fisica quantistica, può dar origine a cose esistenti - decadendo però.

martedì 8 maggio 2018

La casa dell'anima


Quando veniamo colpiti dalla sofferenza, approfittiamone per trascendere noi stessi. Anziché rimanere coinvolti nell’io che soffre, rendiamoci estranei, diventiamone il testimone distaccato. Facciamo un passo indietro e guardiamo questo io, questa persona che soffre, fisicamente o psicologicamente.
Rendiamoci conto che noi non siamo soltanto colui che soffre, la persona turbata, ma anche e soprattutto il testimone; e cerchiamo di non far passare al testimone i sentimenti negativi della persona.
In realtà, il testimone che osserva non è coinvolto da ciò che osserva, ma è quieto e sereno.
Troppo a lungo ci siamo identificati con un personaggio, con un attore agitato e confuso. Ma, sotto l’attore, c’è un uomo che può svestire quei panni ed essere completamente diverso.
Pensiamo pure alle cose che ci fanno star male, alle cause lontane e vicine, all’intera nostra storia passata, ai rapporti di causa ed effetto. Ma poi piantiamola lì. Noi siamo altro. Noi ci siamo troppo identificati con i ruoli che svolgiamo.
Domandiamoci sempre: “Ma, al di là dei ruoli psicologici, familiari e sociali, chi sono io? Qual è il nucleo imperturbabile che giace al fondo di queste acque perennemente agitate? Quello sono io.”

lunedì 7 maggio 2018

Il gioco complesso della vita


Se attribuiamo a Dio l’origine delle nostre azioni, finiamo in domande senza risposta. Perché è morto uno e l’altro no? Perché ci sono bambini malati e condannati ad atroci sofferenze fin dalla nascita? Perché quella malattia? Perché alcuni  sono felici ed altri no? Perché un individuo finisce tetraplegico? Perché ci sia ammala? Perché uno guarisce e l’altro muore? Perché questo, perché quello...?
Troppe domande insolubili, troppa ignoranza.
Dobbiamo ammettere che il mondo è abbandonato a se stesso e fare come se non ci fosse nessuna forza esteriore a guidarlo. Se ci fosse una legge esterna che governa il tutto, sarebbe responsabile di troppe ingiustizie e di troppe atrocità.
Se c’è una forza che governa il tutto, è semplicemente data da una meccanica interrelazione cosmica. Dovremmo dunque capire come funziona il gioco degli infiniti rapporti di causa ed effetto, un po’ come in un gigantesco tavolo da biliardo.
Ma, se ci è possibile capire e prevedere le conseguenze delle spinte e delle controspinte in un gioco con poche bocce, quando queste bocce diventano miliardi e miliardi di miliardi, nessuno è più in grado di prevedere niente. Ci vorrebbe una supermente o un supercomputer, e conoscere le condizioni di partenza. A quel punto potremmo prevedere tutte le conseguenze… fino a ciò che ci succede oggi.
Ma anche la nostra capacità di previsione dovrebbe entrare in gioco, perché essa cambierebbe molte traiettorie. E tutto si complicherebbe.
Comunque, in un ambiente limitato, e con poche bocce in gioco, la nostra capacità di conoscenza e di previsione finisce per cambiare alcune condizioni e per far prendere al nostro destino un’altra direzione. Dobbiamo però capire il gioco, prima astraendocene e poi intervenendo deliberatamente.
È quello che fanno gli intelligenti e i potenti di questa Terra. Compiono una mossa per avere determinati risultati. A volte li ottengono e altre volte no.
Il problema è che, mentre tutti credono di conoscere la legge dell’agire, comportandosi come novelli demiurghi o apprendisti stregoni, e rischiando di provocare danni irreparabili, pochi capiscono la legge del non-agire, del fare il vuoto interiore, del rafforzare se stessi, della propiziazione.

domenica 6 maggio 2018

Pregare inutilmente


A Trento, mentre una madre pakistana si riunisce a un gruppo di preghiera e prega Dio, la figlia di un anno e mezzo cade dal balcone e muore.
Ascoltata da Dio? No.
Pregare così, pregare un idolo esterno, non serve a niente. Non c’è un Dio del genere.
Se invece avesse capito fin dall’inizio che Dio è il tutto che è presente anche in ognuno di noi, avrebbe sviluppato una qualità di attenzione che le sarebbe stata utile per vegliare su di sé e sulla figlioletta.
Siamo coerenti, siamo conseguenti. Se pregare quel Dio non serve a niente, vuol dire che quel Dio non esiste, è un’idea sbagliata della nostra mente.
Proviamo dunque a potenziare la nostra stessa sensibilità con ciò che noi chiamiamo “meditazione,” il che significa immedesimarsi nel nostro stesso stato divino, nel Sé. Devi mobilitare le tue forze, non pregare supplice un Altro.

