venerdì 23 maggio 2014

Cogito, ergo sum?

D’accordo, so di essere vivo. Ma sto vivendo davvero?
Sto provando qualcosa di vitale, di intenso, di significativo? Oppure sono annoiato, distratto, superficiale e sto soltanto ripetendo idee, abitudini e comportamenti stereotipati decisi da altri?

Insomma, non basta sapere di essere in vita. Bisogna che la morte ci colga vivi – non già morti.

Come morire

Ci sono due modi di morire: si può morire o essere uccisi.
Si muore quando, sentendo avvicinarsi la morte, ci si prepara dentro di noi ad accoglierla. Si viene uccisi quando si resiste, ci si ribella, non la si accetta.

Alla morte ci si consegna, oppure ci viene data come un atto violento. Non c’è alternativa.

I maestri

Siamo tutti alla ricerca di maestri, guru, salvatori, ecc., perché siamo convinti che la verità debba essere comunicata dall’esterno e da qualcuno.
Ma la verità è esattamente ciò che siamo, è uno stato dell’essere, una qualità della coscienza, non un concetto, un’idea, un insegnamento o un dogma. La verità è il centro su cui siamo appoggiati.
Quando siamo al centro del nostro essere, abbiamo la verità, siamo la verità.

È vero che la verità ci rende liberi. Ma questa verità è la luce del nostro essere che ci illumina e ci libera.

Desiderio come possesso

Ovviamente il desiderio è qualcosa che ci spinge al di fuori di noi, verso il mondo e gli altri. E questo è un bene. Ma se desiderare significa sforzarsi si acquisire persone, cose, fama, potere, ricchezza, ecc. resta un tentativo disperato di possedere ciò che in realtà non sarà mai nostro.
Posso comprare una casa o una persona, ma prima o poi, o comunque dopo la mia morte, quella casa o quella persona non potranno seguirmi e saranno di altri o di se stessi. Così scopro che nessuno possiede mai niente.
Tutto sommato, l’attività acquisitiva esterna ci allontana da noi stessi e ci procura una specie di protesi illusoria che prima o poi sarà rigettata. Non a caso, certi imperatori nell’antichità stabilivano che alla loro morte venissero “sacrificati” la moglie, i servitori e perfino gli animali – speravano di portarseli dietro. E ancora oggi qualcuno uccide l’essere amato con la stessa assurda intenzione.

Ma gli altri e le cose non sono in nostro possesso. L’unico nostro “possesso ”è ciò che siamo – ed è questa l’unica cosa che possiamo portarci dietro, nel bene e nel male.

Risvegliarsi al silenzio

Per silenzio in meditazione non si intende l’eliminazione dei rumori esterni, ma il distacco dal flusso mentale.
Naturalmente la mente continua a produrre pensieri, idee, ricordi, anticipazioni, sensazioni, stati d’animo e quant’altro. Ma io li lascio scorrere come se appartenessero a qualcun altro, ad un organo (il cervello) che è sì parte di me, ma non interamente me.
Lascio accadere queste attività. Ma non mi ci identifico. Lascio spazio ad altro. E questo altro è il Sé, la mia più profonda identità.

La mia identità spirituale sta al di sotto o al di là della multiforme attività della mente-cervello.

giovedì 22 maggio 2014

Venire al mondo

D’accordo, siamo esseri mortali, precari e transitori: nasciamo, viviamo un po’ e poi scompariamo per sempre.

Ma il fatto che un essere effimero sia stato, anche solo una volta – ecco questo chi lo potrà cancellare?

Il disegno divino

Qualcuno sostiene che questo universo sia stato creato da una Mente superintelligente. E una certa intelligenza si nota – ma anche qualcos’altro: la dismisura, lo squilibrio, lo spreco, la follia. Per esempio, su Giove esiste una tempesta, grande come la Terra, che dura da secoli. Esistono poi pianeti del tutto deserti, o gelati o infuocati, senza un filo d’erba o un insetto. Per trovare probabili forme di vita bisognerebbe viaggiare per migliaia di anni, in mezzo a corpi celesti del tutto mancanti di vita e in apparenza privi di qualsiasi utilità. La Terra stessa, prima di ospitare forme di vita, è stata una palla rovente; e ai tempi dei dinosauri qualche cataclisma, forse l’impatto con un meteorite, ha spazzato via quasi tutto.
Insomma non viviamo in un universo tranquillo, sereno, equilibrato, misurato e razionale. Il presunto creatore, a giudicare dal suo creato, non aveva tutte le rotelle a posto. Era una specie di enorme dinamitardo, un pazzoide con improvvisi crisi d’ira, una specie di macellaio che si divertiva (e si diverte) a far nascere per uccidere.
È come se io cercassi in una macelleria un etto di prosciutto e mi arrivassero duemila cinghiali…
Vi ricordate la storiella della donna che, per la sua bontà, aveva ricevuto da Dio la possibilità di veder esauditi tre desideri? Poiché suo figlio era nato con una testa molto piccola, chiese subito a Dio che gli facesse avere una testa più grande. E immediatamente la testa di suo figlio diventò grande come un’anguria. Allora chiese che gli facesse avere una testa più piccola; e immediatamente la testa diventò microscopica. Alla fine disse: “Ti prego, Dio, fammi riavere la testa iniziale”.

Ecco, non potete trattare con Dio come se avesse una mente uguale alla nostra. Lui lavora in grande, noi in piccolo.

martedì 20 maggio 2014

Verso la libertà

Ognuno di noi appartiene a una famiglia, a una società, a una nazione, a una cultura, a una tradizione, ecc…. insomma, il senso di appartenenza è il punto di partenza.
Poi, però, c’è il viaggio (e la vita è un viaggio). E il viaggio consiste nello spostarsi, nell’allontanarsi, nel prendere le distanze, nell’esplorare altre dimensioni.
Come in ogni viaggio c’è incertezza, senso di vulnerabilità e timore. Si sa quel che si lascia, ma non si sa quel che si troverà. Che pena, d’altra parte, se non ci si staccasse mai dalla famiglia, dal nido… sarebbe una vita abortita.
Questo è il viaggio della libertà, della liberazione e dell’evoluzione. Uscire dalle origini, dai limiti, dalle radici, dalle identificazioni, dalle chiusure, per aprirsi al nuovo, all’inaspettato.

