martedì 7 ottobre 2014

Il Moloch cattolico

Dunque, il ministro degli Interni, naturalmente uomo di destra e cattolico, ha ordinato ai prefetti di non tollerare nei vari comuni i registri delle coppie gay. Chissà che male facevano? Certo, era un pericolo peggiore di quello del terrorismo o del virus Ebola. Sì, il virus dell’omosessualità, che può infettarci tutti… Che paura!
Ecco un’ulteriore dimostrazione di come la cultura cattolica sia ciò che impedisce all’Italia ogni sviluppo nel campo dei diritti civili. Da una parte sembra che il Papa faccia timide aperture, ma dall’altra il cattolicesimo castratore, autoritario e discriminatorie erige muri insuperabili.
In tutta Europa ci si apre al riconoscimento delle coppie omosessuali. Che siano tutti incivili e noi gli unici civili? Oppure siamo i soliti arretrati?
L’ideologia cattolica è un Moloch mostruoso, piantato al centro dell’Italia, che non vuole cambiare nulla, che si oppone ad ogni tentativo di mobilità sociale.

Ma chi non si muove socialmente, non si muove neppure economicamente.

Omicidi bianchi

Quando ci si sottomette totalmente e acriticamente ad un leader, ad una figura carismatica, ad un maestro o ad una fede, rinunciando alla propria coscienza, alla propria autonomia, al proprio senso critico ed ai propri bisogni affettivi ed emotivi, si compie un omicidio di cui non si occuperanno le cronache ma che è uno dei più gravi e dei più comuni – si uccide se stessi.
Magari lo farete per un nobile proposito, magari vi metterete al servizio della carità e degli altri (come certe suore). Ma commetterete il peggior reato: non realizzerete voi stessi, le vostre potenzialità.
Ecco perché certi esempi di santi o di leader religiosi che si sono negletti, trascurati, ripudiati e sacrificati (anche per fini altruistici) sono i più nocivi modelli di una vita sbagliata.
Dobbiamo prima realizzare noi stessi per capire che siamo tutti non-divisi, che siamo tutti interconnessi – e quindi per superare il nostro piccolo egocentrismo e per parlare di amore. Perché è certo che ci si può sacrificare anche per narcisismo o per odio verso parti di se stessi.

Ma, se non otteniamo prima questa realizzazione del sé, e se ci mutiliamo, non potremo cogliere l’unità del tutto. Un sé mutilato non può fare ovviamente nessuna esperienza della totalità. In lui rimarrà sempre una parte separata e negata. In lui rimarrà sempre la divisione dell’avversione. 

lunedì 6 ottobre 2014

Gli esploratori

Ci sono quelli che, dovendo andare a fare un viaggio, vorrebbero sapere in anticipo che cosa proveranno, quando arriveranno, che luogo troveranno, ecc.
Oppure, ci sono quelli che vorrebbero almeno sapere se arriveranno o no, se c’è davvero una meta, perché non è detto che il viaggio approdi su qualche terra.
Ma che cosa cambia sapere tutte queste cose in anticipo?
Forse è un pretesto, perché non si sappiamo vivere bene ora, nel posto in cui ci troviamo.
Se Cristoforo Colombo fosse stato ricco e felice, si sarebbe mai imbarcato nel suo viaggio?

Ci sono uomini divorati dall’inquietudine, come quei pesci che ogni tanto fanno un guizzo fuori dall’acqua, tanto per vedere che cosa c’è al di là della superficie. 

"Stare semplicemente seduti"

Adesso vi propongo un’alternativa. Perché in realtà le tre religioni che dominano il mondo (giudaismo, cristianesimo ed islam) condividono la stessa origine, hanno la stessa scala di valori utilitaristica, istituiscono lo stesso rapporto con Dio.
Una religione che non ha niente a che fare con questa idea di Dio (e in effetti con nessuna idea di Dio – perché ci sono religioni che non si servono di questo concetto) è lo zen, una corrente del buddhismo.
“Stare semplicemente seduti” è la definizione che si dà dello zen. Ma a far che? Qual è il suo scopo?
Ecco il punto: non ha scopo. È “fare” qualcosa che esce dal paradigma mezzo-scopo, che è il nostro atteggiamento abituale.
Noi facciamo tutto per uno scopo, abbiamo sempre un secondo fine. Facciamo questo per ottenere quello. Anche nella religione. È per assicurarsi un buon posto nell’aldilà, per investire bene i nostri talenti, che facciamo il bene. Con un occhio facciamo qualcosa e con l’altro calcoliamo il vantaggio o lo svantaggio, concreto ed anche spirituale. Questa azione aumenterà il mio conto corrente in questo mondo e/o nell’aldilà?
Noi siamo convinti che ogni momento abbia per scopo il successivo. Ma è davvero così?
Si può uscire da questa logica? Si può fare qualcosa che non sia in vista di uno scopo? Si può: “stare semplicemente seduti”.
Conosco le vostre obiezioni: a che serve tutto ciò?
Non serve a niente, non ha nessuno scopo, non ha nessun fine – è fine a se stesso!
Si può stare semplicemente seduti per scoprire che cosa significhi essere e basta, nel mondo presente, nell’attimo presente, qui e ora.
Questo è il suo “scopo”: fare qualcosa che non introduca l’idea di fine.
Ora, ci si può domandare se anche questo non sia uno scopo, più o meno occulto. Ma, certo, introduce l’idea che il mondo, la vita, siano fini a se stessi e non in funzione o in vista di qualcosa.
Sono due concezioni del tutto opposte: 1) la vita ha un fine, 2) la vita è fine a se stessa.
Per abbracciare quest’ultima concezione, dovremmo lasciar cadere parecchi presupposti: che ci si impegni per un guadagno e forse per uno stesso miglioramento. Il “guadagno”, il “miglioramento”, avvengono istantaneamente. La pratica è già il fine.