La radice delle divisioni


Credere in Dio, in un Dio esterno, perpetua la divisione, il dualismo: qui c’è colui che crede e là c’è il Dio-Demonio.
Le parole Dio e Demonio nascono dalla stessa radice dev che significa “due.” Finché c’è il due c’è la divisione. E non c’è Dio. Perché Dio è il tutto, non una parte.
Come dice la Brhadaranyaka Upanisad, “colui che venera una divinità considerando che essa sia altra da sé e pensando: ‘Altri è dio e altri sono io,’ costui non sa.”
Il nostro mondo si basa su questa frattura, con il risultato che è diviso dal divino ed è diviso in sé. Inutili allora sono le chiese e le religioni che perpetuano tale divisione e impediscono l’unione.
Tu sei il tutto, il divino è in te. Non si tratta di un enunciato teorico. Devi e puoi sentire il dio in te, ed esserlo.
Fallo come un esercizio. Dapprima sarà difficile perché il rumore e il coinvolgimento nel mondo e nell’io separato creano ostacoli enormi. Ma un po’ per volta puoi imparare a percepire di essere il tutto che gioca a sentirsi separato.
Sono le nostre stesse concezioni e credenze erronee che ci impediscono di essere liberi.

sabato 5 maggio 2018

L'intuizione


Il Sé non va pensato, ma sentito, intuito. Se lo pensi, gli applicherai tutte le categorie limitanti, dualistiche, fuorvianti e condizionanti della mente logica.
Il fatto è che il Sé non è ciò che può essere pensato come un oggetto, perché è sempre il soggetto consapevole e testimoniante. Non è una parte di noi, ma ciò di cui siamo parte.
Noi non possiamo essere ciò che pensiamo. Noi siamo ciò da cui emergono i pensieri. L’io personale è un’illusione creata dalla mente. Quando esso scompare, compare la realtà.
Non sono io che vivo. È la vita che vive in me.

La perfezione


Chi crede in Dio, lo immagina il Signore dell’universo, la forza più potente, definita “perfettissima.” Ma, guardando bene, si notano gli errori e le cose inutili o addirittura sbagliate. Nel corso dell’evoluzione, per esempio, molte forme di vita sono state sbagliate e si sono estinte. Colpisce anche la ferocia del tutto e l’indifferenza per la sorte degli individui. Si va avanti a forza di tentativi e di errori.
Il cosmo, insomma, non è una creazione perfetta. Tutt’altro: è molto imperfetta. Quindi, o Dio è esso stesso imperfetto e per nulla affatto onnipotente o l’universo è stata creato da una specie sotto-dio, un pasticcione.
Esiste un’altra possibilità: che il tutto si sia creato da sé, in qualche modo, tra mille errori.
Sì, abbiamo mitizzato Dio. Non è quello che credevamo. Ce lo dice la sua presunta creazione.

venerdì 4 maggio 2018

I due uccelli


Nelle Upanisad si parla di due “begli uccelli” che vivono sullo stesso albero: mentre l’uno si ciba dei dolci frutti dell’albero, l’altro, senza mangiare, abbraccia tutto con lo sguardo. Così l’ego e il Sé dimorano nello stesso corpo. Il primo si nutre dei frutti, dolci e amari, della vita in cui è coinvolto; il secondo contempla distaccato.
Anche Gesù nell’episodio delle due sorelle, Marta e Maria, dice che “la parte migliore” è il distacco silenzioso e contemplativo, la consapevolezza, la pura testimonianza, il non-coinvolgimento.
Ma si tratta di due condizioni di cui non possiamo fare a meno. Quello che si consiglia è ritornare periodicamente alla contemplazione dell’essere in sé, anziché vivere sempre dispersi nelle mille attività della vita.

La noia e la vitalità


Dimenticati chi sei, il personaggio che credi d’essere, la maschera che indossi abitualmente, i ruoli che impersoni nella società. Le cose non devono accadere così come te le aspetti o le vuoi.
Le cose devono stupirti. E anche tu stesso.
Solo in questo caso, ti senti vivo. La meraviglia, lo stupore ti dicono quanto sei vivo. Questo è il metro per giudicare se la tua vita è realizzata.

mercoledì 2 maggio 2018

La dimensione del Sè superiore


Di solito noi siamo così completamente identificati con il nostro io (“io sono questa persona”) che, quando ci arrivano dei guai o quando soffriamo, non siamo in grado di uscirne. Niente dentro di noi può aiutarci: dobbiamo aspettare che cambi la situazione o che qualcuno ci aiuti dall’esterno.
Ma c’è un'altra via per uscirne. Scoprire che la persona che crediamo di essere è frutto di condizionamento e non è esattamente ciò che noi siamo. C’è un’altra identità che può salvarci.
Dobbiamo renderci conto che ci siamo identificati con una specie di attore, con una maschera o con un ruolo e che, al di là, o più in fondo, c’è un’identità più grande – il Sé – che ne è testimone. Se infatti ci si affaccia questo pensiero, dobbiamo ammettere che “qualcuno” ne è consapevole. E chi può essere? Non l’io che soffre, non la persona che subisce, ma colui che è in grado di esserne testimone.
Ecco il punto. Dis-identifichiamoci dalla persona (parola che in latino significa “maschera”) che crediamo di essere e immedesimiamoci nel Sé che ne è testimone.
Non è facile, e non è sempre possibile farlo o farlo a lungo, perché siamo continuamente immersi nelle azioni, nei pensieri, nelle sensazioni e nel frastuono dell’io e del mondo. Ma, una volta compiuta questa operazione di spostamento di identità (dall’ego al Sé), entriamo in un’altra dimensione di pace e di calma.
Facciamolo spesso, stabilizziamoci nell’essere, trascendiamo il piccolo ego, scopriamo quest’altro mondo di cui ci parlano la mistica e la spiritualità. Impersonare il Sé è impersonare la Forza universale da cui tutto deriva.

I nostri demoni


Quando siamo dominati da ira, gelosia, brama di potere, odio o invidia, ci è facile riconoscere che gli uomini hanno creato i propri demoni.
E, allora, perché non fare un altro passettino e ammettere che hanno creato anche i propri dei?

