venerdì 10 luglio 2020

La rivelazione


La nostra idea è che chi si comporta bene sarà premiato nell’aldilà e chi si comporta male sarà punito. Il che presuppone un meccanismo di retribuzione e/o un Dio della giustizia.
Ma, se così fosse, come mai l’universo sarebbe basato su quel principio orribile per cui ogni specie deve vivere a spese di altre più deboli?
Un Dio avrebbe creato un mondo ingiusto per poi applicare la sua giustizia? Assurdo.
La verità è che tutti gli io e gli Iddii della mente si dissolveranno alla morte. Delusi?
Ma che cos’è il sogno della sopravvivenza separata di un ego rispetto alla rivelazione che la personalità individuale si espanderà e abbraccerà e permeerà il cosmo intero, il tutto?

giovedì 9 luglio 2020

L'identità ultima


In fondo la nostra conoscenza nasce dall’ignoranza. E ne conserva tutte le caratteristiche. È sempre incerta e non è mai definitiva.
La vera conoscenza non ha nemmeno bisogno di conoscere, ossia di avere un soggetto che apprenda qualcosa di un oggetto. È la fine della domanda. È identità.
Così è anche per la conoscenza di noi stessi. Non a caso la parliamo di “identità ultima”. Ma l’identità ultima è la fine della conoscenza duale, non è certo quella della carta d’identità.

mercoledì 8 luglio 2020

L'Origine non-razionale


Anch’io cado nella tentazione di voler spiegare razionalmente lo Stato Originario che invece è al di là della razionalità comune. In realtà, ciò che capisco e penso non può essere la realtà ultima (o prima).
Ciò che capisco non è ciò che sono. Io “sono” proprio ciò che non capisco, e dunque sfuggo a me stesso, ai miei tentativi di comprensione. Da qui l’alienazione. “Sono” ciò che non posso né pensare né dire. E non posso nemmeno dire di esserlo, perché non è uno stato dell’essere.
Per assurdo, sono ciò che non sono.
La mia vera natura non è la materia, ma neppure l’essere e la coscienza. Tutto questo sparirà in un attimo con la morte – il grandioso universo e l’essere stesso. Ciò che rimarrà sarà ciò che ero prima di essere e che sarò sempre.
Penso dunque sono, dicono i filosofi. No, sono ciò che non posso pensare.

martedì 7 luglio 2020

Sogni ad occhi aperti


Il sogno di tutti è ritrovare dopo la morte, in un aldilà, le persone che ci sono state care. Tutto ciò è commuovente e umano. Ma la verità è che vorremmo che i nostri legami e i nostri affetti continuassero indisturbati, insomma che non ci fosse una vera morte.
Però, a parte le difficoltà di far convivere persone amate in epoche diverse, è evidente la nostra incapacità di immaginare qualcosa di diverso da un prolungamento della vita, di questa vita. E quelli che non hanno avuto niente? E quelli che sono morti troppo giovani? E i bambini? E i cattivi?...
No, l’aldilà, è proprio ciò che sta al di là del pensabile e del concepibile, non una copia dell’esistente.

domenica 5 luglio 2020

La dottrina arcana


Certamente, l’essere (la sensazione di essere) e la coscienza sono funzioni meravigliose, in apparenza disincarnate, ma che cosa sarebbero senza il cibo? Non potrebbero esistere. È per questo che un’antica Upanisad (Taittiriya) si conclude con un inno al cibo (anna). Senza questo elemento, che sembra così materiale, niente potrebbe esistere. “Dall’alimento nascono le creature:/ quelle che si trovano sulla terra/ vivono solo di nutrimento/ e alla fine della loro esistenza ad esso ritornano”.
Il cibo viene dunque considerato il principio divino che fluisce nel cosmo e che permette ogni altra cosa: il respiro, il pensiero, la conoscenza e la felicità.

“Io sono il cibo, io sono il cibo, io sono il cibo,
io sono mangiatore di cibo, io sono mangiatore di cibo, io sono mangiatore di cibo,
io sono poeta, io sono poeta, io sono poeta,
io sono il primogenito di questo ordine cosmico [rta].
Prima che esistessero gli dei io ero nell’ombelico dell’immortalità,
colui che a me dona, costui mi aiuta,
io, che sono cibo, mangio il mangiatore di cibo,
io ho superato tutto l’universo.” [trad. Pio Filippani Ronconi]

È facile constatare che senza il cibo, non ci sarebbe niente. Il cibo non è semplice materia – è vita. E non è qualcosa di semplice. È già essere, coscienza e spirito… e violenza.
Basta guardare un pezzetto di terreno e lo vediamo brulicare di vita. Ma qui ci accorgiamo di una particolarità per così dire sgradevole. Ogni essere vivente, per procurarsi il cibo, deve mangiare (e quindi sopprimere) altri esseri viventi, vegetali e/o animali.
Non è una bella caratteristica, perché porta nel mondo un conflitto mortale. La vita si basa sulla morte.
Questa constatazione ci dà la dimensione tragica dell’esistenza, la sua violenza. Se osserviamo come si svolge la vita in un territorio selvaggio scopriamo che è tutto una guerra: chi preda e chi è predato. E l’uomo non fa eccezione: ha semplicemente organizzato per sé uno sterminio programmato delle altre forme di vita, anche quando si siede tranquillamente a tavola con forchetta e coltello.
Se c’è un Dio, è una specie di macellaio. Anche l’uomo finirà divorato dai vermi.
Ma forse la morte va vista con più distacco: l’uccisione a scopo nutrizionale è in realtà un tentativo di assimilazione. Ognuno di noi, per vivere, deve cercare di assimilare in sé tante altre forme di vita… Finché l’uomo stesso sarà assimilato.
 La morale della favola è questa: tutti uccidono e vengono uccisi per assimilarsi a tutti.

