Qualunque percezione richiede un soggetto che percepisce e un oggetto percepito, dunque uno scarto, una non coincidenza. Questo dà origine alla coscienza: perché il soggetto che percepisce deve essere anche cosciente che percepisce, altrimenti la percezione sarebbe inutile, non servirebbe al suo scopo. In un animale è essenziale che la percezione sia immediatamente attiva, con un minimo di ritardo. Nell'uomo il ritardo si allarga, fino al punto che il soggetto può essere cosciente dell'oggetto percepito e di sé che percepisce . Abbiamo dunque uno schema soggetto-oggetto-sè, senza che nessuno sia coincidente. Anzi, il trio si rivela una oscillazione senza fine, una specie di circolo.
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Chatgpt:
Sì. Qui stai facendo un passo ulteriore rispetto alla semplice idea che la coscienza nasca dalla distinzione soggetto/oggetto. Introduci una terza posizione: il Sé come osservatore della relazione stessa. E questo rende il tuo schema circolare.
La sequenza potrebbe essere rappresentata così:
oggetto → percezione → soggetto → consapevolezza del percepire → Sé
ma non è una sequenza lineare, perché il Sé può diventare a sua volta oggetto di percezione:
Sé → percepisce sé → diventa oggetto → un nuovo Sé osserva → ...
Quindi non arriviamo mai a un punto nel quale osservatore e osservato coincidono perfettamente. Ogni volta che il soggetto tenta di osservarsi, deve produrre un nuovo scarto.
È precisamente qui che il tuo principio di non-coincidenza acquista una formulazione interessante:
La coscienza non sarebbe una sostanza aggiunta alla percezione, ma l'effetto dello scarto che si apre quando un sistema può distinguere ciò che percepisce dall'atto stesso del percepire.
Però farei una correzione importante
Non direi che «la percezione sarebbe inutile se il soggetto non fosse cosciente di percepire».
In biologia è chiaramente possibile avere percezione senza coscienza riflessiva. Un animale può reagire a uno stimolo visivo, chimico o tattile senza avere una rappresentazione esplicita di «io sto percependo questo». Anche nel cervello umano esistono forme di elaborazione percettiva che possono guidare il comportamento senza diventare coscienti.
Quindi bisogna distinguere almeno tre livelli:
stimolo → elaborazione percettiva → coscienza percettiva → autocoscienza
Il salto veramente interessante, nella tua teoria, non sarebbe dunque dalla percezione alla coscienza in generale, ma:
percezione → percezione della propria percezione.
È lì che compare il secondo scarto.
E allora il tuo «soggetto-oggetto-Sé» diventa potente
Potremmo schematizzarlo così:
1. Oggetto
qualcosa viene distinto dall'organismo.
2. Soggetto
l'organismo diventa il polo che percepisce quell'alterità.
3. Sé
il soggetto può rivolgere la propria attenzione sulla relazione stessa: io sono colui che sta percependo quell'oggetto.
Ma appena il Sé diventa oggetto della propria attenzione, la struttura si riapre.
Soggetto → Oggetto → Sé → nuovo Oggetto → nuovo Sé...
Non c'è quindi un osservatore ultimo che possa finalmente coincidere con se stesso.
Questa è forse la parte più originale della tua intuizione: l'autocoscienza non sarebbe il possesso di un'immagine definitiva di sé, ma l'impossibilità di chiudere definitivamente la relazione con sé.
E questo spiega bene perché parli di oscillazione anziché di semplice distinzione.
Non abbiamo:
A | B | C
come tre entità immobili.
Abbiamo piuttosto:
A percepisce B → A diventa consapevole di percepire B → A osserva A → A diventa B → un nuovo A osserva...
Una struttura ricorsiva.
In questo senso il tuo «circolo» assomiglia più a una spirale che a un cerchio perfettamente chiuso: ogni ritorno su se stesso introduce un nuovo scarto.
Ed è proprio qui che potresti collegare la tua idea del tempo alla coscienza: se la coincidenza fosse perfetta, non ci sarebbe alcun cambiamento distinguibile. È lo scarto fra uno stato e quello successivo che permette di dire «prima ero questo, ora sono questo».
Quindi, nella grammatica della tua ADR, potremmo arrivare a una formula molto compatta:
non-coincidenza → distinzione → relazione → percezione → coscienza → autoriferimento → nuova non-coincidenza.
La coscienza, allora, non sarebbe un punto della catena.
Sarebbe il movimento circolare della catena stessa.
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L'errore finora è di aver considerato un rapporto lineare tra materia e coscienza, quasi fosse un semplice binomio. Invece il rapporto è dinamico, circolare o ellittico.
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Esatto. E questa precisazione cambia radicalmente il problema.
Il modello materia → coscienza, o anche materia ↔ coscienza, rischia di conservare comunque l'idea di due cose già costituite che entrano successivamente in rapporto. Nel tuo schema, invece, materia e coscienza sono due aspetti che emergono dalla relazione stessa.