Fare i conti con Dio

Deve essere molto gratificante fare il Papa. Basta enumerare i problemi del mondo (sicuri che la Rai riprenderà ogni parola) e lasciar intendere che i cristiani hanno la soluzione in tasca. Ma i cristiani sono parte del problema, perché noi viviamo nella civiltà cristiana.
L’Italia è cristiana, l’Europa è cristiana, l’America è cristiana.
Basta dunque seguire gli insegnamenti di Gesù: amate il prossimo e amate Dio? Già, ma perché questi insegnamenti non vengono seguiti dagli stessi cristiani? Chi li dovrebbe attuare?
O erano banali enunciazioni che lasciano il tempo che trovano? Fate il bene e non fate il male?
Un’utopia irrealizzabile, perché manca ogni strumento pratico?
Che cosa dovrebbe succedere oggi che non è successo in duemila anni?
Basta cambiare un Papa per cambiare il giudizio storico sul fallimento del cristianesimo?

Io, invece, ritengo che il cristianesimo si sia realizzato. Non per le parole di Gesù, ma per il sotto-testo del suo messaggio, per le premesse inconsapevoli da cui partiva, per la scala di valori su cui si basava.
Quello che Gesù non coglie è che stabilisce un “rapporto di affari” con il suo Dio – con un Dio che deve premiare o punire, che deve attribuire un valore ad ogni azione, che governa una creazione che ha un fine utilitaristico, uno scopo “buono”, “etico” e che quindi prevede anche il contrario.
Basta leggere alcune agghiaccianti parabole evangeliche, dove Dio è paragonato ad un banchiere o ad un amministratore che un giorno chiederà il conto. Dimmi che investimenti hai fatto, spiegami come hai impiegato i talenti che ti avevo dato… Tutto all’insegna di un bilancio dei profitti e delle perdite. La vita ha uno scopo, la vita è un investimento – e Dio è il Supremo Ragioniere.
Dunque, mentre noi dobbiamo fare i conti con Dio, Dio fa i conti con noi. In questa cosmologia, tutti devono fare i conti. È una partita doppia.
Quando perciò Gesù ci dice che dobbiamo scegliere Dio e non Mammona (il denaro), ha già fallito: ha già introdotto il criterio per cui ogni cosa, ogni persona e ogni azione avranno un valore – cioè saranno valutati in base al denaro.
Ed eccola la civiltà cristiana – dominata da una religione che è una categoria dell’economia.
Non vi lamentate quindi se in questo mondo dovete correre dalla mattina alla sera per fare denaro e se ogni vostra azione, ogni vostro respiro e la vostra stessa vita (“il capitale umano”) avranno un valore.

Volete avere un valore, volete avere un fine? Beccatevi la logica del denaro.

domenica 5 ottobre 2014

Il Dio dei casti

Siete sicuri che Dio preferisca gli individui ubbidienti, i casti, i vergini, quelli che non escono mai di casa, quelli si consacrano anima e corpo a lui?
Non si tratta del residuo psicologico dell’antico Padre-Padrone che prediligeva i figli che non lo lasciavano, che si reprimevano, che sacrificavano la loro vita per lui, che non vivevano la loro esistenza per favorire la sua?

Non si tratta ancora dell’antico genitore castrante, dispotico ed egocentrico? Un genitore che non ama affatto i figli?

Fare filosofia

I nostri filosofi pensano che, per fare filosofia, si debbano pensare cose nuove, cose difficili da capire.

E invece si tratta solo di far vedere le cose, che pur essendo evidenti, quasi nessuno vede.
"Il re è nudo!"

La virtù del distacco

Chi risponde troppo allo stress del vivere – muore.

Meglio un sano distacco, finché si può.
Domandiamoci semplicemente: ne vale la pena?

Il peccato originale

Se comprate un televisore e non funziona, reclamate con il costruttore – non con il vostro dito che lo accende.
E, invece, i sostenitori del peccato originale dicono che la colpa è vostra. Se l’uomo è difettoso, la prima colpa è del fabbricante.

Il peccato originale è innanzitutto un difetto di fabbricazione. Restituire in garanzia.

Dubbi su Dio

Di solito ci si pone il problema se esista o non esista Dio. Ma io pongo il problema sulle sue reali capacità. Siamo sicuri che il cosmo sia stato fatto così bene?
Questo immenso universo pieno di pianeti deserti, di colossali cataclismi, di malattie di ogni tipo, di stelle inutili, di buchi neri e di carcasse vaganti… pare più un esperimento fallito che la mirabile opera di una Mente supremamente intelligente.

Dubitare anche dell’onnipotenza di Dio.

Il valore del dubbio

Ci sono dubbi che sono illuminazioni – perché ti fanno vedere le cose da un punto di vista nuovo.
E ci sono fedi che sono veri e propri cadaveri – perché non ti inducono a cercare altro.