venerdì 3 luglio 2020

Il mondo del rumore


Ci si può domandare perché dalla pace e dal silenzio originali sia nato un mondo di agitazione e di rumore; perché da una dimensione in cui niente nasce e niente muore sia sorta una realtà del divenire incessante in cui ogni ente deve nascere e morire.
In effetti, come aveva già notato Pascal, se un uomo non riesce a stare calmo per un’ora in una stanza, figuriamoci se ne mettiamo molti: nasceranno conflitti e amori, rivalità, competizioni, desiderio di potere e così via.
Questa è la natura del nostro universo. Se provate a stare fermi e calmi, subito qualcuno vi dirà: “Dai, muoviti, fa’ qualcosa, deciditi, ecc.!”
Anche il presunto creatore di questo mondo si presenta nella Bibbia agitato e rumoroso: fa e disfa, passeggia, si innervosisce, punisce, litiga con gli umani, stringe alleanze, si riconcilia, ecc. D’altronde, perfino per gli scienziati, il mondo sarebbe nato da un’immane esplosione.
Di conseguenza siamo su una barca sballottata in un mare in tempesta.
L’unico vero atto rivoluzionario sarebbe perciò cercare pace, tranquillità, calma e silenzio. Ma niente del genere può durare a lungo.
Presumibilmente, questa è la ragione per cui non c’è stato che duri a lungo: né l’agitazione né la pace. E quindi sono i taoisti coloro che hanno capito meglio la natura dell’Origine: più che uno stato o una forza stabile, un processo di movimenti contrari ma complementari.

mercoledì 1 luglio 2020

Farsi da sé


Influenzati dalla cultura cristiana, ci sembra che il massimo del senso religioso consista nel domandarci se esista o non esista un Dio; e, se concludiamo che esiste, ci pare tutto risolto. Ma non basta affatto. Dobbiamo piuttosto chiederci come è stato fatto questo mondo.
Appurato che è stato fatto con un alto grado di violenza, di approssimazione e di indifferenza per le sorti dei singoli, e che tante cose sono state fatte male e non sono affatto perfette (digestione, riproduzione, le infinite malattie, ecc.), dobbiamo chiederci se tutto ciò sia compatibile con un Dio buono e superintelligente. E, poiché non lo è, dobbiamo concludere che un Dio del genere è un’invenzione umana – quello che vorremmo, non quello che è.
A questo punto dobbiamo rimboccarci le maniche e darci da fare per migliorare i tanti difetti della “creazione”, che evidentemente si è fatta da sé, con tutte le mancanze del caso.
Nessuno viene creato da esseri perfetti, tutti vengono creati e si fanno con tanta fatica e tanti errori.

martedì 30 giugno 2020

L'attaccamento


Quando il male si abbatte ingiustamente su una persona o sulla terra, noi ci domandiamo: “Tutto ciò non si concilia con l’esistenza di un Dio buono!”
Già, ma chi ci ha messo in testa l’idea che Dio sia buono? Prima ci facciamo un’idea sbagliata e poi ci domandiamo perché la nostra idea non vada d’accordo con la realtà.
Ogni volta che i conti non tornano, tiriamo fuori spiegazioni assurde, come quelle del peccato originale o della reincarnazione. Cerchiamo di giustificare l’ingiustificabile. Eppure la realtà è chiara e semplice.
Perché non vogliamo rinunciare ad idee manifestamente infondate? Perché vorremmo che la realtà si piegasse alle nostre idee.
Ma non è così che succede.
L’attaccamento ai beni è una delle cose più brutte dell’essere umano, ma l’attaccamento alle idee è ancora peggio.

Al Dio sconosciuto


Se io dico: “Dio è questo o quello,” lo faccio entrare in categorie duali che non gli appartengono, perché l’Origine è al di là dell’essere e del non essere. Di lei non si può dire nulla.
Perciò tutte queste religioni, questi culti, questi templi… che cosa sono se non il tentativo di ridurre Dio a dimensione umana? Avevano ragione i greci che all’Areopago di Atene avevano dedicato un altare al “Dio sconosciuto”, ossia inconoscibile. E quanto volgari furono i cristiani, con san Paolo, ad abbassare Dio a fantoccio umano! Loro lo conoscevano, sapevano i nomi dei genitori e dei fratelli, sapevano dove era nato, sapevano anche il numero dei suoi sandali, era un uomo… finalmente!
Fu così che incominciò la morte del Dio trascendente.

domenica 28 giugno 2020

Religione e potere


Pochi si rendono conto di quanto la religione abbia a che fare con il potere. Eppure, per i credenti, Dio è il supremo potere, ed è ovvio che chi crede di interpretarlo e servirlo voglia di per sé ogni potere.
Da una parte il credente si sottomette a un immaginario Dio, ma dall’altra vuol comandare agli altri uomini, perpetuando così la struttura gerarchica che è alla base di ogni potere.
È difficile separare la idea di creazione da quella di dominio. Anche una madre o un padre pretendono di esercitare un proprio dominio.
Per questo il Dio trascendente non ha niente a che fare con il potere.

La mente trascendente


In fondo, un Dio che creasse sarebbe ancora all’interno della nostra logica duale. Ma un Dio che fosse ogni parte e il tutto, sfuggirebbe alla nostra logica.
Ed è evidente che il mondo non è stato “creato” in base alla nostra stessa logica.

La parte e il tutto


Quando hai a che fare con un motore complesso, capisci benissimo come ogni parte, anche la più umile, sia fondamentale; ma ti rendi anche conto come il motore consista nella totalità dei suoi pezzi e dei suoi funzionamenti. Lo stesso vale per noi che siamo sì parti di un motore unico, ma anche il motore stesso. Ogni rotellina, ogni ingranaggio, ogni componente può dire lo stesso. Pur essendo parti, noi siamo l’insieme, la totalità… se solo sappiamo guardare.
In fondo, per amore verso l’individualità, ci perdiamo il tutto.

giovedì 25 giugno 2020

La glorificazione della sofferenza


Ciò che mi colpisce di più nel mito cristiano è la sua struttura sado-masochista. Non solo esalta la spaventosa pensata di un Dio che crocifigge suo “figlio” per salvare l’umanità, ma anche i vari santi e beati si gloriano di stimmate e dolori come di un grande segno della benevolenza divina.
Quello che non può nascondere è la convinzione – comune anche al buddhismo - che la vita sia comunque sofferenza. Da qui non si sfugge.
Per il cristianesimo, però, la sofferenza serve anche a redimere le anime; per il buddhismo è solo il segno di un mondo sbagliato e irredimibile: le anime non si possono salvare, e l’individualità deve essere superata per una visione universalistica.

