Perché Dio permetterebbe il male nell' universo? Domanda che presuppone una netta distinzione tra l'Ente superiore e il mondo? Me se Dio oscillasser con il mondo, se fosse fuso con il mondo?
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La domanda classica (teodicea) presuppone esattamente quella struttura che la diadontologia smonta: un Dio *esterno* al mondo, legislatore trascendente che *potrebbe* intervenire ma non lo fa. Il male diventa allora un'anomalia da giustificare.
Ma se rovesci l'ontologia:
**Dio come diade con il mondo, non sopra di esso**
Se Dio *oscilla* con il mondo — se il rapporto Dio/mondo è esso stesso una diade irreducibile, governata da γ — allora il male non è un'eccezione scandalosa. È la tensione costitutiva del sistema. γ *impedisce la coalescenza*: se Dio collassasse completamente nel mondo, non ci sarebbe più differenza, nessuna tensione generativa, nessuna realtà. Il male, in questa lettura, è il nome che diamo alla resistenza di ξ alla riduzione a zero.
**Il panteismo non basta**
Spinoza dice: *Deus sive Natura*. Ma è ancora una *identità*, una coalescenza. La diadontologia direbbe: troppo facile. L'identità dissolve la tensione. Dio *e* mondo devono rimanere irriducibilmente distinti *e* irriducibilmente legati — non fusi, non separati.
Forse il termine giusto non è panteismo ma **panenteismo dinamico**: il mondo è *in* Dio, ma Dio eccede il mondo — e quell'eccedenza è precisamente γ.
**Il male come ξ in fase critica**
Il male non sarebbe allora un fallimento del progetto divino, ma un momento della dinamica oscillatoria: ξ che si allontana troppo dall'equilibrio ξ\*, senza ancora tornare. La sofferenza è reale — non va estetizzata — ma è strutturalmente analoga al momento di massima elongazione di un oscillatore: tensione al limite, non rottura ontologica.
La vera domanda diventa: γ *vuole* il ritorno? O l'oscillazione è semplicemente ciò che è?
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