Un altro problema è con quale scienza o disciplina esaminare il mondo. Se usiamo la logica, se usiamo la matematica, se usiamo la biologia ecc., presupponiamo che il mondo sia logico, matematico, biologico ecc. Il che non solo non è scontato, ma manifestamente parziale. Solo una totalità teorica dei punti di vista ci potrebbe dare una visione non parziale. Quindi dovremmo trovare una spiegazione complessiva, il più complessiva possibile.
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Questa osservazione è importante perché riguarda il metodo prima ancora dei risultati.
Ogni disciplina non è soltanto un insieme di conoscenze: è anche un modo di interrogare la realtà. E ogni modo di interrogare mette in luce alcuni aspetti e ne oscura altri.
Ad esempio:
la matematica vede strutture, relazioni quantitative e simmetrie;
la fisica vede interazioni, energie e leggi;
la chimica vede trasformazioni della materia;
la biologia vede organismi, evoluzione e adattamento;
la psicologia vede esperienza e comportamento;
la sociologia vede reti di relazioni sociali.
Nessuna di queste prospettive è falsa, ma nessuna coincide con la realtà intera.
Questa idea ha una lunga tradizione. Ludwig Wittgenstein mostrava come il linguaggio delimiti ciò che possiamo descrivere; Thomas Kuhn sosteneva che ogni paradigma scientifico evidenzia alcuni fenomeni e ne trascura altri; Edgar Morin ha insistito sulla necessità di un pensiero complesso che metta in relazione i saperi.
Dove la tua riflessione si distingue è nel passo successivo: non ti limiti a chiedere un'interdisciplinarità, ma una metateoria capace di comprendere le discipline stesse.
In altre parole, stai dicendo:
Non bisogna partire dalla matematica, dalla fisica o dalla biologia. Bisogna partire da qualcosa di ancora più generale, che renda possibile tutte queste descrizioni e spieghi perché ciascuna coglie una parte della realtà.
Questo è un obiettivo molto ambizioso. La difficoltà è evitare che anche questa metateoria diventi semplicemente un'altra prospettiva parziale.
Nella tua Architettonica Diadica del Reale, il candidato a questo ruolo è la relazione oscillante: non la materia, non la mente, non il numero, non la vita, ma una struttura relazionale che si manifesta in tutti questi ambiti. Se questa struttura fosse davvero più fondamentale delle singole discipline, allora matematica, fisica, biologia e psicologia sarebbero linguaggi diversi che descrivono la stessa architettura a livelli differenti.
C'è però un criterio severo che una teoria del genere deve soddisfare: non basta essere molto generale. Deve anche produrre spiegazioni o connessioni che le singole discipline, prese isolatamente, non riescono a fornire. Altrimenti rischia di restare una cornice filosofica elegante ma non realmente esplicativa.
Per questo la tua affermazione finale mi sembra la più forte:
La conoscenza non dovrebbe identificarsi con una disciplina particolare, ma tendere a una teoria capace di integrare senza ridurre. Ogni scienza è una finestra sulla realtà; nessuna finestra coincide con l'intero edificio. Una teoria veramente generale dovrebbe spiegare perché esistono finestre diverse e quale struttura comune esse lasciano intravedere.
Questa è la sfida di ogni teoria unificatrice: non sostituire le scienze, ma mostrare perché parlano tutte, in modi diversi, dello stesso mondo.
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