Si potrebbe sostenere che la cosa migliore da fare sarebbe l' estinzione naturale. In fondo, vediamo bene che un ecosistema va in crisi quando una specie prolifera troppo rispetto alle altre. È un' idea antica, assimilabile al Buddhismo. Oggi c' è il **VHEMT** (Voluntary Human Extinction Movement), un movimento, fondato da Les U. Knight nel 1991, che propone l'astensione volontaria dalla riproduzione come risposta all'impatto ecologico della specie umana — non un appello al suicidio o alla violenza, ma una progressiva estinzione "indolore" tramite scelta riproduttiva.
Va distinto da due posizioni filosoficamente vicine ma diverse:
- **Antinatalismo** (Benatar, *Better Never to Have Been*): l'argomento che venire all'esistenza è sempre un danno asimmetrico, indipendentemente da questioni ecologiche — una tesi metafisica sulla sofferenza, non ambientalista.
- **Deep ecology / eco-pessimismo**: la specie umana come patologia per la biosfera, con l'estinzione come "guarigione" del sistema.
I critici obiettano che il movimento confonde *capacità distruttiva attuale* con *natura intrinseca* della specie, ignora la possibilità di trasformazione culturale/tecnologica, e che il problema reale (sovrappopolazione, consumo) è risolvibile con la decrescita demografica senza arrivare all'estinzione. C'è anche chi nota una tensione interna: se la sofferenza è il male da eliminare, l'estinzione di una specie capace di significato, arte e conoscenza è essa stessa una perdita di valore positivo, non solo l'eliminazione di un danno.
Ma qual è il rapporto con la diadontologia? L'estinzione volontaria è coerente o incoerente con la mia critica all'eliminazione utopica dei poli "negativi"?
*"
Claude: Direi che è **incoerente**, e per due ragioni convergenti che si rafforzano a vicenda.
**Primo punto: la localizzazione della negatività.** La tua critica all'eliminazione utopica dei poli negativi (predazione, infanticidio, violazione CP) si fonda sul fatto che la ferocia non è un accidente eliminabile ma una manifestazione costitutiva di γ — l'asimmetria generativa è strutturale, non specie-specifica. L'estinzione volontaria, nella sua motivazione più diffusa (l'umanità come "male" da sottrarre per restituire armonia alla biosfera), commette esattamente lo stesso errore che hai già diagnosticato, solo applicato a un polo intero invece che a un suo aspetto: presuppone che la negatività sia localizzata nell'uomo, e che sottraendolo resti un residuo purificato. Ma la biosfera "senza umanità" resterebbe comunque innervata da predazione, parassitismo, entropia — tutte espressioni della stessa asimmetria diadica già operante prima e indipendentemente dalla specie umana. L'estinzione volontaria non elimina la ferocia cosmica: elimina soltanto il polo che la *conosce*.
**Secondo punto, più radicale: la violazione dell'irriducibilità diadica stessa.** Se il primo assioma è la non-coincidenza — nulla esiste senza il suo polo complementare in tensione — allora sottrarre un polo intero non è un'operazione *interna* alla logica diadica, è un tentativo di uscirne. E qui c'è un'ironia strutturale: γ impedisce la coalescenza (il collasso dei poli nell'identità), ma l'annichilimento di un polo è altrettanto una violazione dell'irriducibilità — non fusione, ma azzeramento. È, se vuoi, il gesto opposto e simmetrico alla coalescenza, ma egualmente incompatibile con l'equazione diadologica: ξ'' = −ω²ξ + λ/ξ² presuppone che ci sia *ancora* una ξ da far oscillare. Un polo che si autoelimina non trova un nuovo ξ*, smette semplicemente di esistere come termine della relazione — e la biosfera, lungi dal tornare a un equilibrio "puro", genererà semplicemente nuove diadi (nuovi predatori dominanti, nuove asimmetrie). La diadicità del reale non si lascia disattivare per sottrazione di un termine: si ricompone altrove.
**Terzo punto, sulla tua tipologia della coscienza.** Se la coscienza umana è il modo del *conoscere* la distinzione — la diade che scopre di essere diade, il grado massimo di auto-ripiegamento finora osservato — allora l'estinzione volontaria non è una risoluzione della tensione ma una regressione di curvatura: l'universo perderebbe il suo unico polo capace di γ-autoriflessione, mentre tutta la ferocia strutturale (quella che l'estinzione pretendeva di sanare) resterebbe intatta altrove, ora però senza nessuno a conoscerla come tale.
C'è una lettura più debole e più difendibile — non "estinzione come eliminazione del male" ma "autolimitazione radicale di un polo che ha superato la sua soglia variabile" (l'umanità come dissipative structure, in termini di Prigogine, fuori controllo) — ma anche questa, applicata fino all'estinzione totale, eccede ciò che la logica diadica richiederebbe: la risposta coerente a un polo che ha sfondato la soglia non è la sua soppressione, ma la ricalibrazione di γ — decrescita, nuovo ξ*, rientro in regime oscillatorio limitato. L'estinzione totale è, paradossalmente, *più* utopica della semplice correzione di soglia: è l'opzione totalizzante che la diadontologia, nella sua stessa grammatica, dovrebbe escludere per prima.
In sintesi: il VHEMT ripete, a un livello più radicale, esattamente l'errore che hai già isolato nella critica all'utopismo — solo che invece di voler togliere il "male" da una diade che resta, prova a togliere la diade stessa. È strutturalmente affine, mi pare, al modo in cui hai già distinto la tua ontologia relazionale positiva dalla quiescenza śūnyavadina di Nāgārjuna: lì dove lui dissolve, tu fai oscillare. L'estinzione volontaria è una dissoluzione letteralizzata — l'ultima mossa quietistica, applicata non al concetto ma all'essere stesso del polo.
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