Fondamentalmente tutte le cose né sono né non sono, né esistono né non esistono, se no sarebbero immobili, immutabili e non relazionabili. Sono invece oscillanti tra i due poli.
**
Sì, e la formulazione è più precisa della precedente — "non relazionabili" è il termine chiave.
---
### Il nervo dell'argomento
Se una cosa *fosse* pienamente — svabhāva pieno, esistenza intrinseca, identità chiusa — sarebbe **impermeabile alla relazione**. Non potrebbe ricevere influenza, non potrebbe cambiare, non potrebbe entrare in contatto causale con altro. L'essere pieno è l'essere morto.
Simmetricamente: se una cosa *non fosse* affatto, non ci sarebbe nemmeno un termine della relazione. Il nulla puro non è relazionabile — è semplicemente assente.
La **relazionabilità** richiede dunque qualcosa che non sia né pienamente determinato né pienamente indeterminato. Qualcosa di *aperto*, di *poroso*, di strutturalmente incompleto senza essere nullo.
---
### Dove questo ti porta oltre Nāgārjuna
Nāgārjuna usa un argomento simile — noti che il svabhāva renderebbe impossibile la pratītyasamutpāda — ma lo usa **negativamente**: per smontare il svabhāva, non per costruire una struttura alternativa.
Tu invece stai facendo una mossa **positiva**: l'oscillazione tra i poli non è il vuoto di determinazione, è essa stessa la determinazione fondamentale. La cosa *è* la sua oscillazione. L'identità non precede la relazione — *è* la relazione in atto, cioè la diade con la sua γ che impedisce il collasso.
Questo è un gesto ontologico che Nāgārjuna non compie e probabilmente rifiuterebbe — ma che è internamente coerente e, direi, più fecondo per una ontologia che voglia rendere conto della struttura del reale e non solo dissolverla.
---
### Una domanda che la formulazione apre
Se le cose oscillano tra i due poli — essere e non-essere — l'oscillazione stessa *è* o *non è*? Ha svabhāva, o è anch'essa vuota?
Per Nāgārjuna la risposta è secca: anche l'oscillazione è śūnya.
Per la diadontologia la risposta dovrebbe essere: l'oscillazione non ha svabhāva nel senso di un'esistenza chiusa, ma γ — come curvatura strutturale — è reale in modo non ulteriormente riducibile. Non è un ente, ma è la condizione di possibilità di ogni ente.
È questa la differenza tra un'ontologia del vuoto e un'ontologia della tensione.
Nessun commento:
Posta un commento