lunedì 24 settembre 2012

Esperienze post mortem


Un gentile lettore mi ha scritto la seguente lettera:
Egr. sig. Lamparelli,
mi permetto di chiederle un’indicazione, dal momento che la “incontro” spesso nelle mie letture, stavolta come traduttore de “ il libro tibetano dei morti” (che già conoscevo nella proposta di Tucci, di N. Norbu...). Questa presentazione mi sembra più articolata in tutti i suoi riferimenti e redatta con un linguaggio molto più scorrevole.
Il punto comunque è il seguente: una volta apprezzata la comprensione degli stati post mortem e l’intento compassionevole volto al conseguimento della liberazione anche in extremis, quale valenza ne può trarre un occidentale che non è cresciuto nella cultura tibetana e non può certo conoscere/riconoscere il pantheon delle figure soccorritrici?
Esiste nella cultura occidentale qualche conoscenza analoga, magari libera da ogni sovrastruttura immaginifica e religiosa, che sia paragonabile a questo trattato e possa essere di aiuto sia in vita sia nel tempo del trapasso?
La ringrazio per l’attenzione e i suggerimenti che vorrà darmi.

 E io gli ho risposto:

Il problema che lei si è posto me lo sono posto anch'io. Direi di lasciar perdere i particolari folcloristici, legati alla specifica cultura tibetana, e di prendere solo l'essenziale. Ad un occidentale potrebbero presentarsi figure religiose della propria tradizione (madonne, santi e così via). Ma bisogna sempre tener presente che si tratterebbe comunque di proiezioni della propria mente. Questo lo ammette anche il Bardo Todol: tutti quegli dei sono prodotti dal mondo interiore del morto, sono immagini dell'inconscio. Allora che cosa rimane?
Rimane l'idea che la coscienza umana in qualche modo sopravvive e lavora attivamente, anche dopo la morte. E che essa si trova in uno stato di sospensione in cui deve decidere quale via imboccare, guidata non più dalla ragione superficiale, ma da ciò che ha acquisito nel profondo durante la vita e da forze cosmiche (le luci) che le presentano varie scelte. In tal senso bisogna lavorare durante l'esistenza: liberarsi delle idee più comuni e cercare collegamenti con altre realtà. La meditazione può aiutare.
In ogni caso, bisogna tener a mente questo: seguire le luci più forti e non aver paura.
Non conosco opere simili a questa. Ma le innumerevoli esperienze di gente che è stata in punto di morte e che poi si è ripresa, presentano tutte caratteristiche similari: sentirsi liberati dal corpo fisico, udire voci o suoni straordinari, avere visioni di personaggi religiosi, di spiriti o di persone care, passare attraverso una specie di tunnel, essere attirati da una forte luce o terrorizzate da altre, e provare sensazioni mai provate prima o comunque enormemente moltiplicate.
Anche le esperienze di certi mistici riferiscono racconti analoghi.
Finché si è in vita, è meglio familiarizzarsi con idee del genere, in modo da non cadere in confusione di fronte ad esperienze straordinarie. La nostra mente attuale è molto limitata. Ma, liberata dal corpo fisico, può assumere capacità ben più potenti. Siamo o non siamo pezzi di universo, particelle di infinito? Ce lo dice anche la scienza. E dunque...

sabato 22 settembre 2012

Conflitti di civiltà


Non possiamo in Occidente rinunciare ai nostri diritti di critica e di satira solo per non irritare le masse musulmane, che, di fronte a qualche vignetta su Maometto, si danno a manifestazioni inconsulte, chiaramente pilotate dai loro capi, in cui uccidono o si fanno uccidere. E non possiamo accettare che questa gente proclami condanne a morte per scrittori, autori e umoristi. La civiltà musulmana non dà luogo a nessuna democrazia, tant'è vero che, ad eccezione della Turchia, tutti i regimi ispirati all'Islam sono in realtà dittature politico-religiose, il peggio del peggio per quanto riguarda la libertà dei cittadini. Noi non possiamo censurarci per non dispiacere a qualcuno che non rispetta i diritti civili. La civiltà occidentale, essendo avanti di cinque secoli rispetto a quella islamica ha in gran parte superato i regimi politico-religiosi, tranne in Italia dove la Chiesa spartisce il potere con uno Stato succube. E infatti anche da noi qualche fondamentalista cristiano ha approfittato dell'occasione per dire che non si può offendere una religione. Ma qui bisogna intendersi: criticare o fare satira non è offendere - è esercitare il diritto fondamentale della libertà d'espressione. Certo, cinquecento anni fa sarebbe stato diverso anche da noi e qualcuno sarebbe finito al rogo.
Tutto ciò ci conferma come fede e fanatismo siano parenti stretti e come aderire anima e corpo a una religione significhi mandare in pensione la razionalità. Ma soprattutto ci conferma che non distinguere tra Stato e religione sia la peggiore iattura che possa capitare ai popoli.