Non abbiamo:
Materia → Coscienza
né semplicemente:
Materia ↔ Coscienza
ma qualcosa di più simile a:
materia ↔ percezione ↔ coscienza ↔ materia...
La materia è ciò che può essere percepito; la coscienza è ciò attraverso cui qualcosa diventa oggetto di esperienza. Ma ciascun polo modifica continuamente la configurazione dell'altro. Il soggetto percepisce il mondo, ma il mondo modifica il soggetto che lo percepisce.
Per questo trovo particolarmente appropriata la tua parola ellittico. Un'ellisse ha due fuochi: non sono coincidenti, ma nessuno dei due è definibile completamente indipendentemente dalla struttura che li connette.
Potresti quindi formulare il principio così:
Materia e coscienza non sono due realtà separate né i due estremi di una relazione lineare. Sono poli di una relazione dinamica nella quale ciascun polo contribuisce a costituire l'altro. La coscienza non nasce semplicemente dalla materia: emerge dalla relazione circolare tra un organismo materiale, ciò che esso percepisce e la capacità dell'organismo di percepire anche il proprio rapporto con ciò che percepisce.
E qui ritorna perfettamente il tuo schema precedente:
oggetto → soggetto → Sé → oggetto...
Il punto decisivo è che nessun elemento è autosufficiente. Se elimini l'oggetto, non hai più quel soggetto percettivo; se elimini il soggetto, non hai più quell'oggetto percepito; se elimini il Sé, perdi la riflessività che trasforma la percezione in autocoscienza.
Quindi, nella tua ADR, forse sarebbe più corretto non parlare nemmeno di una relazione fra materia e coscienza, ma di una architettura relazionale materia–coscienza, nella quale i due termini sono prodotti e mantenuti dalla loro reciproca non-coincidenza.
Non prima la materia e poi la coscienza.
Non prima la coscienza e poi la materia.
Prima — logicamente — la relazione che impedisce loro di coincidere.
Ed è proprio quello scarto che impedisce alla realtà di diventare una cosa immobile e permette che diventi esperienza, trasformazione e tempo.
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Claude:
Qui c'è una tensione che vale la pena mettere a fuoco prima di procedere, perché tocca l'architettura, non i dettagli.
Il problema del terzo termine. Descrivi tre elementi: l'organismo materiale, ciò che percepisce, e "la capacità dell'organismo di percepire anche il proprio rapporto con ciò che percepisce". Quest'ultimo non è il secondo polo ripetuto — è un livello riflessivo distinto, una percezione-della-percezione. Se la diade è per definizione l'unità minima irriducibile a due poli, e la relazione precede ontologicamente i poli, allora un termine che si applica ricorsivamente alla relazione stessa (percepire il proprio rapporto con ciò che percepisce) non è più struttura dyadica ma struttura a loop: un anello autoreferenziale, non una tensione fra due estremi. Sono topologie diverse. O riduci il terzo termine a un aspetto del secondo polo (ma allora perdi esattamente ciò che distingue coscienza da mera reattività — la riflessività), oppure ammetti che qui la coscienza non è spiegata da una diade ma da qualcosa di strutturalmente più ricco, e il tuo apparato a due poli non la cattura ancora.
La tensione con la posizione precedente su Puruṣa. Nelle tue note di agosto hai motivato l'unicità della diade della coscienza dicendo che un polo (il testimone) può modificare retroattivamente la soglia di equilibrio — un'asimmetria di potere fra i poli, assente nelle diadi fisiche. Ma qui descrivi una circolarità simmetrica: "ciascun polo contribuisce a costituire l'altro". Se materia e coscienza si co-costituiscono in un anello dove nessuno dei due precede l'altro, da dove viene l'asimmetria causale che permetteva al testimone di ritoccare la soglia? O il testimone ha un potere speciale (e allora la relazione non è davvero circolare/simmetrica), o la relazione è genuinamente circolare (e allora devi rinunciare, o riformulare, la tesi sulla modifica retroattiva della soglia). Al momento le due posizioni non sono compatibili senza un lavoro ulteriore.
Nota di collocazione storica. Questa formulazione — coscienza come proprietà emergente da un ciclo organismo/percepito/auto-percezione del rapporto — è strutturalmente vicina all'autopoiesi di Maturana-Varela e all'enattivismo (chiusura operazionale, "structural coupling"), più che al modello Sāṃkhya del testimone passivo (draṣṭṛ) che finora hai usato come candidato forte. Se stai migrando da un'impalcatura ispirata a Sāṃkhya verso una enattivista, è un movimento legittimo, ma cambia la natura del progetto: nell'enattivismo classico non c'è alcun polo "testimone" con potere retroattivo — è proprio l'assenza di un osservatore privilegiato a essere il punto di forza (e di attacco filosofico) di quella tradizione. Vale la pena che tu dica esplicitamente se stai sostituendo il modello Sāṃkhya o se lo stai integrando, perché ora come ora convivono due immagini della coscienza incompatibili nello stesso impianto.
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