Brama di potere


Gli uomini sono così presuntuosi e hanno un’idea così meschina del divino che credono che Dio si sia preoccupato di istituire una religione inviando profeti e ispirando libri sacri. Una ridicolaggine.
La verità è che le religioni sono state costruite dagli uomini per dominare altri uomini “in nome di Dio”. In tal senso sono strumenti di potere.
Sotto le presunte forze divine si agitano forze e interessi umani. Infatti chi ha un potere o un’autorità non può in alcun modo giustificarlo. E allora tira fuori l’investitura divina. Altrimenti, in nome di che cosa un uomo dominerebbe altri uomini?
Chi comanda non può ammettere che ha il potere perché se ne è impadronito o per volontà umana (nelle democrazie) o per prepotenza e violenza. E così non esiste dittatore che, magari non credendo in nulla, non si appoggi alla religione.

martedì 1 maggio 2018

I grandi problemi


A volte i grandi problemi sono solo il nome che diamo alle grandi opportunità. Perché è certo che o soccombiamo o andiamo avanti. In entrambi i casi niente resta fermo e tutto ci fa imparare qualcosa.
Per chi ha una mente indagatrice, i problemi, le difficoltà e gli ostacoli sono fattori di apprendimento. In tal senso, niente è inutile, tutto insegna.
Mettiamola così quando le cose ci vanno molto male. Almeno, sono lezioni della vita. Gratis.

Parliamo di felicità


Parlare di felicità in questi tempi di crisi sociale, politica ed economica è davvero difficile; ci possiamo al massimo riferire a “momenti” di felicità, soprattutto a livello individuale e a proposito di singoli eventi. Possiamo insomma trovarla più che altro nella vita privata.
Il mondo è sempre caotico, violento e ingiusto. Ognuno è contro tutti e lavora soprattutto per sé. Anche in politica, tutti hanno in bocca “il bene comune”, ma poi lavorano per il proprio interesse personale. “Io… io… io…”.
Il problema è che il mondo e la società sono sempre un insieme di relazioni. Quindi, per curare se stessi, bisogna curarsi almeno di un nucleo minimo di relazioni. Anche l’io è in relazione con se stesso. Avere coscienza significa proprio questo.
Curare sé è inevitabilmente curare il mondo e curare il mondo è curare sé. Ognuno deve lavorare prima di tutto su se stesso, occuparsi di quella relazione basilare che ha in se stesso. Già così potrà introdurre nella società un elemento di pacificazione e far qualcosa per il rasserenamento generale.
In conclusione, non bisogna perdersi né nella socialità indistinta né nell’intimismo morboso, ma la cura di sé resta un fattore imprescindibile.

lunedì 30 aprile 2018

La retta via


Perché non si può insegnare la meditazione? Perché la meditazione insegna ad essere se stessi. E come di fa ad insegnarlo?
Come si dice, il maestro, o l’insegnamento, indica la via, ma ognuno deve percorrerla  e viverla da solo.
Percorrere questa via, essere se stessi, non è facile. Ed è il compito di una vita. Sbaglieremo mille volte e ci rimetteremo mille volte sulla retta via.
Il problema è che l’intera nostra società congiura a modellarci – pensare, fare, essere - in un certo modo. E a noi non resta che difenderci, prendendo atto di questa opera di condizionamento e lottando per essere o rimanere noi stessi.

Finire nel nulla


Può darsi che, morendo, si finisca nel nulla. In apparenza è così. Ma perché averne paura?
Magari il divino è proprio quel nulla.
Morendo, cadremmo nelle braccia di Dio – di un Dio che “annulla” tutte le maschere, tutte le mode, tutte le finzioni, tutte le recite...

martedì 17 aprile 2018

L'esercizio del vuoto


Noi vediamo le cose come se fossero composte solo da una sostanza piena. Per esempio, se prendiamo un tessuto, crediamo che sia composto sola di stoffa e non vediamo che la trama della stoffa è in realtà composta anche da tanti punti vuoti. Ma, senza quei vuoti, il tessuto non potrebbe esistere. Questo vale per qualsiasi altra cosa, compreso lo spazio, il tempo e la mente. Il vuoto, la struttura discreta della materia visibile e invisibile, è ciò che permette il funzionamento del tutto.
Esercitiamoci per esempio a notare lo spazio vuoto tra due pensieri. C’è sempre e si può osservare. Arriva un pensiero e, prima che passi e ne arrivi un altro, c’è come un attimo di vuoto. Lo stesso può dirsi della respirazione: tra un’espirazione e un’inspirazione (o viceversa) c’è un attimo di vuoto.
Questo vuoto è essenziale, dato che senza di esso niente potrebbe essere.
Perché dovremmo stare attenti a questi attimi di vuoto? Perché in essi si manifesta il fondamento della nostra essenza, che è sostanziata di calma, di silenzio e di non-essere. Il non-essere è essenziale all’essere, è la sua base.  
Al fondo dell’essere non c’è un altro essere, ma un vuoto. Ed è da questo che ha origine e ritorna tutto. Anche in vita, quando ci sentiamo smarriti o oppressi da mille preoccupazioni e quando perdiamo la via e non sappiamo né che fare né dove andare, ritorniamo al nostro fondamento trovando questi momenti di vuoto, di silenzio, di tregua, di non-essere. Lì ritroveremo il nostro equilibrio e la nostra energia.
Di solito crediamo di risolvere i problemi concentrandoci e pensando ancora di più. Ma, ritornando al vuoto, ritorniamo alla nostra origine che sa di che cosa abbiamo bisogno e che ci conduce, volenti o nolenti, sulla sua - o nostra - strada.