E anche se non ci si muove, si è costretti prima o poi a farlo.

lunedì 19 maggio 2014

Ogni cosa è illuminata

Leggo che fra poco sarà possibile creare materia dalla luce, facendo collidere due particelle di luce (fotoni). Si conferma così l’equazione di Einstein sulla relazione tra materia ed energia.
E si conferma che siamo tutti esseri luminosi: siamo tutti fatti di luce, siamo tutti illuminati, letteralmente.

Ma i più non lo sanno.

Il passo segreto

Un tempo, per raggiungere l’altra parte del mondo, si cercava il famoso passaggio a Nord-ovest. Oggi lo si cerca tra i pianeti e le stelle, o tra i meandri della materia. Dunque, si può trovare in tanti posti.
Ma dov’è esattamente? Dov’è il passaggio segreto, la porta o il portale d’ingresso?
È dentro. Ma un dentro che non si contrappone a un fuori.
È nel sé. Ma un sé che non è separato dall’ambiente e dagli altri.
È contrassegnato dalla consapevolezza. Ma è al di là della semplice razionalità.
Quando si dice che “tutti hanno la natura del Buddha”, non si indica che il Buddha è una specie di Dio, come quello cui siamo abituati nelle nostre religioni. Si vuol dire che tutti hanno una natura divina, che tutti possono avere accesso alla “propria” natura illuminata.

Dunque, il passo segreto è in ognuno di noi.

domenica 18 maggio 2014

Libri vietati

Gian Arturo Ferrari, per anni grande capo alla Mondadori, alla domanda di Fabio Fazio sui bassi indici di lettura degli italiani, ha risposto che fino al Quattrocento l’Italia era il paese in cui si leggeva di più. Poi, nel Cinquecento le cose sono drasticamente cambiate. Perché? Perché la Chiesa aveva pubblicato l’Indice dei libri proibiti, in cui si vietava la lettura di moltissimi libri, fra cui le stesse Sacre Scritture.
Insomma, l’ignoranza degli italioti, origine di quasi tutti i nostri guai, è un altro regalo del cattolicesimo.

Il che è spiegabile dal punto di vista della Chiesa: solo un popolo ignorante può credere ai miti e alle favole di questa religione.

sabato 17 maggio 2014

Paura e speranza

Come mai si realizza più spesso ciò di cui si ha paura rispetto a ciò che si spera? Chi ha paura di perdersi, è più probabile che si perda.

Forse perché la paura è più forte e più frequente della speranza? Proviamo a invertire l’ordine dei nostri principali stati d’animo.

L'amore per la vita

I nostri fideisti esaltano la giovane sudanese, condannata a morte perché non vuole rinunciare ad essere cristiana, come una nuova martire. Ma è più importante la religione o la vita? Non sono proprio loro a dire di voler difendere la vita? E poi preferiscono la morte?

Secondo me, il vero eroe fu Galileo Galilei che fece finta di abiurare le sue scoperte scientifiche pur di salvarsi la vita. Lui sì che riteneva più importante la vita. La vita è la realtà, le religioni sono mitologie. 

L'obbligo di religione

Nel Sudan musulmano, una giovane viene condannata morte solo perché è di un’altra religione: per gli Stati islamici la cosa non è ammissibile. Alla faccia della libertà. Certo, il totalitarismo delle religioni è spaventoso. Se poi Dio legifera... si salvi chi può. Per i cristiani Dio è un Padre-Padrone; per i musulmani, per gli ebrei o per gli hindu è un Dittatore.
Come mai nelle nazioni confessionali, non si ammette mai il libero arbitrio, la libertà di coscienza? Già, perché le leggi umane sono presentate come leggi divine e perché la fede in Dio serve ad avallare ogni regime totalitario. È difficile trovare uno Stato confessionale in cui si esalti il valore della libertà.
Ecco perché bisogna sempre diffidare delle persone che esaltano la fede. Possono trasformarsi in terribili persecutori della libertà. È sempre in nome della fede che si compiono simili misfatti.
Anche gli integralisti di casa nostra sono sempre pronti a imporre le loro leggi (che spesso risultano incostituzionali), a censurare, a vietare, a condannare, a discriminare… e a reclamare soldi e privilegi.

Evidentemente c’è un ‘associazione stretta tra religione e tirannia.

venerdì 16 maggio 2014

Il centro del mondo

Noi siamo convinti che il mondo sia fatto in una certa maniera e funzioni secondo determinate leggi; ma in realtà siamo noi che proiettiamo quelle maniere e quelle leggi.
Se per esempio dico: “Io guardo Maria”, estrapolo un’azione da un fascio di azioni contemporanee interdipendenti. Ne scelgo una di cui “io” sono protagonista pretendendo di esserne il centro.
In effetti, “io” non sono il centro di questo insieme complesso di azioni; è solo la struttura sintattico-grammaticale della frase che me lo fa credere. Ci è stato infatti insegnato che ci devono essere un soggetto, un verbo e un complemento oggetto. Però, mentre “io” guardo Maria, avvengono mille altri processi; per esempio, anche Maria guarda me.
Diciamo che c’è un guardare tra due persone a cui poi “io” do un certo ordine. Ma una lingua e un pensiero che volessero comprendere tutto, dovrebbero dire che c’è un insieme di azioni che avvengono tra due persone, e non solo tra due persone, ma anche tra quelle persone ed altre persone o altre cose.
Nessuno però ne è il centro. Non siamo noi a dominare il mondo. Noi siamo parte di un mondo di processi e di relazioni.
Ma nessuno è il centro. Il centro non c’è. È il singolo individuo che crede di esserlo.

Nell’antichità si diceva: “Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Ma così è per ogni cosa.