Una mente chiusa nella sua certezza è una mente morta. 

sabato 4 ottobre 2014

I tagliatori di teste

Qualche anno fa era di moda parlare del pericolo delle sette religiose, e ci si preoccupava dei giovani che vi finivano prigionieri e subivano il lavaggio del cervello. Ma io sostenevo che le piccole sette si comportano esattamente come le grandi sette: le religioni. Si tratta sempre di fare il lavaggio del cervello e di convincere i “fedeli” a comportarsi come vogliono  i leader, fino a compiere qualunque crimine – uccidere o farsi uccidere.
Oggi tutti vediamo in azione una grande setta che indice guerre sante, attacca militarmente, ammazza in nome di Dio e di qualche Califfo, e taglia letteralmente le teste a chi non si sottomette incondizionatamente. Non pochi individui, ma migliaia di uomini.
E colpisce come anche migliaia di giovani occidentali subiscano questo lavaggio del cervello e partano per la guerra. Come si nota, non esiste una religione che non sia una grande testa e che non richieda il taglio della testa, metaforico o reale.
Certo, se invece di avere tante religioni, avessimo una spiritualità del decondizionamento ideologico, non dovremmo lamentare la perdita di tante vite, di tante coscienze.

Ma chi insegna ai nostri giovani a resistere ai tentativi di indottrinamento e di condizionamento? Chi insegna loro lo spirito critico? Non certo le nostre religioni, che esaltano solo la fede e l’obbedienza, e che con l’aiuto dello Stato e dei mezzi di comunicazione di massa cercano di fare il lavaggio del cervello all’intera popolazione. 

venerdì 3 ottobre 2014

La meditazione con i mantra: i momenti crepuscolari e i momenti aurorali

I momenti crepuscolari sono quelli che precedono il sonno, quando la mente e il corpo non vogliono più saperne di agitarsi, e si placano.
I momenti aurorali sono quelli che seguono il risveglio, quando la mente e il corpo sono ancora freschi e vedono con chiarezza.
Ecco momenti adatti alla meditazione, perché ci troviamo nelle immediate adiacenze dell’inconscio e del superconscio.
Nella posizione in cui siete, sdraiati o seduti, potete ripetere il vostro mantra, sicuri che sarà più efficace.
Per esempio, potete scegliere parole come “pace”, “quiete”, “calma”, “distensione”, “forza”, ecc.
Potete cambiare il mantra in base alle vostre necessità. Se, per esempio, siete ansiosi o preoccupati, potete ripetere “calma!” Se siete arrabbiati, “pace!”. Se provate paura, “coraggio!” o “forza!”, ecc.
Potete anche utilizzare frasi complete. Per esempio, se siete malati, ripetete: “Io guarirò!”, oppure “Io sono sano!”, oppure “Salute, salute, salute..!”

Nei momenti crepuscolari e aurorali, questi comandi riescono a penetrare nelle difese del conscio e colpiscono in profondità, là dove sprigionano la loro potenza. Le forze che governano il mondo sono le stesse che agiscono in voi.

Tutto è sempre qui

Non facciamo altro che andare e venire, allontanarci e avvicinarci, partire e ritornare... Ma, alla fine, tutto è sempre qui.
C’è chi deve girare il mondo e vivere mille avventure per capire questa verità.

E qualcuno non la scopre mai.

Dio come consapevolezza

Dio non è un “Signore” da adorare. Ma una consapevolezza da acquisire.
E la consapevolezza non potete pregarla – dovete svilupparla, a poco a poco, con un lavoro su voi stessi.

Questo è lo scopo della vita.

La saggezza eterna

Quando Dogen, il maestro zen, afferma che per realizzare il sé bisogna dimenticarsi dell’ego, dice quello che tanti saggi hanno sostenuto - per esempio, Gesù quando dice: “Chi vuole seguirmi, si dimentiche di se stesso”.

Cambiano i tempi e i luoghi, ma i fondamenti della saggezza restano sempre gli stessi. Se non si fa uscire l’individuo dal suo egocentrismo, tutto il resto è inutile.

giovedì 2 ottobre 2014

Allargare gli orizzonti

Uno degli scopi della meditazione è creare una barriera all’eccesso di stimoli sensoriali, emotivi e intellettuali che vengono dall’ambiente circostante. Un attacco, un’irruzione continua che finisce per creare stress, disorientamento, confusione e infelicità.
Se mi metto in meditazione e incomincio a ripetere per esempio il mantra “calma”, magari accordandolo al ritmo del respiro, automaticamente riduco il numero degli input esterni (rumori, telefonate, traffico stradale, informazioni radio-televisive, ecc.) ed interni (pensieri, immagini, ricordi, riflessioni, monologhi interiori, ecc.). Riduco gli stimoli a quello benefico della calma.
Ma, poiché non posso stare tutto il giorno in meditazione tenendo in piedi questa barriera, che è comunque fragile, devo passare ad una seconda strategia: lasciar entrare gli stimoli restando consapevole dei miei stati d’animo e delle mie reazioni. Insomma devo sviluppare la qualità e la postura psicologica del testimone.
Mentre la mia mente è assalita da tanti input, da tanti stati d’animo (e li produce essa stessa), io li osservo e li accolgo come un testimone distaccato.
Il testimone vede che io sono, di volta in volta, infastidito, annoiato, ansioso, irritato, ecc., ma, in quanto osservatore, ne rimane al di fuori.
È come andare al cinema e osservare lo spettacolo: io registro le reazioni e gli stati d’animo che si producono in me, restando consapevole che sono solo lo spettatore – non un attore coinvolto.