lunedì 16 aprile 2018

Il potere delle immagini


Spesso parliamo di illuminazione senza saper esattamente che cosa sia. Forse si tratta uno stato di visione in cui si percepisce l’interconnessione di tutte le cose. Il che appare abbastanza logico, dato che tutto ha avuto una stessa origine.
Ma, pur non sapendo neppure che cosa sia la coscienza, abbiamo un obiettivo alla nostra portata che ci permette di raggiungere uno stato particolarmente vantaggioso: porre una barriera agli stati mentali negativi – quelli che ci inducono rabbia, angoscia, ansia, paura, vergogna, ecc. Poiché spesso si tratta di nostre interpretazioni, non di dati oggettivi, possiamo raggiungere notevoli risultati, tenendo la mente sgombra da questi attacchi che intorbidano il nostro animo.
Distinguiamo per esempio una paura giusta e giustificata dalle paure prodotte dalla mente stessa. E arginiamo l’attacco o facendo il vuoto o ricorrendo ad immagini neutre o positive (un fiore, il mare, il sole, un albero, una collina, una montagna, una campagna, una persona, una casa, un mandala, una figura geometrica o altre cose piacevoli).
Le immagini hanno questo di potente: che occupano la mente scacciando ogni altro pensiero.
Evocando immagini positive, magari archetipiche, e interrompendo le emozioni negative, mettiamo in atto una “tecnica del benessere” che non solo ci sarà utile a vivere meglio, ma che ci aiuterà anche a rendere più limpida e acuta la mente, indirizzandoci verso stati straordinari di coscienza. Non più al servizio della mente, ma padroni della mente.

domenica 15 aprile 2018

I grandi esploratori


Per esplorare e scoprire nuove terre, c’è bisogno di coraggio e di spirito d’avventura. Ieri come oggi. Ma in passato i grandi esploratori sapevano che bastava avere un finanziamento, un porto da cui partire e una nave. Salpando verso l’ignoto, sapevano che prima o poi avrebbero incontrato una terra… o la morte.
Oggi, per gli esploratori dello spirito, è tutto più difficile. Non abbiamo né il porto da cui partire, né la nave, né la meta stessa. Non sappiamo se c’è un Nuovo Mondo. Lo speriamo soltanto.
Il porto e la nave siamo noi stessi. Ma la meta dovrebbe essere una nuova dimensione dello spirito.
Se crediamo che la meta debba essere ciò che vediamo normalmente, ci sbagliamo. È qualcosa che non vediamo, è qualcosa che si nasconde sotto le cose che vediamo, così come un pezzo di materia non è solo ciò che è visibile, ma anche ciò che è vuoto e la materia oscura.
La paura è un grande ostacolo. E un buon punto di partenza è coltivare un animo tranquillo. Lì si governa la nave che, altrimenti, non potrebbe reggere alle tempeste.
A questo alleniamoci. A considerare ogni stato d’animo – bello o brutto che sia – una delle tante ondate dell’oceano. Da lì, da quella porta, da quel porto, possiamo accedere ad una nuova dimensione.

sabato 14 aprile 2018

La logica del fare


Sembra che il mondo sia popolato da tante brave persone che si danno alla beneficenza. Ed è vero. Ma, ragionando a livello globale, non sarebbe meglio che tutti si convincessero a “non fare,” soprattutto a non seminare attivismo? Perché è certo che, se qualcuno si dà alla beneficenza, altri si sono dati prima alla “maleficenza.”
Voglio dire che la mentalità che porta alla beneficenza è la stessa che porta alla maleficenza. È il voler fare ad ogni costo, il coinvolgersi, il voler intervenire, il voler accumulare, il volersi accaparrare, il voler essere ricchi, il voler essere potenti…
Se tutti adottassero fin dall’inizio la mentalità del non-fare, non ci sarebbero state né necessità di maleficenza né necessità di beneficenza. Ma finché educheremo la gente al fare, anziché al non-fare, allo starsene tranquilli, a cercare la calma, l’equilibrio e il distacco, ci sarà, ahimè, bisogno di beneficenza.
Non c’è verso che questo semplice concetto entri in testa alle persone, che hanno sempre bisogno di fare qualcosa. Loro vogliono “fare” e dunque non possono evitare di fare il male.
Se si vuole risolvere il problema del male alle radici, la formula c’è. Se invece si vuole continuare a giocare a guardie e ladri, continuiamo così. C’è chi farà il bene e c’è chi farà il male. Auguri.

venerdì 13 aprile 2018

La memoria creativa


La memoria non è il ricordo oggettivo di qualcosa, ma una funzione ermeneutica. Cioè, non è un documento affidabile, ma un’interpretazione, una ricostruzione. Ecco perché è bene non fidarsene. Finisce per tradire sempre.
Anche la tradizione è un tradimento, perché non  recupera quell’antica realtà, ma la ricrea di continuo. Ecco perché non possiamo raggiungere una soddisfacente conoscenza di noi stessi ricordando semplicemente eventi del passato.
Tutto è terribilmente presente, ormai. E, forse, non siamo mai usciti da questo eterno attimo. Ciò che attribuiamo al passato si svolge ancora qui e ora.
Perché il tempo è illusione, la suprema illusione.
Ad ogni buon conto, noi in meditazione ci alleniamo a stare nel presente.

