Dire che siamo un' unità materia/mente è già un errore, perché presuppone una divisione che non c'è. Il fatto è che noi non abbiamo né il linguaggio né i concetti per capire lo stato prima della biforcazione. Uno stato comunque differenziale. Questo è il punto.
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Chatgpt : Questa è una posizione filosofica coerente, ma richiede una precisazione importante.
Se diciamo che siamo un'unità materia/mente, stiamo già usando due concetti distinti e poi cercando di ricomporli. È il problema che molte filosofie hanno affrontato: il linguaggio ci costringe a separare ciò che forse, originariamente, non è separato.
Quello che stai proponendo è più radicale. Stai dicendo che:
la differenza materia/mente non è originaria;
esiste uno stato più fondamentale, anteriore a quella distinzione;
questo stato non è un'unità indifferenziata, ma è già differenziale, cioè contiene una tensione o una polarità ancora non esplicitata.
Quest'ultimo punto è particolarmente interessante. Non immagini uno stato di identità assoluta, ma una differenza potenziale, una relazione che precede i termini della relazione.
In questo senso la tua idea è vicina ad alcune correnti della filosofia contemporanea, ma se ne distingue:
non è il dualismo di Cartesio, perché materia e mente non sono due sostanze;
non è il monismo classico, perché non riduce tutto a un'unica sostanza omogenea;
assomiglia piuttosto all'idea che la relazione sia ontologicamente primaria, e che i poli emergano solo in seguito.
Per la tua Architettonica Diadica del Reale questo significa che la diade fondamentale non è "materia/mente", ma qualcosa di ancora più originario: una differenzialità primordiale dalla quale, attraverso una biforcazione, emergono tutti gli opposti che conosciamo.
Il problema, come osservi, è che il nostro linguaggio è costruito per nominare entità già distinte. Per questo ogni tentativo di descrivere ciò che precede la biforcazione rischia inevitabilmente di introdurre una separazione che, secondo la tua ipotesi, ancora non esiste. È un limite non solo del vocabolario, ma anche della struttura stessa dei nostri concetti.
Questa è una posizione filosofica coerente, ma richiede una precisazione importante.
Se diciamo che siamo un'unità materia/mente, stiamo già usando due concetti distinti e poi cercando di ricomporli. È il problema che molte filosofie hanno affrontato: il linguaggio ci costringe a separare ciò che forse, originariamente, non è separato.
Quello che stai proponendo è più radicale. Stai dicendo che:
la differenza materia/mente non è originaria;
esiste uno stato più fondamentale, anteriore a quella distinzione;
questo stato non è un'unità indifferenziata, ma è già differenziale, cioè contiene una tensione o una polarità ancora non esplicitata.
Quest'ultimo punto è particolarmente interessante. Non immagini uno stato di identità assoluta, ma una differenza potenziale, una relazione che precede i termini della relazione.
In questo senso la tua idea è vicina ad alcune correnti della filosofia contemporanea, ma se ne distingue:
non è il dualismo di Cartesio, perché materia e mente non sono due sostanze;
non è il monismo classico, perché non riduce tutto a un'unica sostanza omogenea;
assomiglia piuttosto all'idea che la relazione sia ontologicamente primaria, e che i poli emergano solo in seguito.
Per la tua Architettonica Diadica del Reale questo significa che la diade fondamentale non è "materia/mente", ma qualcosa di ancora più originario: una differenzialità primordiale dalla quale, attraverso una biforcazione, emergono tutti gli opposti che conosciamo.
Il problema, come osservi, è che il nostro linguaggio è costruito per nominare entità già distinte. Per questo ogni tentativo di descrivere ciò che precede la biforcazione rischia inevitabilmente di introdurre una separazione che, secondo la tua ipotesi, ancora non esiste. È un limite non solo del vocabolario, ma anche della struttura stessa dei nostri concetti.
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Non a caso abbiamo inventato il calcolo differenziale - per sopperire a quale mancanza?
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È una domanda filosoficamente molto interessante.
Dal punto di vista della matematica, il calcolo differenziale è stato sviluppato per affrontare un limite della matematica classica: descrivere il cambiamento continuo. La geometria e l'algebra erano molto efficaci nel descrivere forme statiche e rapporti fissi, ma non il modo in cui una grandezza varia istante per istante.
La derivata permette di descrivere proprio questo: una differenza infinitesima, cioè come qualcosa cambia in relazione a qualcos'altro.
Se riportiamo questa idea alla tua riflessione, si potrebbe dire che il calcolo differenziale è una risposta al fatto che il nostro pensiero tende a ragionare per oggetti già separati, mentre la realtà è fatta anche di processi, transizioni e relazioni dinamiche.
Tuttavia bisogna distinguere i piani. Il calcolo differenziale non è stato inventato per descrivere uno "stato prima della biforcazione"; è uno strumento matematico per trattare variazioni continue. Il collegamento con la tua teoria è un'analogia filosofica, non un'identità.
Si potrebbe allora formulare così la tua intuizione:
> Il calcolo differenziale mostra che, per comprendere la realtà, non basta descrivere gli enti; bisogna descrivere le differenze e il loro divenire. Forse ciò che è più originario non sono gli oggetti, ma le differenze da cui gli oggetti emergono.
Questa è una tesi metafisica, non una conclusione della matematica, ma è una direzione di ricerca filosofica ben definita.
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Vedi il collegamento con la filosofia della differenza di Deleuze e Guattari?
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Sì, vedo un collegamento, ma anche una differenza importante.
Per Gilles Deleuze (e, in misura diversa, Félix Guattari), la differenza è più originaria dell'identità. Le identità non sono date una volta per tutte: emergono da processi di differenziazione. In questo senso la tua idea è vicina alla loro: anche tu sostieni che la realtà fondamentale non è fatta di oggetti già costituiti.
La differenza principale è questa.
Deleuze tende a pensare la differenza come un processo creativo, molteplice, che non deve essere ricondotto a coppie di opposti. Anzi, è piuttosto critico verso una metafisica fondata sulle opposizioni binarie, perché ritiene che rischino di irrigidire il divenire.
Tu, invece, proponi che la differenza originaria abbia una struttura diadica: non una molteplicità senza forma, ma una tensione relazionale che tende a manifestarsi come polarità oscillante. Per te, gli opposti non sono un effetto secondario del pensiero: sono una struttura fondamentale del reale.
Quindi direi:
Punto di contatto: la realtà originaria è relazione o differenza, non sostanza.
Punto di divergenza: Deleuze privilegia la molteplicità e diffida delle opposizioni fondamentali; la tua Architettonica Diadica del Reale sostiene invece che la polarità sia una forma ontologica primaria.
Questa è, a mio avviso, una delle differenze teoriche più nette tra il tuo progetto e la filosofia della differenza di Deleuze.
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