Il tempo per sé

Ci sono giornate in cui non abbiamo tregua: dalla mattina alla sera dobbiamo correre come trottole, senza un attimo di respiro. Non abbiamo tempo per noi stessi, per starcene un po’ per conto nostro.
Questo sistema di vita frenetico, da un lavoro all’altro, da un appuntamento all’altro, da un impegno all’altro, da una preoccupazione all’altra, da un’ansia all’altra… è profondamente sbagliato.
Il tempo per sé è fondamentale. Trovare qualche minuto per fermarsi, osservarsi ed osservare permette di far sedimentare l’esperienza e di alimentare il consolidamento e la coltivazione della propria anima. Anche se, in apparenza, non si fa nulla o ci si annoia.
Se un uomo conquisterà mille cose, ma perderà se stesso, sarà vissuto invano.
Di solito veniamo pagati proprio per il tempo che riserviamo ad un lavoro. È proprio il tempo il bene più prezioso. All’origine di tutte le compravendite e di tutti i lavori, c’è lui, il tempo.

Noi tutti viviamo e cresciamo nel tempo e grazie al tempo. Guardiamo una pianta: ha bisogno di un certo tempo per svilupparsi. Se le togliamo quel tempo, appassirà. E così per noi.

giovedì 15 maggio 2014

Anche Gesù odiava i farisei

Perché parlare tanto di amore? Perché invitare ad amare il prossimo, come se fosse possibile andare contro le proprie pulsioni naturali?
La verità è che siamo tutti reciprocamente legati: nessuno sarebbe senza gli altri. Punto e basta. Questo è l’unico vero riconoscimento religioso. Tutto il resto sono inviti che lasciano il tempo che trovano. Amare i propri nemici? Come dire: amare chi si odia – una contraddizione in termini.
Dopo il momento di principio del riconoscimento religioso, la realtà si fa strada: se amiamo amiamo, se odiamo odiamo. Che possiamo farci?
Se vogliamo nascondere e reprimere i nostri sentimenti, diventiamo degli ipocriti, come i farisei.
La constatazione dei nostri sentimenti, la consapevolezza, è un atto religioso, perché autentico. La falsità, l’ipocrisia o la repressione sono il contrario.

La verità ci rende liberi? Solo se la riconosciamo e la accettiamo.

mercoledì 14 maggio 2014

La Grande Determinazione

Un maestro zen diceva che, per raggiungere la nostra meta (qualunque essa sia), non basta la piccola volontà, ma ci vuole la “grande determinazione”.
Questo non significa che dobbiamo sforzarci strenuamente ed eroicamente, come fossimo Vittorio Alfieri che si legava alla sedia per studiare. Significa che dobbiamo arrivare alla nostra azione, al nostro impegno, condotti e ispirati da tutto ciò che ci circonda, dalle persone, dall’ambiente e dal cosmo intero. Dobbiamo insomma far confluire nella nostra volontà l’intero movimento evolutivo, in modo da rendere necessario il conseguimento del risultato. È un po’ come quando, in un mare agitato, vogliamo tornare sulla spiaggia senza farci prendere dal risucchio della risacca: il modo migliore per farlo è farci trasportare da un potente cavallone. Arriveremo senz’altro.

Quando alla nostra volontà individuale si unisce lo slancio della natura, chi ci potrà fermare? Ma è necessario saper attendere, osservare e cogliere il momento giusto.

martedì 13 maggio 2014

Niente di speciale

Ci crediamo unici, crediamo che i nostri pensieri e i nostri sentimenti siano speciali. Ma non è così. Spesso prendiamo l’ispirazione dai pensieri e dai sentimenti degli altri. Spesso le nostre esperienze sono banali ripetizioni. D’altronde, la nostra vita non avrebbe potuto essere senza qualcun altro che l’avesse fatta nascere.
Certo, se siamo originali, se siamo potentemente noi stessi, possiamo dare un importante contributo alla costruzione della Grande Piramide. Magari, portiamo solo un mattoncino, magari una pietra d’angolo. Ma i grandi uomini sono stati pochi – e anche loro si sono appoggiati sui mattoni portati dagli altri.
L’importante è poter dire: ho fatto quel che ho potuto.

In fondo, anche niente di speciale è qualcosa di significativo.

I grandi ideali

Siamo tutti pieni di ideali, di principi, di grandi ambizioni e di buone o cattive intenzioni. Ma…
… ma mai nessuno è all’altezza dei propri ideali, che restano qualcosa di astratto.
La realtà, la vita di tutti i giorni, è qualcosa di dinamico e di mutevole, è piena di ostacoli, di imprevisti, di limitazioni, di muri, di intrecci casuali, di direzioni obbligate, di grandezze e di miserie. E quindi, per lo più, agiamo come capita, dimenticandoci degli ideali.
Gli ideali sono idee della mente.
La realtà è semplicemente quel che facciamo. E talvolta tra i due c’è poco in comune.
Non è nemmeno importante il singolo accaduto. È l’intero processo che ci fa essere quel che siamo.

Ecco, cerchiamo di vederci dalla parte della realtà, non dei sogni.

Il desiderio

Quando si parla di desiderio, bisogna stare ben attenti: parliamo del motore della vita. Non a caso, il termine deriva dalla parola sidera che in latino indicava le stelle, il cielo.
Se il desiderio viene dal cielo è già un pezzo di trascendenza, non una cosetta da poco. E, infatti, quando siamo presi dal desiderio, facciamo esperienza di una forza superiore che ci trascina. Non siamo noi che deteniamo e controlliamo il desiderio, ma è il desiderio che possiede noi.
In tal modo, il desiderio ci fa capire che il nostro io è ben poco padrone in casa propria, così come aveva notato Freud.
Ma desiderare non significa solo voler appropriarsi di qualcosa; è anche una richiesta di riconoscimento. Per esempio, nell’amore, significa voler essere desiderato dall’altro. Noi vogliamo l’altro, ma vogliamo anche che ci desideri. E questo complica ulteriormente le cose, mettendoci di fronte ad una doppia impotenza. Ci accorgiamo, infatti, che niente è nelle nostre mani: né il nostro desiderio né quello dell’altro. Possiamo anche comprare la presenza o il corpo di qualcuno, ma non il suo desiderio.
Scopriamo infine che, per quanto si desideri qualcosa o qualcuno, una volta ottenuto l’oggetto, questo risulta insoddisfacente. Che cosa desideriamo allora veramente? In realtà desideriamo qualcosa di inafferrabile, un oggetto che non soddisfa mai e che rimanda a qualcos’altro.