giovedì 12 aprile 2018

Entrare nel flusso


Tra i vari benefici della meditazione c’è il disinquinamento mentale, l’uscita dalle proprie ossessioni egoiche. Se vi mettete ogni giorno a seguire il respiro o un mantra, liberandovi di ogni altro pensiero e perfino dall’idea di “io”, questo vi aiuterà poi nella vita a rimaner concentrati svolgendo i compiti che vi piacciono, ad “entrare nel flusso” come si dice.
Pensate che ogni giorno la nostra mente viene attraversata da oltre sessantamila pensieri e li insegue tutti. È difficile che resti concentrata e rilassata.
E invece il nostro problema è proprio questo. Ogni tanto, se non vogliamo stressarci, se vogliamo uscire dalla distrazione e dalla dispersione, dobbiamo imparare a fermare la macchina e lasciarla sbollire.
Ma non dobbiamo compiere l’errore di trasferire alla meditazione la mentalità competitiva e perfezionistica che domina la nostra vita. Non dobbiamo porci il problema di meditare “bene” o di raggiungere determinati risultati.
Rilassiamoci e basta. Non ci poniamo obiettivi. Non mettiamoci in testa l’idea di avere pensieri positivi o stati d’animo sublimi. Se ci poniamo questa mete, arroventiamo di nuovo i circuiti cerebrali e psicologici. Impariamo piuttosto a lasciar andare, a non preoccuparci di ciò che ci passa per la mente. Qualunque pensiero arrivi, etichettiamolo come un semplice “pensiero,” uno dei sessantamila che passano e se ne vanno.
Per meditare basta raggiungere lo stato di rilassamento di quando stiamo per addormentarci o di quando siamo distesi a prendere il sole. Dobbiamo smettere di impiegare la mente calcolante, la mente ambiziosa, la mente utilitaristica e quell’enorme fucina di tensione e di stress che è l’idea del nostro io.
Certo, non basta meditare per pochi minuti. Bisogna insistere a lungo. E spesso bisogna cercare il tempo, l’ambiente e il silenzio necessari.
Ma ne sarete sempre ripagati.

mercoledì 11 aprile 2018

Licenza di uccidere


Da Trump che avverte quasi giocosamente: “Russi, preparatevi ai missili!” ai cecchini israeliani che colpiscono palestinesi inermi gridando: “Wow!” di gioia, è evidente che esistono persone che uccidono con piacere e che hanno anzi licenza di ammazzare e che non provano il minimo rimorso di coscienza. Per costoro la vita non è affatto sacra.
Perché i religiosi si occupano tanto degli aborti e non di questa gente? Forse perché è più facile colpevolizzare una povera donna che accusare uomini pronti a uccidere il loro prossimo? Se la prendono sempre con i più deboli.
Ma vadano a interporsi con i loro corpi proprio là dove più si uccide con piacere sadico. E Dio dove è finito?

Momento per momento


Quando arriviamo alla fine di una giornata in cui abbiamo fatto un sacco di cose utili, pregustiamo il momento in cui potremo stenderci sul letto e risposarci.
Ecco, così dovremmo arrivare a considerare la morte. Sarebbe una delle vette della vita.
Ma un conto è stendersi a letto e addormentarsi sapendo che l’indomani ci sveglieremo riposati e pieni di nuove energie, e un altro conto è il “riposo eterno.” Ci sveglieremo più? È questo dubbio che ci fa temere la morte.
Però la saggezza consiste proprio in questo. Non tanto nel rimpiangere il tempo che passa o nello sperare in un’altra vita, quanto nel vivere momento per momento. Quanto al resto, è evidente che ci sono in azione forze molto più potenti della nostra volontà. Ma non diamo loro un nome.

Dovremmo essere come una persona con gli sci ai piedi che viene messa in cima a una discesa e spinta giù. Vive momento per momento, con una concentrazione assoluta. Credete che abbia tempo di pensare al proprio io?

martedì 10 aprile 2018

Padroni del nostro destino?


Abbiamo continuamente la sensazione e le prove che non siamo noi i padroni della nostra vita, che qualcosa ci spinge come un fiume in piena che si occupa poco della nostra piccola volontà egoica e dei nostri piccoli desideri. In realtà ci sentiamo abitati da una forza più grande che ci fa seguire un determinato percorso. C’è come uno scontro di forze tra ciò che vorremmo noi e ciò che vuole il nostro destino.
Ecco perché ci sentiamo così alienati: noi vorremmo andare da una parte, ma finiamo per andare da un’altra. Ma allora cosa conta la nostra volontà?
In sostanza non siamo l’io che crediamo di essere. C’è un sé più grande che ci dirige. È per questo che possiamo dire di non essere noi stessi. È come se ci fosse un’ “anima” che non è, come si credeva una volta, la parte più nobile di noi, ma la parte più forte, la parte più estesa.
Se ci opponiamo a questa forza, siamo solo insoddisfatti e infelici. Ma, per non opporci, per non sbagliare strada, dobbiamo prima conoscerla.
Questa conoscenza, però, non può nascere da una semplice analisi o da un ragionamento, perché la nostra mente razionale continua a ridurla cercando di eliminare i conflitti e le parti che non ci piacciono. Diceva Goethe: “Io non so chi sono e non voglio neppure saperlo.” Ma evidentemente si riferiva a quella parte di noi che crediamo di conoscere e che non conosciamo affatto. Si tratta solo di un fantoccetto costruito dalla mente, con tutte le sue categorie conoscitive, con tutte le sue limitazioni di tempo, di spazio, di sostanza e di causa-effetto.
Cerchiamo piuttosto di sentire, di percepire questo sé più grande, magari con una vista marginale. Ne ricaveremmo un’altra vita – senz’altro una vita più realizzata. Purtroppo il sé non è per niente ragionevole ed è troppo grande per essere compreso da una piccola visione.

