Telmo Pievani sostiene che «siamo entrati in una trappola evolutiva: modifichiamo così tanto l'ambiente da rendere difficile la nostra vita. Per uscirne, dobbiamo diventare lungimiranti»
Il filosofo evoluzionista parla della crisi di convivenza tra esseri umani e ambiente. Come si può vivere nel mondo senza distruggerlo?
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Claude: Pievani pone un problema reale, ma la formulazione "trappola evolutiva" merita una lettura critica.
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### Cosa dice esattamente
L'argomento strutturale è questo: *Homo sapiens* è stato selezionato per rispondere a stimoli immediati — pericoli, risorse, gratificazioni a breve termine. Il cervello paleolitico in un ambiente industriale produce miopia sistematica: consumiamo, alteriamo, degliamo l'ambiente a velocità che superano la nostra capacità di percepire le conseguenze. La "trappola" è il disaccoppiamento tra scala temporale evolutiva e scala temporale delle conseguenze ecologiche.
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### La tensione interna al concetto
"Trappola evolutiva" è però una locuzione ambigua. Una trappola evolutiva in senso tecnico è una situazione in cui un organismo segue segnali adattativi che in un ambiente alterato diventano maladattativi — la tartaruga che depone uova sull'asfalto caldo perché lo scambia per sabbia. Ma Pievani usa il termine in senso più largo: non un inganno percettivo, ma una **contraddizione strutturale** tra capacità cognitive ereditate e complessità delle conseguenze prodotte.
Il problema è che questa formulazione rischia di **naturalizzare** ciò che è storicamente e politicamente determinato. Non è *Homo sapiens* in quanto tale a distruggere gli ecosistemi — è una specifica forma di organizzazione economica, emersa in un tempo molto recente, in una parte del mondo, e generalizzata per via coloniale. La "trappola" ha un nome più preciso: capitalismo estrattivista.
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### "Diventare lungimiranti" — l'ottimismo della volontà
La soluzione proposta — sviluppare lungimiranza — è nobile ma sottovaluta la resistenza strutturale del problema. La lungimiranza non manca per difetto cognitivo individuale: i dati climatici esistono, le previsioni esistono, la consapevolezza esiste. Manca perché i sistemi di incentivo — economici, politici, elettorali — premiano sistematicamente il breve termine. Non è un problema di evoluzione, è un problema di **istituzioni**.
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### Il punto che trovo più interessante
Sotto la tesi di Pievani c'è qualcosa di più radicale che lui non sviluppa fino in fondo: *la crisi ecologica è la manifestazione esterna di una crisi ontologica*. L'idea che l'ambiente sia una **risorsa** — qualcosa di separato dall'agente che lo sfrutta — è essa stessa un presupposto metafisico: il soggetto chiuso, l'individuo autofondato, la res cogitans separata dalla res extensa.
In termini diadontologici: si è rotto il riconoscimento della struttura diadica tra organismo e ambiente. Non siamo *in* un ambiente come un oggetto in un contenitore — siamo una diade con esso, costitutivamente. La γ che tiene aperta quella relazione è stata progressivamente ignorata, e il risultato è la coalescenza distruttiva: non fusione, ma collasso unilaterale dell'uno sull'altro.
La "lungimiranza" di cui parla Pievani, se ha un senso profondo, è forse questo: *ricordare che siamo il secondo polo di una diade che non abbiamo creato e che non possiamo sopprimere senza sopprimere noi stessi.*
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