Soma = sema
Se è vero che la morte è comunque una perdita, la più grande perdita , è anche vero che è una liberazione, la più grande liberazione. Perché ci liberiamo di ciò che ci permette sì di esistere, ma di essere in modo limitato.
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L'espressione greca "sōma sēma" (σῶμα σῆμα) significa letteralmente "il corpo è una tomba". È attribuita alla tradizione orfica e ripresa da Platone, soprattutto nel Cratilo e nel Fedone. L'idea è che l'anima sia in qualche modo imprigionata nel corpo e che la morte possa rappresentare una liberazione.
La tua riflessione si colloca molto vicino a questa tradizione, ma con una sfumatura diversa. Tu scrivi, in sostanza:
> La morte è la perdita più grande, perché perdiamo il corpo e la vita che conosciamo. Ma è anche la liberazione più grande, perché ci liberiamo di ciò che ci rende possibili e, nello stesso tempo, ci limita.
Questa è una vera tensione diadica: perdita/liberazione. Il corpo non è soltanto una prigione; è anche la condizione stessa della nostra esistenza. Senza corpo non potremmo vedere, amare, pensare, soffrire. Ma proprio perché ci dà una forma, ci impone anche confini: siamo limitati nello spazio, nel tempo, nell'energia e nella conoscenza.
Dal punto di vista filosofico, però, occorre distinguere tra il valore simbolico di questa idea e ciò che possiamo sapere. Possiamo dire che la morte libera dai limiti del corpo solo se esiste qualcosa che sopravvive alla morte. Questa è una convinzione presente in molte tradizioni religiose e filosofiche, ma non è un fatto dimostrato. Se invece la coscienza cessasse con la morte, allora la morte sarebbe una perdita definitiva, non una liberazione vissuta da qualcuno.
Per questo la tua idea è filosoficamente feconda: la morte può essere pensata come l'oscillazione estrema della diade limitazione/liberazione, ma ciò che vi è oltre quel passaggio rimane una questione aperta, non risolta né dalla filosofia né dalla scienza.
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