lunedì 9 aprile 2018

Come cercare se stessi


Attenti a cercare noi stessi, il nostro sé, secondo qualche modello che abbiamo in testa. Quasi tutti abbiamo idee sbagliate di come dovremmo essere, di come dovrebbe essere il nostro sé.
Domandiamoci innanzitutto: vogliamo essere noi stessi o vogliamo assomigliare a qualche modello che ci siamo creati o che ci hanno creato (la famiglia, la scuola, la religione, la pubblicità, ecc.)?
In verità non dobbiamo imitare proprio nessuno
Cercare se stessi non significa che dobbiamo essere una sola cosa, altamente positiva, che escluda ogni contraddizione e ogni “difetto.” In ognuno di noi albergano contraddizioni: non questo o quello, ma questo e quello.
Nel santo c’è sempre il peccatore, nel buono c’è sempre il cattivo, nel nobile c’è sempre il rozzo, ecc. Sbaglieremmo se cercassimo solo la parte “buona” e volessimo escludere quella “cattiva.” Avremmo un sé mutilato, arriveremmo ad un sé ideale che sarebbe unilaterale, artificioso e che ci farebbe soffrire.
Si tratterebbe in ogni caso di sé ideali, non di sé reali.
L’anima è sempre qualcosa di complesso, che non esclude affatto parti “ignobili,” parti che non vorremmo avere secondo modelli puramente ideali. Dobbiamo stare alla realtà, non all’idealismo.
Cercare se stessi è cercare tutto ciò che siamo, non solo ciò che ci piace.

domenica 8 aprile 2018

Gli uomini dalla mente ristretta


Quando si perde il senso della complementarità degli opposti e dell’interconnessione di tutte le cose e di tutti gli esseri, allora si diventa pericolosi per se stessi, per gli altri e per il mondo intero. È il trionfo dell’unilateralità e dell’isolazionismo.
Questo è ciò che succede con il presidente americano Donald Trump, un individuo che sta portando il proprio paese e il mondo verso una grave crisi - una crisi di miopia, di visione troppo ristretta, di mancanza di intelligenza.
Le epoche di apertura si alternano alle epoche di chiusura, le epoche di progresso alle epoche di regresso, le epoche di unione alle epoche di divisione. Sono come gigantesche ondate contro cui non possiamo far nulla. In India si chiamano yuga. E oggi siamo nel Kali Yuga, lo yuga della regressione dell’intelligenza. Basta un individuo solo, ma potente, a condurre alla rovina il mondo.
Ma, naturalmente, un individuo del genere non potrebbe emergere se non venisse eletto da milioni di individui, ignoranti come lui, obnubilati come lui, egocentrici come lui. Gente che non capisce niente di come va il mondo e vuole affermare la propria volontà ottusa.
Si spezza un equilibrio sottile e sempre instabile, e il mondo precipita per la via sbagliata.
Era successo solo settant’anni fa con Hitler e Mussolini. E oggi stiamo ritornando indietro.
Anche in Italia stiamo regredendo, con l’elezione di nuovi partiti che hanno visioni ristrette della realtà. Anche noi ci chiuderemo e ci isoleremo, anche noi abbiamo visioni limitate e sostanzialmente stupide, o, peggio ancora, semplicemente confuse. C’è gente in questi partiti che ammira Putin o Orban.
Come dicevo, in certe epoche è l’intelligenza che decresce.
Religione, politica, economia, meditazione – è tutto connesso.

sabato 7 aprile 2018

Le anime morte


“Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti!” diceva sprezzantemente Gesù, ben sapendo che viviamo in un mondo di anime morte.
E pensare che la sua religione si è ridotta ad essere una celebrazione di riti funebri, da quello dello stesso Gesù a quello dei nostri morti.
Mettiamo in scena solo e sempre la morte. E ci dimentichiamo della vita.
Il fatto è che la vita non è solo respirare, mangiare e fottere. È essere consapevoli, attenti, sensibili, originali… al di fuori dei rituali, delle cose passate e delle convenzioni sociali.
Essere o non essere? Ma noi da che parte stiamo? Dalla parte dei vivi o dalla parte degli zombie semoventi? Dalla parte della teologia che stabilisce dogmi e comandamenti o dalla parte dello spirito, che soffia dove vuole, incurante delle tradizioni e delle consuetudini?

La nostra anima negletta


Tutti pensiamo di essere il prodotto delle cose che ci sono capitate in passato. Solo il saggio sa che le cose che ci sono capitate in passato sono il prodotto di ciò che siamo.
Il problema è che non sappiamo chi siamo veramente e ci identifichiamo con le cose e con gli eventi del passato. Ed è vero che ciò che crediamo di essere è il prodotto di ciò che è avvenuto. Ma non è il nostro vero io.
L’io che crediamo di essere è effettivamente condizionato. Ma al di fuori e prima di quel condizionamento, che cosa eravamo? E dopo che cosa saremo?
Poniamoci queste domande per decondizionarci, per trovare la nostra essenza, la nostra anima, che dev'essere qualcosa di nostro, non un prodotto di massa.