Assumere la posizione del testimone significa passare dal punto di vista dell’ego al punto di vista del Sé.

mercoledì 1 ottobre 2014

Il grande mistero che ci avvolge

Per risolvere il grande mistero che ci avvolge non basta applicare la logica, la razionalità. Bisogna fare un passo oltre. E sfruttare le piccole aperture dell’inconscio (come i sogni o gli stati crepuscolari) e le falle in cui la mente precipita e non ce la fa.

La mente non può darci la soluzione attraverso sillogismi, né attraverso calcoli matematici. Bisogna penetrare nel mondo prima della logica o sopra.

La danza della vita

Quando pratichiamo la meditazione, formale o personale - o anche solo quando viviamo -, dobbiamo sempre ricordare che non possiamo scegliere una parte sola, un estremo, una polarità di una coppia, ma dobbiamo farle convivere entrambe.
Non c’è socialità senza isolamento. Non c’è integrazione senza separazione. Non c’è apertura senza chiusura. Non c’è coraggio senza paura. Non c’è partecipazione senza evitamento. Non c'è distacco senza attaccamento. Non c’è liberazione senza confini.
Dovremo quindi oscillare da una parte all’altra, dovremo appoggiarci prima su un piede e poi su un altro. Non potremo vivere su un piede solo. Quando il buddhismo ci invita a scegliere una “via di mezzo” tra austerità ed edonismo, conferma questa tendenza mobile dell’animo umano.
Il mondo è ambivalente e dialettico. La mente e il cuore sono dualistici. Non possiamo vivere immobili e immutabili. Sarebbe un’esistenza unilaterale e sostanzialmente povera. Dobbiamo fare del nostro meglio per stare in equilibrio, per barcamenarci. Ma, quando siamo su una barca, non possiamo non ballare… la danza della vita.

La meditazione può contemplare gli opposti, può osservarli, comprenderli ed abbracciarli. Niente è inaccettabile per il testimone. Niente gli è estraneo. 

martedì 30 settembre 2014

Il nostro vero sé

Qual è il nostro vero sé, il sé autentico?
Ognuno di noi sa benissimo di albergare varie personalità, vari sé, vari io. Non solo abbiamo quelli dei progenitori e delle persone che hanno interagito con noi, ma anche noi ci comportiamo in modo diverso da una relazione all’altra, da un momento all’altro, da un periodo all’altro. Essere figli, padri, mariti, madri, amanti, colleghi, parenti, amici, nemici, ecc. significa utilizzare varie personalità. Qual è quella più vera?
Quando ci ritroviamo vecchi, ci rendiamo conto con stupore che il nostro corpo è cambiato. Noi pensiamo di essere sempre gli stessi, ma qualcosa in noi è certamente diverso. Se ci ricordiamo com’eravamo nell’infanzia o nell’adolescenza, dobbiamo ammettere che anche la nostra psiche non è più la stessa. Certo, noi ci consideriamo sempre gli stessi: questo sono io, colui che ha un certo nome, che è nato in un certo luogo, che si è sposato, che ha una carta d’identità, che… però siamo come lontani parenti di quell’io che siamo stati ad una certa età, per esempio da bambini.
Siamo gli stessi, e non siamo gli stessi.
Allora, qual è il nostro sé autentico, che cosa è rimasto immutato? Molte cose sono cambiate, molta acqua è passata sotto i ponti, molte esperienze ci hanno trasformati.
Indubbiamente, siamo gli stessi che sono partiti sessanta, settanta o ottanta anni fa, ma ciò che è qui ora è un prodotto diverso. Il fiume partito dalla fonte è e non è il fiume che arriva alla foce.
Ma anche in uno stesso periodo, il nostro sé oscilla vistosamente. Qual è il nostro io più autentico, quello per cui diciamo: io sono io e non sono un altro? Pensandoci a fondo, non è vero che non sono un altro. In realtà molti altri mi hanno determinato, sono entrati in me, mi hanno composto. Ognuno di noi è una moltitudine. E io sono altro anche per me stesso.
Chi sono allora io? L’io mutevole o l’io roccioso che non cambia? L’io sociale o l’io solitario? L’io sicuro di sé o l’io incerto? L’io caldo ed espansivo o l’io freddo e distaccato? L’io sensibile e ed emotivo o l’io orgogliosamente padrone di sé? L’io aperto o l’io chiuso? L’io che riconosce di aver bisogno degli altri o l’io che vuole essere indipendente? L’io impavido o l’io che trema?  L’io che ama e che partecipa o l’io che taglia i ponti con gli altri e si riduce ad essere un albero secco?
La verità è che tutti questi io sono parte di me e quindi sono veri. Un io falso è solo un io che finge; ma un io che oscilla fra gli estremi è comunque autentico. Dobbiamo stare attenti a non idealizzare il vero sé, a non costruire fantasie su ciò che dovremmo o vorremmo essere. Dobbiamo non cadere nella trappola di una stabilità e di una immutabilità illusorie, dei deliri infantili di onnipotenza e del narcisismo.
In realtà siamo tante persone e, sebbene contraddittorie, tutte autentiche.
Chi sono dunque io? Io sono tutte quelle persone, tutti quegli io.
Dobbiamo osservarci per quello che siamo: questa è una grande meditazione. Dobbiamo vivere nel presente, ma con un occhio a ciò che siamo stati. Dobbiamo sì cercare di migliorarci, ma con grande compassione ed empatia verso noi stessi. Colui che osserva, noi non sappiamo chi sia. Perché non possiamo definirlo, delimitarlo, perché abbiamo una mente dualistica che per conoscere deve dividere. Ma è ciò che siamo.



