domenica 10 gennaio 2016

Zazen

Zazen consiste nel sedere nel punto reale che è al di là e prima dei prodotti del pensiero e dell’immaginazione e dell’immaginazione.
Si tratta in altri termini di uscire dal mondo delle interpretazioni culturali, dalla dimensione ideologica e concettuale che abbiamo proiettato, dall’ambiente fittizio che la mente ha costruito.
La religione non può essere un sistema culturale, un sistema di dogmi, che velano  e deformano la realtà e, dunque, una fede.

La religione è come si vive concretamente.

I fanatici

Con tutti i fanatici e i fondamentalisti che ci sono in giro, le religioni e Dio vengono sempre più screditati.
Se è vero che le religioni muoiono per indifferenza, è anche vero che muoiono per un eccesso di fede. Perché, dopo aver visto che cosa combinano i fondamentalisti, si aspira alla laicità come ad un’isola di pace.
La vera religione è un’altra cosa. È come si vive la vita di tutti i giorni. È il grado di serenità che si riesce ad esperire e a diffondere.
E un fanatico, un esaltato, è tutto meno che sereno ed equilibrato. Straparla e stravede. Soffre e smania come una gatta in calore. E mette in croce (è il caso di dirlo) tutti gli altri.

Contribuisce dunque alla confusione e alla sofferenza generale.

Le donne per il Corano

Nel Corano leggiamo che, in caso di debiti, “due testimoni saranno scelti tra i maschi; in mancanza di questi, ci saranno tra i testimoni preferenziali un maschio e due femmine, cosicché, se una sbaglia, l’altra la corregga” ( sura 2, versetto 282).
Insomma, come testimoni, le donne devono essere il doppio degli uomini, devono andare a due a due come i gesuiti, in modo che l’una corregga l’altra.
Gli uomini no: loro non sbagliano mai.

D’altronde, “gli uomini hanno sempre superiorità sulle donne” (sura 2, versetto 228) – parola del Corano.

La violenza sulle donne

E così siamo all’eterno problema della violenza sulle donne – problema che ha origini antichissime. Se, nell’islam, non possiamo negare che il Corano (per esempio nella sura 2, versetto 282) dica che la testimonianza della donna valga la metà di quella di un uomo, anche nel cristianesimo non si scherza. Basterebbe leggere quella galleria degli orrori che è la Prima lettera a Timoteo, attribuita a san Paolo, dove si legge: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione…”.
Proprio in san Paolo, un fanatico pieno di idee distorte e contraddittorie, considerato il fondatore del cristianesimo, troviamo continui riferimenti all’inferiorità e alla necessaria subordinazione della donna: “Le moglie siano sottomesse ai mariti come al Signore ; il marito infatti è capo della moglie… Le mogli siano sottomesse ai mariti in tutto (Efesini 5, 22-24)…”.
D'altronde le convinzioni di san Paolo, un ex-ebreo, derivavano direttamente da quelle della Bibbia, dove si assicura che la donna fu creata da una costola di Adamo e si dice ad Eva: "Verso il tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà" (Genesi 3, 16).
Frasi di questo genere vengono lette tutti i giorni nelle nostre chiese. C’è perfino l’elogio del velo per le donne (1Cor, 11, 4-6).
Senza contare i Padri della Chiesa, che definirono variamente la donna “esca del demonio, foresta d’orgoglio, porta dell’inferno, testa della Gorgone, basilisco feroce, mostro vizioso…”. Perfino il “grande” san Tommaso definì la donna “un essere accidentale, occasionale.”
Simili idee nefande le troviamo in tutte le religioni.
Il cristianesimo è arretrato e oscurantista come l’islam. Ma, avendo cinquecento anni in più, è stato influenzato da illuminismo, laicismo e femminismo, che lo hanno a poco a poco ridimensionato.

La verità è che le religioni sono residui di un passato barbarico. E il fatto che le menti di tanti uomini si facciano dominare da queste ideologie arcaiche non promette nulla di buono.

sabato 9 gennaio 2016

Gli spiriti affamati

Tra i sei regni della realtà identificati dal buddhismo c’è quello degli spiriti affamati. Secondo l’iconografia tradizionale, questi spiriti non si saziano mai perché hanno uno stomaco enorme e una bocca piccolissima.
In effetti gli spiriti affamati siamo noi. Affamati di potere, di denaro, di sesso, di fama, di figli, ecc. C’è qualcuno che si senta mai sazio e soddisfatto?

O la vita è esattamente questo: una fame, una brama inestinguibile?

I limiti della parola

È stato giustamente detto che il pianto e il riso indicano i limiti del linguaggio, in quanto esistono stati d’animo che le parole non riescono ad esprimere.
Ma questa constatazione ci deve mettere sull’avviso su tutte le nostre concezioni basate sul linguaggio. Si tratta infatti di idee non solo soggettive, ma anche limitate, insufficienti a descrivere la realtà.
Esiste insomma una verità che va oltre le parole.
Il linguaggio deve dividere e contrapporre tutto ciò che conosce ed è quindi incapace di cogliere la complementarità degli opposti (bene-male, amore-odio…).

Ecco perché, per meditare, è necessario andare al di là del pensiero duale, esercitando un’intuizione profonda che coglie l’unità delle cose.

Il saggio e l'uomo comune

Il saggio sa di essere un uomo ordinario.
Tutti gli altri, invece, credono di essere uomini straordinari.

In questo il saggio è straordinario.

venerdì 8 gennaio 2016

Il pozzo della saggezza

Il principio cardine della saggezza?
Capire che gli uomini sono diversi perché ognuno guarda le cose dal proprio punto di vista, anche noi. E, per questo, si scontrano, litigano e si fanno la guerra.
Capire questi vari punti di vista e cercare di armonizzarli.
È come se ognuno guardasse il cielo dal fondo del proprio pozzo: il cielo è lo stesso, ma ognuno ne vede una porzione.

