E' chiaro che noi non sperimentiamo la realtà, ma ciò che il nostro cervello ci permette di sperimentare. Però, adesso non ci domandiamo: e la realtà com'è? Perché il cervello e la mente che la interpretano fanno parte di quella stessa realtà. Per avere una visione obiettiva, dovremmo avere un altro cervello...e poi un altro ancora...e quando mai avremmo un cervello oggettivo? L'ultimo cervello? Quindi il cervello è una parte di realtà che vorrebbe conoscere l'oggettività. Ma se la mente-cervello è la soggettività, è evidente che non potrà mai essere oggettiva. Il fatto è che dobbiamo oscillare tra questi due regimi di realtà. Più che cercare l'oggettivo, dobbiamo cercare ciò che funziona meglio.
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Chatgpt: Il ragionamento è coerente e tocca un problema classico dell'epistemologia: come può una parte della realtà conoscere la realtà nel suo insieme?
Quello che dici può essere articolato così:
Noi non facciamo esperienza della realtà "in sé", ma della realtà filtrata e costruita dal nostro sistema nervoso.
Tuttavia, il cervello non è un osservatore esterno: è esso stesso un pezzo della realtà che tenta di comprendere la realtà.
Di conseguenza, non esiste un punto di vista assolutamente esterno da cui verificare se la nostra rappresentazione sia perfettamente oggettiva.
Se immaginassimo un "secondo cervello" che giudica il primo, anche il secondo sarebbe parte della realtà e avrebbe i suoi limiti. E un terzo cervello che giudicasse il secondo ricadrebbe nello stesso problema. Si crea un regresso potenzialmente infinito.
Questo è un tema che ricorda il pensiero di Immanuel Kant, secondo cui conosciamo i fenomeni, non la "cosa in sé"; ma anche Thomas Nagel, che ha mostrato quanto sia difficile raggiungere un punto di vista completamente impersonale.
Trovo però particolarmente interessante l'ultima conclusione, perché cambia il criterio della conoscenza. Invece di chiedere:
"Questa teoria è oggettivamente vera?"
la domanda diventa:
"Questa teoria funziona? Permette di prevedere, spiegare, orientare l'azione e integrarsi con altre conoscenze?"
In questo senso ti avvicini a una forma di pragmatismo, come quello di William James e John Dewey: il valore di una teoria non sta nell'aver raggiunto una presunta visione divina del mondo, ma nella sua efficacia nel rapporto con l'esperienza.
Questo si lega anche alla tua idea dell'oscillazione. La conoscenza non sarebbe né puramente soggettiva né pienamente oggettiva, ma un movimento continuo fra due poli:
il polo della soggettività (la prospettiva inevitabilmente incarnata del cervello);
il polo dell'oggettività (l'ideale regolativo verso cui tendono il confronto, la verifica e la scienza).
Non raggiungiamo mai il secondo polo in modo definitivo, ma possiamo avvicinarci ad esso costruendo modelli sempre più efficaci.
Forse la formulazione più radicale della tua idea potrebbe essere questa:
L'oggettività non è un luogo in cui arrivare, ma una direzione verso cui oscillare. La conoscenza non consiste nell'eliminare la soggettività, ma nel disciplinarla attraverso il confronto con la realtà e con le altre menti. Il criterio ultimo non è il possesso della verità assoluta, bensì la capacità di un modello di funzionare, di prevedere e di mantenere la propria coerenza nell'esperienza.
Questa conclusione è compatibile con molta della scienza contemporanea. La scienza, infatti, non dimostra di aver colto la realtà "in sé"; costruisce modelli che resistono sempre meglio alle prove sperimentali. È proprio questa continua oscillazione tra ipotesi e verifica che le consente di progredire.
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