Gerarchie più o meno angeliche


Per vivere, non bisogna essere troppo consapevoli della morte. O ci si blocca. Ma, se non si è minimamente consapevoli della morte, non si può neppure valutare la tragica inconsistenza dell’esistenza e si compiono errori madornali, dando troppa importanza a cose che non ne hanno.
I ricchi e i potenti, che hanno da perdere anche tutto ciò che hanno accumulato, devono necessariamente inventarsi un aldilà in cui potranno far valere la loro importanza terrena. Nascono così certe ridicole fantasie su paradisi, purgatori e inferni e l’intera struttura gerarchica in cui si possano ristabilire le distanze fra chi conta e chi non conta.
La mente umana non smette mai di lavorare proiettando schemi e fantasie di ogni genere. Non sa – anzi non vuol sapere – che la morte spazzerà via questo enorme castello di carte.

lunedì 22 giugno 2020

Superare i maestri e se stessi


Nel buddhismo zen si dice che, se incontri sulla tua strada il Buddha, devi ucciderlo. Si tratta ovviamente dell’uccisione simbolica del padre/maestro, colui che ti ha guidato fino a quel punto.
Il fatto è che, se vuoi crescere spiritualmente, devi andare oltre ogni insegnamento e lasciarti alle spalle anche la guida. Fino a quel punto ti è stata utile; ma, se vuoi andare avanti, devi fare da te.
Del resto il Buddha è colui che dice: “Io ti indico la via. Ma la via devi percorrerla da solo”.
In sostanza, se vuoi crescere, devi diventare completamente te stesso e assumerti ogni responsabilità dando fondo ad ogni tua potenzialità. Non puoi limitarti a seguire le orme di qualcun altro. Non devi assolutamente rinunciare a te stesso già in partenza. Per rinunciare a te stesso, devi prima esserlo del tutto.
Nel giudaismo si dice: “Se non sarò me stesso, chi lo sarà per me? E, se non ora, quando?”
Non puoi essere una copia del maestro/padre né scegliere un’identità che qualcuno ti ha messo in testa. Devi oltrepassare gli insegnamenti precedenti, le tradizioni, le sedicenti autorità, i dogmi e i modelli precostituiti.
Diventare se stessi è un lavoro complesso e richiede una gran dose di critica e di autocritica. Tutti i grandi della Terra e le persone autentiche e creative hanno seguito lo stesso percorso: hanno utilizzato il sapere degli altri, ma poi sono andati oltre.
Questo però non significa esaltare l’individualismo. Perché l’ultima fase del processo di crescita consiste nel superare il proprio ego, comprendendo che siamo non solo frammenti di totalità, ma anche la totalità stessa che si è per un po’ autolimitata.

sabato 20 giugno 2020

Prima e dopo la morte


Quando pensiamo a che cosa ci succederà dopo la morte, le risposte sono più o meno sempre le stesse: c’è chi ripete quello che ha imparato da qualche religione e c’è chi ammette di non avere certezze e lascia perdere.
Noi non facciamo né l’una cosa né l’altra cosa. Ma non accettiamo le risposte stereotipate delle varie religioni. Ci sembra che la nostra ragione, la nostra intuizione e la nostra esperienza ci guidino comunque in una direzione precisa.
Lasciando perdere il solito Dio che arbitrariamente prima crea e poi distrugge, ci basta l’osservazione. Domandarsi che cosa succederà dopo la morte è come chiedersi che cosa eravamo prima della nascita. In effetti il nostro io non esisteva o esisteva solo in potenza nei nostri progenitori. Ma anche nei primi mesi di vita noi non abbiamo una coscienza e non sappiamo chi siamo. Solo col tempo “apprendiamo” di essere degli individui, con una forma, un nome, una famiglia e una provenienza.
Non appena però sorge la coscienza di essere un io e di avere una coscienza, sorge la domanda: che fine farà tutto questo e perché deve scomparire? Ed ecco le risposte convenzionali delle religioni – che accrescono i dubbi anziché diminuirli.
Stando all’osservazione e alla logica, noi usciamo dal nulla, esistiamo per un po’ e poi scompariamo. Ma dove finiamo? E che cos’è questo nulla?
In realtà dobbiamo concludere che ritorniamo là da dove veniamo. Questo nulla, però, non è né un antro oscuro (se non per la ragione) né una mancanza. Al contrario, è qualcosa di molto potente e fecondo; è niente di meno che l’Origine prima dell’essere e della coscienza.
Il nostro problema è che non vogliamo rinunciare né all’io né alla coscienza, e vorremmo portarceli dietro. Dobbiamo invece abituarci a pensare che c’è qualcosa (per ora indefinibile) che sta prima e dopo lo stato di esistenza cosciente, qualcosa che non è né parziale né individuale, ma molto di più. Un di più, non un di meno. Il di meno era lo stato di esistenza che abbiamo abbandonato.
Questo è ciò cui arriviamo con i nostri poveri mezzi conoscitivi. Le religioni, invece, inventano e fantasticano.

venerdì 19 giugno 2020

Oltre le gioie e i dolori


Nel nostro ottuso ottimismo, noi crediamo che l’essere nati sia una fortuna, come aver vinto una lotteria. Uno spermatozoo su un milione è giunto alla meta e ha fecondato un ovulo! Ma, prima di nascere, prima di essere un io, avevamo forse qualche bisogno o qualche sofferenza? E, dopo, quante ne abbiamo?
Si dirà che, se non c’erano sofferenze, non c’erano nemmeno gioie, esperienze e coscienza, ed è vero. Ma ciò che c’era prima è esattamente lo stato eterno - da cui esce come una gittata lo stato della manifestazione con il suo dualismo.
Se dunque cercate l’immortalità e l’eternità, sapete da che parte andare. Ma, se cercate la “vita eterna”, sappiate che non esiste, che è una contraddizione in termini.
Il giochetto poi di dividere l’esperienza in due – quella buona e quella cattiva – sperando di accaparrarsi solo la parte che ci piace, è una pura illusione. Come sperare di separare la luce dal buio.

