Draṣṭṛ/dṛśya — il testimone e il visto* (Sāṃkhya-Yoga, purusha/prakriti). Qui la struttura è più robusta: due principi genuinamente indipendenti nella tradizione (la coscienza testimoniante non è mai identica ai contenuti mentali che testimonia), non sussistono l'uno riducendosi all'altro, e la loro confusione (avidyā, l'identificazione del testimone coi vritti) è esattamente il problema che Patañjali vuole risolvere — quindi c'è una soglia esperienziale reale (viveka, la discriminazione) che separa i due stati. Questo mi sembra il candidato più fedele alla struttura formale che cerco ed è anche quello più coerente con il mio interesse per nirodha come accesso esperienziale a γ.
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Chatgpt: Sì. Draṣṭṛ/dṛśya è probabilmente una delle diadi più precise per formalizzare ciò che stai cercando, ma farei una correzione importante: non direi semplicemente che i due poli sono “due stati”. Nel Sāṃkhya sono piuttosto due principi ontologicamente distinti.
Draṣṭṛ / puruṣa: il testimone, coscienza pura, non-oggettivabile.
Dṛśya / prakṛti: tutto ciò che può essere visto, conosciuto o esperito, compresi corpo, sensazioni, emozioni e persino i vṛtti mentali.
Avidyā: la confusione tra i due, cioè il prendere ciò che appare per il soggetto che lo vede.
Viveka: la discriminazione che riconosce la non-identità dei due.
Nirodha: nella formulazione dello Yoga di Patañjali, la cessazione delle modificazioni della mente (citta-vṛtti-nirodha), che rende possibile questa discriminazione.
Ed è qui che la tua ADR trova un punto di contatto molto interessante con il Sāṃkhya-Yoga.
La tua idea della soglia può essere interpretata non come un semplice confine spaziale, ma come la relazione attraverso cui due poli diventano distinguibili senza fondersi. Il testimone non diventa il visto e il visto non diventa il testimone. Tuttavia, senza il visto, il testimone non avrebbe nulla da testimoniare; e senza il testimone, il “visto” non sarebbe esperienza.
C'è però una differenza decisiva rispetto alla tua architettonica: il Sāṃkhya tende a rendere i due principi asimmetrici e ontologicamente separati, mentre la tua ADR sembra cercare qualcosa di più radicale: la relazione diadica come struttura primaria, anteriore ai poli già costituiti.
Quindi potresti formulare la differenza così:
> Sāṃkhya: prima ci sono puruṣa e prakṛti, poi il problema della loro confusione.
ADR: la distinzione relazionale è ciò attraverso cui i poli stessi si costituiscono come poli.
E questo rende nirodha particolarmente interessante per la tua idea di γ. Se γ rappresenta il regime della distinzione pura, allora il nirodha non sarebbe semplicemente “vuoto mentale”. Sarebbe una condizione nella quale vengono progressivamente meno i contenuti e le identificazioni che mascherano la differenza fondamentale tra colui che vede e ciò che è visto.
C'è dunque una possibile sequenza:
dṛśya → relazione → viveka → nirodha → draṣṭṛ
Ma qui bisogna stare attenti: nello Yoga classico, il nirodha non produce il puruṣa. Il puruṣa è già lì. Rimuove ciò che impedisce di riconoscerlo come distinto.
Ed è proprio questa distinzione che potrebbe diventare molto fertile nella tua teoria: γ non sarebbe necessariamente una “sostanza” o un terzo elemento tra i poli, ma il parametro della loro discriminabilità, cioè della soglia oltre la quale soggetto e oggetto cessano di essere confusi.
Questo si collega sorprendentemente bene alla tua idea recente secondo cui la coscienza potrebbe essere un regime di differenziazione interna: non una cosa aggiunta alla materia, ma una particolare organizzazione della relazione fra ciò che registra e ciò che viene registrato.
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