mercoledì 26 febbraio 2014

Il senso dell'umanità

Ho letto che in Giappone si utilizzano i mendicanti per lavorare nella centrale di Fukushima,‭ ‬dove nessuno vuole entrare,‭ ‬perché ci sono così tante radiazioni che,‭ ‬dopo un'ora di permanenza,‭ ‬si muore.‭ ‬Che dire‭?
    Che i ricchi e i potenti hanno sempre considerato i poveri come carne da macello,‏ ‎abitanti di un altro pianeta.
‏    ‎Nonostante il gran parlare che si fa di diritti umani,‭ ‬di carità,‭ ‬di bontà e di compassione,‭ ‬la massima differenza fra gli uomini resta il denaro.‭ ‬Il povero è considerato ancor meno di un cane,‭ ‬che almeno ha dalla sua qualche animalista.

martedì 25 febbraio 2014

Cambiare la realtà

La meditazione è potente nel trasformare gli stati psichici. Se, per esempio, mi addestro a lungo a rimanere calmo, distaccato e silenzioso (soprattutto mentalmente), il mio stato d'animo generale assumerà a poco a poco queste caratteristiche, con importanti cambiamenti fisiologici (abbassamento della pressione, ecc.). Possiamo dunque influire su noi stessi.
    Ma possiamo influire sulla realtà che ci circonda?
    Ora, dobbiamo capire che il soggetto e l'oggetto sono separati solo per la mente dualistica, ma che in realtà sono complementari, e quindi un tutt'uno poco differenziato. Lo stato che precede la contrapposizione soggetto/oggetto è una condizione in cui c'è un processo, ma non ancora i suoi due estremi: chiamiamolo «campo unificato».
    Da questa intuizione si intravede la possibilità di cambiare le cose. Ritornando infatti al «campo unificato», si può cambiare il tipo di rapporto tra soggetto e oggetto.
    Bisogna però abbassare le pretese dell'ego facendo un passo indietro, ossia facendo quella sorta di «vuoto mentale» che è in realtà un arretramento del soggetto.

lunedì 24 febbraio 2014

Etica cattolica

In questi giorni, in Lombardia, la giunta del leghista Maroni toglie soldi alla scuola pubblica per darli alla scuola privata, cioè alla scuola cattolica. E la Chiesa che cosa dice? Niente: tutta soddisfatta, incassa. Benché si definisca "cattolica", ossia universale, la Chiesa in realtà agisce come una qualsiasi istituzione privata che si ingegni di spillare soldi allo Stato. Non dunque un ente che pensa al benessere di tutti, ma un ente che pensa alla propria ricchezza. E che agisce come una sanguisuga.
Vi risulta che in questi tempi di crisi, in cui si taglia tutto, si siano tagliati i tanti quattrini che Stato e Regioni elargiscono alla Chiesa?
No, questa Chiesa non può dare lezioni di etica a nessuno. E si vergogni di pesare, senza scrupoli, sulle tasche dei cittadini italiani.

domenica 23 febbraio 2014

Il peggior peccato

Il peggior peccato contro lo spirito è certamente quello della superbia, dell'orgoglio, della presunzione, del credersi dalla parte del vero e del giusto, del ritenersi detentori del potere di giudicare gli altri. Non si tratta di un peccato da poco: è la base di ogni altro errore, è ciò che porta a sbagliare e a far sbagliare anche gli altri. Al fondo c'è una mancanza di consapevolezza, un egocentrismo e un'ignoranza che è il fondamento di tutto ciò che di negativo può esserci nell'uomo. Quando una persona crede di possedere la verità e si permette di giudicare, di condannare o di assolvere gli altri, commette il più grande peccato che esista al mondo. Mancando di senso della misura, di autocritica, di modestia, di saggezza e di sani dubbi, non può che sbagliare coinvolgendo nel suo errore anche molti altri.
    Lo vediamo chiaramente in tutte le ideologie totalitarie e fideiste. Quanti misfatti compiono in nome della loro presunzione!
    Ma questo è esattamente l'errore che compiono anche i sacerdoti di tutte le religioni, che credono di avere la verità in tasca e di poter giudicare gli altri. O sono presuntuosi o sono ignoranti o sono ipocriti: scegliete voi che cosa  sia peggio. Si approfittano della buona fede o della ingenuità delle masse per comandare gli altri e condurli su false strade. Sfruttano l'incapacità di tanti individui di pensare con la propria testa per confonderli, convincerli e plagiarli. Il tutto in nome non del bene generale, ma del loro stesso potere.
    Sì, se l'inferno esiste, è certamente pieno di preti.

venerdì 21 febbraio 2014

L'alienazione di Dio

Secondo la Bibbia, al momento della creazione, "Dio disse: 'Sia la luce!'. E la luce fu". Poi continuò a creare varie cose, e ogni volta la Bibbia ripete: "Dio disse...".
Ma con che voce parlava? E a chi parlava? Non c'era nessuno oltre a a lui.
Dunque, bisogna concludere che parlava a se stesso. E, se parlava a se stesso, vuol dire che era sdoppiato.
Ora, se Dio era schizoide, figuriamoci la sua creazione!
Questo è d'altronde il prezzo che si paga per avere una coscienza. Che cos'è la coscienza se non uno sdoppiamento? Da una parte il soggetto e dall'altra se stesso come oggetto.
Bisogna andare più a fondo della comune coscienza dualistica per trovare una consapevolezza integra, priva di sdoppiamento fra chi conosce e chi è conosciuto.

La sicurezza della fede

Un uomo uccide i suoi due bambini e poi tenta di suicidarsi. Ma non ci riesce, e viene salvato. Quando si riprende, gli domandano perché lo ha fatto, e lui risponde che voleva portare con sé i figli nell'aldilà, dove si sarebbero riuniti.
In fondo, un uomo di grande fede. Poco differente dai fanatici musulmani che, per eliminare qualche infedele, si fanno saltare in aria, sicuri di finire nel paradiso di Allah.
Peccato che questo padre non sia morto (perché così il ricongiungimento è fallito) e che abbia negato ai figli la possibilità di vivere la loro vita - una vita che, se c'è, a qualcosa dovrà pur servire!

Il prezzo dell'anima

Se credevate che l'anima, essendo un principio spirituale, non dovesse rientrare nella logica commerciale ed economica, e non avesse per così dire nessun costo, né potesse o dovesse essere sottoposta al mercato del dare e dell'avere, insomma agli scambi di denaro, vi sbagliate. I nostri ineffabili  preti sono capaci di incassare dalle Regioni ben cinquanta milioni di euro per la semplice assistenza alle anime negli ospedali. Forse vi illudevate che questo servizio facesse parte della loro missione, o che bastasse il miliardo e passa di euro che già la Chiesa riceve con l'otto per mille. Nient'affatto; se, quando siete gravemente ammalati in un ospedale, avete bisogno del conforto di un prete, sappiate che dovete pagare o che la Regione paga per voi - che è poi lo stesso.
Lasciate dunque perdere queste religioni affamate di denaro. Datevi alla meditazione, che non costa nulla, che non vi assoggetta a nessuno, che non ricorre a discorsi stereotipati e che vi prepara ai momenti peggiori. Quale altro assistente cercate oltre a quello che avete già dentro di voi? Credete che un prete possa placare i vostri tormenti o togliervi il peso di ciò che avete o non avete fatto? Quello neppure Dio può farlo. Ormai fa parte del vostro karma, del vostro destino, e vi seguirà dappertutto.
La cura dell'anima affidatela... all'anima. Lei sa già ciò di cui avete bisogno.

mercoledì 19 febbraio 2014

Scendere nel profondo

Se cerchiamo la felicità nelle cose di questo mondo, forse per un po' la troveremo. Ma, ben presto, la perderemo, perché nella natura delle cose c'è il cambiamento incessante: nessuno stato d'animo può durare a lungo.
Se vogliamo quindi una felicità più duratura, dobbiamo rivolgerci a qualcosa che sia sempre in nostro possesso, dentro di noi.
Con la meditazione cerchiamo di scendere sempre più in fondo per raggiungere quello stato di consapevolezza che è sostanziato di benessere. Dobbiamo scendere oltre gli strati superficiali della mente, oltre i pensieri e le sensazioni abituali, oltre la coscienza condizionata, per arrivare ad una consapevolezza che non ha né soggetto né oggetto.
Non ha soggetto perché non è un prodotto della mente razionale, della volontà, dell'io o di qualsiasi operazione mentale. Infatti, consiste nel lasciar andare tutti gli stati mentali. Ed essendo pura testimonianza,  non può essere neppure un oggetto.
Scendendo in profondità,  arriviamo al punto in cui restiamo consapevoli dell'essere consapevoli, e questo ci dona gioia. Ci ritiriamo per così dire nello stato primario della mente, la pura consapevolezza o testimonianza di sé.
Questa discesa è accompagnata da modificazioni fisiologiche, come il rallentamento del battito cardiaco, l'abbassamento della pressione sanguigna e la diminuzione del tasso metabolico. Negli antichi testi delle Upanishad si parla di "quarto stato", al di là dei tre stati di veglia, di sogno e di sonno senza sogni. Tale condizione è una forma di riposo e di rilassamento profondo. Ed è accompagnata da una grande chiarezza mentale.
Vi si può arrivare attraverso varie vie: seguire il respiro, fissare lo sguardo, ripetere un mantra (prodotto da noi o anche registrato) o semplicemente ripiegandosi su di sé per "guardare sempre più in fondo", verso strati sempre più "sottili". Basta sedersi in modo comodo e rilassato e stare a lungo fermi, seguendo qualche immagine piacevole, qualche suono o niente del tutto. A poco a poco, la mente rallenterà la sua attività, producendo i fenomeni fisiologici di cui parlavamo. Se ci addormenteremo per qualche minuto, niente di male; al risveglio saremo più calmi e lucidi, due condizioni che favoriscono la meditazione.
Se a questo punto rallenteremo o sospenderemo la respirazione, schiacceremo la lingua contro la volta del palato, chiuderemo gli occhi e ci concentreremo su un punto davanti a noi verso la punta del naso (magari in un punto luminoso centrale ( chiamato "bindu"), potremo trovare quello stato d'animo che è fatto di calma, di chiarezza e di consapevolezza.
Quando torneremo alle attività abituali, saremo più riposati, lucidi ed efficienti.
Questa immersione quotidiana nella nostra interiorità più profonda è come un bagno ristoratore e ci dà un'idea di che cosa sia lo stato ultimo (o primo) di consapevolezza pura - l'origine di tutto. Usciamo dalle beghe, dai rumori e dalle miserie della vita ed entriamo nel regno del silenzio, della pace e della gioia.