venerdì 6 aprile 2018

Il compito di essere noi stessi


Una vocazione, una missione che abbiamo tutti è essere noi stessi. Ma non è affatto facile. Infatti la famiglia, la società, il sistema educativo e la religione non vogliono affatto che siamo noi stessi – vogliono che siamo ciò che piace a loro, come piace a loro. E noi ci siamo dovuti adattare. Nessuno riesce a resistere ai primi condizionamenti. È troppo piccolo per farlo.
Dunque, il primo compito, quando ci viene l’aspirazione a ritrovare la nostra autentica identità è liberarsi da tutti quei vestiti, quegli atteggiamenti, quei valori, quelle maschere, quelle identità che ci sono stati imposte senza che potessimo reagire.
Perché farlo? Perché assumere maschere e ruoli sociali, indotti dagli altri, significa essere infelici, sentire che qualcosa di fondamentale non va.
Il mondo ci ha formato secondo le sue necessità, non secondo le nostre. La nostra identità originale è stata stravolta o cancellata, con conseguenze dolorose.
Se ci domandiamo perché ci sentiamo scontenti, depressi, ansiosi, abulici o insoddisfatti, la prima risposta è che abbiamo dovuto sacrificare la parte più autentica di noi indossando qualche maschera sociale. Ma dentro di noi stiamo male.
Il problema è che allora ci mettiamo in mente di correggerci e di migliorarci – ma ancora una volta lo facciamo in base a criteri non nostri. Vorremmo perfezionarci, anziché essere semplicemente noi stessi.
Abbandoniamo dunque ogni idea di perfezionamento e dedichiamoci piuttosto ad un’opera di cancellazione, di destrutturazione, di decondizionamento. Dobbiamo toglierci, come in un cipolla, i vari strati sovrapposti.
E questo non può avvenire che azzerando tutto, spogliandoci di ogni ideale di perfezionamento, rispolverando e accettando la nostra vera natura, con tutti i suoi difetti, cercando dentro noi stessi ciò che  stato seppellito.
Il nostro compito non è essere perfetti. È essere noi stessi. Finché non lo faremo, saremo infelici.

giovedì 5 aprile 2018

Decidere quando tutto va male


Potremmo dire che la meditazione è, da un certo punto di vista, un metodo per ritrovare il Sé, la parte più profonda del nostro essere, che viene sacrificata dalla razionalizzazione e dalle convenzioni sociali. Noi di solito ci identifichiamo con una personalità costruita dalle relazioni e dagli interessi della famiglia, della scuola, dell’educazione, dell’istruzione, della religione, dal lavoro, ecc. Siamo per esempio dei figli diplomati in qualcosa, che credono in qualcosa e che svolgono un dato lavoro. Ma questo non basta a definirci. Siamo sempre qualcosa di più ampio, di più profondo, di più basilare.
Ce ne accorgiamo quando dobbiamo prendere importanti decisioni e non sappiamo che strada scegliere. Oppure, quando non ci sentiamo soddisfatti della vita che facciamo e ci sentiamo in crisi, malati, incapaci, sofferenti.
La verità è che abbiamo perso il contatto con noi stessi, con la nostra vocazione, con l’essenza. In apparenza la nostra vita scorre “normalmente”, ma dentro di noi ci sentiamo infelici, sentiamo che ci manca qualcosa di importante. Questo stato di insoddisfazione può diventare un grave malessere, se non addirittura una malattia.
Che cosa fare? Quale nuova strada imboccare?
Non è la ragione che può darci la risposta. Possiamo pensare e ripensare al nostro stato, ma non riusciamo a capire il problema.
Ebbene, in questi casi, e in tutti i casi in cui dobbiamo prendere decisioni fondamentali, dobbiamo prima di tutto riprendere contatto con noi stessi, con la parte più profonda di noi stessi che ci manda quei messaggi di insoddisfazione. Stavolta non si tratta di pensare e di razionalizzare, né di affidarci alle convenzioni sociali o alle religioni,
Il problema è che non siamo più in contatto con il nostro più autentico essere. Che fare?
Dobbiamo metterci in ascolto, smettendo di pensare, di calcolare, di prevedere, di ricordare e di intervenire, tutte attività che non ci portano alla soluzione, ma dobbiamo  recuperare lo strato più profondo di noi stessi, l’anima, che è in realtà un centro di energia, di conoscenza e di saggezza.
Questa è appunto una forma di meditazione, da svolgere nel silenzio e nel segreto, là dove la mente razionalizzante non arriva. Dobbiamo riprendere contatto con la nostra essenza, dobbiamo lasciar parlare il nucleo di noi stessi che abbiamo sepolto sotto strati di idee e di convenzioni. Dobbiamo lasciar decidere l’anima. È sola da lì che ci può venire l’indicazione.