Solo chi esce dal pozzo e guarda il cielo intero può dire parole di saggezza.

Il progresso

Quando parliamo di progresso, ci riferiamo per lo più al progresso tecnico-scientifico. Ma siamo sicuri che l’uomo sia veramente progredito?
Può esistere un progresso senza uno sviluppo mentale? E chi ci aiuta a farlo?
Uomini vissuti nell’antichità queste cose le avevano già capite e, a quei tempi, non c’era nessun progresso tecnico-scientifico.
Saper manovrare un aereo o un computer non significa essere progrediti. Se Gesù o Buddha ritornassero, si meraviglierebbero di vedere ancora tanta gente rozza e incivile.
La verità è che bisogna che tutti gli uomini, o per lo meno la grande maggioranza, arrivino allo stesso livello di consapevolezza – e così non è. Ci sono ancora individui che potrebbero agevolmente vivere all’epoca delle caverne.
Che cosa ci rende progrediti? Ovviamente lo sviluppo della consapevolezza.
Finché esisteranno uomini dominati da una mente egocentrica e competitiva, non si potrà parlare di vero progresso. Ma bisogna essere consapevoli di avere una mente del genere. Quanti lo sono? Quanti si fanno un esame di coscienza? 
È tutti qui.


giovedì 7 gennaio 2016

Egotrip

L’ego ha la tendenza a riferire tutto a sé. Vuole sentirsi sempre più importante e appropriarsi di tutti i meriti. “Questo sono io, questo è mio, questo è merito mio…”.
Anche in campo spirituale esiste la stessa tendenza. Si può pensare che l’illuminazione-liberazione coincida con un proprio potenziamento, magari con l’acquisizione di potere soprannaturali.
Al contrario, la vera spiritualità – la spiritualità non egoica – va in senso opposto: rende l’ego sempre più piccolo, si dis-identifica da esso, lo vede più come uno strumento che come un attore.
Facciamoci un esame di coscienza. Che cosa cerchiamo? Di gonfiarci sempre più di orgoglio e di potere? O di lasciar andare desideri, attaccamenti e sogni di grandezza personali?

Ci accorgiamo di quanto possa essere falsa anche certa umiltà che ci rende in realtà “figli di Dio” o Dio stesso.

Il Grande Assassino

I credenti cristiani e musulmani se la sono presa per la copertina di Charlie Hebdo in cui si vede Dio con un mitra a tracolla e una veste insanguinata, e la scritta “1 an après l’Assassin court toujours.”



In effetti, se si crede che tutto sia stato creato da Dio, non si può negare che anche il male derivi dalla sua volontà. Il credente, però, fa un salto mortale logico: concepisce Dio come solo buono e attribuisce il male ad una caduta mitologica dell’uomo o ad una specie di antidio, Satana.
Ma, se Dio è onnipotente, è difficile credere che non possa distruggere il Demonio. Bisogna quindi ammettere o che Dio non riesce a eliminare il male o che non lo vuole. Ed eccoci alla copertina di Charlie Hebdo: il Grande Creatore non può non essere anche il Grande Assassino.
Comunque sia, la Volontà che ha creato il mondo ha voluto il male, la morte, la sofferenza e l’ignoranza, stendendo un’ombra nera sulla sua stessa luce.


Solo se ammettiamo che esista un altro livello di essere, dove tutto sia più facile e felice, dove non ci sia l’attuale divisione fifty-fifty tra bene e male, solo se ammettiamo che il nostro sia un livello mediano tra i possibili stati dell’essere, solo in tal caso si riscatterebbe questa realtà.

Ma resterebbe la domanda: perché ci troviamo a questo livello e non in uno più alto (o più basso)? E chi ha dato origine a questa differenziazione?

mercoledì 6 gennaio 2016

Cambi di prospettiva

Perché tanto dolore per la morte di qualcuno o di noi stessi?
Perché pensiamo alla morte come alla fine di tutto, come ad una perdita definitiva.
Pensiamola ora come una liberazione – una liberazione dalle catene del corpo e della mente. Non proviamo un improvviso sollievo?
Questo sollievo è già una forma di liberazione. Ed avviene di colpo – per un semplice cambio di prospettiva.

Come si vede, tutto dipende da come guardiamo le cose.

Yoga

Lo Yoga è un’antica tradizione spirituale cui attingono tutte le religioni indiane, una specie di via interreligiosa. Quando perciò gli Yogasutra di Patanjali, il testo fondamentale dello Yoga, ci dicono che “lo Yoga è la neutralizzazione di tutti i vortici (vritti) mentali”, esprime un’idea che è alla base di ogni forma di meditazione, dal vedanta al buddhismo.
Si tratta di calmare le varie attività mentali. Ma quali sono?
A noi vengono subito in mente i pensieri. Però non basta. Bisogna calmare anche i sentimenti e le emozioni e lasciar andare i ricordi, i sogni, i ragionamenti, le inclinazioni, i desideri e comunque tutte le esigenze dell’io: volere, non volere, amare, odiare, preferire, tutti gli attaccamenti e le identificazioni, tutti i pensieri di io e di mio; e vedere quello che avviene come un’opera del tutto, anziché di un individuo.
In tal senso si parla di liberazione (moksha), la liberazione dai piccoli e grandi gorghi in cui cade continuamente la nostra mente.
Ottenere una condizione del genere non è facile. Ma è già un successo capire il meccanismo della liberazione e raggiungere brevi istanti di liberazione o una certa percentuale di acquietamento psico-fisico.