martedì 18 febbraio 2014

Le dipendenze

Sentivo che c'è allarme per un ritorno dell'eroina. Si pensava che questa sostanza ormai fosse desueta e che fosse stata sostituita dalla cocaina, una droga senza buchi e più adatta allo stile di vita moderno, cioè all'esaltazione senza distinzioni dell'ego e dell'attivismo frenetico. Ma, in realtà, è stato fatto notare che non è tanto in aumento l'uso dell'eroina quanto la dipendenza in generale. Ecco il punto.
Pare che la società postmoderna sia intrisa di dipendenza, perché porta irresistibilmente a consumi patologici e a cercare sostegno in qualcosa o in qualcuno. La triste realtà è che le dipendenze sono tutte in aumento, senza distinzioni. Prendiamo per esempio il gioco d’azzardo, che nell'agenda mediatica ha soppiantato le “vecchie” sostanze stupefacenti.
Aggiungerei anche la religione, veicolata senza soste dalla televisione di Stato e, ovviamente, la ricerca del leader, del "salvatore della patria".
La nostra società è "postmoderna" nel senso che ritorna all'antico. Pochi ricchi e sterminate plebi di miserabili. E dappertutto il bisogno di attaccarsi o a sostanze che stordiscono la mente o a figure carismatiche che facciano sognare un cambiamento.
Allora, il problema è proprio questo: insegnare alla gente ad essere liberi ed autonomi, e a non dipendere sempre dagli altri.

lunedì 17 febbraio 2014

Il volto nudo

Nelle nostre società tutti indossano una maschera, dietro la quale nascondono la loro vera natura - talvolta ignota a loro stessi: non sanno chi sono e si affidano ad un ruolo per illudersi di avere un'identità. Ora, chi fa meditazione deve capire una cosa: che può prendere in giro chiunque, ma non se stesso. Non è insomma un prete o un monaco che si presentano come tali solo perché indossano una tonaca o parlano in un certo modo. Ma che cosa c'è sotto quella tonaca e quelle parole?
Chi fa meditazione non deve portare nessun vestito esteriore, nessun segno di riconoscimento, perché non deve comunicare con altri, ma solo con se stesso. Non può fare l'ipocrita, come tanti religiosi, a meno che non voglia auto-ingannarsi. E, se inganna se stesso, semplicemente fallisce nella sua pratica. Se non è autentico, in meditazione non ottiene nulla.
Chi fa meditazione non deve convincere nessuno, non deve vendere nulla, non deve predicare nulla. È scoperto, nudo, se la vede solo con se stesso. E, se ha qualche paludamento, lo deve gettare via. O è autentico o non è nulla. Finché si recita una parte, sia pure quella dell'uomo spirituale, non si sta meditando.
E la pratica meditativa consiste proprio in questo: liberarsi dei ruoli e delle maschere - e ritrovare la propria vera natura.

domenica 16 febbraio 2014

Divismo religioso

Ormai un uomo pubblico deve essere un divo televisivo e deve assoggettarsi alle regole dei mass media, non importa in quale campo operi. Recentemente, Papa Ratzinger, al momento di dimettersi, confessò due cose: primo, che non ce la faceva più con le forze e, secondo, che il suo impegno non gli permetteva più un po' di intimità, di privacy. Ecco il punto. Dalla politica alla religione, per essere dei leader, bisogna diventare degli uomini di comunicazione, passando da un discorso a una manifestazione, da un meeting a una cerimonia.
Si viene investiti da una grande pubblicità e anche la vita privata diventa pubblica. I giornali e le televisioni fanno a gara a immortalare e dunque a spiare ogni attimo della giornata di un leader, e vanno a scavare ogni elemento del passato. Per Papa Francesco sono andati a scovare anche la vecchia fidanzatina.
Ma questa sovraesposizione mediatica porta a una paradosso: che i leader politici e religiosi devono diventare grandi attori, per non dire grandi ipocriti, dal momento che devono recitare in continuazione una parte. Il che porta ad una grave conseguenza: che per essere eletti a queste cariche bisogna essere, non bravi politici o uomini di meditazione, ma uomini di spettacolo. E quindi chi verrà eletto sarà il meno adatto ad essere una persona autentica e ad affrontare problemi reali: la sua funzione si ridurrà a rappresentare più che ad essere.
Un esempio tipico di individui di questo genere fu Papa Woytila, che era istintivamente un attore, un uomo di spettacolo, e stava volentieri di fronte alle telecamere. Di conseguenza  era un uomo privo di interiorità e di riflessione. E infatti il suo papato, al di là dei fasti mediatici, è stato uno dei più dannosi.
Ratzinger in fondo va rivalutato. Ha saputo riscattarsi come uomo e ha messo in evidenza questa contraddizione, particolarmente grave per un uomo di religione che dovrebbe avere un minimo di interiorità. Il nuovo Papa, invece, ritorna ad essere un uomo di spettacolo, e si capisce che vive di apparizioni e di dichiarazioni, ma che ha poca sostanza spirituale.
Certo, se siamo ridotti ad eleggere attori anziché autentici politici o uomini spirituali, poi non ci lamentiamo della decadenza.

giovedì 13 febbraio 2014

Vincere lo stress

Regola prima per combattere lo stress: considerare il mondo, la vita, noi stessi, come un film, uno spettacolo, una rappresentazione, in modo da prenderne le distanze. In fondo siamo tutti apparenze, brevi riunioni di atomi che ben presto si dissolveranno. Ciò che viviamo dipende dal modo in cui lo viviamo: se ci crediamo seriamente, pesantemente, letteralmente, se crediamo che tutto sia reale, saremo soggetti ad alti e bassi continui, a continui traumi e tensioni. Se invece lo considereremo come uno spettacolo di cui noi siamo spettatori - anche quando ci riguarda direttamente! - prenderemo tutto con distacco e con filosofia, e non permetteremo agli eventi di trascinarci su e giù a loro piacimento. Non saremo più marionette i cui fili sono tirati dagli altri, in balìa del mondo e del destino. Distacco, dunque.
Lo so che talvolta la vita diventa drammatica - ma lo è nei limiti in cui le permettiamo di incidere così su di noi. Se continueremo a considerare tutto una specie di film, una specie di commedia, niente sarà più così drammatico.
In fondo, il peggio che possa capitarci è di morire. Ma anche la morte non è che una rappresentazione. Nessuno di noi nasce veramente e nessuno di noi muore veramente... vivere e morire sono soltanto apparenze, balletti, danze, commedie sul grande schermo dell'universo. Quando moriamo, usciamo finalmente dallo schermo e ci vediamo per quello che siamo.

Il filosofo e il saggio

In Occidente c'è stata, purtroppo, una totale divaricazione tra filosofia e saggezza - anche se, all'inizio, per esempio tra i presocratici, non era così (Eraclito, per esempio, era anche un saggio). Per noi un filosofo è un pensatore che cerca la verità con l'uso della ragione. Così abbiamo la possibilità che un uomo del genere riesca a capire qualcosa di importante sul funzionamento del mondo o sulla struttura dell'uomo, ma che non sia affatto un saggio.
Il saggio, infatti, non disprezza la ragione e può anche condurre ricerche razionali, ma sa anche che, per raggiungere la verità-realtà, per comprendere la natura ultima delle cose, bisogna ottenere un certo stato d'animo, fatto di calma, di distacco dalle beghe del mondo, di equanimità e di equilibrio. La verità ultima si rivela non tanto all'uomo che cerca di razionalizzarla e di cercarla con il pensiero, quanto all'uomo che raggiunge in sé una certa condizione psico-fisica. La verità non è un fatto mentale, ma uno stato di tutto l'essere; in tal senso, il pensiero razionale, con le sue categorie dualistiche e reificanti, con la sua tensione e con le sue limitazioni linguistiche, con le sue metafore astratte, con il suo inquadramento logico-grammaticale, è qualcosa che allontana dalla verità-realtà. È soltanto nel silenzio della mente che si affaccia "ciò che è".
Dunque, qualunque tecnica volta a calmare la mente ci predispone a comprendere la verità meglio di tanti sillogismi logici.
Questo non significa che la logica o la conoscenza filosofica siano insignificanti. No, prima bisogna conoscere tutto ciò che gli uomini hanno pensato; ma, poi, bisogna avere la saggezza di metterlo da parte. E di percorrere la via della realtà in prima persona, senza troppi pesi intellettuali che ci ostacolino il cammino. Leggeri, silenziosi, attenti, sensibili.