mercoledì 19 settembre 2012

Il paradosso dell'esistenza


Sì, la condizione umana è paradossale. L'uomo, che è un animale, è insoddisfatto di esserlo, e vorrebbe essere qualcosa di più: un essere divino, la discendenza di qualche dio. Questa sua insoddisfazione, questa sua ansia, è da una parte sofferenza e dall'altra parte un segno di effettiva trascendenza. È incredibile quanto l'uomo abbia lottato e sofferto per affrancarsi dalla natura e diventare il re del creato. Quale forza lo ha sostenuto? La coscienza di essere, che è la sua gloria, è anche la fonte della sua angoscia quando capisce che dovrà morire. Gli dei hanno riservato per sé la vita eterna, ma hanno escluso l'uomo. La ricerca scientifica, la ricerca religiosa, la ricerca spirituale sono sempre in fondo una ricerca di immortalità o almeno un tentativo di allungare il più possibile l'esistenza. Ma sembrano esserci limiti invalicabili. E, allora, ecco le elucubrazioni su una possibile sopravvivenza ultraterrena, su un altro mondo, su un'altra vita. Dagli uomini delle caverne agli imperatori cinesi, dagli antichi egizi agli alchimisti, tutti hanno cercato un rimedio contro la morte, l'elisir per l'immortalità. E ancora oggi è così. Si scruta nell'infinitamente grande e nell'infinitamente piccolo alla ricerca dei modi per prolungare la vita.
Ma intanto le malattie ci falcidiano, la vecchiaia non perdona nessuno e la morte è sempre lì, in attesa. Avremo un'anima? Siamo destinati al nulla? Le religioni ci parlano di paradisi e inferni, e il buddhismo, pur negando l'esistenza di un sé, ci parla di un nirvana, che non è comunque un nulla.
Viviamo sull'abisso, continuamente dilaniati da esigenze contrapposte. Dovremmo rilassarci, ma è difficile farlo dato che vivere è una tensione continua. Come uscire dalla contraddizione? Lo Zen ha ben evidenziato questa situazione nei suoi paradossi. Prendiamo il caso dell'uomo e della tigre.
Un uomo stava camminando nella foresta quando s'imbatté in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull'orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò da aggrapparsi al ramo sporgente di un albero.
Appeso per le braccia, guardò in basso e vide sotto di sé un'altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi che incominciarono a rodere il ramo. Ancora un po' e il ramo si sarebbe spezzato.
Fu allora che l'uomo scorse un frutto maturo. Tenendosi con una mano sola, lo colse e lo mangiò.
Com'era buono!
Ecco, questa è la nostra situazione. Prima della fine o della salvezza, tra l'essere e il nulla, c'è una successione di attimi ancora da vivere. Rifiutandosi di cedere tanto allo sconforto quanto alla speranza, lasciando perdere sia il passato sia il futuro, c'è il momento presente... in cui si può - e si deve - gustare quello che ci viene offerto.
       Con tutti i nostri difetti, noi uomini siamo degli eroi.

