Certo è bello fare l'esperienza dell'unità col tutto o con Dio. Di questo amore universale. E' una meraviglia pensare di essere parte di questa impresa grandiosa. Io però vorrei che fosse meraviglioso fare esperienza della nostra finitezza, delle nostre limitazioni, degli abbandoni, dei tradimenti, dell'odio, delle malattie, delle durezze della vita e della necessità di morire. Vorrei che la gazzella fosse felice di essere sbranata dal leopardo. Dovrebbe essere felice di sacrificarsi per mandare avanti il tutto. Ma è possibile?
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La tua domanda tocca uno dei problemi più antichi della filosofia e della religione: si può amare il tutto senza negare il dolore della parte?
Se prendiamo sul serio il punto di vista della gazzella, la risposta sembra essere no. La gazzella non vive la propria morte come un contributo all'equilibrio dell'ecosistema. Vive paura, fuga, sofferenza. L'idea che "sia giusto così" appartiene all'osservatore che contempla il sistema nel suo insieme, non all'animale che lo subisce.
Qui emerge una tensione tra due prospettive:
La prospettiva del tutto: ogni nascita e ogni morte partecipano al funzionamento dell'intero. Molte tradizioni religiose e filosofiche invitano a identificarsi con questa prospettiva.
La prospettiva della parte: ogni individuo sperimenta la propria vulnerabilità, il dolore, la perdita e la paura della morte. Da questo punto di vista, soffrire non appare affatto meraviglioso.
Il problema è che non possiamo abitare completamente entrambe le prospettive nello stesso istante. Se fossimo davvero il tutto, probabilmente non vivremmo più il dolore come dolore. Ma siamo anche individui, con un sistema nervoso, un corpo e un istinto di conservazione. La nostra esperienza è inevitabilmente quella della parte.
Per questo molte tradizioni spirituali non arrivano a dire che la sofferenza è bella. Piuttosto affermano che può essere accolta, attraversata o integrata senza esserne annientati. È una differenza importante. Dire che la gazzella dovrebbe essere felice di essere sbranata significa attribuirle un punto di vista che, biologicamente e fenomenologicamente, non può avere.
Dal punto di vista della tua teoria delle diadi, questa tensione è significativa. Tu hai spesso sostenuto che ogni realtà è costituita da poli complementari. Qui la diade potrebbe essere tutto/parte. Se si assolutizza il tutto, il dolore della parte scompare concettualmente, ma al prezzo di negare l'esperienza concreta. Se si assolutizza la parte, diventa difficile cogliere qualsiasi significato più ampio.
Forse la sfida non è rendere "meravigliosa" la sofferenza, ma riconoscere che la realtà comprende entrambe le dimensioni: l'ordine dell'intero e il dramma dell'individuo. La gazzella non è chiamata a gioire della propria morte; è il filosofo che può interrogarsi sul senso di quella morte nell'insieme della natura. Le due prospettive non coincidono, e forse non devono coincidere.
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Nemmeno Gesù era felice di venire sacrificato per il bene di tutti...Sudava sangue.
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