Atei

Per dichiararsi atei, bisogna prima chiedersi a quale immagine di Dio non si crede. Perché si può non credere ad una certa immagine di Dio e credere ad un'altra. Se qualcuno ci domanda: "Credi in Dio?", è bene rispondere: "Spiegami prima che cos'è Dio per te". E se ci viene detto: "Dio è il creatore", possiamo rispondere: "Se il mondo è eterno, non c'è bisogno di credere né ad un creatore né ad un inizio".
"Credi allora all'unità di tutte le cose?"
A questo possiamo credere, dato che corrisponde ad una nostra esperienza e alla logica delle cose. E possiamo anche chiamarlo Dio. Ma non è più il Dio di prima: è un'altra immagine - Dio come unità, come Uno.
Però, poi, credere che questo Uno abbia mandato un profeta o un Messia a rappresentarlo e che abbia voluto istituire una certa religione, be' questo è infantilismo teologico - e nessuno potrà mai dimostrare che è vero.
Nel campo della fede, si può credere a qualunque cosa e si è creduto a qualunque cosa. Perché a questo serve la fede: a credere in ciò che non si può dimostrare. E qui siamo su un piano scivoloso, dove chiunque può fare affermazioni senza provare nulla o sparare qualunque idiozia. Allora, diffidare è un dovere.
Ecco dunque un'importante distinzione: un conto è spingere a credere in qualcosa di indimostrabile e un altro conto è spingere a pensare con la propria testa e a fare le proprie esperienze. Questo vale sia che si parli di Dio, sia che si parli di illuminati. Tutto va verificato di persona, e, se non può essere verificato, non può che restare dubbio. Nessuno può costringerci a credere.
Ma si può verificare di persona che Dio esista? Ecco il punto. Se ci immaginiamo che Dio sia qualcosa di esterno a noi, come uno degli Dei o una Persona divina, non è possibile verificarlo. Ma se pensiamo che Dio sia qualcosa di interiore, allora dobbiamo.

mercoledì 12 febbraio 2014

La saggezza del mondo

Che pena vedere i grandi leader del mondo, con un enorme potere politico e militare, intenti ad accumulare ricchezze personali e ad accoppiarsi con il maggior numero possibile di femmine, proprio come i loro antenati di 3000 o 30000 anni fa. Che pena ascoltare i loro discorsi pervasi di valori convenzionali e nazionali, di logiche economiche e di schemi di potere.
Che pena vedere i potenti mezzi tecnologici (radio, televisioni, computer, cellulari, ecc) adibiti a veicolare chiacchiere fasulle, volgarità e luoghi comuni: i discorsi senza importanza di tanti ominicchi.
Che pena vedere le grandi culture del mondo ridotte ad esaltare l'aggressività, la competitività, la concorrenza, il consumismo e il valore del mercato: l'unico vero Dio rimasto.
Che pena vedere tanti uomini, anche intelligenti, impegnati a gonfiare il loro ego ipertrofico, senza mai riconoscere che siamo tutti interdipendenti.
Che pena scoprire che nel mondo vengono esaltati i valori del denaro, della conquista e della celebrità.
Che pena veder riconosciuti solo i bisogni commerciali, e non quelli della psiche o dello spirito.
Che pena vedere tanta gente che commisera i poveri e magari fa un po' di beneficenza, ma che non ha nessuna vera empatia, nessuna vera compassione con chi soffre.
Che pena vedere queste scimmie poco evolute darsi tanto da fare per combattersi a vicenda, parlare in continuazione e saltellare da un ramo all'altro, divorando la terra.
Che pena trovare tanti uomini potenti che non hanno la minima saggezza.




Saper meditare

Meditazione avanzata significa prima comprendere a fondo che soggetto e oggetto, io e altro, osservatore e osservato, sono interdipendenti, strettamente collegati fra loro, coemergenti, e poi porsi concretamente in una posizione meditativa più arretrata rispetto all'ego: non sono io che osservo, ma c'è un'osservazione, una presa di coscienza. Diventare meno ego-centrati, meno interessati allo sviluppo del proprio sé, per ricuperare il rapporto il più possibile originario con l'oggetto conosciuto. Arretrare la consapevolezza egoica per rientrare di più nella consapevolezza interattiva, quella che è all'origine del processo dualistico di separazione fra soggetto ed oggetto.

martedì 11 febbraio 2014

Il processo di cambiamento


Se una mattina, dopo vari giorni di pioggia, mi sveglio e trovo il sole, il cuore si allarga, mi sento felice e vedo le cose con occhio diverso. Mutando il mio stato d'animo, cambia il modo in cui vedo tutto intorno a me. D'accordo, ma sono solo io che sono cambiato o le cose sono veramente cambiate? Cambiando io, non cambiano anche le cose? I due poli - soggetto e oggetto - non sono connessi? Anche le piante, anche gli animali, anche gli uccelli... tutto intorno a me è in realtà cambiato.
    Si dirà che cambia solo lo stato d'animo. Ma Il fatto è che, cambiando lo stato d'animo, le cose percepite cambiano davvero anche loro.
    Si dirà che questo vale solo per gli esseri animati, ma non per le cose inanimate, per esempio un sasso. Eppure, anche il sasso avrà subito un cambiamento passando dalla pioggia la sole: anche le montagne cambiano così. E loro non hanno sentimenti.
    Dunque, con la pioggia o con il sole, quelle cose sono cambiate e anch'io sono cambiato: insomma siamo cambiati insieme. Infatti, poiché coemergiamo insieme, cambiamo insieme.
    Si dirà che le cose che non vedo - un stella lontana - non sono cambiate. Ma nel momento in cui le vedrò, cambieranno o saranno cambiate anche loro.
    Si dirà che questa matita non è cambiata. Eppure, al sole la sto guardando sotto un'altra luce... qualcosa è cambiato anche in lei.
    Certo, i cambiamenti sono talvolta quasi impercettibili, e non cambia per esempio la forma di questa matita... tutt'al più il colore...
    Ma, se la matita mi si spezza in mano, sarò io a cambiare, magari per il fastidio... seppure impercettibilmente.
    Le cose cambiano e si influenzano tutte, sia che il cambiamento parta dall'oggetto sia che parta dal soggetto. Perché in realtà è la mia mente che distingue i due poli, ma loro sono interdipendenti, sono un tutt'uno, abitano uno spazio che li accomuna tutti. Ed è questo "spazio" che cambia, mutando l'uno e l'altro.
    Non ce ne rendiamo conto, ma cambiamo proprio mentre cambiano le cose. E ci è impossibile dire se cambiamo perché cambiano le cose o se le cose cambiano perché mutano con noi, o se cambiamo entrambi. Resta il fatto che ogni cosa cambia perché fa parte di un contesto, di uno spazio-tempo, che muta di continuo. Come un tappeto o una rete che scorrano trascinando tutti i loro nodi.
    Noi crediamo di “fare” un’esperienza. In realtà l’esperienza avviene. Siamo noi che poi distinguiamo un soggetto dall’oggetto.
    Questo per dire che possiamo impegnarci a cambiare le cose - oggetti e avvenimenti - cambiando noi stessi.

domenica 9 febbraio 2014

La meditazione avanzata

Noi crediamo di essere soggetti che osservano ciò che appare. Ed è parzialmente vero. Ma dobbiamo tener conto che la mente che osserva e i fenomeni osservati sono interdipendenti, ossia emergono contemporaneamente influenzandosi a vicenda.
Ecco perché la pratica della meditazione avanzata consiste nel superamento di una simile visione, nell'abbandono di ogni intenzionalità e nel considerare o contemplare se stessi come parti di un processo unitario che produce da una parte il soggetto e dall'altra i fenomeni.
C'è un osservare, ma non c'è né chi osservi né chi sia osservato.
Non bisogna dunque meditare con l'intenzione di rinforzare una posizione egoica ("io sono l'osservatore che osserva i fenomeni"), ma esattamente il contrario: c'è un processo di osservazione da cui emergono tanto un soggetto quanto uno o più oggetti. Qui si entra nella non-mente, nella non-meditazione (tradizionale o preliminare), cioè in una posizione in cui "si" osserva la coemergenza di soggetto ed oggetto.
Più che cercare qualcosa, si "cerca" di disfare ogni esperienza convenzionale. Allora c'è una decostruzione esistenziale, anche di se stessi, che avviene in uno spazio privo di elaborazione concettuale. La mente compie un passo indietro e dimora con gioia, chiarezza e assenza di pensieri nell'apertura da cui emergono sia il soggetto sia l'oggetto.
In pratica, il meditante prende le distanze dal mondo duale, vive distaccato dai ruoli sociali (per quanto possibile), osserva il mondo e se stesso come se guardasse uno spettacolo teatrale, un sogno o un film, e cerca di sradicare le strutture profonde della mente umana che portano ad una visione convenzionale e distorta della realtà.