Ciò che desideriamo, in fondo, è il tutto, l’infinito.

Aurea mediocritas

Noi crediamo che la saggezza consista in una specie di punto intermedio tra gli estremi, in una specie di via di mezzo, per quanto oscillante e variabile. E facciamo coincidere questa virtù con il bene. Ma l’uomo ama anche gli estremi, ama correre pericoli, ama dare fondo al proprio desiderio, ama l’eccesso, ama la dismisura. Non è detto quindi che, pur sapendo che cosa sia il bene, lo segua. Nient’affatto.
        Purtroppo la saggezza non sembra dare tanti stimoli, in un mondo che invece cerca lo sballo, anche a costo della propria distruzione.
        Il piacere, il godimento sembra non bastare mai. E perciò si cercano gli estremi.

Così la saggezza sembra una virtù obsoleta, qualcosa da vecchi o da mediocri. E l’individuo e il mondo periodicamente impazziscono. Ma, dopo ogni crisi, domandiamoci: abbiamo davvero vissuto? È questo il senso o il sapore della vita?

lunedì 12 maggio 2014

Le religioni del Padre

Quello che non hanno capito né Gesù né gli altri fondatori di religioni è che la fedeltà al Dio Padre non significa assoggettamento, obbedienza e sottomissione, ma assumere su di sé la funzione paterna, generando la propria autonomia, la propria differenza.
        In genere, l’eredità che il padre ci ha lasciato non deve tradursi in una semplice imitazione, ma in una riconquista e reinterpretazione individuale della tradizione. Altrimenti, anche il padre è veramente morto.
        Se il padre resta l’àncora della nostra vita, non potremo mai lasciare il porto e navigare nel mare aperto.
        Il padre, da parte sua, non deve servirsi della sua autorità e del suo amore per fare una copia di se stesso nel figlio. La prima cosa che fa un tiranno o un demagogo è dichiarare il proprio amore con cui ingabbiare i sudditi. Il vero padre, invece, è colui che ritira le proprie dichiarazioni di amore per evitare di appropriarsi del figlio, per lasciarlo libero.
        Per essere genitori serve a poco l’armamentario di leggi morali, dogmi e comandamenti. Ciò che più serve è l’arte di farsi da parte, in modo da far crescere i figli.
        Questo è d’altronde ciò che ha fatto Il Padre eterno: creando il cosmo si è tolto di mezzo. Ma el religioni monoteistiche, con la loro riproposizione di un Padre esterno, hanno tentato di riportarlo in vita, creando semplicemente un fantasma, una sacra reliquia.

        Sono dunque queste religioni che fanno da ostacolo all’evoluzione e alla crescita degli individui, sono loro che inscenano continuamente la morte di Dio. 

domenica 11 maggio 2014

La pedofilia della Chiesa

La pedofilia del cattolicesimo non è un fatto estemporaneo, ma è sempre esistita e sempre esisterà, perché è costitutiva di questa stessa religione. Non solo è l’ideologia del padre, del figlio e della madre eterni, che a quanto pare non hanno alcuna evoluzione, e si ritrovano così anche nell’aldilà, ma è anche una religione per bambini, espressa con parole, parabole e concetti infantili.
Gli insegnamenti di Gesù sono rivolti ad un pubblico di bambini, di uomini-bambini, che non crescono mai, che non assumono su di sé la responsabilità di staccarsi dalla famiglia e di diventare adulti. Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli – che è ovviamente il regno del padre. E dunque è meglio non crescere mai.
Questo è evidente nella struttura stessa della Chiesa, dove si esprime sempre un rapporto padre-figlio. Se il prete è il padre, è chiaro che tutti gli altri devono restare assoggettati alla sua autorità, restando per sempre bambini che si fanno guidare dalla madre Chiesa.

Il Papa stesso parla con voce da bambino ed esprime idee infantili. E, nei seminari, si allevano preti bambini che dovrebbero restare per sempre vergini. Peccato che, nella sua ignoranza della psicologia elementare, il cattolicesimo non sappia che anche il bambino ha una sua sessualità. Quando perciò sentirà le prime pulsioni, non potrà che rivolgersi ai bambini attorno a lui. Cosa che fanno molti preti.

sabato 10 maggio 2014

Il Padre di Gesù

Nei Vangeli si vede agire Gesù. Mai il Padre. È Gesù che si rivolge al Padre, ma il Padre non risponde mai, non c’è.
Questa è l’illusione di Gesù. Credere che il Padre sia qualcosa di esterno che scenda ad aiutarlo.

E alla fine Gesù, invece di sfruttare le sue risorse interiori (che erano notevoli), finisce crocifisso.

La via della meditazione

Con la preghiera fai il giro più lungo: preghi un Dio che credi esterno per mobilitare, in realtà, le tue forze interiori.

Meglio seguire un percorso più breve ed efficace: mobilita direttamente le tue forze interiori, che sono poi forze divine. Questa è la via della meditazione.

Un Dio solo buono

Antonio Socci dice che la figlia Caterina è stata salvata dalla forza della preghiera, cioè da Dio.
Ma chi l’ha ridotta in quel modo?
Chi, se non Dio?
Allora, a che gioco gioca Dio?
Il credente giustifica sempre il suo Dio. Se le cose gli vanno male, allora è colpa della natura o del Demonio (ma chi li avrebbe creati?). E se le cose gli vanno bene, allora è merito di Dio. Una perfetta dissociazione, un perfetto gioco delle parti… che non vede mai l’intera realtà.


Giochi divini

 Chi è questo Dio che verrà? Ovviamente è l’uomo. Ma non l’uomo attuale. No, l’uomo tra un milione o più anni, quando sarà completamente evoluto. E, se non sarà lui, sarà un altro essere più o meno simile, perché la vita è disseminata in tutto l’universo.
Allora scoprirà che non è nient’altro che Dio. Quel Dio che si è dissolto all’inizio della creazione, perdendosi. Ed ecco che si ritrova.
A che scopo?

