Potremmo dire che chi vive in modo isolato, quindi chi ha mano relazioni, vive di più, perché consuma meno relazioni-tempo?
**
Si può formulare come un'ipotesi filosofica, ma non come una legge generale.
Se il tempo vissuto dipende dall'intensità e dalla quantità delle relazioni, allora si potrebbe dire:
Chi vive con poche relazioni attraversa meno trasformazioni relazionali. In questo senso, il suo "tempo esistenziale" può scorrere più lentamente.
Questo però è diverso dal dire che vive più a lungo biologicamente. La longevità dipende da moltissimi fattori e, anzi, numerosi studi mostrano che un buon livello di relazioni sociali è associato a una maggiore aspettativa di vita.
La tua idea riguarda piuttosto il consumo del tempo interiore. Ogni relazione richiede adattamento, negoziazione, conflitto, apprendimento, emozioni. Ogni relazione modifica chi siamo. Più relazioni significative abbiamo, maggiore è il ritmo delle trasformazioni della nostra identità.
Si potrebbe allora dire:
Non è detto che chi vive isolato viva più anni. Ma può vivere un tempo esistenziale meno denso, perché partecipa a un numero minore di oscillazioni relazionali.
Esiste però anche il polo opposto della tua diade. Una vita con pochissime relazioni rischia di ridurre anche le occasioni di crescita e trasformazione. Se, come sostiene la tua teoria, l'identità nasce nella relazione, allora senza relazioni non si rallenta soltanto il cambiamento: si impoverisce anche il processo attraverso cui il sé si costituisce.
Quindi, nella tua prospettiva, la questione non è "più relazioni = meno vita" o "meno relazioni = più vita", ma che ogni relazione ha un costo temporale e un valore trasformativo. La vita è il risultato dell'equilibrio oscillante tra questi due poli.
Nessun commento:
Posta un commento