venerdì 7 febbraio 2014

La favola cristiana

Una frase attribuita falsamente a Papa Leone X dice: "La storia ci ha insegnato quanto quella favola riguardo a Cristo ci abbia giovato".
In realtà, conoscendo la corruzione della Chiesa, potremmo correggerla così: "La storia ci ha insegnato quanto quella favola riguardo a Cristo ci abbia nuociuto".
E non mi riferisco solo ai noti delitti della Chiesa (l'antisemitismo, le persecuzioni religiose, le guerre "sante", il colonialismo, la collusione con il fascismo, l'aiuto dato ai criminali nazisti, la pedofilia, la persecuzione degli omosessuali, l'antifemminismo, le posizioni sbagliate sulla contraccezione, ecc.), e neppure alle continue interferenze sulla politica italiana, causa principale della nostra arretratezza culturale e sociale, ma alle idee vecchie e superate su Dio stesso. In fondo, il cristianesimo è il massimo tentativo, nella storia umana, di antropomorfizzare il divino - un errore che ha creato nella mente dei credenti una distorsione insuperabile.
E, poi, raccontare favole non fa mai bene. Si falsifica la realtà e si fonda una religione sulla menzogna. I frutti sono sotto gli occhi di tutti.
La religione deve guardare in faccia la realtà, non cercare di fabbricare miti o di ottundere la mente per tenere calmi gli animi.


giovedì 6 febbraio 2014

La "chiara luce"

Alla base della mente si trova una consapevolezza pura - priva di elaborazioni concettuali - di ciò che è, ossia del fondamento di tutte le cose. Questa consapevolezza è simile ad una chiara luce, in quanto fa vedere ciò che abitualmente viene oscurato dalle varie attività mentali. Ed è evidente che, per arrivarci, bisogna svuotare la mente da pensieri, immagini, fantasie e discriminazioni.
In questo vuoto o silenzio mentale, rifulge la "chiara luce", che, proprio come un cielo sgombro di nuvole, ci mostra cosa sia la realtà originale.
La "chiara luce" permette una visione limpida e distaccata delle cose, degli avvenimenti, delle persone e di se stessi. Ed è uno dei grandi prodotti della meditazione.

mercoledì 5 febbraio 2014

La donna nella religione

Non è giusto mettere sullo stesso piano aborto ed eutanasia. Non è giusto preoccuparsi soltanto dell'inizio e della fine della vita dimenticandosi quello che c'è in mezzo; lo dice perfino il neosegretario della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino: "La vita va difesa in tutta la sua interezza, non dicendo solo no all'aborto o all'eutanasia". Alleluia! E aggiunge anche che non ha senso dare soldi alla scuola privata se si tolgono alla scuola pubblica. Alleluia!
Se non si opera a favore di una famiglia agevolata nei vari servizi sociali, se non ci si preoccupa delle condizioni del lavoro, che senso ha gettare la croce (è proprio il caso di dirlo) su una povera donna che non se la sente di portare avanti una gravidanza o che magari è stata violentata?
Che cos'è la donna? Un contenitore vuoto che deve accettare qualunque cosa, una macchina riproduttiva senza anima? È questa l'idea che ha la Chiesa della donna? Un'idea equiparabile a quella dei tanti autori di femminicidi e di violenze fisiche sul corpo femminile.
D'altronde, se la donna è considerata un essere inferiore, qual è la responsabilità della Chiesa? Perché ancora oggi i Papi si ostinano ad escluderla dal sacerdozio? Perché continuano a concepire Dio come un Padre, cioè un maschio? Se questa è la mentalità della Chiesa, figuriamoci quella del popolo.
Diciamoci la verità: nella nostra società maschilista, Gesù non avrebbe mai potuto essere una donna! Il Salvatore doveva essere un maschio. E qui c'è tutta l'arretratezza culturale e morale di queste antiche ed antiquate religioni che continuano purtroppo a dominare le menti della maggior parte degli uomini.

martedì 4 febbraio 2014

Cambiare il mondo

Soggetto e oggetto nascono insieme, sono come le due facce di una stessa medaglia: sono due poli inestricabili. Se cambia l'uno, cambia anche l'altro.
Mente e mondo, interno ed esterno, conoscente e conosciuto, sono da una parte distinti, ma dall'altra complementari. L'uno non potrebbe esistere senza l'altro. L'uno determina l'altro.
Ciò significa che, nel momento in cui si conosce, si pone sia l'oggetto sia il soggetto. Il soggetto, nel conoscere, pone in essere l'oggetto; e l'oggetto, nel momento in cui è conosciuto, pone in essere il soggetto.
Per cambiare il mondo, devo dunque cambiare me stesso; e, per cambiare me stesso, devo cambiare il mondo che mi circonda. In genere, noi, per cambiare le cose, partiamo dal cambiare il mondo, l'ambiente, l'esterno... in modo che questo si rifletta su di noi. Ma si può partire anche dall'altra estremità: il soggetto. Se cambiamo il soggetto, cioè noi stessi, cambieremo il mondo.
Cambiando il nostro stato d'animo, la nostra esperienza interiore,cambieremo concretamente l'esterno, ciò che ci circonda.
Questo è un invito a cambiare se stessi per cambiare il mondo.

domenica 2 febbraio 2014

Sulla calma

Il nostro mondo non capisce il valore della calma - e del suo corollario: la gentilezza. È convinto che l'uomo dia il meglio di sé nella passione; c'è perfino una "passione di Cristo"...
E così, senza accorgersene, contribuisce a rendere se stesso un luogo infernale, dominato da lotte, guerre e contrapposizioni continue. "Crescete e moltiplicatevi!" ecco il comandamento del Dio passionale; crescete, aumentate, espandetevi, conquistate e guadagnate... sempre di più.
Ma fino a quando? Fino a dove? Il nostro pianeta non è un ambiente limitato? Ma, certo, ci sono gli altri pianete da colonizzare!
Se questa è la mentalità aggressiva e competitiva che ispira l'uomo, non ci meravigliamo se viviamo in un mondo di sofferenze.
Verrà mai un tempo in cui la calma, la tranquillità e la contemplazione verranno considerati valori primari? Certo, un'utopia. Le masse devono vivere di passioni tanto travolgenti quanto transitorie, di un attivismo confuso e predatorio,  di espansioni egoiche... Io, io, io... Che cosa dice il Dio biblico non appena apre bocca? "Io sono colui che è... Io..."
L'io è la più grande passione del mondo, la sua frenesia.
E, allora, avanti così! Quale sarà la prossima guerra? Quale sarà la prossima competizione? Quale sarà la prossima crisi? Tanti "io" in lotta...

La vacuità

Vacuità significa che tutte le cose non hanno una natura indipendente, poiché dipendono le une dalle altre. Questo non significa che le cose non esistano. Esistono, ma non esistono di per sé. Sono come i nodi di un'unica rete. Il che mi sembra evidente.
Siccome dentro di noi conosciamo questa verità, la nostra più grande paura è di non essere... di non essere proprio nulla. E non abbiamo tutti i torti.
Ora, nulla non siamo. Qualcosa siamo. Siamo apparenze, immagini, fenomeni energetici, elettrici, magnetici... appariamo per un attimo e poi svaniamo. Non ci inganni l'apparente solidità della carne o della terra. Sappiamo che al fondo si tratta di particelle fatte di... cariche elettriche?
La rete che connette tutto è come un film dalle mille trame e dalle mille immagini; e noi siamo quelle trame e quelle immagini. Basta che manchi la luce e noi spariamo tutti.
L'idea della rete rende bene l'idea del vuoto che esiste tra una maglia e l'altra. Proprio come un film è fatto di luci e di ombre e come la musica è fatta di di suoni e di silenzi, noi siamo sostanziati di vuoto, noi abbiamo bisogno del vuoto per essere.
Al nostro fondo, c'è un immenso vuoto, una vacuità densa di tutte le possibilità.
Se vogliamo ritrovare il nostro essere più profondo, dobbiamo cercare di raggiungere questo vuoto. E, magari, ricostruire tutto da capo... possibilmente meglio.