“Lila” rispondono in oriente. Un termine sanscrito che significa “gioco”. Il gioco di Dio – un Dio che gioca a rimpiattino con se stesso. Si perde e si ritrova, per gioco.

giovedì 8 maggio 2014

Il vizio della mente

Per quanti sforzi si facciano, non si arriverà mai a cogliere la verità ultima: questa è la lezione che ci viene dallo Zen. Noi infatti, utilizzando parole e concetti non possiamo afferrare ciò che è al di là delle parole e dei concetti, sempre dualistici, sempre rispondenti al principio di non contraddizione. Invece la verità ultima non è duale ed è contraddittoria, nel senso che comprende entrambi gli opposti. Lo stesso concetto di “verità ultima” è già una riduzione.
Non abbiamo insomma gli strumenti mentali.
Ma il vizio della mente è proprio questo: cercare di ridurre la verità nei suoi limiti. Già nell’idea di concetto (dal latino cum-capio), sveliamo la pretesa di delimitare ciò che, per essere la verità ultima, non può essere circoscritto. È come se un cerchio più piccolo volesse comprendere il cerchio più grande. Possiamo solo utilizzare simboli, metafore, allegorie, analogie, similitudini, ecc.

Allora, che cosa ci rimane? Potremmo dire: non pensare. Ma questo non significa smettere di cercare; significa non deporre l’intenzione e neppure lo sforzo, tenendoli però sotto traccia, ripetendo più e più volte la domanda, senza aspettarci una risposta in termini di parole. Lo dicono chiaramente le Upanishad: la verità appare come quando splende un lampo e noi, privi di parole, esclamiamo: “Oh!”

Le sacre reliquie

Nel Medioevo circolavano innumerevoli reliquie di Gesù: pezzi di legno della croce, sudari, spine della corona, sangue, unghie, denti, parti del prepuzio e chiodi. Naturalmente tutti rigorosamente falsi. Ma erano tempi bui.
Come dite? Che ancora oggi si venerano sudari e chiodi? E che si tengono corsi di esorcismo per casalinghe?

Evidentemente, nel cattolicesimo, il Medioevo non è mai finito. Questo è il dramma di un paese che, ospitando la Chiesa, non riesce a entrare nella modernità.

mercoledì 7 maggio 2014

Il Dio che verrà

Se prescindiamo dalla religioni, che ci parlano di un Dio perfetto, di una Mente meravigliosa che concepisce e crea ad un certo punto il cosmo, ciò che vediamo è un universo nato da una gigantesca esplosione che a poco a poco si evolve in una determinata direzione e infine dà origine a forme di vita più intelligenti. Ma, poiché tutto questo si sviluppa faticosamente, lentamente e senza badare alla distruzione dei più deboli, si potrebbe osservare che si poteva fare qualcosa di meglio.
In ogni caso è evidente che le forme di vita più intelligenti emergono in fondo e non all’inizio, sono cioè i prodotti di un lungo processo.
La spiritualità rappresenta un ulteriore passaggio, quando gli esseri più evoluti si pongono domande sulla loro origine e sulle leggi che regolano il tutto. Fra milioni di anni, forse la dimensione spirituale costituirà la forma predominante di vita, ma ancora una volta sarà posta in fondo, non all’inizio.
Questa osservazione ci porta a dire che quel Dio “puro spirito”, che qualcuno vorrebbe mettere all’origine, deve ancora nascere o sta solo emettendo i primi vagiti.

D’altronde, il buddhismo crede che un giorno arriverà il Buddha del futuro, Maitreya, e anche il cristianesimo parla di una seconda venuta del Cristo, speriamo meno cruenta della prima.

I "puri di cuore"

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio…” Ne siamo sicuri?
Se per “puri di cuore” intendiamo persone oneste, sincere, rette, integre e magari pure religiose, dobbiamo stare attenti. Potrebbero essere individui rigidi, inflessibili e, senza rendersene conto, spietati. Pensiamo a un Robespierre, a un MaoTse Tung o a un fondamentalista islamico. Tutti devoti alla loro causa, capaci di sacrificarsi, convinti di ciò che fanno e indifferenti ai vantaggi personali.
Ma guardiamoci da loro. Tra un puro di cuore e una fanatico può non esserci nessuna differenza.

Allora è molto meglio un po’di incertezza o di dubbi. D’altronde alla radice della coscienza che cosa c’è se non la consapevolezza dei propri limiti?

martedì 6 maggio 2014

L'impotenza di Dio

In origine era il Verbo, la Parola divina? Ma se la Parola fosse stata sufficiente, che bisogno ci sarebbe stato di passare alla creazione della materia?
La verità è che la Parola o lo Spirito sono del tutto insufficienti e che bisogna passare all’atto violento se si vuole aprire l’Essere al mondo. Il che dimostra che se Dio è puro Logos, ha dovuto riconoscere i propri limiti: non ce la faceva a creare un mondo spirituale.
Oppure che l’atto materiale è il passaggio inevitabile, l’approdo di ogni azione spirituale. In tal caso, la materia non è una degenerazione dello spirito, ma una sua solidificazione… o addirittura una sua evoluzione.
In fondo, la creazione di questo cosmo sgangherato mette in evidenza i limiti di Dio, del Dio della tradizione. Avrebbe fatto una miglior figura un Nulla originale. Perché, se da un Nulla nasce qualcosa, benché così misero, è pur sempre un vantaggio. Qualcosa, una qualunque cosa, è meglio che niente. Ma siamo lontani dal meglio o dalla perfezione attribuita dalla teologia al Dio creatore.

Certo, è questa immagine di Dio che è obsoleta.