"Partorirai con dolore..!"

Le recenti morte di partorienti in Italia ci ricordano che un certo numero di donne muore ancora per mettere al mondo una vita. Sempre poca cosa, comunque, rispetto ai paesi più arretrati o ciò che succedeva in passato.
Chi crede che ci sia un Dio benigno che vuole e benedice la vita dovrebbe spiegarci come mai sia così rischioso e doloroso partorire. Se da un lato c’è una volontà che desidera la vita, dall’altro c’è una contro volontà che dice: “Vuoi mettere al mondo qualcuno? Paga un prezzo!” Come mai?
C’è un Dio schizofrenico o due Iddii che si combattono a vicenda, come credevano i manichei o gli gnostici? O c’è un Dio che deve ancora nascere e che cerca disperatamente di emergere per mettere ordine in questo caos del mondo?
Gli uomini lottano con le unghie e con i denti per strappare la vita al nucleo oscuro dell’Universo, che non è per niente amichevole e protettivo. Inutilmente le religioni ci dicono che Dio è misericordioso e sta dalla nostra parte. Basterebbe andare a visitare un ospedale per bambini oncologici.
No, il Dio che ci ama e ci protegge è decisamente un’invenzione della mente umana, è ciò che gli uomini vorrebbero, ma che, evidentemente, non è.

Anche chi cerca la liberazione sa che deve lottare contro un Dio nemico, proprio come il Dio della Bibbia che non voleva che gli uomini cogliessero i frutti della conoscenza e ottenessero l’immortalità.

martedì 5 gennaio 2016

Il bene del bambino

All’improvviso certe persone “religiose” si chiedono se sia bene per un bambino nascere in certe famiglie come quelle omosessuali. Prima, non si erano mai poste il problema.
Ma, se ci ponessimo da questo punto di vista, dovremmo chiederci se sia bene per un bambino nascere in certe famiglie di delinquenti, di poveri, di emarginati, di drogati, di squilibrati, di fondamentalisti, di genitori anaffettivi o indifferenti, ecc.

Insomma, si aprirebbe una voragine senza fondo e ben poche famiglie rappresenterebbero l’ambiente ideale per un bambino, comprese forse … le nostre!

Distacco

Non facciamoci prendere dall’atmosfera generale. Non facciamoci coinvolgere dall’esaltazione collettiva. Non facciamoci travolgere né dall’euforia né dallo scoramento delle masse. Non seguiamo le mode effimere.

Ecco una semplice ricetta di saggezza.

Dalla personalità all'impersonalità

Per gli esseri umani l’identità, l’io, è l’unico punto di riferimento. Noi ci identifichiamo con questo corpo e con questa persona. Siamo esattamente questo, non un altro. Siamo colui che odia questo e ama quello, colui che trova piacere in questo e dolore in quello, colui che è nato in un certo luogo e in una certa data, da certi genitori, ecc.
Tutto ciò va bene, perché senza un io non potremmo esistere, ex-sistere, cioè uscire dall’essere e individuarci.
Ma, se vogliamo progredire, dobbiamo allargare il più possibile i confini dell’ego, fino a farli scomparire e abbracciare il tutto.
In sostanza, prima lo sforzo è diventare un individuo e poi andare oltre, dis-identificarci. L’io è prima la condizione indispensabile per esistere e poi è l’ostacolo principale da superare.
Proviamo dunque ad essere impersonali, a guardare noi stessi e il mondo come se ne fossimo al di fuori, come se fossimo degli dei che guardano tutto dall’alto. Guardiamo così il nostro piccolo ego, con i suoi legami e le sue avversioni, con le sue pretese e i suoi desideri, con le sue illusioni, con i suoi tic e i suoi complessi… con la sua inevitabile dissoluzione.
Non si tratta solo di immaginare, ma di sperimentare nella vita quotidiana questo sguardo impersonale, spassionato, imparziale, equanime.
Ecco una forma di meditazione che ci prepara al prossimo livello evolutivo.


lunedì 4 gennaio 2016

Per un'ecologia della mente

Come sarà possibile salvaguardare l’integrità del pianeta e impedirne lo sfruttamento, l’inquinamento e il surriscaldamento se non ci sarà un ridimensionamento dei desideri e quindi un’ecologia della mente?
Se tutti desideriamo essere sempre più ricchi, più potenti, più competitivi, più importanti, se vogliamo sempre più figli, se vogliamo essere sempre i primi, come potrà esserci uno sviluppo rispettoso dell’ambiente?
È il desiderio avido di acquisizione, di possesso e di affermazione personale che porta alla dilapidazione delle risorse naturali e al disastro ambientale.
E non mi pare che le religioni, con la loro volontà di predominio, siano in grado di introdurre una nuova etica della soddisfazione. Quando per esempio i cristiani aggredirono, conquistarono e occuparono nuove terre, cancellando o facendo schiave le popolazioni native, ebbero un comportamento predatorio, benedetto sempre da qualche prete o gesuita. Nessuno alzò la voce per dire: “Rispettiamo gli altri paesi, le altre popolazioni, le altre culture, rispettiamo le risorse naturali di queste terre!”
Ognuno esamini se stesso. Vuoi essere sempre più ricco, vuoi guadagnare sempre di più, vuoi una macchina sempre più potente, vuoi anche un aereo, vuoi possedere sempre più case e persone? Allora anche tu contribuisci alla distruzione del pianeta.
Ognuno esamini i propri desideri.