mercoledì 17 giugno 2020

Il peso della vita


Qualcuno sostiene che certe religioni sono ottimistiche perché promettono una rinascita o una resurrezione dopo la morte fisica. Ma, a parte il fatto che non danno nessuna prova di queste affermazioni (nessuno è mai tornato a riferire), resta il fatto che prima bisogna morire.
Si può dunque essere ancora più ottimisti scoprendo che, in quanto parte del tutto – e anzi essendo il tutto, la totalità delle cose che si è isolata in un corpo e in un io – non è proprio possibile morire. Ciò che muore è il restringimento, la limitazione, lo strozzamento.
La nascita, la morte e l’esistenza stessa non sono che un gioco, un’illusione, un’apparenza, una tragicommedia allestita dalla coscienza, che è come una macchina da proiezione di immagini, di luci, di colori, di ombre, di movimenti e di suoni. Se ci aggiungiamo il tatto e l’odorato, abbiamo la nostra realtà.
Ma non si tratta di un altro gioco di parole? Purtroppo morire si deve: non possiamo essere assunti direttamente in cielo, così come sognava san Paolo. E finché la morte, con le sue sofferenze, resta un dato di fatto, ci è lecito dubitare.
Se al posto dell’ombelico avessimo un bottone, premendo il quale potessimo sparire dalla Terra, sarebbe tutto più semplice. Ma, forse, qui non rimarrebbe più nessuno, a riprova che la vita non è solo una cosa meravigliosa, ma anche un enorme peso da trascinare.

domenica 14 giugno 2020

Dall'astrazione alla realtà


Siamo sempre alla ricerca di nuovi concetti, di nuove parole, di nuove interpretazioni, di nuove visioni, di nuove idee… che ci illuminino di colpo.
Ma la verità, anzi la realtà, non sta in qualche nuova idea. Sta nella fine di ogni idea.
In effetti, ogni idea contiene errori, ogni idea è un’interpretazione, ogni idea è limitata, ogni idea è impotente. È come quando vogliamo riprodurre su un foglio piatto un oggetto tridimensionale.
Come ci dice un famoso apologo zen, l’unico modo per sapere o spiegare che cosa sia una brocca non è descriverla a parole o rappresentarla in qualche modo, ma… prenderla in mano. Oggi si dice che la mappa non è il territorio, giustamente.
Niente può sostituire l’esperienza diretta.
La meditazione, a differenza delle religioni, vorrebbe essere un’esperienza diretta sia del nostro stato sia del “quarto stato” – quello della dimensione ultima senza definizioni.

sabato 13 giugno 2020

Il gioco delle religioni


Da quando esiste il mondo, il gioco delle religioni è sempre lo stesso: promettono qualcosa in un aldilà fantomatico se ti sottometti ai loro dogmi e rituali. Nessuno però ha mai potuto dimostrare che ci sia qualcosa di vero in quello che dicono. E poi a chi credere? Al paradiso dei cristiani dove saremo tutti angeli o a quello dei maomettani con tante vergini a disposizione dei maschi? Senza contare che esiste anche la controparte: l’inferno.
Insomma, quella delle religioni è la truffa perfetta. Nessuno può tornare a dire: “è vero” o “non è vero”. Perché allora la gente ci crede? La gente vuole crederci perché ha bisogno di rassicurazioni e di regole. Tant’è vero che queste religioni della sottomissione sono sempre alleate politicamente dei partiti che promettono ordine e legge.
Il loro Dio (immaginario) è in fondo ciò che garantisce l’ordine cosmico.
Ma, lasciando perdere coloro che promettono ciò che non possono dimostrare, lasciando perdere le religioni che pomposamente e presuntuosamente si definiscono “rivelate”, lasciando perdere le caste sacerdotali assetate sempre di soldi e di potere, lasciando perdere coloro che vogliono ingannare e coloro che vogliono farsi ingannare, lasciando perdere i grandi profeti, i “figli di Dio” e i salvatori, che sono passati su questa terra ma in realtà non hanno cambiato nulla di sostanziale nell’esistenza umana, è la nostra esperienza che deve dire la parola ultima. La nostra esperienza, non una fede che è sempre una proiezione dei nostri piccoli desideri.
Dobbiamo osservare, dobbiamo cercare, dobbiamo sfatare mille miti, dobbiamo saper distinguere tra fantasie e realtà. E l’unico modo per farlo è stare attenti alle attività della nostra coscienza, della nostra mente, della nostra stessa attenzione. Non ci dobbiamo fidare né delle idee degli altri, né delle etichette, né delle sedicenti autorità, né delle tradizioni.
La verità non sta in questa o quella tradizione, ma in ciò che sta al di fuori di tutte le tradizioni e di tutti gli schemi. Perché anche la coscienza è una grande creatrice di forme e di credenze; anzi, si può dire che tutto ciò che vediamo è una sua creazione. Noi viviamo non in un mondo reale, ma in un mondo immaginario… che finirà con la dissoluzione della nostra coscienza.
La realtà è ciò che sta prima della coscienza: è qualcosa che per la nostra mente è inimmaginabile. E quindi non servono a niente le religioni e le teologie, fatte di concetti e parole. Solo quando tacciono concetti, fantasie, fedi e chiacchiere, solo allora per qualche istante intuiamo ciò che sta “oltre” e che non ci racconta storie.