Il Grande Elemosiniere

Che bello! È tornata la miseria, quella vera, quella con i mendicanti per le strade. Finalmente il cattolico può dimostrare la sua carità. Finalmente il Papa può girare accompagnato dal suo Grande Elemosiniere, che elargisce denaro ai bisognosi. Con quale criterio? Nessuno - a capocchia. Chi riesce a farsi sentire, a farsi raccomandare, chi ha buone conoscenze, chi si umilia davanti al potente riceverà qualche spicciolo. Ma vuoi mettere come si sente gratificato chi fa la carità?
D'altronde, anche Gesù faceva lo stesso: compiva miracoli con amici, parenti, raccomandati e con chi si prostrava davanti a lui riconoscendone il potere. Se non lo chiamavano, se non lo imploravano, non interveniva. Per chi non lo conosceva, non faceva niente.
Quando è stato eletto Papa Francesco, lo Spirito Santo aveva capito che si stava diffondendo la povertà in Europa ed è andato a scegliere un Papa argentino... in modo che anche l'Italia potesse diventare come uno dei paesi sudamericani, sempre sull'orlo della bancarotta e pieno zeppo di plebi immiserite e senza diritti, in balia dei pochi ricchi.
Per fortuna ci sono le televisioni che ci trasmettono insulsi filmetti su preti e suore buonissimi e generosissimi. Questi sì che sono buoni esempi! E i dirigenti delle reti, sempre sorvegliati dalle associazioni cattoliche, possono dormire sonni tranquilli. Tutto le altre realtà - i preti pedofili, la banca del Vaticano che ricicla denaro sporco e le immense ricchezze del Papa - devono essere censurate.
Dunque, il Medioevo avanza, e la Chiesa, sempre all'avanguardia nella reazione, è in prima fila con la sua eterna Controriforma. Siate poveri e guadagnerete il regno dei cieli!
Distrutto lo Stato sociale, dove venivano riconosciuti i diritti di tutti, ecco che ritorniamo allo Stato feudale, dove esistono solo i privilegi di pochi. Ma in grazia di Dio!

venerdì 31 gennaio 2014

La mente

Quando in meditazione si parla di mente, non ci si riferisce alla semplice mente razionale, né a qualche funzione specifica. Ma semplicemente al nostro essere consapevoli. La mente è ciò che siamo, in essenza.
Quando consigliamo di svuotare la mente, invitiamo ad oltrepassare l'orizzonte degli eventi fenomenici per situarci all'origine della Singolarità che proietta questo cosmo di ombre e di riflessi - una Singolarità che è sostanzialmente una coscienza.
Se mi metto davanti ad uno specchio, vedo un'immagine senza sostanza. Ma anche il corpo che produce quel riflesso è a sua volta un riflesso. All'origine non c'è niente di ciò che vedo e percepisco, ma una coscienza che proietta immagini che noi, poi, reifichiamo.
Non possiamo cogliere questa Mente originale se non ci svuotiamo di pensieri, di volizioni, di desideri e di attaccamenti, e se non rimane soltanto la consapevolezza della consapevolezza - uno stato di chiarezza privo di concetti.

L'amore

D'accordo l'amore per un uomo o per una donna. Ma...
... ma bisogna capire che questo amore per una persona che diventerà vecchia, che è limitata come noi, che un po' ci ama e un po' no, che come noi è fatta di carne e di ossa, che come noi è piena di contraddizioni e di divisioni, che come noi un giorno morirà... è un'esigenza che non potrà mai essere soddisfatta da nessun essere umano, da nessuna cosa terrena. L'amore umano, quello nostro o quello altrui, prima o poi ci deluderà.
Nell'amore c'è dunque sempre un'insoddisfazione, un'imperfezione, una mancanza. In fondo, ciò che amiamo sta al di là di qualsiasi oggetto o essere definito. Sì, il nostro amore è un'esigenza di infinito.
E dunque bisogna utilizzarlo come una scala per spiccare un ulteriore balzo. A questo serve l'amore.

mercoledì 29 gennaio 2014

La pratica della calma

Il modo migliore per raggiungere la calma è stare a lungo immobili in un posto sereno e tranquillo. Da un'ora in su. Stare seduti in un modo comodo e rilassato, senza cercare né volere nulla. Magari davanti a una finestra o in un ambiente naturale. Forse vi addormenterete. Va bene lo stesso. Dopo il sonno, tutto sarà più calmo, e vedrete più chiaro; quando ci si risveglia, il cervello è sempre più limpido e fresco.
La mente si acquieta solo se si rimane a lungo immobili e silenziosi. Serve a poco cercare di scacciare volontariamente i pensieri... se non c'è la calma, se non c'è un lungo periodo di immobilità, di riposo e di silenzio. La calma viene da sé - non può essere forzata.
Ovviamente, all'inizio, la calma ottenuta durerà poco. Ma, se si insiste nella pratica, durerà sempre di più. Soprattutto si avvertirà la necessità di questa pratica e dei suoi benefici.
Se non si è calmi, si è come sugheri sballottati dalle onde, su e giù, avanti e indietro, senza tregua, senza pace. E sono gli altri e gli avvenimenti sociali che ci trascinano.
Ottenendo un po' di calma, otterremo anche una visione chiara della nostra condizione - della confusione, del caos e del rumore in cui viviamo abitualmente. E penseremo: "Siamo pazzi!"
Proprio così: lo stato normale è una condizione di follia collettiva. Tutti si agitano e urlano, tutti si scontrano.
La calma è la condizione cui tutti aspirano, anche se non se ne rendono conto. Lottano accanitamente per accumulare qualcosa che dovrebbe renderli calmi. Ma quello che cercano ce l'avevano già in partenza.
Anche se non avete un centesimo, anche se siete soli, anche se nessuno vi aiuta, potrete con questo metodo ottenere la calma. E con la calma otterrete una visione chiara. E con una visione chiara, risolverete meglio i vostri problemi. Anzi, i vostri problemi si risolveranno.

martedì 28 gennaio 2014

Calmare la mente

Molti credono che l'illuminazione sia uno stato in cui si vedono e si capiscono cose straordinarie. Ma c'è un'illuminazione che è piuttosto trovare uno stato che è straordinariamente normale: lo stato dell'equilibrio, della serenità, del distacco, della leggerezza, della visione equanime, della saggezza.
La calma della mente è uno di questi stati d'animo. Non si tratta solo di calmare i pensieri ma di acquietare l'intero complesso psico-fisico. Non sentire più le varie tensioni esistenziali - del confronto, della lotta, del conflitto, della divisione rispetto agli altri e a se stessi. Sentire di non dover arrivare da nessuna parte.
Trovarsi all'improvviso perfettamente normali, ordinari, centrati e soddisfatti di esserlo, senza ambizioni, senza pretese, senza tensioni. Sapersi accontentare del presente esattamente per quello che è. Si tratta di momenti rari - e per questo eccezionali. Perfettamente rilassati e distesi. Né stanchi né sovreccitati. Lucidi. Sani.
Trovarsi quasi miracolosamente a proprio agio, non perché si è vinto un terno al lotto o ci è innamorati (esaltazione squilibrata), ma perché ci si trova bene così come si è, propria là dove si è, senza ulteriori necessità. Allora non c'è neppure bisogno di una comprensione razionale. Si vede con chiarezza, gioiosamente, naturalmente.
Quindi, prima di cercare stati alterati di coscienza, si cerchi questo tipo di serena illuminazione. Senza sforzarsi, però... altrimenti si è già fallito.
Come ci si arriva? Ovviamente addestrandosi giorno per giorno alla calma e comprendendo il suo valore. (Ovviamente all'inizio un minimo di sforzo e di intenzionalità ci vuole). Per un po' non si ottiene niente, o si ottengono brevi esperienze. Ma un bel giorno... L'importante è la metodicità, anche quando (o proprio perché) la vita è un tumulto.
Sembra strano, ma calmare la mente - una mente perfettamente calma - è una forma di illuminazione... oltre che di benedizione. Anche se non si ottiene altro, è comunque un conseguimento essenziale sulla via.
Le idee migliori, le ispirazioni migliori, nascono da questo stato d'animo. Sembra poco, sembra minimalista... e invece è tanto. Se poi riusciamo a conservare questo stato o un riflesso di questo stato anche quando riprendiamo le attività più stressanti, abbiamo conquistato una realizzazione fondamentale.
Ce ne rendiamo conto quando riprende lo scontento, l'insoddisfazione, la mancanza, il desiderio, la lotta, l'ansia... cioè, la nostra vita abituale - che però non è né normale né naturale.
Come si capisce, calmare la mente è calmare la nostra vita, è calmare la nostra anima.

lunedì 27 gennaio 2014

I giorni della memoria

È inutile ricordare dei semplici fatti se non si capisce il perché di quei fatti. Nel bailamme di discorsi retorici e di filmetti che rievocano i campi di sterminio degli ebrei, non si dice mai che lo sterminio nazista fu solo l'ultima manifestazione di un antisemitismo che è sempre stato coltivato dai cristiani. Potremmo dire che la responsabilità ultima è proprio dei Vangeli, dove, al momento della condanna, Ponzio Pilato si lava le mani e dice al popolo ebraico: "Non sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi!" E il popolo risponde: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli!" (Matteo 27, 25). E poi c'è la parabola dei "vignaioli perfidi", dove Gesù stesso parla del solito Dio-Padrone, che un giorno "farà morire miseramente quei malvagi", ossia i vignaioli che non solo avevano bastonato i servi inviati dal Padrone ma ne avevano anche ucciso "il figlio", "l'erede". Matteo commenta: "Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro..." (Mt 21, 45; Mc 12, 1-12; Lc 20, 9-19).
Sono questi brani che fomentarono l'odio anti-ebraico dei cristiani e di molti Padri della Chiesa, e li portarono a intraprendere, quando andava bene, la conversione forzata degli ebrei e, quando andava male, il loro sterminio attraverso i numerosi pogrom che andarono avanti dalle origini del cristianesimo fino ad Hitler.
Ciò che non si perdonava agli ebrei era non solo l'uccisione di Gesù, ma anche il non averlo voluto riconoscere come Messia.
La colpa è dunque dei Vangeli e dei cristiani, i quali o se ne stettero zitti mentre gli ebrei dei vari paesi europei venivano portati via o collaborarono a catturarli. In Italia, per esempio, non un cristiano alzò la voce quando furono promulgate le leggi razziali. E la Chiesa, sempre pronta a difendere i feti, si guardò bene dal protestare e non aprì bocca mentre gli ebrei venivano deportati. In realtà, con il nazismo, si realizzava l'antico progetto dei Padri della Chiesa di sopprimere tutti gli ebrei.
Il Papa polacco aveva fatto qualche timido accenno alle responsabilità dei cristiani nello sterminio degli ebrei. Ma poi con il Papa tedesco tutto è stato messo a tacere. E così se chiedi oggi ad un giovane perché tutto questo è avvenuto, non saprà rispondere o ti parlerà di un atto di follia di un solo individuo, Hitler.
Ebbene, in questi giorni di rievocazioni, non sento mai parlare delle responsabilità ultime della Shoah. Neppure in Israele si ha il coraggio di ammettere questa verità. Ma, se non si va al fondo di questo problema, non si può escludere un ritorno dell'antisemitismo, che cova sempre sotterraneamente sotto molti cristiani, e qualche nuovo pogrom.