Guerra e pace

Chi ha una certa età si domanda: perché sempre la guerra? Perché questo spreco di risorse e di energie? Perché non è possibile sradicare questo istinto malevolo che porta tutti a lottare contro tutti?
Non sarà possibile sradicare la guerra fuori di noi finché non sradicheremo la guerra dentro di noi. Non sarà possibile vivere in pace con gli altri finché non vivremo in pace con noi stessi. In tal senso, la guerra è la proiezione esteriore di una violenza interiore, di una infelicità interiore.
È inutile predicare la pace se dentro di noi siamo pieni di rivalità e di ambizioni, se siamo dominati da una possessività che ci fa vedere ogni estraneo come un possibile nemico. Prendiamo quei due discepoli di Gesù che discutevano su chi sarebbe stato “il più grande nel regno dei cieli”. Ecco due uomini che pretendevano di trasferire nell’aldilà il loro desiderio di supremazia.
Ebbene questa è la base di ogni contesa: chi è il più importante, chi è il più potente, chi ce l’ha più grosso… E non può essere sradicata se non se ne prende coscienza, non in senso generale, ma di volta in volta, nel momento stesso in cui si manifesta.
Se vogliamo sradicare la guerra, sradichiamo con la consapevolezza questa tendenza, altrimenti sarà inutile ogni appello alla concordia e alla pace. Non basta predicare, come fanno i preti e i Papi; bisogna lavorare dentro di noi. Dobbiamo prima creare l’armonia dentro di noi se vogliamo che esista nel mondo.
A questo scopo, non dobbiamo combattere contro di noi, perché anche questa lotta interiore è fonte di guerra. Non lottare: sii consapevole, crea dentro di te il sentimento dell’armonia.
Perché, anche se tante religioni predicano la pace e l’amore, il mondo è sempre pieno di guerre? Perché la gente non è consapevole, non vede l’odio, la rivalità, la gelosia e l’ambizione di cui si nutre quotidianamente. E i membri del clero, i religiosi, non fanno eccezione: sono pieni di ambizioni, di orgoglio, di rivalità – non sono consapevoli. Senza un esame di coscienza continuo, ogni predica, per quanto buona, è inutile.


Il peccato originale

Il pessimismo di chi ha concepito l’idea del peccato originale si estende ancora oggi, come un’ombra, su tutta la nostra civiltà e rende difficili i nostri sforzi di portare nel mondo un po’ della quiete originale, un po’ della pace originale.
L’uomo è un essere completo, nel senso che può compiere bene e male, e noi di volta in volta possiamo mettere l’accento sul primo o sul secondo, vedere insomma il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Però, i sostenitori del mito del peccato originale danno una giustificazione sia ai malvagi sia alle vittime, a coloro che si rassegnano a subire.
Alla fine, noi vediamo il mondo con occhi corrotti non dal peccato originale ma da coloro che hanno diffuso l’idea del peccato originale.

Perché non si parla mai di virtù originale? Eppure, in un essere completo, in un essere che è ambivalente per natura, esiste anche questa: ossia la calma consapevolezza originale. Non bisogna porre l’accento su uno dei due poli apparentemente antagonisti, ma sul loro insieme.

lunedì 5 maggio 2014

Il valore della gioia

Ci viene consegnata dalla tradizione l’immagine del santo come essere sofferente, piagato, malato, martirizzato… quasi che tutto questo rappresentasse una particolare benedizione di Dio, che così vuole mettere alla prova e purificare l’individuo prescelto.
(Speriamo di non essere né benedetti né prescelti in questo modo da Dio. Se Dio volesse far soffrire chi ama, sarebbe un sadico.)
Poi ci viene spiegato il valore redentore della sofferenza.
Quello che non ci viene mai illustrato è la capacità redentrice della felicità. Quel tipo, con le mani e il petto piagati, coperto di stracci, che soffre ad ogni respiro, sarà anche un santo, ma non è certo un saggio.
Il saggio cerca di vivere in armonia e a lungo. Non va certo a cercare la sofferenza come segno dell’attenzione di Dio. Rispetta la natura, fuori di sé e la propria. Considera la malattia o l’incidente più come una sconfitta o una sconfitta che come un segno del favore divino. Chi vive a lungo, sano ed equilibrato, quello è favorito da Dio. Non sovvertiamo la scala dei valori naturali per giustificare i nostri squilibri o le nostre disfatte.
Dio si rivela a chi soffre?
Può darsi… perché chi soffre è costretto a ripensarsi e a ripensare il mondo. Ma si rivela di più a chi è sereno. E non è necessario aspettare la sofferenza per ripensare se stessi e il mondo: basta un po’ di tranquilla meditazione quotidiana. Capisco di più il divino quando sto bene che quando soffro. Quando sono al meglio delle mie energie, mi sento in armonia con il tutto. Quando sono malato, sento di aver perso il contatto con il divino.

Nella più atroce delle sofferenze non c’è più nessun Dio, ma solo un urlo sconsolato.

Le religioni reazionarie

Sotto gli occhi di tutti è lo spirito antimodernista delle maggiori religioni. Chi le rispolvera lo fa per ritornare a valori del passato, per respingere l’ordine politico democratico e liberale. Succede nell’islam, nel cristianesimo, nel giudaismo, nell’induismo, ecc. Il Dio di queste fedi è sempre un dittatore che auspica una società di tipo totalitario.
Nate molti secoli fa, queste religioni conservano modi di pensare e comportamenti di epoche antiche. E ciò rappresenta il loro fascino e la loro condanna. Sono come dinosauri costretti a vivere nelle strade delle nostre città.
Una spiritualità moderna potrebbe essere la meditazione, non perché non abbia origine antiche, ma perché si accorda con gli studi psicologici e scientifici d è portatrice di un nuovo modello del divino.
La gente più semplice, però, quando riscopre queste tradizioni, lo fa come rifiuto del mondo moderno e nella nostalgia in un mitico mondo antico, regno della felicità.

Insomma, come esiste l’analfabetismo grammaticale di ritorno, così esiste l’analfabetismo religioso di ritorno.

domenica 4 maggio 2014

Destino e libero arbitrio

Ci domandiamo spesso: c’è un destino, c’è una predestinazione? E quanta parte delle nostre scelte determina?
In effetti, noi nasciamo con un destino, che è inscritto nei nostri geni, nel nostro carattere, in ciò che ci ha dato origine. Ed è certamente preponderante rispetto al libero arbitrio.
Ma allora non siamo liberi? Non possiamo scegliere niente? In realtà, qualcosa possiamo scegliere, ma non tanto.
Dobbiamo però riformulare la domanda: come si è formato quel destino? Noi siamo davvero unici? Siamo sicuri che i nostri istinti, le nostre reazioni, i nostri sentimenti e i nostri pensieri siano assolutamente originali?
E se una parte di noi è costituita da altri, quel destino ci è stato in qualche modo precostituito.
L’anima individuale è per così dire prima di tutto collettiva, e poi cerca faticosamente di farsi strada. Cerca di chiarirsi e di definirsi come Sé da una vita all’altra, come una fotografia sfocata che acquisti a poco a poco nitidezza. Ma ce ne vuole di strada. Dunque, cerca tu stesso di riconoscerla. Sviluppa la tua consapevolezza.