giovedì 11 giugno 2020

La via della non conoscenza


Per capire qualcosa del mistero che ci avvolge non servono né le religioni né le filosofie né le scienze: bisogna tornare alla sorgente.
Tornando indietro, si trova prima un infante che non sa niente di sé e del mondo e poi il buio più totale. Siamo nel campo della non conoscenza e della non coscienza, da cui evidentemente proveniamo.
Da questa ignoranza abissale, si formano a poco a poco la conoscenza e la coscienza, e noi arriviamo a sapere chi siamo. Ma è una conoscenza derivata e limitata, che si è allontanata temporaneamente dall’Origine.
Ecco perché in meditazione si cerca di porre il proprio essere in contatto con la sorgente attraverso un processo di deliberata non conoscenza che metta tra parentesi i costrutti intellettuali e rientri nella grande non-conoscenza originale.
All’Origine non c’è né una Super Intelligenza né una Grande Mente che tutto crea, distrugge, vede e provvede (il Dio delle tradizioni religiose), ma una Non-manifestazione, un’Ignoranza caotica (in termini umani) che comprende ogni possibilità, ogni contrasto, ogni dualismo, ed è l’unica realtà eterna.

martedì 9 giugno 2020

Nuovi punti di vista


Noi crediamo che, senza l’identificazione con un corpo, non ci sarebbe nessuna possibilità di esperienza. Mentre è esattamente il contrario: tutto è più vivo e reale. Sono i sensi fisici che ci offuscano la realtà e ci fanno vedere un mondo opaco e doloroso. È l’ “io sono” che ci rimpicciolisce e immiserisce tutto, facendoci credere che siamo individui separati.
Associandoci a un corpo fisico, siamo convinti che, con la sua morte, tutto sparirà, mentre è esattamente il contrario. È l’identificazione con una forma che ci ha già fatto morire alla totalità dell’esperienza introducendo lo spezzettamento del tempo, dello spazio e dell’io.
La meditazione è l’allargamento e il superamento della visuale ego-centrica e formo-centrica. È addestrarsi a disidentificarci dal corpo e dalla coscienza egoica: “Io non sono questo, io non sono quello…”. Io sono la totalità che non nasce e non muore e che talvolta si restringe creando centri isolati e sofferenti.
Ma la mia vera identità, la mia origine, è la totalità.
Dobbiamo dunque cambiare prospettiva, imparare a esistere senza forma. Chi si autolimita, perde il tutto.

venerdì 5 giugno 2020

Bisogno di Dio



Ci hanno insegnato che prima esiste un Dio e poi Dio crea il mondo e l’uomo con il suo io cosciente. Ma è esattamente il contrario: senza la presenza di un io cosciente, chi sentirebbe il bisogno di un Dio?
Quello che c’era prima non aveva nessuna necessità di un Dio. Era al di sopra di qualsiasi divinità.

“Ti sei inventato un Dio per poter implorare qualcuno e avere un conforto, per potere mendicare qualche grazia e sentirti protetto” Nisargadatta Maharaj

Ma in fondo tutto ciò corrisponde ad un offuscamento della Coscienza.

La vera coscienza originaria almeno sa che si tratta di proiezioni proprie.

Samsara


La morte riguarda ovviamente ciò che è nato nel tempo. Ma ciò che siamo veramente non può essere nato, perché c’è sempre stato. Se non partiamo da questa convinzione e andiamo alla ricerca di una nuova vita, qui e/o altrove, non usciremo mai dal ciclo delle nascite e delle morti, il samsara.
È difficile capirlo. Perché noi siamo sempre affamati di essere e guardiamo con spavento ciò che non è vita individuale.
Eppure c’è qualcosa al di là della vita e della morte – quel qualcosa da cui esce tutto, autolimitandosi e definendosi.
La realizzazione è liberarsi delle strettoie per accedere alla totalità.

martedì 2 giugno 2020

Una conoscenza diretta


Prima di essere battezzati, che nome avevamo? Evidentemente nessuno. Ma sapevamo benissimo di essere. Lo sapevamo intuitivamente, senza nomi né concetti, senza neppure coscienza.
In realtà, i nomi e i concetti aggiungono qualcosa, ma non ci possono dare nessuna verità, nessuna realtà. La realtà sta comunque prima. E noi possiamo coglierla solo se ci districhiamo dagli strumenti mentali che abbiamo adottato e ci approcciamo direttamente e nudamente alle cose.
La verità metafisica sta prima del nostro pensare, non dopo. E non può essere raggiunta, dal momento che è lei che ci sostiene.

Scegliere il tutto


Dalla antica saggezza delle Upanisad proviene il messaggio: “Tu sei Quello!” Che significa: non perder tempo ed energie a inseguire manifestazioni, divinità o forze particolari: tu sei Quello, ossia la totalità della manifestazione.
Tu sei proprio Quello; la tua prima e ultima identità è proprio Quella.
Liberati dei piccoli “io sono”, non ti limitare. Perché prendere la parte quando puoi prendere il tutto?
Ciò cui assisti è un’enorme rappresentazione del potere proiettivo e illusorio della Coscienza. E ti sei identificato con la parte debole, effimera, cangiante e temporanea.
Dunque, prima di proclamare la verità: “Io sono Quello!”, convinciti dell’altra: “Io non sono quello, i tanti quello.” Scarta come in una cipolla tutti gli strati superficiali. Ciò che rimane sarà Quello!

domenica 31 maggio 2020

Trovare una tregua



Se dovessimo dire chi siamo veramente, risponderemmo con sicurezza che siamo coloro che hanno quei pensieri, quei sentimenti, quelle emozioni e quei comportamenti – noi siamo “quelli” e non altri. È come la nostra pelle, il nostro corpo – qualcosa che ci aderisce strettamente e che ci identifica.
Ma le cose sono più sottili e profonde. In realtà, noi siamo coloro che percepiscono tutte queste cose. La distinzione è fondamentale. A differenza degli altri animali, noi siamo coscienti (o possiamo esserlo) dei nostri vari stati d’animo, dei nostri pensieri, delle nostre sensazioni, delle nostre reazioni, ecc. In altri termini, per quanto la pelle sia aderente, lascia comunque uno spazio in cui entra una specie di testimone, che può essere più o meno chiaro e distaccato.
Nell’uomo l’adesione non è perfetta, c’è un altro centro, un centro superiore. E lì noi possiamo posizionarci per osservare tutto il resto, fino al punto di vederci agire come degli attori che recitano un copione. È vero, i pensieri e i sentimenti sono “nostri”, ma in un certo senso sono predeterminati dal condizionamento generale, dalla commedia che tutti recitano… e quindi non sono del tutto originali. C’è qualcosa di più originale, di più reale, qualcosa che osserva tutto e se ne distacca.
Questo testimone silenzioso non può essere definito con i normali concetti (condizionati), ma può essere avvertito come una presenza. Non c’è bisogno di fare grandi sforzi. È lì ed è la nostra più antica identità. Ed è anche una posizione di tregua nelle continue tensioni della vita.
Il mondo è un luogo di conflitti, ma esce da una grande pace. E tu puoi recuperarla.