lunedì 29 settembre 2014

La barbarie

Adesso ci scandalizziamo perché i fondamentalisti islamici distruggono templi, chiese e monumenti delle altre religioni. Ma conoscete una religione che non abbia fatto lo stesso? Quanti furono i templi pagani distrutti o riconvertiti dal cristianesimo? E nella Bibbia non ci sono continui appelli ad abbattere gli idoli altrui?

No, le religioni non sono il luogo della tolleranza. In loro c’è sempre una spinta barbarica.

domenica 28 settembre 2014

Essere noi stessi

La cosa di cui siamo più contenti è essere noi stessi.

Ma è anche la nostra croce.

Ebola

Ci sono missionari che diffondono tra gli africani il virus delle loro idee.
E gli africani si difendono colpendoli con il virus delle loro malattie.

È una lotta mortale per il predominio.

sabato 27 settembre 2014

Zen

Il maestro zen Huang-po disse in un suo discorso ai discepoli: “Voi vivete di avanzi. Come potete sperimentare l’oggi? Non sapete che non ci sono mastri di zen in tutta la Cina?”
Un discepolo domandò: “Ma allora che ci fanno i maestri delle varie comunità zen?”
Huang-po rispose: “Non ho detto che non c’è lo zen, ma che non ci sono i maestri?”

 In realtà i maestri ci sono, ma nello zen non bastano. Infatti, l’esperienza della liberazione o del risveglio può essere fatta solo di persona, nell’esperienza attuale. È lo stesso discorso del maestro che disse: “Se incontrate sulla strada un Buddha, uccidetelo!”
Ci si vuole liberare delle tradizioni, dei rituali, dei dogmi, dei testi sacri, delle religioni precostituite e perfino dei maestri e dei salvatori… che sono solo avanzi, cibo già scartato e vecchio.

Ognuno deve fare la propria esperienza. 
Il maestro può indicare la via. Ma poi ognuno deve percorrerla da solo, ex novo.

venerdì 26 settembre 2014

Miti

Buddha, salvatori, profeti, santi, messia…tutti senza difetti, tutti perfetti, tutti divini.
Già, le religioni sono il regno dei miti. I quali consistono nel falsificare la realtà, censurando il negativo e magnificando il positivo.

Ma la realtà è un’altra cosa, è sempre un miscuglio delle due polarità.

Stato e Chiesa

Oggi i vescovi si sono riuniti per stabilire che cosa il governo italiano debba o non debba fare.
Per fortuna che c’è il Concordato, in base al quale i preti non dovrebbero far politica…

Perché il governo italiano non si riunisce per dire alla Chiesa che cosa debba o non debba fare?

Comandare in nome di Dio

Uomini che vogliono comandare in nome di Dio.
È così che hanno squalificato Dio.

E Dio è morto per la vergogna.

giovedì 25 settembre 2014

L'illuminazione del Buddha

La storia del Buddha ci racconta che quando il giovane Siddharta, un principe vissuto tra gli agi, uscì dal palazzo in cui era cresciuto al riparo delle brutture dell’esistenza e incontrò per la prima volta un vecchio, un malato e un morto, capì che la vita non era per niente facile e che la sofferenza attendeva tutti. Malattia, vecchia e morte sono inevitabili e ogni cosa è impermalente - rivelazione che prima o poi hanno tutti.
Essendo un tipo sensibile, si mise alla ricerca di maestri che gli insegnassero un metodo per uscire dal dolore. Così seguì vari metodi, tutti insoddisfacenti, e alla fine si dedicò ad un ascetismo rigoroso. Mangiando pochissimo, si ridusse a pelle e ossa; ma non raggiunse nessun tipo di realizzazione.
Deluso, abbandonò quelle pratiche e si sedette sotto un albero. Qui rimase l’intera notte. Sembrava tutto inutile. Gli pareva di aver fallito.
Poi, alle prime luci dell’alba, gli apparve la stella del mattino, e all’improvviso “si illuminò.” Che cosa aveva capito?
Aveva capito che la stella era bella e perfetta così com’era. E che anche lui era bello e perfetto nella sua natura, così com’era, con tutti i suoi dolori e le sue imperfezioni. Non mancava niente alla stella per essere una stella. Non mancava niente a Siddharta per essere Siddharta.
 Ogni cosa è illuminata nella sua oscurità. Ogni cosa è perfetta nella sua imperfezione. Niente deve diventare diverso da ciò che è. Perfezione e imperfezione non si escludono a vicenda. Cambiamento e stabilità non si escludono a vicenda. Nascita e morte sono un tutt’uno. Gioie e dolori sono un tutt’uno. Schiavitù e liberazione sono un tutt’uno. Nirvana e samsara (il mondo) sono un tutt’uno.