“C’è un unico bene: la conoscenza. C’è un unico male: l’ignoranza” diceva Socrate.

Paradossi

Perché togliere a polvere se poi si deposita di nuovo?
Perché rifare il letto se poi deve essere disfatto?
Perché nascere se alla fine bisogna morire?...
Già, perché?
Perché in mezzo si trova quella cosetta che chiamiamo vita. Tra il mattino e la sera c’è sempre la singolarità di un’esistenza particolare. Almeno, facciamo in modo che sia speciale.


“Sei sulla terra, non c’è cura a quello” dice Beckett in “Finale di partita”.

"Anima mia"

Quando ti innamori di una donna (o di un uomo), entri in contatto con la tua anima; e infatti arrivi a dirle: “Anima mia”.
Perché? Perché lei è una parte di te. È te. È la tua stessa anima che ti si rivela. Riconosci nell’altro, per mezzo dell’altro, la tua anima.
Ma per riconoscere anche l’altro, devi ancora farne di strada. Devi dimenticarti, devi dis-identificarti, devi lasciar perdere il tuo piccolo ego.
Eh, l’amore è una faccenda complicata. E anche la conoscenza.


Trovare l'anima

Non riesci a trovare l’anima?
Ma come? Tu sei l’anima, e non lo sai?
Allora sei un perfetto alienato, perché l’anima è l’essenza di ciò che tu sei. Non ti limiti ad avere un’anima; è lei che ha te.
Sei come il cane che cerca di afferrare la propria coda, e che pensa: se non la prendo, vuol dire che non è mia.

In effetti, non è sua: è il nucleo di sé. 

I crociati

Il Papa dichiara di piangere per i cristiani crocifissi in Siria. Ma nello stesso tempo la commissione antipedofilia istituita dal Vaticano dichiara che i vescovi che non denunciano i preti pedofili sono corresponsabili e che le piccole vittime subiscono “tragiche conseguenze dagli abusi sessuali” ed “effetti devastanti dal mancato ascolto.”

Anche certi cristiani crocifiggono.

sabato 3 maggio 2014

La struttura della mente

Quando uso il termine “mente” lo uso nel senso orientale, ossia è l’insieme di tutte le funzioni sensitive, della mente razionale e della coscienza. Lo spirito va inteso come “apex mentis”, il vertice della mente – un livello più elevato, quello che si occupa di questioni non legate alla semplice sopravvivenza, ma che cerca la trascendenza. L’anima è la presenza di questa trascendenza in noi.

Comunque, queste distinzioni sono astratte, perché in primo luogo sono prodotti della mente razionale e in secondo luogo sono tutte comunicanti, tutte collegate, tutte mutevoli. Lo spirito comunica e confina con l’anima, e nello stesso tempo riceve impulsi dal basso, dalla mente. Si tratta di processi, non di entità.

Coltivare la serenità

Imparare ad amare gli altri, a stare con gli altri, non dovrebbe essere la scienza più importante?
Certo, ma per riuscirci, dobbiamo prima imparare a stare con noi stessi. Quando sapremo stare con noi stessi - alla distanza giusta, senza sopravvalutarci e senza sottovalutarci -, sapremo stare anche con noi stessi.
Se però faremo dipendere la nostra felicità dagli altri, da qualcun altro, saremo come sugheri sballottati dalle onde. Quel tipo di felicità ci potrà essere tolto in ogni momento. Se invece impareremo a stare con noi stessi, coltivando uno stato interiore di serenità e di armonia, gli avvenimenti esterni potranno fare ben poco per distruggercelo.
Imparare a stare felicemente da soli, imparare ad avere un rapporto equilibrato con se stessi, è la cosa più importante. E, solo in questo caso, potremo star bene con gli altri e saremo capaci di vero amore.

La natura divina dell'uomo

Se l’uomo è un essere divino, perché non ha i poteri di Dio?
Noi diciamo che l’uomo ha la natura di Dio, ma non per questo è Dio. Anche il gatto e la quercia sono divini. Tutti hanno una natura divina, ma ognuno al suo livello e con una evoluzione diversa.
Immaginiamoci che cosa potrebbe essere l’uomo tra un milione di anni. Non è facile, perché noi non possiamo sapere che cosa sarà l’uomo, esattamente come l’uomo di Neanderthal non poteva immaginare l’uomo di oggi.
Non solo quindi ogni specie ha un certo livello di evoluzione, di intelligenza e di evoluzione, ma anche ogni individuo, all’interno di ogni specie, può avere un proprio livello di evoluzione.
Sopra di noi possono esserci tanti altri livelli, forse infiniti.

Che cosa può sapere un verme di noi? Eppure, il verme, il gatto, la quercia e noi siamo tutti esseri divini, perché l’intero cosmo è divino, anzi è il Divino.

venerdì 2 maggio 2014

Il Dio delle contraddizioni

Non possiamo avvicinarci a Dio con la nostra semplice logica, presieduta dal principio di non contraddizione. Perché in Dio si incontrano e partono tutte le contraddizioni.
Noi siamo abituati ad attribuire a Dio solo le qualità positive (bene, amore, ecc.), le quali però non esisterebbero senza le loro contrarie e complementari (male, odio, ecc.).
Dio infatti non è qualcosa di dimezzato, ma il Tutto: gli appartengono tutte le qualità, sia quelle positive sia quelle negative. O, per meglio dire, all’Origine c’è un fattore comune, che poi può differenziarsi. Prendiamo la contrapposizione maschio-femmina. Perché gli uomini hanno i seni? Devono forse allattare? Il fatto è che all’origine della dualità maschio-femmina (yang-yin) c’è un individuo comune che ha entrambe le possibilità: diventare maschio o diventare femmina.
Ai tradizionalisti, a coloro che credono che Dio sia una persona, dispiace pensare che a Dio appartengano anche il male e l’odio. Ma la verità è che anche il male e l’odio svolgono una funzione positiva. In unione dialettica con i loro contrari danno vita ad ogni cosa del cosmo.
La nostra mente è abituata a dividere, a isolare e a contrapporre. Ma all’origine gli opposti hanno un punto di partenza comune.