Dobbiamo sviluppare la consapevolezza, non le proprietà.

domenica 3 gennaio 2016

Mantenersi centrati

Poiché ognuno di noi è inserito in una rete d’interconnessione, è continuamente influenzato dalle opinioni e dagli stati d’animo altrui, e a sua volta li influenza. Questo non è di per sé un male, perché ci permette di comunicare e di capire gli altri.
Ma dobbiamo evitare di trasformarci in banderuole che seguono la direzione del vento, di qualsiasi vento. Per impedire di essere travolti dalle idee, dagli impulsi e dalle emozioni negative degli altri, in particolare da quelle collettive che vengono manipolate ad arte o da quelle di persone squilibrate, è necessario avere un nucleo, un centro che non sia facilmente condizionabile.
Quando perciò stiamo per essere travolti, dobbiamo fare come la tartaruga che si ritrae in se stessa. Dobbiamo cioè rimanere centrati, seguendo per esempio il respiro o richiamando un mantra, una parola o un suono speciali che ci ricolleghino al nostro centro imperturbabile di pace, per esempio AUM o OM. Possiamo anche raccoglierci semplicemente su noi stessi concentrandoci sul centro fra le sopracciglia o ancora più in alto sulla corona della testa. “Fate di voi stessi il vostro rifugio!” raccomandava il Buddha.

Mantenerci centrati ci permette non solo di non venire sballottati come sugheri dalle onde del mare, ma anche di essere utili agli altri. A volte, una persona ben centrata, che non si fa coinvolgere dall’isteria generale, è una salvezza per tutti.

sabato 2 gennaio 2016

Gli ideali

Non è che sia sbagliato avere degli ideali.

Però, se vogliamo nutrire degli ideali, dobbiamo prepararci al loro (inevitabile) fallimento.

Mangiare e meditare

Quando mangiamo (vegetali e/o animali), dovremmo essere consapevoli che assimiliamo vite altrui.
Mangiare è esattamente questo: assorbire dentro di sé, introiettare, l’essenza vitale di altre creature.
C’è una legge non scritta che dice: “La vita deve nutrirsi di altra vita”. Non c’è un altro modo di vivere: non potremmo vivere mangiando sostanze inorganiche.
Ma anche la consapevolezza è un modo di assimilare la vita. Mangiare ed essere consapevoli sono due processi analoghi: assimilare la sostanza vitale.
Potremmo dire che la prima assimilazione è più grossolana della seconda. Ma anche la seconda, l’assimilazione mentale, ha origine da una sublimazione della prima.

Secondo la tradizione spirituale dello Yoga, mentre mangiamo, il nostro organismo psicofisico è particolarmente predisposto ad assorbire le energie altrui, ragion per cui è molto meglio mangiare in compagnia di persone pacifiche e armoniose ed esserlo noi stessi.

Le istituzioni religiose

Dalle religioni come istituzioni non possiamo attenderci niente di buono. Mentre un Gesù o un Buddha insegnavano un modo di vivere più autentico, i cristiani e i buddhisti insegnano rispettivamente il culto di Gesù e del Buddha. Autenticità contro imitazione; autonomia contro sottomissione; originalità contro tradizione; essenza contro rituale.

venerdì 1 gennaio 2016

Il grande gioco

Siamo privi di un sé indipendente, autonomo, isolato e autosufficiente non per una beffa del destino, ma proprio per essere ( e perché siamo) tutti interconnessi e interdipendenti.
Se fossimo semplici monadi, senza porte e senza finestre, senza agganci con gli altri, saremmo un’accozzaglia di esseri discordanti che non potrebbero né comunicare né coordinarsi.
Invece, siamo un rete interconnessa e armonica.
Perfino l’aria che respiriamo è il frutto di un’armonia di fondo.
Le nostre contese, le nostre guerre, le nostre avidità sembrano andare contro questa armonia, eppure fanno parte anche loro del grande gioco.
Essere liberi è essere liberi dall’avidità… perfino di essere o di non essere.

Sedere in meditazione, sereni e senza secondi fini, contemplando le leggi del divenire, è già essere liberi.

L'età dell'ansia

Tutto è incerto, tutto diviene, tutto è instabile, tutto cambia di continuo. E la cosa non ci piace: noi vorremmo far perdurare gli stati positivi e far finire presto gli stati negativi. Ma, ovviamente, si tratta di un’illusione. Le regole del gioco sono già state stabilite da tempo immemorabile e non sono fatte per  favorire la permanenza delle cose gradite.
Solo una cosa è certa: che quanto più cerchiamo di tener tutto sotto controllo, quanto più cerchiamo di opporci ai cambiamenti sgraditi, quanto più cerchiamo di prevedere e di prevenire – tanto più soffriremo di paura e di frustrazione.
Ecco perché la nostra mente, che vorrebbe inquadrare e razionalizzare gli avvenimenti e organizzare il futuro, è minata fin dalle fondamenta da un’ansia diffusa.
Soffriamo d’ansia perché pretendiamo cose impossibili.

Dobbiamo meditare sulle cose così come sono, non come vorremmo che fossero.

giovedì 31 dicembre 2015

Il doppio volto del desiderio

Quando siamo dominati da desideri di avidità, di fama, di potere e di ricchezze, siamo in preda all’insoddisfazione e all’angoscia. Infatti, più forti sono i nostri desideri, più intensa è la nostra sofferenza.
Molto meglio avere piccoli desideri che possano essere soddisfatti.
Il buddhismo e altre tradizioni spirituali insegnano che, per uscire dalla sofferenza e dall’angoscia, è necessario uscire dalla morsa dei desideri smodati e contemplare il “momento della soddisfazione,” ossia apprezzare ciò che già abbiamo, le cose semplici ma essenziali, come il cibo, la salute, ecc.
Chi infatti non sa essere soddisfatto, sarebbe infelice anche se fosse ricco e potente.
Ma qui c’è un paradosso. Se infatti non fossimo insoddisfatti, non saremmo spinti a liberarci.