lunedì 25 maggio 2020

Il luogo della pace


C'è chi lotta dall'alba al tramonto per costruirsi una casa, una villa o comunque un rifugio in cui potersi ritirare periodicamente per ritrovare la pace. Ma le cose non sono così semplici; affidare ad un luogo esterno il proprio equilibrio espone a grandi disillusioni. I nostri pensieri, infatti, li portiamo sempre dentro di noi, e così le nostre preoccupazioni, i nostri problemi irrisolti. Non c'è niente da fare: all'esterno di noi non può esserci pace se non per brevi periodi, perché questo mondo è stato costruito sull'instabilità e sul cambiamento continuo, dentro e fuori.
       Pur non sottovalutando il potere dei luoghi e delle persone, la via migliore è cercare di trovare la quiete dentro di noi, riuscendo a vedere quante illusioni nutriamo, riuscendo a calmare la febbre che ci brucia. Come diceva Marco Aurelio, "in nessun altro luogo un uomo si può ritirare trovando più quiete o libertà che nella propria anima." Ma l'anima va ripulita, va purificata, va calmata, altrimenti sarà contaminata dalle stesse ansie che divorano la mente quotidiana; non ci si può staccare di colpo dal mondo esterno e ritrovare un'anima tranquilla. Bisogna prima addestrarsi con varie armi: l'investigazione dell'interiorità, l'osservazione degli stati mentali, il distacco dalla vita quotidiana, l'introduzione della calma. A questo serve la meditazione. Diceva il Buddha: "Coltivando nella mente un calmo pensare si giunge, in verità, in questo stesso mondo al sentiero della pace".    
       Ma il percorso è lungo. Nelle nostre società diamo grande importanza alla coscienza, che ci sembra essere il principio più importante. Non possiamo però nasconderci che anche la coscienza, come il mondo, è destinata alla dissoluzione.
       Se cerchiamo qualcosa di stabile, dobbiamo allora rivolgerci a ciò che è testimone dell’instabilità della stessa coscienza. Questo testimone, che osserva ma non partecipa, appartiene già a un altro mondo. Ed è in esso che dobbiamo insediarci il più a lungo possibile se vogliamo toglierci dal marasma quotidiano.
           

martedì 19 maggio 2020

La mente sognante


Quando ci svegliamo da un sogno, in un attimo ricompare la solita coscienza e noi esclamiamo: “Oh, era solo un sogno!” Pochi però capiscono che il nostro cosiddetto stato di veglia è a sua volta un sogno.
“Un giorno ci sveglieremo” dice Zhuang-zi “e scopriremo che tutto non è stato che un sogno.”
La saggezza consiste nel capirlo, anzi nel percepirlo, proprio qui e ora.
Ma il fatto che le cose siano così inconsistenti ed effimere non vuol dire ancora nulla – infatti ci sono sogni belli e sogni brutti.
Ciò che va capito è che si tratta comunque di proiezioni della coscienza, di giochi fantastici della mente. E che, quando scompare la coscienza, anche le più alte montagne, i pianeti, le stelle e i buchi neri scompaiono in un attimo.

domenica 17 maggio 2020

Cambiare i sogni


Purtroppo non siamo ancora capaci di cambiare un brutto sogno in un bel sogno, anche perché siamo convinti che la nostra “realtà” sia diversa da quella di un sogno. Ma non è così: si tratta comunque di proiezioni della nostra coscienza.
Quando siamo convinti che il mondo sia qualcosa di solido, quando cioè non ne vediamo l’inconsistenza e l’irrealtà, siamo in trappola: non possiamo sfuggirgli. E questo è un guaio, l’origine della nostra sofferenza.
Siamo troppo attaccati al nostro corpo, al nostro io, al nostro senso di essere. E così non ci rendiamo conto che sono le nostre idee a dargli consistenza e una certa persistenza. Siamo così attaccati alle nostre piccole vicende, alle nostre relazioni che non ce la facciamo a liberarci delle emozioni e dei pensieri.
Immersi nei nostri problemi, vorremmo qualcosa per risolverli oggi concretamente e siamo poco interessati alla Realtà ultima. A che ci serve? È come un Dio che non interviene ad aiutarci.
Tuttavia, se capisci la struttura della realtà e la consistenza onirica del mondo attuale sei anche in grado di intervenire tu stesso per cambiare un brutto sogno in un sogno migliore. I sogni, infatti,  hanno sempre un termine. E possiamo risvegliarci.

giovedì 14 maggio 2020

La perfezione



Ci sarebbe da chiedersi perché se prima “esiste” uno stato così perfetto, ci sia mai bisogno di uno stato così imperfetto come quello del nostro attuale piano di realtà.
Ma forse la perfezione, contemplando tutte le possibilità, ha bisogno di un tocco di imperfezione. Siamo noi che siamo stati sfortunati a capitare nella parte negativa, che insieme a quella positiva forma il tutto.

Ciò che non scompare mai


Gli Iddii sono creazioni nostre, tanto che, se non ci fosse la mente umana, non ci sarebbero né i loro altari, né i loro templi, né le loro religioni, né il senso religioso.
Ma ciò che sta prima e dopo la coscienza umana, quello non potrebbe scomparire. E quello è la vera dimora della trascendenza.