Psicologia e meditazione

Ogni tanto qualche lettore mi domanda come comportarsi quando si soffre di qualche disturbo psicologico.
Per le malattie psicologiche gravi, conviene consultare uno psicoanalista o uno psicoterapeuta serio. Si tratta infatti di disturbi che devono essere curati da medici specialisti.
Contemporaneamente, però, si eseguano pure tecniche meditative volte ad ottenere calma, quiete e serenità.
A questo proposito, è inutile ripetere mantra indiani che per noi non hanno nessun significato. E' meglio utilizzare parole o frasi della nostra lingua, cercando di ritrovare il loro senso concreto nell'esperienza presente. Non si tratta infatti di parole magiche, ma di agganci a stati d'animo benefici che devono essere ritrovati. Per esempio, calma, pace quiete, relax, gioia, ecc. In altri termini, se ripeto la parola "calma" devo ritrovare il senso della calma.
Si possono anche eseguire pratiche yogiche (movimenti e posizioni psico-fisiche) e pratiche respiratorie (seguire il respiro), sempre con l'intento di ritrovare il raccoglimento nella tranquillità.
Si tenga presente che, per la spiritualità della meditazione, tutti siamo malati di mente, dato che vediamo le cose in maniera distorta e siamo continuamente spinti da impulsi e desideri di cui non ci rendiamo conto e che ci dilaniano trasformandoci in schiavi alienati.

La meditazione serve proprio a calmare e a chiarire la nostra mente. Una volta fatto questo, potremo affrontare meglio i nostri problemi e vedere con più chiarezza chi siamo e come ci comportiamo e intraprendere una via di autorealizzazione e di risanamento più radicale.

mercoledì 24 settembre 2014

Giustizia vaticana

Naturalmente siamo tutti contenti che il Papa abbia approvato l’arresto del vescovo polacco reo di pedofilia. Ma ci domandiamo perché per venti secoli questo non sia mai successo. Quanti “santi” occhi sono rimasti chiusi? Quanti farabutti sono stati sottratti alla giustizia? Quante ingiustizie sono state fatte in Vaticano?
La "Santa" Sede?

Saper vedere

Ne Il crepuscoli degli idoli, Nietzsche scrive che ci sono tre compiti per cui sarebbero necessari dei maestri: saper vedere, saper pensare e saper parlare e scrivere.
Per imparare a vedere, bisogna “abituare l’occhio alla pacatezza, alla pazienza, al lasciar-venire-a-sé: rimandare il giudizio, imparare a circoscrivere e abbracciare il caso particolare da tutti i lati. È questa la propedeutica prima alla spiritualità: non reagire subito ad uno stimolo, non ‘volere’, saper differire la decisione.”
Al contrario,”ogni assenza di spiritualità, ogni trivialità ha alla sua base l’incapacità di opporre resistenza ad uno stimolo – si deve reagire, si asseconda ogni impulso.”

Un buddhista, un taoista o uno stoico avrebbero detto la stessa cosa.

Sulla paura della morte

Siamo così attaccati alla vita, abbiamo così paura di perderla, che il solo pensiero della morte ci terrorizza.
Ma siamo sicuri che, se potessimo interpellare i morti e chiedere loro se vogliono tornare in vita, questi direbbero di sì?

[Da un pensiero di Schopenhauer]

martedì 23 settembre 2014

L'io e il tutto

“Non provo nessun speciale desiderio di una vita eterna individuale: non si tratta di due cose che si escludono a vicenda?” scriveva Henri Le Saux, il monaco cristiano che si trasferì in India e abbracciò anche la cultura induista.
In effetti le due condizioni sembrano escludersi a vicenda. E a noi uomini non piace; noi vorremmo sussistere come individui per l’eternità.
È un po’ come domandarsi quale sia il rapporto fra l’onda e il mare. Quando l’onda si abbassa, ritorna nell’immenso mare: non si distingue più come fenomeno individuale; ma, in compenso, acquisisce lo status del tutto. Perché limitarsi al singolo quando ci si può fondere con il tutto?
Però, se è vero che il singolo mattone, quando il muro è costruito, sparisce nella sua individualità, è anche vero che il muro non sarebbe stato possibile senza i singoli mattoni. Quindi, ogni singolo mattone è parte dell’insieme, è qualcosa senza il quale non ci sarebbe stato l’insieme, e dunque partecipa alla costituzione del tutto. In tal senso è anche lui eterno.
Le due cose non sembrano poi in contraddizione.
Semmai, è il singolo che potrebbe chiedersi: mi conviene restare individuo? Mi conviene restare un ego separato quando posso essere il tutto?

In Oriente si risolve il problema sostenendo che la vera conoscenza si ottiene solo quando si annulla l’io individuale. Come dire che la contrapposizione io-tutto è una delle tante proiezioni mentali. La morte può dunque essere l'illuminazione, l'apertura della mente.

lunedì 22 settembre 2014

La chiamata di Allah

“Avete sentito la chiara e inequivocabile chiamata di Allah. Allora vi domando: dov’è la vostra fede? Preferite la famiglia, la casa, gli affari, alla Guerra Santa?”
È questo il messaggio su Youtube di un reclutatore dell’Is (quelli che vogliono costruire un Califfato tra Iraq e Siria).