Tutto è desiderio, anche la volontà di illuminazione. Però si noti bene: la liberazione non è un desiderio egoico di fama, potere e ricchezza, ma esattamente il contrario – il disfarsi dei limiti e delle aspirazioni dell’ego.

Punti di vista: l'egocentrismo

Tutti, purtroppo, vediamo le cose dal nostro limitato e soggettivo punto di vista. Quindi, tutti sbagliamo. Questo è un dato di fatto.
Ma il problema è esserne consapevoli. Come scriveva George Eliot, "è limitata la mente che non riesce a guardare qualcosa da diversi punti di vista."
La maggior parte degli uomini non ne è consapevole e crede di vedere le cose da un punto di vista giusto. Niente di più sbagliato.
È l’egocentrismo che ci inganna. Crediamo che il nostro punto di vista sia obiettivo. Ma non può esserlo.
Innanzitutto, il nostro ego è a sua volta un’opinione, un’immagine, un fantasma, una specie di mappa generata dalla mente. E noi sappiamo che una mappa non è mai il territorio, ma una sua rappresentazione artificiale.
È per questo che, quando ci domandiamo chi siamo, non sappiamo rispondere o diamo risposte stereotipate e insoddisfacenti. Ciò che siamo veramente ci sfugge.
Crediamo che il nostro ego sia un’entità separata  e autosufficiente, mentre è esattamente il contrario: è un prodotto di una lunga evoluzione e di un’immensa rete.
Se perciò vogliamo vedere chiaramente, dobbiamo addestrarci a lasciar cadere l’ego con il suo punto di vista soggettivo.

Come diceva Dogen, studiare la via del Buddha è studiare il sé. Ma, per studiare il sé, dobbiamo lasciar cadere l’ego.

mercoledì 30 dicembre 2015

Meditare sull'interdipendenza

Non c’è soggetto senza oggetto, e viceversa. I due sono complementari e quindi interdipendenti. Se non c’è l’uno, non c’è nemmeno l’altro; se c’è l’uno, c’è anche l’altro. Vanno sempre insieme.
Ma c’è un altro aspetto dell’interdipendenza. Se prendiamo un qualunque oggetto, per esempio un tavolo, dobbiamo pensare che esiste perché è esistito un albero, un boscaiolo che lo ha tagliato, un falegname, la colla, le viti, la vernice, tutti gli operai e artigiani che hanno lavorato… tutti gli elementi della natura che lo compongono (pioggia, minerali, il sole…), e poi i venditori, gli acquirenti, i trasportatori… insomma non si finisce più.
In questo modo ci si rende conto che ogni ente non è isolato o isolabile dal contesto generale, ma è possibile proprio perché ne è una parte.
Questo vale anche per ogni essere umano: pensiamo ai prodotti, ai genitori e alle cure che sono state necessarie per generarlo e farlo crescere.
Ogni ente esiste perché esistono tanti altri enti, anzi tutti gli enti, compresi la terra, il sole, la galassia e l’intero cosmo.
È così che si medita sull’interdipendenza. Ed è così che si trova il proprio ruolo che, per quanto piccolo e insignificante possa sembrare, è invece determinante nell’economia del tutto.
Uno è tutto. Tutto è uno.
Finché non si realizza questa verità, si rimane confinati nel proprio io particolare e sfugge la visione illuminata dell’insieme.
Non domandarti che cosa ci stai a fare.
Anche se vali poco, anche se non sai fare quasi niente, anche se ti senti un incapace, tu sei un compendio del tutto, tu puntelli il tutto, tu sei tutto. Ti pare poco? Forse non sei un genio, ma il genio esiste anche perché esisti tu.

Devi esserne pienamente consapevole, non per gonfiarti di orgoglio, ma per capire l’unità del tutto.

martedì 29 dicembre 2015

La postura meditativa

Quando parliamo di meditazione, ci sembra che si tratti essenzialmente di un’operazione della mente. Ma la mente non sorge dal nulla: è in stretta connessione con il corpo. Tant’è vero che qualunque problema del corpo si riflette sulla mente, e viceversa.
Se abbiamo una forte preoccupazione, è probabile che a lungo andare il corpo ne risenta e dia luogo a disturbi, tensioni o contrazioni. Ma è anche vero il contrario: se il corpo è disteso e rilassato, anche la mente ne sarà influenzata beneficamente.
Dato che noi tendiamo a rilassare e a svuotare il più possibile la mente, lo stato e la postura del corpo hanno una loro importanza. Ecco perché, in meditazione, si parte da un controllo del corpo. La postura deve essere comoda ed equilibrata.
Non ci dimentichiamo che sul corpo pesa la forza di gravità. Se teniamo una postura curva o sbilanciata da una parte, ben presto proveremo un dolore e un senso di disagio – che si ripercuoterà anche sulla mente.
Se il corpo non è ben equilibrato, se la colonna vertebrale non è ben allineata, qualche muscolo o qualche organo sarà teso e rigido. Ma lo stesso avviene se siamo dominati da forti desideri, da avversioni o da paure: avremo come risultato tensioni muscolari.
Poiché noi siamo esseri psico-somatici, dobbiamo curare entrambi gli aspetti della nostra unità: il lato fisico e il lato mentale.
Qualunque sia la posizione prescelta (seduta a gambe incrociate, seduta con una gamba davanti all’altra, seduta su una sedia, in ginocchio, in piedi, sdraiata, ecc.), deve essere ben equilibrata. Inoltre, anche lo stato fisico generale del corpo è importante: non a caso, negli Yogasutra di Patanjali si dice che lo yoga non va bene né per chi mangia troppo né per chi mangia troppo poco.
In meditazione, curiamo insomma la postura e lo stato generale del corpo per curare lo stato della mente, e curiamo lo stato della mente per curare lo stato del corpo.