domenica 26 gennaio 2014

Il volto di Dio

In principio era il Verbo, cioè la Parola? Sbagliato. Come avrebbe fatto la Parola ad esprimersi se non fosse stata preceduta dal Silenzio? Come si sarebbe distinta dal "rumore di fondo"? La musica non potrebbe esistere senza il silenzio.
In principio era l'Essere? Sbagliato. Come avrebbe fatto l'Essere a staccarsi dallo sfondo... se non ci fosse stato appunto il Vuoto? Non un semplice Non-essere, che è il contrario dell'Essere; ma un Vuoto che è gravido di potenzialità.
Perché questo discorso che può apparire astrattamente filosofico? Perché si sappia qual è la realtà ultima o prima, perché ci si sappia adeguare quando si cerca l'Origine, perché non ci si fermi al mondo degli dei, che sono semplici ipostasi.

L'antisemitismo

Nel clima d'ignoranza generale, molti credono che Hitler fosse un pazzo che un giorno si mise a perseguitare gli ebrei per pura malvagità. Ma che fastidio gli potevano dare gli ebrei? La verità è che i massacri nazisti furono solo le ultime manifestazioni di un antisemitismo europeo che anche nei secoli precedenti aveva tentato di sterminare questo popolo. Nei paesi cristiani, raramente la sua esistenza fu sicura. In ogni momento potevano scatenarsi dei pogrom contro le comunità ebraiche. E molti se ne scatenarono in tutta Europa. Perché mai?
Perché i popoli cristiani non potevano sopportare questo popolo che negava che il Messia fosse venuto e fecero continui tentativi o di convertirlo con la forza  o di sterminarlo. Una mappa dei peggiori pogrom va dalla Spagna (1492) al Portogallo (1497), dalla Francia (1242, 1348, 1306, 1394, 1395) alla Gran Bretagna (1190, 1194, 1290), dalla Germania (1096, 1348, 1350) alla Polonia, dalla Lituania (1495) alla Russia (1648). Il primo ghetto fu costituito a Venezia nel 1516.
L'antisemitismo ha dunque antiche radici storiche e religiose, e parte direttamente dai Vangeli, con le loro frasi in cui si attribuiva la colpa dell'uccisione di Gesù all'intero popolo giudaico. Come si vede, non tutte le radici del cristianesimo hanno dato buoni frutti e sono da conservare.
I grandi nemici degli ebrei furono e sono proprio i cristiani. Molto meno i musulmani, che non vedevano nel giudaismo una minaccia alla loro fede e che consideravano gli ebrei un popolo che un giorno si sarebbe convertito - ma non con la violenza. Oggi, l'odio dei musulmani è fomentato dal fatto che gli ebrei sono tornati in Palestina, strappando le terre ai legittimi proprietari.
In conclusione, finché esisterà il cristianesimo, esisterà l'antisemitismo. Come si vede ancora oggi in Francia.

sabato 25 gennaio 2014

Baby predicatori

Non mi meraviglio che ci siano bambini che predicano il Vangelo o il Corano. L'ho sempre detto: le religioni di massa, con i loro Padreterni, sono fenomeni infantili, miti che vanno bene per un'umanità la cui evoluzione mentale e psicologica è quella di un bambino di dieci anni.

giovedì 23 gennaio 2014

Vedere con chiarezza

Noi vogliamo sempre qualcosa, tendiamo sempre a qualcosa, miriamo sempre a qualcosa... anche quando desideriamo l'illuminazione, la liberazione o la redenzione. Si tratta sempre di desideri dell'ego, di tentativi di realizzazione di tipo egoico. Anche in campo spirituale e religioso, si cerca di "salvare la propria anima." C'è sempre un ego che vuole perpetuarsi. Gonfio d'orgoglio.
Ma in meditazione non dobbiamo tendere a nulla, dobbiamo liberare la mente dal volere qualcosa. In tal senso si parla di fare il vuoto o il silenzio.
Quando la mente è vuota, priva di giudizi, di concetti, di intenzioni, di pensieri, di elaborazioni intellettuali, di attaccamenti o di rifiuti, allora si vedono le cose per quel che sono, con chiarezza. Non c'è altra via.

martedì 21 gennaio 2014

Chi siamo?

Noi ci crediamo individui, esseri separati e indipendenti, e crediamo di poterci osservare così come osserviamo un oggetto qualsiasi. Ma non è così.
Prima di tutto, non siamo esseri separati, né dagli altri né dal mondo. Esistiamo perché esistono e sono esistiti altri esseri come noi. Siamo tutti interconnessi, sia orizzontalmente sia verticalmente nel tempo. Nello stesso tempo, siamo parte di un ambiente che fa parte di un mondo che fa parte di un universo, ecc. Siamo fatti delle stesse particelle di cui sono fatte tutte le cose nel cosmo - particelle che sono soltanto cariche, onde o pacchetti d'energia.
Quando poi cerchiamo di conoscere noi stessi, incontriamo una difficoltà insuperabile. Noi siamo sempre il soggetto che conosce, non l'oggetto che conosciamo. Nel momento in cui ci pensiamo, in realtà ci rappresentiamo, ma non siamo più il soggetto conoscente.
Naturalmente abbiamo un'identità personale, anche se si tratta di qualcosa di illusorio che, oltretutto, è condizionato pesantemente.
Ma chi siamo veramente? Certo possiamo fornire dati anagrafici, fisici, psicologici... Ma si tratta di elementi parziali, che non ci dicono ancora chi siamo. Certe parti di noi ci restano sconosciute. Se qualcuno ci avesse seguiti e osservati fin dalla nascita saprebbe molte cose, ma non saprebbe ancora chi siamo. E noi stessi non lo sappiamo.
Allora, più che fornire dati parziali, più che ricordare il passato, più che porci domande, dobbiamo metterci in silenzio, senza pensare, senza proiettare, senza concettualizzare, senza rappresentare qualcosa di noi. Dobbiamo cercare di "coglierci", non di pensarci. Dobbiamo cercare di rilassarci, di interrompere la tensione esistenziale, di arrestare l'interminabile produzione di discorsi interiori, di ricordi, di previsioni, di preoccupazioni, di ansie e di fantasie, eccetera eccetera... Dobbiamo insomma lasciar da parte la frenetica attività mentale che ci abita e che ci impedisce di coglierci.
Siamo come l'uomo che cerca di afferrare la propria ombra, siamo come il cane che cerca di prendere la propria coda. Non serve a niente correre sempre di più. Dobbiamo fermarci.

lunedì 20 gennaio 2014

Gli interpreti di Dio

È un'antica pretesa quella dei sacerdoti di essere mediatori tra l'uomo e Dio. Un'idea curiale, burocratica e gerarchica... sostenuta ovviamente da una casta che in tal modo ottiene una funzione, un riconoscimento e una ricompensa. Nell'India antica, per esempio, esistevano i brahmani, i quali affermavano che il rapporto con il divino e anche l'ordine sociale dipendevano dai loro rituali. Oggi, questa concezione è ancora presente nel cristianesimo, dove il prete si pone come l'unico interprete autorizzato della volontà divina.
Non a caso lo ritroviamo in tutte le cerimonie pubbliche, a fianco delle autorità statali.
Il cattolico si rivolge al prete un po' come si rivolge ad un patronato. Spera di essere trattato con più considerazione e con più cura; spera di poter mercanteggiare meglio.
Ma domandiamoci: che bisogno c'è di ricorrere a sacerdoti e a rituali per rivolgersi a Dio? Chi ci vieta di farlo direttamente, in prima persona? Crediamo che Dio sia una specie di Papa con tutta la sua corte, che bisogna ingraziarsi?
Chi ci ha messo in testa un'idea del genere? Chi, se non i preti stessi?
Dio non solo non è un Potere esterno. Addirittura è... ciascuno di noi. Ma, poiché non ne siamo consapevoli, ci rivolgiamo prima all'esterno e poi ad un mediatore. E rivolgendoci all'esterno e ad un mediatore, ecco che manchiamo completamente il divino. Siamo irrimediabilmente divisi da Dio. Cioè, è Dio che si divide da se stesso.
Così ci toccherà rimandare tutto al prossimo giro. Cioè, Dio dovrà rimandare tutto al prossimo giro.