Come si vede, Dio e la fede possono sempre essere manipolati, possono sempre essere rivolti al male. E non sarà un altro Dio o un’altra fede a contrastarli, ma solo lo sviluppo della propria capacità di ragionare.

Uscire dal mondo

Tutti veniamo al mondo piangendo e scalciando.
In che cosa, allora, la saggezza, imparata in una vita, può fare la differenza?
Se non altro a morire con serenità… senza piangere e scalciare.

Una vita ben spesa è il frutto di un lungo lavoro si di sé.

sabato 20 settembre 2014

L'importanza delle parole

Le tradizioni contano, le ideologie contano, le parole contano… purtroppo.
Se invece di usare la parola “Dio”, usassi l’espressione “Realtà ultima”, ecco che come d’incanto cadrebbero tutte le idee antropomorfe su Dio.

Ecco perché, sono molto importanti le parole che si utilizzano. Se ti domandi: “Esiste o non esiste Dio?”, già lo immagini in forma personale. Ma se ti domandi: “Qual è la Realtà ultima?”, cadono questi pregiudizi. Non hai neppure bisogno di chiederti se esiste o non esiste: una Realtà ultima esiste comunque.

Il bisogno di Dio

Certo, alla fine, c’è come una necessità di credere in un Dio benefico e misericordioso, proprio perché la vita sulla terra è ben poco benefica e misericordiosa.

Ma non è questa la condanna di Dio? Ci si attacca a Dio perché la sua creazione è terribile. Ci si rivolge al despota perché il suo regno è spietato.

Il campo dell'essere

Ognuno nasce con una certa natura, e non può cambiarla. È un po’ come dover vivere in un campicello: all’interno di quel terreno potete modificare tante cose. Ma non potete uscire dai suoi confini.
Solo alla fine, con la morte, i confini si dissolveranno… così come succede quando un palloncino scoppia o si affloscia a causa di un foro. A quel punto, l’aria contenuta e delimitata dal palloncino, ritornerà libera, e potrete varcare i confini.

Tuttavia, mancando la delimitazione dell’ego, per non perdervi, dovrete aver sviluppato un solido senso di voi stessi, del vostro sé.

venerdì 19 settembre 2014

Sogni lucidi

In sostanza siamo immersi in un sogno (che spesso è un incubo) e, per uscirne, dobbiamo diventarne coscienti, trasformandoci in lucidi sognatori.
Non so a che punto e come ci si sveglia in mezzo a un sogno. Ma so che è possibile.

È necessario ricordare, voler ricordare – prima e durante.

La prigione degli uomini

Già Pascal aveva scritto che gli uomini, per non percepire la propria infelicità, si dedicano ad ogni tipo di passatempo, di divertimento e di passione. Senza queste attività che li impegnino, si sentono angosciati, perché sono messi di fronte al proprio vuoto interiore. Non essendo capaci di starsene un’ora tranquilli in una stanza, cercano di stordirsi con ogni genere di impegno, di trambusto, di rumore, di spettacolo e di compagnia. Per loro, la prigione è esattamente il luogo dove regnano il silenzio, la solitudine e l’inattività.
Per la maggior parte degli individui, come aveva fatto notare anche Kierkegaard, lo stare soli viene considerato un castigo, una punizione. Di conseguenza rifuggono dal riposo e cercano affannosamente distrazioni, affanni, agitazioni e occupazioni.
Il problema è dunque l’incapacità degli uomini di essere messi di fronte a se stessi.

Nella meditazione prendiamo il toro per le corna e diciamo che, finché l’individuo cercherà di evitare se stesso, sarà infelice e alienato. È proprio lì il punto: non fuggire, e addestrarsi ad affrontare se stesso. 

La commedia della fede

L’arcivescono di Canterbury confessa in una intervista alla Bbc di avere dubbi, talvolta, sull’esistenza di Dio.
Finalmente un uomo sincero, non il solito ipocrita che si sente in dovere di mostrare di aver fede per invogliare gli altri ad averne – insomma la colossale commedia della fede, dove nessuno crede veramente, ma tutti fingono.

Quando avremo qualche arcivescovo nostrano o qualche Papa che farà lo stesso? Certo, sarà molto difficile, perché da noi la messa in scena della fede ha antiche tradizioni.

Il mito del Cristo

Il mito del Dio che si fa uomo nasce dall’irresistibile tendenza umana a immaginare la Realtà ultima sotto forma umana.
Ma è un errore. Come minimo, una limitazione.

Noi continuiamo a giocare con le parole – e con i pensieri.

giovedì 18 settembre 2014

Il Mistero ultimo

L’uomo che si rifiuta di proiettare nomi e forme umane su Dio, e che per ciò si dichiara ateo, forse è più vicino al Mistero ultimo dell’uomo che si dichiara credente.

Tempo e velocità

Secondo Clark Blaise, ne Il Signore del tempo (Bompiani), “il tempo è uguale alla distanza divisa per la velocità. La velocità dipende dalla crescita di energia. Se cresce l’energia aumenta la velocità: il tempo diminuisce e così pure la percezione della distanza.”

Insomma, mi par di capire che sia meglio andare piano, perché, diminuendo la velocità, aumenta il tempo. E vi pare poco?