La legge generale è che ogni tensione del corpo genera inevitabilmente una tensione della mente e ogni tensione della mente (voler acquisire, avversare, temere, ecc.) genera una tensione del corpo.

lunedì 28 dicembre 2015

La dimora del silenzio

In fondo, meditare è imparare a stare in silenzio, dove per “silenzio” non si intende l’assenza di rumori esterni, ma l’assenza di rumori “mentali”.
Il rumore mentale è quello che viene prodotto dai nostri incessanti pensieri, dai nostri atti di volizione, dalle nostre intenzioni esplicite o implicite. È come se avessimo la testa invasa da mosconi di vario tipo che vanno avanti e indietro, cozzano l’uno contro l’altro e ronzano, ronzano, ronzano…
C’è silenzio quando c’è assenza di preoccupazioni, di paure, di ansie, di speranze, di ricordi, di rimuginazioni, di fantasie, di calcoli, di previsioni, di ragionamenti, ecc.
Stiamo seduti semplicemente in silenzio.
La cosa che fa più rumore è l’io che non può stare un attimo quieto, perché il silenzio lo renderebbe inutile. Il senso dell’io e del mio è come un attore che deve sempre stare sul palcoscenico a recitare qualche parte, perché, in caso contrario, si sentirebbe superfluo e come morto.
Ecco perché l’io assimila la paura del silenzio alla paura della morte.
Ma la sua morte, il suo “silenziamento”, non è affatto la morte. È la pace, la quiete, la calma, l’origine.
Silenzio significa raggiungere uno stato di calma e di tranquillità – cosa non facile dato che noi tendiamo sempre ad essere, a fare e a pensare qualcosa.
Entrare nel silenzio significa lasciar andare ogni intenzione e abbandonarsi alla saggezza e alla spontaneità del tutto.
Riuscire a stare in silenzio ci rende più sensibili e più profondi.

Silenzio è non-mente, e non-mente è veder chiaro.

Fare il vuoto mentale

Il vuoto mentale non serve a non pensare a niente, a diventare più ottusi. Ma a vedere più chiaro. Infatti, è quando non abbiamo più nessuna idea preconcetta che vediamo meglio le cose e noi stessi.
Le idee preconcette ci fanno vedere sempre le stesse cose o sempre lo stesso lato delle cose. Se per un momento ce le dimentichiamo, all’improvviso possiamo vedere lati o cose nuove.

Abituarsi a fare il vuoto mentale, ci rende più sensibili e più creativi, ci fa scoprire il lato nascosto del mondo.

domenica 27 dicembre 2015

Pensare Dio

In realtà di Dio possiamo pensare quello che vogliamo: che ci sia o che non ci sia… Non esistono al mondo metodi scientifici di accertamento in un senso o nell’altro.
Ma la cosa che possiamo verificare fin d’ora è il modo in cui lo pensiamo. Bontà, perfezione, amore, potere, giustizia…? Padre, madre…? Pace, sicurezza…? Silenzio, verbo…? O i loro contrari?
È chiaro che si tratta di concetti umani. E il modo in cui pensiamo e/o sentiamo Dio ci dice qualcosa di preciso non di Dio, ma dei nostri bisogni, delle nostre priorità, dei nostri punti deboli e punti forti… insomma di noi stessi.

Pensare Dio non è mai sperimentare Dio, ma sperimentare noi stessi.

Liberazioni naturali

Inspirazione → espirazione → liberazione…
In ogni ciclo di questo genere c’è una piccola possibilità di lasciar andare.

Quante volte al giorno?

Cerchi e circonferenze

Non siamo semplici centri, punti isolati nello spazio. Siamo come i corpi celesti nell’universo, dove ognuno influenza gli altri ed è influenzato dagli altri.
Siamo contesti più ampi di un semplice “io”, siamo dei “noi”.

Siamo circonferenze i cui margini più esterni, sempre mobili, vanno ad intersecare altre circonferenze.

La farsa del potere

Dire che questa è la società dello spettacolo è notare un dato di fatto. Tutti i leader, dai politici al Papa, stanno ogni giorno in televisione a ballare e cantare e a raccontarci balle.
Che il potere sia semplice rappresentazione, gesto e parola è più che evidente, ed è un’antica faccenda, una quasi nobile pagliacciata. Chi comanda, forse, non si rende conto dello spettacolo velleitario e penoso che offre a chi non cede alla propaganda e guarda queste scene come parte di una carnevalata. I potenti si riuniscono in vertici, prendono decisioni e soprattutto parlano parlano…
È sempre stato così. E non cambia mai niente: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. E che ne è dei provvedimenti contro l’innalzamento delle temperature? Enzo Bianchi, priore di Bose, dice che tutti i governi sono inginocchiati al mercato. Sì, anche la Chiesa.
Però il problema è che oggi, come scrive “Critica liberale”, questa non è più la società dello spettacolo, ma dell’avanspettacolo.