Domande senza risposte


Siamo abituati a pensare che ogni domanda abbia una riposta, magari negativa. Ed è così, finché ci riferiamo a questo piano di realtà. Ma, quando ci poniamo domande metafisiche (cosa c’è prima o dopo), non possiamo pretendere che la risposta arrivi attraverso la solita logica. Ogni risposta sarebbe limitata e insufficiente, corrotta dallo stesso linguaggio della domanda.
Ciò che noi siamo veramente non ha niente a che fare con l’attuale campo di coscienza. Dovremmo essere capaci di andare oltre. Ciò che noi siamo prima o dopo non può essere  quello che conosciamo qui e ora.

martedì 12 maggio 2020

"Quello tu sei!"


Se una cosa è nata, ovviamente dovrà morire. Se entra all’interno dello spazio-tempo di questo universo, dovrà uscirne. Ma dove va a finire e che cosa c’era prima? Non possiamo dire che non c’era nulla, perché dal nulla non può nascere nulla. E allora?
Quando pensiamo allo stato prima dell’essere, in effetti non sappiamo più come definirlo. Le nostre parole, i nostri concetti dualistici non ce lo permettono; è al di fuori del linguaggio e del pensiero.
Di solito noi gli diamo un nome (Dio, Brahman, Essere, Assoluto, Eterno, Aldilà, Nirvana, ecc.), ma si tratta di termini convenzionali che non ci spiegano nulla.
In breve il linguaggio è impotente. Dovremmo innanzitutto trascendere tutte le coppie di opposti (Essere-nulla, Assoluto-relativo, Vita-morte, Inizio-fine, ecc.), ma poi capiamo che ci mancano le parole.
Le Upanishad lo indicano come “Quello”. Quando esaurisci tutti i concetti, ciò che rimane è Quello… “e tu stesso  lo sei”.
Ma questo nome non significa niente, non è il nome di un Dio. È lo stato che rimane dopo che hai scartato ogni prodotto del pensiero ed ogni possibile stato.
Se cerchi uno stato che non nasca e non muoia, che non sia né essere né non essere, che non abbia né un inizio né una fine, allora è “Quello”.
Ma, se “Quello” non è pensabile, come facciamo a dire che ci sia? In effetti non possiamo.
Però, poiché noi siamo “Quello”, possiamo percepirlo dentro di noi. Non si tratta di pensarlo come si pensa un oggetto qualsiasi, ma di scoprirlo come un nostro stato, prima dell’essere e del non essere, prima della coscienza stessa, prima della sofferenza e della felicità. Immergiamoci nella nostra sensazione di essere e poi trascendiamola.



domenica 10 maggio 2020

Il sacrificio umano


Nelle guerre, tutti i generali vorrebbero vincere. Ma ci sono due tipi di generali: quelli che vogliono vincere con il minor numero di caduti, e quelli che vogliono vincere costi quel che costi.
Ecco il “generale” che manda avanti la vita è di quest’ultimo tipo. Non gli importa niente quanti siano i caduti; gli importa solo di vincere la guerra.
Il fatto è che, in questo caso, i soldati saranno tutti sacrificati.
Non è un caso che la parola “sacrificio” sia collegata alla parola “sacro”. Siamo tutti soldatini che verranno sacrificati nella lotta per la vita.
Se cerchiamo qualcosa di eterno, dobbiamo guardare altrove.

La difficile ricerca della felicità


Se tutti sono alla ricerca della felicità, vuol dire che sono infelici - o, comunque, insoddisfatti. Questo dovrebbe già metterci sull’avviso quando decidiamo (se lo decidiamo veramente) di mettere al mondo dei figli.
Non li mettiamo in un posto meraviglioso, ma nel mondo del bisogno, del desiderio e della lotta. Si dirà: ma loro potranno essere più felici di noi. Può darsi di sì o può darsi di no. Non possiamo saperlo.
Ma, nonostante tutta la nostra buona volontà, ci dimentichiamo sempre che un dolore dovremo darglielo: assistere al nostro decadimento e alla nostra morte.
Se pensassimo davvero alla felicità, non dovremmo mettere al mondo nuovi esseri. Ma la natura fa in modo che non ci pensiamo troppo. Andiamo avanti condotti dagli istinti.

venerdì 8 maggio 2020

L'essenza sottile che anima tutto


Nella Chandogya Upanishad, un saggio padre, Uddalaka Aruni, vuole spiegare al figlio, Svetaketu, quale sia l’essenza ultima della realtà, l’ “essenza sottile”. Prima cita l’esempio di un grande albero che, benché colpito, continua a vivere. Se però la vita, ossia l’essenza sottile, l’atman lo abbandona, allora si secca completamente e muore.
In effetti ogni cosa è “animata da quella essenza sottile, che è l’unica realtà, che è l’atman. E tu stesso, Svetaketu, lo sei.”
Il discorso poi si ripete con un frutto pieno di semi. Il padre dice al figlio di tagliarlo. “Che cosa ci vedi dentro?” “Tanti piccoli semi.” “Tagliane uno. Che cosa ci vedi dentro?” “Nulla, padre.”
Il padre allora gli dice: “Questa essenza sottile sfugge alla tua percezione, ma è grazie ad essa che questo albero, per quanto grande, si innalza verso il cielo. Credimi, figlio, essa è l’unica realtà, è l’atman. E tu stesso, Svetaketu, lo sei”.
La spiegazione prosegue. Il padre dice al figlio di buttare del sale nell’acqua di un recipiente e di tornare l’indomani. Il giorno dopo il padre gli dice: “Portami ora quel sale che hai buttato nell’acqua”. Il figlio ovviamente non lo vede più perché si è sciolto. “Assapora un po’ quell’acqua prendendola alla superficie. Com’è?” “È salata.” “Ora assaporala prendendola dal basso. Com’è?” “È sempre salata.”
“Così pure, figlio mio, tu non afferri questa essenza. Ma essa è presente dappertutto, è l’atman. E tu stesso lo sei.”
Dunque l’insegnamento è chiaro: primo, ogni cosa, dalla più grande alla più piccola. è espressione di un’unica essenza non percepibile ai sensi esterni, e quindi anche ciascuno di noi è animato da quella energia.. Qui non si tratta di adorare una divinità esterna, ma di ritrovare in sé il principio e la forza della divinità che sta tanto al di fuori quanto dentro di noi.
Questo processo di ritrovamento o riconoscimento noi lo chiamiamo meditazione. Si tratta di raccogliersi, di sentire al nostro interno l’essenza sottile e di lasciarle lo spazio per lavorare dentro di noi.




