Chi siamo noi, allora? Sì, certo, abbiamo tutti una vaga idea,
perché siamo coscienti e abbiamo la sensazione di essere vivi. Perciò, anche se
non possiamo definirlo chiaramente a parole, sappiamo che siamo… quelli lì. Io sono quello lì e più o meno lo so.
Il problema è che so anche un’altra cosa: che quello lì è una robetta abbastanza insignificante, che durerà al
massimo cent’anni e poi sparirà per sempre. E allora sorge un’altra domanda:
sarà solo quella la mia vera identità
o ce ne sarà un’altra, magari più profonda e oscura, un sé che in questo
momento mi sfugge?
La verità è che nessuno vorrebbe sparire per sempre. Vorremmo
tutti essere eterni. Vorremmo tutti avere almeno un’anima che ci sopravvivesse.
Ma ci rendiamo tutti conto che il corpo finirà sgretolato e con esso anche la coscienza individuale. E, una volta che il corpo e la mente saranno spariti, in che cosa possiamo sperare?
Ma ci rendiamo tutti conto che il corpo finirà sgretolato e con esso anche la coscienza individuale. E, una volta che il corpo e la mente saranno spariti, in che cosa possiamo sperare?
La soluzione finora è quella di un’anima immortale. Ma si tratta
di parole, di teorie, di fedi, di speranze fondate su… niente. Per ora, in
attesa di qualcuno che torni a riferirci dell’aldilà, resta la quasi certezza
che finiremo nel nulla.
Questo nulla, però, è qualcosa su cui si può ragionare. Innanzitutto
non è un nulla assoluto, ossia la mancanza di ogni cosa, perché è ciò da cui
proveniamo. Qualunque cosa ci fosse prima,
è qualcosa di fecondo, qualcosa da cui sono nate la vita e la coscienza.
Gli scienziati parlano piuttosto di vuoto, ma di un vuoto che ha
dato origine (non in maniera personale, ma in maniera meccanica) all’universo.
E scusate se è poco. Da lì è venuto fuori tutto, una specie di fucina o di vagina
cosmica.
Dunque, se da lì proveniamo e poi lì finiamo, non è la fine di ogni
cosa. Al contrario, sembra essere piuttosto un rimescolamento delle carte. Non
male, dopotutto.
Non ti spaventare, dunque. Abbi fiducia nelle potenzialità della
realtà. Come diceva Eraclito, “per gli uomini che sono morti, sono pronte cose
che essi non sperano né immaginano”.
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