Siamo cioè precipitati da una rappresentazione fittizia ad un’esibizione farsesca, che non solo non aiuta nessuno, ma, non decidendo nulla di significativo, fa danni.

sabato 26 dicembre 2015

La meditazione informale

Molti dicono che non riescono a trovare il tempo per meditare. Ma si tratta di un equivoco: l’idea che la meditazione sia un’attività separata dalla vita quotidiana.
Per essere consapevoli non c’è bisogno di un tempo specifico, così come non c’è bisogno di un tempo specifico per respirare.
Se respirate, avete con voi lo strumento fondamentale e il tempo.
Se respirate, se vivete, avete con voi tutto ciò che vi serve per meditare.
Se un periodo di tempo dedicato può essere utile per marcare la differenza tra le due attività e i due tempi, ad un certo punto la pratica coincide con la vita.
Se poi volete dire che non avete tempo per essere consapevoli, be’ allora la cosa è grave. Dato che questo è il vostro scopo nella vita.
Come dire che non avete tempo per vivere.
Se vivete, dovete aver tempo per essere consapevoli, perché questo è il vostro mestiere di uomini.

Qualunque momento è un buon momento. E, se avete tanto da fare, se siete agitati, se siete tesi, se state correndo, se siete senza fiato, se siete distrutti, questo è il momento perfetto.

venerdì 25 dicembre 2015

L'usurpatore

Io respiro, io sento, io penso… così crediamo.
Ma osserviamo per esempio il respiro: siamo noi che respiriamo o c’è una respirazione di cui noi ci illudiamo di essere i soggetti?
D’accordo, possiamo trattenere per un po’ il respiro o farlo accelerare, ma poi il respiro va da solo, senza la nostra volontà.
Lo stesso vale per le sensazioni e i pensieri. Sono io che sento? Sono io che penso?
Siamo noi che agiamo o siamo agiti dall’insieme di ciò che ci circonda?
La verità è che i respiri, le sensazioni e i pensieri si producono da soli in un campo cui partecipano vari attori.
D’accordo, possiamo cercare di sentire o di pensare qualcosa di particolare, ma poi le sensazioni e i pensieri si susseguiranno autonomamente, senza la nostra volontà. Noi ci limitiamo a subirli, ad etichettarli e ad illuderci di esserne i padroni.
In realtà non siamo i soggetti di tutte queste attività. Tutt’al più ne siamo gli oggetti, gli strumenti, i destinatari, i testimoni.
Per la maggior parte del tempo e delle esperienze non siamo noi i soggetti.
E chi sono i veri soggetti? Sono tanti, non un io. Sono tanti processi che s’intrecciano.

Ma l’io è un usurpatore, uno che si crede illusoriamente un autore, mentre è solo un attore, uno dei tanti.

La visione profonda

In meditazione, i problemi non vengono risolti, ma dissolti. Anche perché sono impostati in maniera sbagliata.
La loro comprensione intellettuale non può andare oltre certi limiti, dovuti al linguaggio di cui disponiamo. Ci vuole qualcosa di più: una penetrazione profonda, che non utilizzi categorie mentali duali.
Questa visione profonda, questo assumere in sé, è ciò che chiamiamo “pratica meditativa.”
In fondo, il fatto di isolarsi, di staccarsi dalla quotidianità, di sedere in silenzio e di sospendere tutte le più comuni attività e anche la attività mentali, ha questo scopo: permettere di entrare in comunicazione profonda e intima con il problema stesso.
Non pensare al problema, ma viverlo dal di dentro.
Alla fine, il problema sarà sparito.

Nella quiete e nella calma interiore, non c’è più nessun io… con tutti i suoi problemi.

giovedì 24 dicembre 2015

La società dello spreco

Tutti vedono come si è ridotta quella che dovrebbe essere una festa religiosa, dal sapore pauperistico. È diventata la festa dei commercianti, dei negozi, della cucina prelibata e delle mangiate. E, siccome per far questo, è necessario muoversi e andare a comprare, ecco che è diventata la festa dell’inquinamento.
Noi non sappiamo più che cosa sia la sobrietà, la semplicità, l’essenzialità.

Il messaggio di Gesù, privo di una pratica di disinquinamento mentale, non poteva che contribuire a produrre altri veleni, altri inquinamenti.

Moksha: la liberazione

Fateci caso: la gioia viene sempre dalla liberazione da qualcosa – da qualcosa che ci restringe, ci limita e ci opprime. Anche in campo spirituale.
E la sofferenza viene sempre dall’essere costretti, prigionieri, obbligati, schiavi.
Chi è più felice dell’uomo che esce da una prigione?
Ora, il corpo, la mente e il senso dell’io ci permettono di esistere per qualche decennio, ma, nello stesso tempo, ci confinano in limiti ben precisi. Non possiamo essere altro, non possiamo davvero scegliere chi essere. Siamo in prigione.
Eppure abbiamo paura che tutto questo finisca, proprio come il prigioniero che teme il mondo libero, il mondo che sta al di là delle mura che lo chiudono.
Ma che cosa rimane? ci domandiamo angosciati.
Che cosa dovrebbe rimanere? Una identità sola, un nucleo solido di senso dell’io?
Non era proprio questo il peso, l’origine di ogni sofferenza?
Comunque vada, saremo liberi… se non ci saremo troppo attaccati a questa provvisoria identità.


Anatta

Parlare di anatta (non-sé) è quasi impossibile. Tutti sentono di essere presenti e vivi, e di essere un io preciso. Non accettano l’idea che questo sé in realtà non esista.
Eppure, non c’è niente nella nostra esperienza che sia fisso, immobile e stabile. Tutto cambia, perfino l’Universo –figuriamoci un essere umano. Durerà qualche decina di anni e poi scomparirà. Ma, finché dura, noi pensiamo, è reale.
Ed è reale, più o meno come tutto – come un sogno o una fantasia. Ma, proprio come un sogno o una fantasia, in che cosa consiste veramente? Una serie di impulsi elettromagnetici? Una serie di formazioni mentali? Una serie di nascite e di morti?
A parte il corpo, che finirà in polvere, c’è ben poco per dire che questo io sia consistente, abbia un nucleo solido.
Sembra un notizia ferale per chi ambisce ad esistere in eterno, ad avere un’anima immortale.
Ma, a pensarci bene, è una grande liberazione. Non abbiamo niente di cui sopportare il peso, niente di cui essere responsabili, niente da difendere, niente da mantenere. Siamo liberi come il vento.
La buona novella è questa: siamo liberi, non siamo legati né a un corpo né a una mente né ad un io preciso. Per il momento abbiamo questi abiti. Ma alla fine ce ne libereremo e ne indosseremo degli altri.
Ma, certo, meglio ancora sarebbe lasciar cadere ogni vestito, ogni falsa identità, e liberarsi di ogni abito.
Uomini liberi, uomini nudi.