domenica 19 gennaio 2014

L'agnello di Dio

I Vangeli cercano di presentarci Gesù come l'agnello di Dio che viene immolato per la salvezza di tutti. "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!" Giovanni 1,29. Certo, questo era l'unico modo che avevano per giustificare quello che obiettivamente appare come il fallimento di Gesù.
Ma resta il fatto che il Dio in cui credevano quegli uomini era ancora quello barbarico dei sacrifici di sangue, quello degli animali o degli uomini immolati per placare l'ira di Dio. Era una visione arcaica e sanguinaria.
Visione arcaica e sanguinaria che purtroppo contraddistingue ancora il cristianesimo, che appare una religione vecchia e superata, una religione materialista, un corpo estraneo nel mondo moderno, non all'altezza dei tempi.
Una delle grandi colpe del cristianesimo è proprio questa: di tenere la mente di tanti uomini immersa in idee obsolete sul divino.

sabato 18 gennaio 2014

La volontà divina

Un fulmine ha colpito la gigantesca statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro, mozzandogli le dita di una mano. Una volta i fulmini erano considerati segni del Cielo.
 Quale sarà la volontà del Cielo? E c'è una volontà o, come temo, un'assoluta indifferenza, anzi un'assoluta incomunicabilità?
Ma perché si costruiscono chiese, perché si costruiscono statue? Per un bisogno di Dio o per un bisogno degli uomini?
E quale sarebbe questo bisogno? Quello di confinare il divino in qualcosa costruito dall'uomo? Quello di poter trattare in qualche modo con la trascendenza? Quello di acquisire qualche merito?
Pretese di menti infantili, che di Dio non hanno capito nulla.

giovedì 16 gennaio 2014

La via spirituale

Gli uomini si trovano a vari livelli di evoluzione. Ci sono quelli che sono totalmente identificati con ciò che fanno e con ciò che pensano, ossia con l'esistenza terrena, e ad essi sarebbe inutile parlare di spiritualità, perché non ascolterebbero nemmeno; hanno altre cose da fare: devono pensare a far denaro, a fare figli, a diventare importanti o a conquistare tutte le donne o gli uomini possibili. Poi ci sono quelli che hanno compreso di essere soltanto fenomeni transitori e illusori, ma che pensano di non poter far nulla per cambiare la situazione. Quindi ci sono coloro che vorrebbero fare qualcosa e che si impegnano con questa o quella pratica. E naturalmente ci sono coloro che si trovano a innumerevoli livelli intermedi.
Quando si capisce che il mondo è una specie di fantasma e che la vita è una specie di sogno, ci si trova in realtà all'inizio del percorso. Questo è il punto di partenza: il senso di irrealtà, il senso di insoddisfazione, il dubbio, capire che la felicità non può consistere nell'avere il maggior numero possibile di cose.
Una volta raggiunto questo barlume di comprensione, il cammino è avviato. Potranno esserci deviazioni, soste, ritardi, ripensamenti ed errori, ma la via è segnata: non si potrà più tornare a quella grezza concezione di un mondo soltanto materiale, in cui bisogna arraffare il più possibile. Si è capito che la nostra realizzazione non avverrà mai a quel livello, ma che è necessario sviluppare una visione spirituale delle cose.
Per andare avanti su questa strada, ci vorrà forse una vita intera... o anche più vite. Però il dado è tratto.

Il Diavolo

Si capisce perché i credenti siano così restii ad abbandonare la credenza in Satana. In fondo, come succede sempre con gli opposti complementari, il Diavolo è il più grande sostenitore della causa di Dio.
Così, chi crede nel Diavolo crede in Dio e chi crede in Dio crede nel Diavolo. I due sono come le due facce di una stessa medaglia. D'altronde, la loro comune origine etimologica è evidente in quel prefisso "di" che indica dualità.
Nella stessa Bibbia, il "serpente" è all'inizio al servizio di Dio. Nel racconto della Genesi, dove il "serpente" inganna Eva, si capisce che lavora alla dipendenze di Dio, anzi è una maschera di Dio stesso, dal momento che contribuisce alla caduta (e alla crescita) della prima coppia, cui si aprono finalmente gli occhi.
Nel libro di Giobbe (2, 1-7), non solo Satana è al servizio del Signore, ma è l'avvocato del processo. D'altra parte, se Dio era onnisciente, come non avrebbe previsto l'intervento del suo alter ego?
Ecco perché nel Vangelo di Giovanni (3, 14), Gesù viene paragonato al "serpente": "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo".
Insomma, Dio e il Diavolo sono una coppia inseparabile: dove va l'uno, va anche l'altro. Soltanto se si concepisce il divino al di fuori della dualità, si esce da questo giochetto infantile delle maschere e si può incominciare a capire qualcosa del divino.

La vergogna della Chiesa

Alludendo ai preti pedofili, una categoria non in via d'estinzione, Papa Francesco ha detto che sono "la vergogna della Chiesa". Ed è vero. Ma perché così tanti pervertiti sono presenti in un'istituzione che qualcuno crede sia d'origine divina mentre mostra di essere anche troppo umana?
Perché la Chiesa pretende da loro una repressione sessuale che è, tra l'altro, la negazione di uno dei diritti naturali dell'uomo. E, quando si reprime l'energia sessuale, essa finisce per prendere vie traverse, quale appunto la pedofilia.
Qualche giorno fa, è morto un prete che aveva stuprato una quattordicenne. Dalla violenza era nato un bambino che il sacerdote, nonostante la prova del Dna, non aveva mai voluto riconoscere.
Il figlio, nato da quella violenza, non ha voluto partecipare ai funerali.
Ha fatto bene.

mercoledì 15 gennaio 2014

Il distacco

Il distacco è molto importante sulla via. Perché è il segno che l'individuo si rende sempre più conto di essere un'entità illusoria ed è sempre meno condizionato dalle passioni e dagli interessi del mondo.
Con il distacco, l'uomo vede più obiettivamente se stesso e gli altri, capisce la tragicommedia del mondo, prende le distanze dal futile gioco sociale ed entra nel mondo della spiritualità. E così incomincia anche a indagare sulla propria reale consistenza, su ciò che dà una vera felicità.
L'uomo non evoluto, invece, si illude ancora che la felicità sia data dagli oggetti materiali, dalla ricchezza e dal gran numero di relazioni sessuali.
Il distacco accresce la ricerca spirituale e la ricerca spirituale accresce il distacco.
In un individuo, il distacco è segno sicuro della presenza della dimensione spirituale.

Corpo e mente

Noi crediamo che il nostro io sia realmente esistente come un oggetto qualsiasi. Ma, a parte il fatto che anche gli oggetti più solidi non sono che balletti di atomi, il nostro io è semplicemente uno stato della coscienza, un concetto. Certo, questo concetto è legato ad un corpo, ma il corpo a sua volta è una danza di elettroni, ben poco consistente e duraturo.
Quando ci addormentiamo in un sonno senza sogni, dove va a finire il nostro io? E quando muore anche il corpo? In realtà, quando non c'è una mente che lo pensa, l'io semplicemente non c'è.
L'io o il sé è dunque un concetto della mente, tant'è vero che uno schizofrenico, che ne ha due o più, li ritiene tutti veri. E anche noi, quando sogniamo di essere qualcun altro, lo riteniamo perfettamente reale.
Ma la sostanza dell'io è quella di un'idea della mente - un'idea più o meno provvisoria e illusoria.
Questa constatazione ci dice però anche qualcosa di positivo: se infatti il sé esiste in quanto è pensato in un certo modo dalla mente, se la mente lo pensasse in un modo diverso, sarebbe ipso facto diverso.

lunedì 13 gennaio 2014

La nostra vera natura

Quando il cielo è coperto dalle nuvole, non possiamo vedere il sole. Ma il sole è sempre lì, e, se le nuvole vengono spazzate via dal vento, ecco che ricompare.
Fuor di metafora, questa è la situazione del Sé, ossia della sorgente che cerchiamo. È sempre presente, pur essendo oscurata dalle nuvole delle varie attività mentali. Se sospendiamo queste attività, la sorgente risplende di nuovo.
Ora, la meditazione formale (stare seduti, seguire il respiro, ripetere un mantra, ecc.), essendo un prodotto di uno sforzo della mente, non è in grado di vedere la sorgente. La sua stessa attività la nasconde. Che fare allora?
Bisogna rivolgere l'attenzione non all'ego, non alle attività mentali, ma ricercare direttamente il Sè. Il Sé è il sole sempre presente, le nuvole sono le attività mentali basate sull'ego. Tolte le nuvole, il Sé risplende di nuovo.
Non si tratta, però, di pensare il Sé, ma di esperirlo - un'attività che è più simile ad un ricordare o ad un risvegliarsi da un sogno. Quando uscite da un sogno, vi rendete conto che la realtà è un'altra e ve ne ricordate immediatamente.
Questo risvegliarsi, questo ricordare qualcosa di dimenticato, significa diventare consapevoli. Si diventa consapevoli, da una parte, di non essere quel vecchio io e, dall'altra parte, di quale sia la nostra vera natura.