giovedì 7 maggio 2020

La forza delle convinzioni


Se tu muori convinto che finirai in un paradiso o in inferno, o che rinascerai su questa terra, può darsi che avvenga davvero. Ma sarebbe un’altra illusione, un altro castello di carte, un sogno, un film della tua coscienza, che ti apporterebbe altri dolori e altre morti.
Se invece muori già convinto che vivi in una proiezione della tua mente e che la stessa coscienza e il tuo senso d’essere sono illusioni, e che la realtà sta altrove, al di fuori delle tue rappresentazioni, riuscirai a trascendere l’intero mondo dell’essere con le sue limitazioni.
Questa è la differenza tra chi ha capito e l’ignorante. In tal senso, il nostro destino ultraterreno è un prodotto delle nostre convinzioni ed esperienze più profonde.

martedì 5 maggio 2020

Il seme della meditazione


La meditazione è come un seme che va piantato e che a poco a poco darà i suoi frutti sbocciando in una nuova consapevolezza e capovolgendo il nostro punto di vista sull’esistenza.
Si può infatti inneggiare allo stato di coscienza che ci ha portato a vivere l’attuale esistenza incarnata in un corpo e un ego. Ma resta il fatto che la vita e il mondo sono fondati su una specie di avidità metafisica. Ciò che noi chiamiamo “amore” (per sé, per gli altri e per tutto), ossia il desiderio di vivere e di riprodursi, è in realtà una forma di attaccamento. Non solo vogliamo vivere, ma vogliamo anche perpetuarci in una catena di figli e di opere… disconoscendo il carattere effimero del cosmo.
La vita è desiderio avido di essere, di avere e di possedere, non un principio tanto elevato.
Se meditiamo a fondo, ci rendiamo conto che siamo caduti vittima di un abbaglio, di una drammatica illusione. Cercavamo chissà che, cercavamo gioia e realizzazione, ma abbiamo trovato insoddisfazione e ostacoli di ogni genere.
Forse allora possiamo uscire dall’equivoco scoprendo che c’è un altro modo di giudicare l’esistenza e di ragionare su una identità meno precaria.

domenica 3 maggio 2020

Vita: istruzioni per l'uso


Può nuocere gravemente. Porta sicuramente alla morte.
Trattare con precauzione.
Non è necessaria.
A vostro rischio e pericolo.
Se proprio volete sporcarvi le mani…

Il Dio apofatico


Possiamo parlare di Dio e avere idee del tutto diverse. Il “mio” Dio, per esempio, non ha nulla a che fare con Mosè, Gesù, Maometto, Krishna e compagnia bella.
Di lui non si può dire nemmeno che esista, neppure che è. Di lui non si può dire nemmeno che è un lui. Non è nemmeno altro da te.
Non devi neanche parlarne, neanche pensarlo. Ogni parola, ogni idea è… una bestemmia.
Tienilo solo presente. È una Presenza totale che è sempre in te, che è sempre te.

La conoscenza della verità


Titolo pretenzioso – sarebbe meglio dire “la conoscenza di come stanno le cose”.
Bene, non c’è da conoscere nulla. Semmai c’è da disconoscere tutte le fantasie che vi abbiamo costruito sopra: vedi religioni ed elucubrazioni filosofiche.
Per sapere come stanno veramente le cose, dobbiamo liberarci (non a caso si parla di liberazione) di tutte le idee che ci siamo fatti o che ci hanno inculcato.
Fare piazza pulita.
Quando avremo fatto piazza pulita, quando ci saremo sbarazzati di tanta spazzatura, ci troveremo in uno spazio pulito, aperto e luminoso, dove tutto ci apparirà più chiaro.

La storia delle religioni


Quando siamo piccoli abbiamo bisogno dei genitori dai quali dipendiamo in tutto e per tutto. Ma poi cresciamo e diventiamo sempre più autonomi. A quel punto i ruoli si invertono e sono i genitori che dipendono da noi. E alla fine muoiono.
Vi ho raccontato la storia delle religioni con i loro dei paterni e materni e della nuova presa di coscienza che è necessaria.
Alla fine, non è che dobbiamo sostituirci noi come nuovi re del creato (campa cavallo), ma dobbiamo capire che siamo un tutt’uno.

sabato 2 maggio 2020

Lo scopo della vita


L’universo non è stato creato intenzionalmente da qualcuno. Se lo fosse, avrebbe un senso e uno scopo, seppur limitato. Invece non ce l’ha – e tutti lo percepiamo. È fine a se stesso, ha un carattere illusorio ed è contingente, cioè può essere e può non essere indifferentemente. Appare in un attimo e può scomparire in un attimo.
Si sviluppa in modo deterministico, ma non è capace di autodeterminarsi. Va avanti come una macchina che non sa che cosa fa. È come una meteora casuale che sorge e vaga nel vuoto.
Il mondo e la vita sono come fuochi d’artificio: ooh! Non servono a qualcosa d’altro, non sorgono in base a un lucido disegno, non esistono in vista di e non sono neppure una prova da affrontare per ottenere un premio o un castigo (l’oscena teoria dell’esistenza come esame).
Tutti cercano uno scopo, proiettandosi in avanti. Invece dovrebbero cercare che cosa significhi essere presenti a se stessi qui e ora, per poi trascendere anche questa sensazione. Dovrebbero cercare quale possa essere la nostra identità ultima e prima, al di là dello spazio-tempo e della coscienza stessa - la vera creatrice delle apparenze illusorie “Qual era il tuo volto prima di nascere?”
Se anche l’universo si dissolvesse, questo non cambierebbe nulla nel nostro vero stato. Anzi, il nostro vero libererebbe di un labile sogno.
L’assoluto non ha bisogno nemmeno di un ego, nemmeno di una coscienza, nemmeno di essere.