mercoledì 23 dicembre 2015

Il protocollo meditativo

In un buon percorso meditativo ci dovrebbero essere determinate fasi. La prima è la ricerca di uno stato di tranquillità: samadhi o shamata. Di solito ci si arriva concentrandosi sul respiro e in genere sul corpo.
Si registra lo stato fisico-emozionale: agitato, nervoso, reattivo, rabbioso, pauroso, ecc., cercando di rilassare i punti e gli organi del corpo che appaiono tesi. Calmando il respiro, si cerca di distendere questi punti.
Tranquillità, calma, distensione sono i fondamenti della pratica, prima a livello fisico e poi psichico. Uno dei metodi più usati per ottenere il rilassamento è seguire il respiro, in modo da osservarne le caratteristiche (lungo, corto, affrettato, lento, veloce, agitato, ecc.) e riportandolo ad uno stato di pace. Naturalmente esistono vari altri metodi, che devono essere scelti in base alle preferenze individuali. Ciò che conta è che l’organismo fisico sia del tutto calmo e distaccato.
Dobbiamo arrivare al punto in cui ci sia solo la respirazione, ma non un soggetto che respira.
Si possono anche seguire lezioni registrate che ci aiutino a rilassarci. Per esempio, https://www.youtube.com/watch?v=Fx4qxH6NiVQ .
La seconda fase consiste nel portare alla calma anche le sensazioni, i pensieri e in genere tutti gli stati mentali. A questo scopo occorre sviluppare l’osservazione di ciò che ci passa nella mente e considerarlo quasi staccato da noi. I pensieri, le sensazioni e le formazioni mentali transitano in un flusso continuo su cui abbiamo uno scarso controllo. Ma la cosa importante non è tanto interromperle ed arrestarle quanto prenderne le distanze. In altri termini, non dobbiamo identificarci con tutto ciò che ci passa per la mente: noi non siamo i nostri pensieri.
Le formazioni mentali, nelle loro varie configurazioni (sensazioni, desideri, recriminazioni, speranze, emozioni, fantasie, ricordi, ecc.) sfilano davanti a noi come in una parata militare o in uno spettacolo teatrale, ma noi non ci attacchiamo a nessuna di esse. Non ci attacchiamo neppure all’idea che abbiamo di noi stessi, del nostro io, perché si tratta di una semplice idea o di un’etichetta.
In realtà, quanto più osserviamo distaccati e portiamo tutto il flusso mentale alla calma, tanto meno ci identifichiamo con un soggetto. Come prima arrivavamo ad essere un tutt’uno con il respiro, dimenticandoci di “chi” conducesse il respiro, così ora ci rendiamo conto che noi siamo coscienza, non un io che è cosciente.
C’è il respiro, ma dov’è il soggetto del respiro?
C’è la consapevolezza, ma dov’è l’io che è consapevole?
Risvegliarsi è proprio questo: scoprire che i nostri problemi nascevano tutti da una falsa identificazione con un io. Vivevamo in un sogno ad occhi aperti. Attribuivamo ad un’immagine un nucleo sostanziale, restringendo le nostre esperienze a piccole cose.
Mentre ora scopriamo uno spazio e una profondità che neppure sospettavamo.

La liberazione è esattamente questo. Non un’identificazione, una chiusura tra le pareti di un io, ma il suo contrario: l'abbattimento delle barriere.

martedì 22 dicembre 2015

Vivere con leggerezza

Quando il Buddha afferma che esiste una via per uscire dalla sofferenza non intende dire che c’è un modo per essere sempre contenti, soddisfatti e felici, perché il dolore fisico e il deterioramento non possono essere eliminati; ma intende dire che è possibile non aggiungere al dolore fisico anche la sofferenza mentale.
La sofferenza mentale è “un di più” che noi aggiungiamo.
Se inciampo e cado, mi faccio male. Ma se inciampo, cado e mi do dell’imbecille perché non sono stato attento, aggiungo un tormento. E così soffrirò due volte: per il dolore fisico e per il dolore mentale.
Dobbiamo addestrarci a distinguere le due cose e, più in generale, a vedere come ciò che chiamiamo “mente” sia in realtà un palcoscenico su cui passano le più diverse formazioni mentali.
Noi ci identifichiamo con queste formazioni mentali, facendoci trascinare da emozioni contrastanti. Ma queste formazioni sono come nuvole che passano in cielo, oscurando per un po’ il sole e poi andandosene. Pur essendo inconsistenti, hanno un bel potere.
La soluzione è la posizione del testimone, da conservare sempre nella vita. Se non possiamo cambiare gli eventi né dominare ciò che ci passa per la mente, possiamo però prenderne le distanze.
Possiamo guardarle come si assiste a uno spettacolo di luci e di ombre.
Niente è davvero reale. Tutto è sogno e rappresentazione, compresi noi, le nostre vicende e il nostro mondo. Perfino ciò che riteniamo il nostro io non è che un personaggio di scena.

La vita, senza il peso dell’io, può essere affrontata con più leggerezza.