Trovare questo punto è svelare il motore del Divino.

I nostri amori

Crediamo che l’amore sia solo un fattore positivo e che l’odio sia solo un fattore negativo (e lo stesso per tutti gli opposti con cui funziona la nostra mente). Ma non è così.
Per esempio, c’è un amore egocentrico che, nell’unire, tende a castrare e a paralizzare, e c’è un odio creativo e liberante che nel respingere fa crescere. I genitori che trattano i figli come proiezioni di se stessi, come bastoni per la vecchiaia, come investimenti per il futuro, e che non vorrebbero che si distaccassero mai, amano davvero i loro figli? E gli innamorati che vorrebbero l’amata tutta per sé e che la considerano una parte di sé, una loro proprietà, amano davvero l’altra persona? Ecco esempi di amore negativo.
E se i figli, ad un certo punto, non odiassero i genitori, in che modo si staccherebbero dalla famiglia d’origine, con il suo abbraccio mortale, e diventerebbero persone adulte e responsabili? Ecco esempi di odio positivo.
Queste osservazioni valgono per tutti gli opposti. Se il dolore è sempre un male, che dire di quello provocato da una operazione chirurgica che estirpa un cancro? E se il piacere è sempre un bene, che dire di quello provato dal drogato che si autodistrugge? Un antico proverbio dice che non tutto il male viene per nuocere; ma si potrebbe aggiungere che nemmeno tutto il bene viene per giovare.
Imparare dunque a vedere l’aspetto negativo nelle cose positive e l’aspetto positivo nelle cose negative ci aiuta a uscire dal limitato dualismo mentale e ad entrare nella mente di Dio.

Certo, ci vorrà distacco e bisognerà saper oltrepassare i propri interessi e le proprie preferenze per cogliere la realtà nella sua interezza.

Dirigere la mente

Perché dare tanta importanza alla mente e al controllo degli stati d’animo? Queste cose non dovrebbero riguardare più la psicologia che la spiritualità?
No, in qualunque situazione, è determinante la capacità di conoscere e di dirigere il proprio spirito. È questo che fa la differenza tra paradiso e inferno.
Se uno non è padrone della propria mente, trova da star male in ogni luogo, anche nel più bello. Il peggio che la vita possa farci non è niente rispetto a quello che la mente può farci.  La mente può creare l’inferno e l’impossibilità di uscirne. Oppure, può creare il paradiso.

Se qualcosa ci sopravvivrà, non potrà che essere il nostro spirito.

giovedì 1 maggio 2014

Il Dio degli uomini

Benché il Buddha avesse dichiarato che era un uomo come tutti gli altri, non un Dio, ben presto fu adorato proprio come un essere divino. E, quanto a Gesù, viene considerato un uomo in cui si è incarnato Dio: un gran pasticcio teologico e logico.
Come si spiega che gli uomini non riescano a concepire Dio e debbano adorarlo sempre attraverso la mediazione di un uomo?
Evidentemente, sono materialisti, difettano di spiritualità e non possono immaginarsi Dio se non come un potente della loro piccola Terra. Inoltre, adorando Dio come uomo, adorano l’uomo come Dio. I Padri della Chiesa dicevano: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio”. Insomma, una gran presunzione.
E tuttavia si può dire che, dopo la morte originaria di Dio come essere a se stante, tutto è divino e che ogni essere umano partecipa della divinità. Quindi, i grandi mistici di tutte le religioni hanno potuto dire: “Io sono Dio” oppure “Io e il Padre siamo una stessa cosa”.
Ognuno può contemplare Dio in se stesso e può vedere nell’altro un essere divino. Ma, per favore, non proiettiamo all’esterno i processi spirituali personificandoli in un Essere divino.

Dio si è incarnato ed è sparito al momento della creazione, spargendosi nel cosmo. Finiamola dunque con l’adorazione di un Essere esteriore. L’incarnazione, l’incardinazione, la disseminazione, è avvenuta una volta per tutte. Ora basta. Di materialismo ne abbiamo abbastanza. C’è bisogno solo di spiritualità.

La morte di Dio

Parlare della morte di Dio è un paradosso, perché ciò che è eterno non può morire – e neppure nascere. È lì da sempre e sempre ci sarà. Altra cosa, poi, è dire che Dio è morto nell’anima umana – ma questo è un altro discorso, che non riguarda propriamente la realtà di Dio.
L’altra interpretazione è che Dio, per lasciar spazio al mondo, deve in un certo senso sparire, farsi da parte, dissolversi e quindi suicidarsi. Ma, più che sparire, subisce a sua volta una trasformazione: da Dio esterno diventa un Dio disseminato, presente dappertutto.
È il mito cristiano del Dio che muore e rinasce? Un’interpretazione letterale? In ogni caso, una metafora, una finzione, un paradosso. Si tratta di un antico mito agricolo: il seme deve essere seppellito per generare nuova vita. Non a caso, questo concetto è citato anche nei Vangeli.
Ma la pseudo-morte di Dio significa anche un’altra cosa: che finché si adora un Dio esterno, non si è in grado di crescere autonomamente. Bisogna insomma che Dio, per far crescere il cosmo, si suicidi o che venga ucciso dentro l’anima di chi lo pensa.
In Cina, il maestro zen Lin-chi diceva: “Se incontri sulla tua strada il Buddha, uccidilo!” E intendeva dire che non bisogna attaccarsi a idee esteriori del Divino.

Ma l’Occidente cristiano, meno scaltrito, ha interpretato il mito della morte di Dio alla lettera. Con il risultato che è stato costretto a farlo risorgere e a non cercarlo mai dentro di sé.