Il valore della quiete

Come già scriveva Nietzsche in Umano troppo umano, il mondo moderno è caratterizzato da una grande agitazione che impedisce alla nostra cultura di maturare i suoi frutti. Gli individui sono irrequieti, si muovono in fretta, cercano di fare troppe cose, corrono avanti e indietro e non sanno stare fermi nemmeno per un po’ di tempo: subito devono telefonare, guardare la televisione, cercare qualche passatempo, spostarsi in un altro posto o pensare alle cose fatte o da fare. “È come se le stagioni si susseguissero troppo rapidamente” commenta Nietzsche.
Ma il problema è che, “per mancanza di quiete la nostra civiltà sfocia in una nuova barbarie”. In nessun’altra epoca, gli agitati, gli irrequieti e gli iperattivi hanno avuto più importanza. Ecco perché, “una delle maggiori correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità è quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo.” Chi riesce ad essere calmo nel cuore e nella mente non solo possiede una grande fortuna, ma aiuta in modo consistente il processo di pacificazione del genere umano, facendo diminuire la febbre generale.

Sì, dovremmo introdurre nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle famiglie un’ora o una mezz’ora di contemplazione, dedicata alla ricerca della calma interiore e dell’acquietamento psico-fisico. L’intera umanità ne trarrebbe un giovamento immediato.

mercoledì 17 settembre 2014

Paura della morte

Paura della morte?

Questo succede perché noi ci immaginiamo la morte. Se vivessimo momento per momento…

Dio e l'omosessualità

Ai tempi della guerra civile americana, coloro che non volevano riconoscere i diritti dei negri sostenevano che Dio aveva creato gli uomini diversi e che quindi non spettava a noi dare a tutti gli stessi diritti.
Oggi, coloro che si oppongono ai diritti degli omosessuali sostengono l’argomento opposto: Dio ci vuole tutti uguali e quindi non si ha diritto di essere “diversi”.
Vedete come a Dio si attribuiscono argomenti contrastanti?
In realtà Dio (o chi per lui) ci ha creato tutti uguali in certe cose e tutti diversi in altre.

Ma usare “l’argomento di Dio” per sostenere questa o quella tesi è del tutto arbitrario. Gli omosessuali sono sempre esistiti, sono un dato di fatto – e, come tali, sono una creazione divina.

La fretta e la lentezza

A volte, per risparmiare tempo, facciamo le cose in fretta. Ma più facciamo le cose in fretta, più sprechiamo tempo, nel senso che non ci rimane tempo per noi stessi – per pensare, per svilupparci in profondità, per assaporare bene le cose.
Le nostre giornate passano in un lampo e non ci rimane nulla. Al massimo, quando ci sentiamo stressati, ci affidiamo all’industria del divertimento, che risponde allo stesso criterio: non farci riflettere mai, non farci fermare mai.

Così fugge il tempo della nostra vita e ci ritroviamo vecchi senza neppure sapere chi siamo: ci scopriamo estranei a noi stessi. Estremo spreco del tempo.

La buona coscienza

Già Nietzsche scriveva ne La gaia scienza che oggi ci si vergogna di dedicarsi al riposo o alla meditazione, perché il nostro comandamento primo è l’attività. La vita è costantemente “a caccia di guadagno” e gli uomini sono “schiavi stremati dal lavoro” che provano un senso di colpa a godersi un periodo di otium, a “lasciarsi andare”, a fare una passeggiata o a buttarsi “lunghi distesi”.
La vita contemplativa non si sa più che cosa sia, neppure nelle religioni, tutte dedite al fare, al conquistare e all’accumulare soldi. Chi lavora si sente la coscienza a posto, e l’inclinazione alla distensione e alla gioia viene definita “bisogno di ricreazione”. Una volta era il contrario: la nobiltà stava nell’otium e la volgarità stava nel negotium, nel lavoro.
Questione di pregiudizi, concludeva Nietzsche. Il quale faceva rilevare come la “buona coscienza”, più che un fatto di coscienza, sia un fatto di convenzioni e di tradizioni.

Resta il fatto che una “buona coscienza” è spesso una coscienza condizionata e che ci vogliono forza e coraggio per farsi una coscienza personale. Non basta adottare la coscienza della maggioranza per essere dalla parte del giusto.

martedì 16 settembre 2014

Il fallimento di Gesù

“Non accumulare ricchezze in questo mondo. Qui i tarli e la ruggine distruggono ogni cosa e i ladri vengono e portano via. Accumulate piuttosto le vostre ricchezze in cielo. Là i tarli e la ruggine non le distruggono e i ladri non vanno a rubare. Perché dove sono le tue ricchezze, là c’è anche il tuo cuore… Nessuno può servire insieme Dio e il denaro” (Matteo 6, 19-21).
Se queste sono le parole di Gesù, come si fa a sostenere che la nostra è la civiltà cristiana – una “civiltà” in cui il denaro segna la stima di ogni cosa e di ogni persona, anzi è il valore supremo? Non si può fare né un passo né un respiro senza disporre di denaro.
Credo che Gesù si rivolti nella tomba (o dove si trova) e sappia di aver fallito.
O forse Gesù era un ingenuo, un utopista?
Certo, per essere il “figlio di Dio” aveva capito poco della natura umana e non aveva previsto come sarebbero andare a finire le cose.