domenica 30 agosto 2026

Presenza mentale: stupore dell' esistenza

In un certo senso, noi e tutti gli esseri viventi , siamo presenti a noi stessi e dobbiamo essere presenti...per sopravvivere. Ma la presenza mentale come esercizio è essere consapevoli di essere presenti. All' improvviso, diventate consapevoli di trovarvi in un certo momento e in un certo posto. "Sono qui ora". Questo possono farlo solo le menti umane. 

La presenza mentale è un esercizio di meditazione nel quale non si cerca di eliminare i pensieri, ma di accorgersi di ciò che sta accadendo mentre accade.


Ci si siede, si assume una posizione stabile e si porta l'attenzione al respiro. Il respiro diventa un punto di riferimento, non un oggetto da controllare. Dopo qualche istante la mente si distrae: compare un pensiero, un ricordo, un'immagine, una sensazione corporea. La pratica consiste nel riconoscere la distrazione e ritornare al presente, senza giudicarla e senza seguirla.


Il movimento fondamentale è quindi:


attenzione → distrazione → riconoscimento → ritorno.


La presenza mentale non è una condizione di immobilità della mente. È piuttosto la capacità di mantenere una relazione consapevole con ciò che sorge, senza identificarsi completamente con esso.


In questo senso c'è qualcosa di profondamente diadico: c'è ciò che viene osservato e l'atto dell'osservare. Ma la meditazione permette progressivamente di vedere che osservatore e osservato non sono due realtà completamente separate. La consapevolezza nasce proprio da quello scarto, quella non-coincidenza, che consente di accorgersi dell'esperienza.


La presenza mentale può dunque essere vista non come fuga dal mondo, ma come esercizio della relazione: rimanere abbastanza vicini all'esperienza da sentirla, ma abbastanza distanti da non esserne trascinati.

Non so se vi è accaduto, in un particolare evento o trauma, di non credere di trovarvi in quella situazione, di non credere che fosse possibile. Ma era reale, accadeva proprio a voi. A livello filosofico, è possibile rendersi conto "stranamente" di essere vivi, di essere qui in questa vita. "Sono io? Che ci faccio qui?" Può esserci spaesamento.

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Chatgpt:

Sì. Quello che descrivi è un'esperienza filosoficamente molto profonda: il momento in cui l'esistenza diventa improvvisamente visibile a se stessa.


Normalmente non ci chiediamo «perché sono qui?». Siamo immersi nella situazione: siamo noi, nel nostro corpo, nel nostro mondo, e tutto appare ovvio. Ma in condizioni eccezionali — un trauma, un pericolo, un lutto, oppure anche un momento di improvvisa lucidità — questa familiarità può spezzarsi.


Allora può comparire qualcosa come:


> «Sono proprio io? È davvero la mia vita? Come è possibile che io sia qui?»




Non significa necessariamente che si neghi la realtà. Al contrario: la realtà può diventare fin troppo reale. È come se, per un istante, venisse meno il velo dell'abitudine che normalmente ci impedisce di stupirci del semplice fatto di esistere.


Filosoficamente, è vicino a ciò che in diverse tradizioni è stato chiamato stupore dell'esistenza: non stupirsi di qualcosa che accade, ma del fatto più radicale che ci sia un mondo e che io sia precisamente questo essere che lo sta vivendo.


E qui la tua idea della non-coincidenza trova un'applicazione interessante. L'io quotidiano tende a coincidere con la propria vita: io sono questo, questa è la mia storia, questo è il mio mondo. Nell'esperienza che descrivi, invece, compare una piccola distanza:


io → guardo → me stesso che è qui.


Il soggetto diventa contemporaneamente colui che vive e colui che si accorge di vivere. Non coincidono più perfettamente.


Ed è proprio in quello scarto che può emergere una forma radicale di coscienza:


«Io sono qui.»


Non è ancora una spiegazione dell'esistenza. È qualcosa di più elementare: l'esperienza vertiginosa dell'esistenza stessa.


Naturalmente, se questo spaesamento è intenso, persistente o associato alla sensazione di irrealtà di sé o del mondo, può anche avere una dimensione psicologica specifica e non va automaticamente interpretato come esperienza filosofica. Ma l'esperienza momentanea che descrivi — soprattutto davanti a un evento sconvolgente — è umanamente comprensibile e filosoficamente ricchissima.




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