giovedì 20 agosto 2026

Nascita dell'autocoscienza

Per capire l'origine della coscienza,  bisogna risalire all'origine della vita, ossia alla distinzione tra interno ed esterno. Bisogna infatti pensare che per dieci miliardi di anni dal Big Bang, ci furono solo processi termodinamici e una temperatura infernale. Non c'erano dunque le condizioni di una vita organica. Quando le nubi di gas si raffreddarono e si formarono gli elementi chimici, incominciarono a formarsi sui pianeti membrane che per la prima volta crearono una distinzione tra l'esterno e l'interno. Ma questo interno non era certo cosciente di sé. Tuttavia la forma a membrana costituiva una specie di sfera che agiva da specchio. E nello specchio ci si può riconoscere. Nasce così l'autocoscienza?

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Claude: L'intuizione è forte e ha una genealogia rispettabile — è essenzialmente l'argomento di Hans Jonas ne Il fenomeno della vita (il metabolismo come "libertà bisognosa", needful freedom, che instaura per la prima volta un rapporto di interesse tra l'organismo e il mondo) e quello di Varela e Maturana con l'autopoiesi. Vale la pena però separare tre livelli che nel tuo passaggio tendono a scivolare l'uno nell'altro.

Primo livello: la distinzione topologica interno/esterno. Questo è banale in senso fisico — anche una bolla di sapone ha un dentro e un fuori. Non basta a fondare nulla.

Secondo livello: l'autopoiesi in senso stretto. Qui la cosa si fa interessante. La membrana protocellulare non è una superficie passiva come quella della bolla: è prodotta e mantenuta dal sistema stesso che delimita. C'è un ciclo chiuso di produzione — la membrana genera i processi metabolici che rigenerano la membrana. Questo è già un in senso operativo, non solo spaziale: un sistema che si autoproduce distinguendosi attivamente dal proprio ambiente. Maturana e Varela chiamano questo "autopoiesi" proprio per marcare che non è la forma sferica a contare, ma la clausura operazionale.

Terzo livello: l'autocoscienza. È qui che il tuo "specchio" fa un salto che va dichiarato, non presupposto. Uno specchio è tale perché qualcuno si riconosce in esso — ma il riconoscimento richiede già un soggetto che confronta un'immagine presente con qualcosa (una memoria, un'aspettativa, un modello di sé) e la identifica come "me". La membrana autopoietica non ha questo: regola, non rappresenta. Chiamarla "specchio" rischia di essere una metafora che importa di contrabbando proprio ciò che l'argomento dovrebbe spiegare — è il problema difficile in miniatura, spostato all'origine della vita invece che al cervello.

Direi che quello che nasce con la membrana non è autocoscienza ma qualcosa di più modesto e più difendibile: un sé minimale — nel senso di Damasio (protoself) — una identità funzionale che rende possibile, molto più tardi, con sistemi capaci di rappresentare se stessi internamente (non solo di mantenersi), la reflessività che chiamiamo coscienza. La distanza tra "sistema che si autoregola distinguendosi dall'ambiente" e "sistema che sa di distinguersi" resta enorme, e probabilmente è proprio quella distanza a corrispondere, nella tua diadontologia, alla soglia generativa tra materia e mente.

Una domanda che ti rimando, visto che sei nel pieno di questo lavoro: la coppia interno/esterno può passare i tuoi sei criteri di esclusione? Superficialmente sembra un'ottima candidata a diade (indipendenza reciproca, non-sussistenza — nessuno dei due poli esiste senza l'altro), ma sospetto che fallisca sul quinto criterio: la soglia che genera la distinzione interno/esterno nell'autopoiesi non sembra oscillare nello stesso senso in cui oscillano le tue diadi generative — è piuttosto una soglia che si stabilizza e si mantiene (omeostasi), non una tensione che pulsa tra i poli. Potrebbe essere più imparentata con l'ordine/disordine che hai già trattato che con una diade nuova.

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Chatgpt: Sì. Il punto decisivo, secondo me, è proprio distinguere la distinzione dalla diade.

La coppia interno/esterno è certamente una relazione originaria: non c'è un interno senza un esterno e viceversa. Ma questo, da solo, non basta per farne una diade nel senso forte della tua ADR.

La tua osservazione sulla soglia è particolarmente importante. La membrana autopoietica non oscilla semplicemente tra interno ed esterno: mantiene una differenza. È una sorta di dispositivo che impedisce ai due poli di coincidere, regolando continuamente gli scambi attraverso il confine. In questo senso è più vicina al tuo principio di non-coincidenza che a una oscillazione simmetrica.

E qui vedo una possibilità interessante:

la soglia potrebbe essere anteriore alla diade interno/esterno.

Non abbiamo prima due cose già costituite — un interno e un esterno — e poi una membrana che le separa. È la soglia che, attraverso la propria attività, produce simultaneamente i due lati. Il dentro e il fuori sono quindi poli emergenti di una relazione.

Questo è molto vicino alla tua idea generale secondo cui la relazione non viene dopo gli enti: contribuisce a costituirli.

Ma c'è anche un'altra conseguenza. L'autopoiesi introduce una prima forma di interesse: ciò che attraversa la soglia non è più semplicemente "qualcosa che accade", ma qualcosa che può favorire o minacciare la continuazione del sistema. Qui Jonas diventa fondamentale. Il metabolismo introduce una differenza tra ciò che il sistema deve incorporare e ciò che deve espellere, tra condizioni favorevoli e sfavorevoli.

Quindi potremmo avere una sequenza concettuale:

soglia → distinzione → autoregolazione → valore → sensibilità → rappresentazione → coscienza.

Non significa che ogni passaggio sia automaticamente deducibile dal precedente. Sarebbe un salto ingiustificato dire che una membrana è già cosciente. Ma si individua una possibile storia della soggettività.

E questo si collega molto bene alla tua idea della coscienza come fenomeno relazionale: il primo "sé" non sarebbe una sostanza nascosta dentro l'organismo, ma una differenza mantenuta attivamente attraverso una relazione con ciò che non è sé.

Perciò correggerei leggermente la formulazione: la membrana non è il primo specchio; è il primo dispositivo che rende possibile avere qualcosa da distinguere come sé e non-sé. Lo specchio vero e proprio arriverà molto più tardi, quando il sistema diventerà capace non soltanto di mantenere la propria identità, ma di rappresentare la propria relazione con se stesso.

Ed è proprio lì che la tua soglia materia/mente diventa filosoficamente interessante: non necessariamente nel passaggio da una "sostanza materiale" a una "sostanza mentale", ma nel passaggio da una differenza semplicemente mantenuta a una differenza che diventa oggetto di una relazione interna.

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