mercoledì 4 aprile 2018

Il destino


Avere un destino non significa dover compiere grandi cose, ma avere un sentiero da percorrere, nel bene e nel male. Anche il bambino che muore a pochi giorni o a pochi anni, ha avuto il suo destino. Ma se ci chiediamo il perché o se crediamo di conoscerlo così come si conosce un oggetto, siamo sulla strada sbagliata. Il destino siamo noi, è dentro di noi, è ciò che siamo.
Questo destino è mio, sono io. Ed è unico. Distingue ciò che sono. E non è qualcosa che venga dall’esterno, dalle bizzarrie di qualche Dio, ma è qualcosa di interno che viene dalla notte dei tempi e dall’interconnessione del tutto.
Posso mettermi a studiare questo mio destino, ma ricaverò solo quello che già sono. E non potrò cambiarlo, perché è già inscritto in me e in tutto ciò che provo e che mi accade.
La cosa migliore da fare è osservare, percepire, essere consapevoli. Non rammaricarsi, lamentarsi o sperare. Osservare facendo il vuoto dei pensieri dentro di noi. In quel vuoto incontreremo il nostro personale buco nero, l’ “uovo” da cui siamo usciti.
Ma non è definibile a parole, non è spiegabile razionalmente. Tutto ciò che provo – ansia, paura, esaltazione, scoraggiamento, gioia… - è un’ondata di energia che arriva da chissà dove e che si configura di volta in volta in me e in ciò che mi accade.
Ciò che mi accade e provo è chiaro. Ma, se cerco di spiegarlo o di razionalizzarlo, mi confondo ancora di più.
Per avere chiarezza, percepisci con chiarezza. Non respingere, non attirare, non voler cambiare o guarire. Sii semplicemente consapevole. Accogli e assapora nel silenzio. È questo il principio di trasformazione, di elaborazione – la vera metamorfosi. Il tuo destino deve svolgersi, non ostacolato.

martedì 3 aprile 2018

La ricerca di senso



Quando la vita ci pare ormai vuota di senso, sempre più opaca, devitalizzata, inquadrata, prevedibile e simile ad uno stato vegetativo, proviamo un’angoscia cui cerchiamo di reagire, buttandoci nel lavoro, nel sesso, nel cibo, nella religione, nell’amore, nella riproduzione, nella droga, nello shopping, nel consumismo, nel turismo, nei viaggi, nello studio o nella ricerca di notorietà. Tutto pur di non pensare. Avere successo ci sembra un modo per essere, per avere un’identità e un senso. Ci agitiamo come se cercassimo di acchiappare mosche.
Ma si tratta di vie di fuga, di forme di stordimento, di modi per non pensare. Facendo così, non troveremo nessun senso obiettivo.
Quando cerchiamo di credere in un Dio che dia un ordine finalistico e che la vita sia in qualche modo funzionale a qualcos’altro (per esempio a un’altra vita o al raggiungimento di qualche luogo paradisiaco, ci buttiamo sempre più la zappa sui piedi ed è come se nascondessimo l’angoscia sotto il tappeto.
Il problema è che la nostra razionalità non è la logica dell’esistenza. Non c’è fine, non c’è scopo, non c’è senso come lo intendiamo noi. C’è un “senso” che non è un semplice significato che la nostra mente possa afferrare.
È un “senso” nascosto e fuggente, al di là della mente. E ognuno deve cercare il suo.
Certo, ognuno ha una missione e una vocazione, e, se non la scopre, è destinato a star male. Ma, per farlo, non deve cercare il “pieno” del senso. Deve piuttosto cercare, prima, quel “vuoto di senso” che è in realtà l’antica energia, la via originale, la fonte, che ci permette di rientrare in contatto con noi stessi.

lunedì 2 aprile 2018

Gli adoratori di cadaveri


Dalle mummie egizie alle mummie cristiane, dall’imbalsamazione di Lenin a quella di Padre Pio, è tutto un susseguirsi di orrori, un non arrendersi alla morte, il tentativo di conservare qualcosa (di artificiale) dalla dissoluzione, la voglia di venir incontro alla necrofilia delle masse, il bisogno di adorare feticci… come per dire, ecco noi non predichiamo fantasie, ma cose concrete. Sì, mummie.
Ma la cosa più spaventosa è questa evidente mancanza di spiritualità. Solo la materia sembra contare, la carne, le ossa, la pelle.
Aveva ragione Gesù quando diceva a un discepolo di non perder tempo con le cerimonie funebri. “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti!” Ossia, lascia che queste anime morte si preoccupino di cose morte e non di cose vive, dello spirito vivo!
Occupatevi dello spirito che è in voi. Lasciate perdere i cadaveri. Che si dissolvano in pace.

Riti funebri


I cristiani celebrano la morte e la resurrezione del loro Dio.
Ma Dio come può morire? C’è forse un momento in cui è morto? Morirebbe per poi risorgere?
O non è tutta una messa in scena, una sacra rappresentazione, un gioco teatrale di apparenze, uno spettacolino per il popolo ingenuo che deve attaccarsi a qualche immagine?

domenica 1 aprile 2018

IL Punto Zero


Tutto è qui e ora, in un unico punto e in un unico istante.
Questo è Dio. Per contattarlo, non servono né chiese, né rituali, né religioni. Tu stesso e tutte le cose lo sono.
Ma, allora, da dove viene tutto questo apparente divenire?
Ecco, dal porsi questa domanda. Se ti poni l’interrogativo, crei il tempo, lo spazio, l’io, Dio e tutto il resto che ti si presenta come apparente realtà.
Fai tacere la mente e tutto finirà e ritornerà in quell’unico istante e punto.

Angeli e demoni


Qualcuno li chiama “demoni”. Io li chiamo stati d’animo negativi, che ti corrodono, ti fanno soffrire e ti fanno compiere errori.
Qualcuno li chiama “angeli”. Io li chiamo stati d’animo di equilibrio e di calma, che ti predispongono alle scelte giuste.
Che differenza c’è? Che i demoni e gli angeli sono figure immaginate esternamente, mentre gli stati d’animo sono dentro di te, sono te. E quindi puoi cambiarli e volgere il negativo in positivo.
Se credi che tutto venga all’esterno, non puoi farci niente. Ma se tutto è dentro di te, puoi intervenire. Cerca dunque a calma e l’equilibrio. Tutto il resto verrà di conseguenza.