La pratica della meditazione

Meditare è all'inizio un'attività della mente. Ma ciò che si cerca è al di là della mente: questo è il paradosso.
La pratica della meditazione formale non è quindi in grado di trovare ciò che cerca... a meno che non consista nel far tacere la mente, per far risplendere ciò che veniva tenuto in ombra.
Non siamo noi che illuminiamo la sorgente. Noi possiamo solo toglierle gli ostacoli per far sì che brilli da sola.

domenica 12 gennaio 2014

La ricerca spirituale

La ricerca del Sé non ha niente a che fare con la ricerca psicologica, perché, mentre questa seconda è è un'analisi della mente, la prima vuol andare al di là della mente. In tal senso la ricerca spirituale incomincia quando finisce la ricerca psicologica, quando si vuole uscire dai limiti dell'io empirico.
Il Sé o l'Io spirituale non è il sé o l'io psicologico, ma la sua sorgente, che non ha niente di determinato e di finito. Questa Sorgente si trova là dove cessano i concetti, il dualismo mentale e la distinzione tra conoscente, conosciuto e conoscenza.
Ed il bello è che è sempre presente, pur essendo eclissata dall'ego mentale. La gente non lo sa e cerca all'esterno ciò che ha all'interno.

venerdì 10 gennaio 2014

L'indagine sul Sé

Indagare sul proprio io empirico, conoscere se stessi, è importante, ma non quanto indagare sul Sé spirituale. La prima è una pratica psicologica, la seconda è una pratica meditativa.
Ma è possibile un'esperienza del Sé che non sia una esperienza di un io separato - separato da tutto il resto e ingabbiato in un corpo e in una psiche? Sì, è l'esperienza dell'essere puro e semplice, dell'essere presenti e basta: l' "io sono" senza altre determinazioni.
Seconda la tradizione dell'Advaita Vedanta, questa esperienza è contraddistinta dal trio "sat-cit-ananda": essere, coscienza e beatitudine. La realizzazione di questa presenza del puro essere è chiamata "jnana" ("conoscenza") e coincide con l'illuminazione. Ma non esiste un individuo separato che compia questa esperienza. Sussiste soltanto l' "io sono", un Io o un Sé impersonale.
Quando si realizza questa consapevolezza priva di sforzo in maniera continuativa, si parla di realizzazione del Sé. Non si può comunque dire che un ego l'abbia "ottenuta", poiché essa coincide con il superamento o con la liberazione dal e del sé empirico.
All'inizio, l'ego fa il suo lavoro, dato che svolge una ricerca sul Sé universale e si sforza di ritrovare la Totalità. Non si tratta tanto di un controllo della mente, quanto dell'essere testimoni di tutto ciò che ci capita in modo distaccato, senza esserne coinvolti.
Si ricerca la propria origine, non più confinata in un corpo e in una psiche, e non toccata né dalla nascita né dalla morte, in quanto infinita ed eterna.

Sedere in silenzio

Quando ci sediamo sulla poltrona del dentista e vediamo il trapano, siamo pieni di tensione e di paura - tensione e paura che ci fanno sentire in modo orribile e accrescono la nostra sofferenza. Se a quel punto ci rilassiamo, scopriremo che il dolore effettivo sarà inferiore a quello immaginato.
Il dolore nella vita è inevitabile, ma la mente che vorrebbe evitarlo lo ingigantisce. In realtà, la maggior parte della sofferenza è di natura mentale e consiste nello sforzo di evitare il dolore e di cercare una sicurezza impossibile. Se riuscissimo a vedere la realtà così com'è, senza aspettative e senza immaginazioni, senza pensieri e senza parole, accettando sia la gioia sia il dolore, momento per momento, non solo vedremmo le cose con chiarezza, ma soffriremmo di meno.
La comprensione è il fondamento di tutto, e ci permette di utilizzare non una mente divisa, separata dall'esperienza e tesa, ma una mente ben più vasta, che è aperta ad ogni avvenimento e che è più vicina alla natura della realtà.
La sospensione della mente abituale, che di fatto è l'abbandono dell'illusione di essere un io diviso, un io solitario che decide da sé il proprio destino, ci porta ad un'apertura mentale, ad un'ampiezza di visione, che ci fa distendere e ci apre enormi potenzialità. Molti uomini di genio hanno confermato che le idee migliori le hanno avute quando la rigida razionalità taceva e la loro mente era silenziosa, come sospesa.
In effetti quando ci sediamo in silenzio e non pretendiamo di controllare noi stessi e il mondo, quando non ci poniamo obiettivi particolari, quando siamo rilassati, diventiamo più distesi, gioiosi e ispirati. Siamo soprattutto aperti a ciò che è, alla realtà, a quella mente di fondo che si sente ed è parte del tutto.
Non abbiamo neppure più paura della morte, perché ci rendiamo conto che la morte è un ritorno a quella sorgente da cui hanno origine anche la nascita e la vita.
Dicevano i maestri zen cinesi: "Se vuoi vederlo, guardalo; se lo pensi, lo hai già perduto".

mercoledì 8 gennaio 2014

La via della gioia

L'individuo che pensa di essere un io separato, immerso nel fiume del divenire, entra già nel mondo della sofferenza. Quando siamo felici o gioiosi, scompare addirittura il senso dell'ego. In realtà non ci chiediamo più niente: svanisce la domanda. La mente non è divisa e neppure tesa.
Nella sofferenza, invece, il senso dell'ego è fortissimo e crea barriere che ci separano da tutto e da tutti.
Dobbiamo dunque riflettere sul fatto che, quando siamo rilassati, ci sentiamo bene, mentre, quando prevale la tensione,  soffriamo.
Tendersi significa separarsi e penare, rilassarsi significa sciogliersi e gioire. Naturalmente i due stati d'animo sono complementari.
Ora, finché viviamo in questo mondo di opposti, il polo da scegliere e da prolungare il più possibile sarà ovviamente quello della distensione. Ma non ci facciamo illusioni: se c'è l'uno c'è anche l'altro. L'ideale perciò è riandare all'origine di entrambi, uscendo per un momento dal gioco dialettico.

La meditazione come terapia

"La Stampa" dell'8-1-2014 pubblica un articolo in cui si evidenzia che mezz'ora di meditazione al giorno aiuta  combattere ansia e depressione. Ne riporto una parte: "Il dottor Madhav Goyal, professore presso la Divisione di Medicina Interna Generale della Facoltà di Medicina della Johns Hopkins University, ha potuto confermare attraverso i suoi studi che la meditazione offre sollievo all’ansia e i sintomi legati alla depressione alla stregua dei più tradizionali antidepressivi.
Durante la ricerca è stato valutato l’evolversi positivamente dei sintomi legati a queste problematiche, tra cui anche insonnia e fibromialgia e, in misura minore, anche vere e proprie malattie mentali.
Il team di ricerca ha esaminato, in particolare, gli effetti della 'meditazione di consapevolezza', o Mindfulness, una forma di meditazione molto semplice che si basa sulla concentrazione sul respiro e sulla consapevolezza dei propri pensieri.
Si inizia concentrandosi sul proprio respiro, dopo di che, quando mente  e corpo cominciano a divagare, si focalizza per un po’ l’attenzione e si tenta di dare un nome al proprio pensiero, alla propria emozione, tentando di riconoscerla. Infine, si ritorna al respiro. E si continua così per diverso tempo fino a che la persona, con il tempo, non impara a mantenere costantemente l’attenzione sul respiro. Tutto ciò sembra essere molto utile anche per alleviare dolore e stress.
Per arrivare a determinate conclusioni sono stati revisionati 47 studi clinici condotti nel 2013 che coinvolgevano oltre 3.500 volontari affetti da depressione, stress, ansia, insonnia, malattie cardiache, dolori cronici e cancro.
Dai risultati è emerso che i partecipanti avevano mostrato miglioramenti in particolare in caso di ansia, depressione e dolori cronici in seguito a un programma di otto settimane basato su mezz’ora al giorno di meditazione Mindfulness.
Lo studio, pubblicato su Jama Internal Medicine, mette ancora una volta in evidenza come le pratiche antiche, in questo caso le più semplici, siano quelle da cui si possono trarre ottimi benefici."

In altri articoli apparsi sul "Venerdì" di Repubblica del 27-12-2013 (a cura di Giovanna Lodato) si dice che la meditazione allevia i dolori cronici grazie alla sua capacità "di focalizzare l'attenzione sulla parte del corpo interessata dal dolore, agendo così sulla sua percezione." Si aggiunge che questa pratica è di aiuto nell'abbassare l'ipertensione e che cambia addirittura la chimica del corpo. "Lo studio, pubblicato su 'Psychoneuroendocrinology' ha rilevato che in persone che praticano abitualmente la meditazione, dopo una sessione di otto ore, si assisteva appunto a un cambiamento nell'espressione di alcuni geni, con la conseguente modifica del metabolismo e la riduzione di molecole che producono stress e infiammazioni."

Naturalmente, la meditazione usata come terapia medica sottolinea il fatto che psiche e soma sono connessi. Purtroppo, vivere è comunque una forma di sofferenza. Non si tratta allora di curare questo o quel disturbo, ma quella particolare malattia generale che consiste nel male di vivere. Insomma, per una vera guarigione, bisogna spostarsi dal piano psico-somatico al piano spirituale.