lunedì 17 settembre 2012

Buddha e Gesù


Buddhismo e cristianesimo non hanno niente in comune: l'uno mira alla liberazione dell'uomo da ogni istanza metafisica, l'altro invita alla sottomissione ad presunto Signore dell'universo. Ma i fondatori di queste due religioni condividono una caratteristica: la polemica contro la casta sacerdotale e la religione dei culti, del formalismo e dei sacrifici. Ai tempi del Buddha esisteva una precisa casta sacerdotale, quella dei brahmani, che si arrogavano il privilegio di fare da mediatori tra gli uomini e gli dei. In sostanza, solo i brahmani potevano celebrare le cerimonie religiose e solo i loro rituali erano considerati validi. La loro presunzione era tale che essi sostenevano che perfino gli dei dipendessero dai sacrifici celebrati e che le loro formule fosseroin grado di assoggettare la volontà dei celesti. Il cuore della loro religione era dunque una serie di riti, pubblici e privati, che dovevano accompagnare ogni avvenimento dell'esistenza. In un rituale si potevano infatti sacrificare centinaia di tori, buoi, vacche, capre, cavalli, ecc. Ma proprio contro questo tipo di religiosità predicava il Buddha che in varie occasioni sconsigliò qualcuno di eseguire sacrifici propiziatori e in parecchi testi sostiene che il vero brahmano è colui che vive attento e concentrato, evitando passioni, attaccamenti e violenze, colui che è capace di meditare, e non di certo l'uomo che compie esercizi ascetici o che sacrifica animali agli dei.
Cinquecento anni dopo, anche Gesù fu fautore di una religione non più basata sui sacrifici di animali, ma sulla misericordia. Citava la frase di Osea: "Misericordia, voglio; non sacrifici". Ai suoi tempi, il tempio di Gerusalemme era un enorme mattatoio in cui venivano sacrificati gli animali. Per lui, riti e cerimonie «sacre» hanno ben scarso valore. Insieme con i profeti precedenti, ripete che il culto voluto da Dio non è fatto di sacrifici e di liturgie, ma di azioni pratiche, di carità verso il prossimo, per esempio dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, ospitare i forestieri, vestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati, e aiutare in genere chiunque soffra. È per questo che il «laico» samaritano, soccorrendo il ferito della parabola, risulta più religioso di un sacerdote e di un levita che certo avranno osservato ogni «iota» della Legge.
Tuttavia, non basta nemmeno tale attività caritativa per meritarsi il regno dei cieli. Già nel giudaismo si praticavano opere assistenziali, per le quali si costituivano particolari associazioni. Quando Gesù ci parla di elemosine, orazioni e digiuni, segue regole preesistenti che anche i migliori farisei osservavano. Per un ricco, non è difficile fare un po' di beneficenza. Ma basta fare qualche offerta per assicurarsi la salvezza?
Il culto che egli propugnava non era qualcosa di precostituito e di esteriore, qualcosa di formalizzato una volta per tutte, qualcosa che si sarebbe inevitabilmente burocratizzato, ma un rapporto intimo e profondo fra la creatura e il Padre celeste. E nessuno può «amare» Dio e gli uomini sulla base di regolamentazioni, di riti e di prescrizioni fiscali.
Gesù si era battuto contro la pretesa che qualche gruppo potesse erigersi a casta religiosa «separata» (questo è il senso del termine «fariseo»).
Egli mirava a far sì che gli uomini ricuperassero un rapporto diretto, immediato, con il Creatore, identificato – non a caso – con la figura familiare del Padre; e trovava proprio nella casta sacerdotale e nella setta farisaica – con le loro pretese di mediazione fra l'uomo e Dio – il maggior ostacolo.
«Si avvicinava la festa ebraica della Pasqua e Gesù salì a Gerusalemme. Nel cortile del Tempio trovò gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti ai loro banchi.
«Costruita allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti dal Tempio, con le pecore e i buoi; rovesciò anche i banchi dei cambiavalute spargendo a terra il loro denaro. Poi disse ai venditori di colombe: "Portate via queste cose e non fate mercato della casa di mio Padre!'» (Gv 2, 13-16).
Nella scena della cacciata dal Tempio, Gesù non se la prende solo con quei commercianti di colombe e di altri animali da sacrificio. La sua reazione è rivolta innanzitutto contro i responsabili del Tempio (sadducei, sacerdoti e leviti), che fanno del culto una forma di mercanteggiamento con Dio. Costoro capirono perfettamente che l'attacco era rivolto contro di loro, tanto che – come scrive Luca – «i sommi sacerdoti, gli scribi e gli altri notabili del popolo cercavano il modo di farlo morire» (Lc 19, 47). Il suo atteggiamento «antiecclesiastico» è dunque più che evidente. Non solo predice la rovina del Tempio ma, ogni volta che nomina le sinagoghe, le considera luoghi in cui i suoi seguaci saranno torturati:

Ma se Buddha e Gesù sono accomunati da questa polemica contro la casta sacerdotale e contro la religione dei rituali, l'esito storico sarà diverso. Mentre infatti Gesù, privo di senso pratico, finirà per essere fatto fuori dalla casta che criticava, Buddha, proveniente da una classe sociale elevata e dotato di senso politico, riuscirà a campare fino a tarda età. Il fatto è Gesù, benché parli di amare i nemici, si contrapponeva irosamente ad essi; invece nel DNA del Buddha c'era proprio la non-contesa, il non-odio, la non-ira.

lunedì 10 settembre 2012

Lo spirito del rilassamento


Come mai il rilassamento, la calma e il silenzio mentale vengono caldeggiati dal Buddhismo e in generale dalla spiritualità della meditazione, ma non dalle altre religioni? Come mai nelle altre religioni non troviamo mai un invito a rimanere tranquilli o a stare seduti senza fare nulla? Come mai troviamo invece appelli alla guerra contro il male, alle crociate, all'impegno ascetico, allo sforzo, alla lotta, eccetera? Sì, talvolta troviamo inviti alla pace... ma lasciati cadere distrattamente, quasi senza crederci veramente. In Gesù troviamo perfino frasi come: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada!". Il risultato sono le nostre società (cristiane, musulmane, ebraiche, indù, ecc.), dominate dalla guerra interna ed esterna, dalla lotta, dalla competizione e soprattutto dal rumore continuo. Tutte ci dicono che dobbiamo lottare... per conquistare il bene, s'intende: ma, intanto, è guerra.
Il problema è molto profondo. E non si tratta di qualcosa di esteriore o di ambientale. Il fatto è che l'uomo è prima di tutto in guerra con se stesso. Mentre un gatto è un gatto e non aspira ad essere altro; mentre un platano è un platano e non vuole essere un ciliegio o chissà che altro, l'uomo aspira sempre ad essere altro da sé. O vorrebbe essere come certi modelli irraggiungibili (gli attori, i ricchi, i potenti, i famosi, ecc.) o vorrebbe essere più bello, più forte, più intelligente, più virtuoso, ecc. Anche in campo religioso, è accesa la gara ad essere ciò che non si è: devi migliorarti, devi lottare contro il male, contro le cattive tendenze, devi essere più buono, devi essere perfetto come lo è Dio, ecc. Insomma, ti senti un essere inferiore e devi impegnarti a fare meglio. Da qui la gara continua a fare di più, ad essere migliore... a non essere ciò che sei. Da qui la febbre mentale che fa stare male tutti, l'irrequietezza senza tregua, l'invidia, l'ira, l'avversione verso gli altri e verso te stesso. Questo è il punto: nessuno ti dice che vai bene così come sei... e che, anzi, stai male proprio perché non ti accetti.
Nessuno ti dice di stare calmo, di rilassarti, di stare in silenzio, di restare fermo. Nessuno ti dice di accettare te stesso e gli altri, coloro che sono diversi da te. Nessuno ti dice che, restando quello che sei, sei già perfetto... qualunque cosa tu sia. Sei perfetto, così come lo il gatto o il platano. Credi forse che Dio abbia fatto le cose sbagliate? Sì, lo credi. Lo credi al punto che credi anche nel Diavolo. Ma nota come il prefisso -di di Dio e Diavolo, di antica origine indo-europea, già stia a indicare la divisione. Tutto è diviso nel nostro mondo, dall'io a Dio. Tutto è in dissidio e in competizione.
Se predicassimo la calma, invece dello sforzo, e se stigmatizzassimo chi è agitato, nervoso e irascibile, basterebbe questo a trasformare il mondo. Ma i nostri valori sono altri. E si vede. Siamo in guerra dalla mattina alla sera, contro gli altri e contro noi stessi.
Ma prova a rilassarti, a stare seduto senza fare niente, a fare silenzio nella tua mente. Prova a smettere di aspirare ad essere diverso da ciò che sei. Prova a smettere di desiderare il perfezionismo. Prova a smettere di desiderare che non ci siano aspetti negativi in te o negli altri. Male e bene sono dappertutto e in tutti. E allora datti una calmata, rilassati. Rilassati in ciò che sei. Non importa come sei. Comunque tu sia, con tutti i tuoi difetti, vai già bene, sei autentico. Tu sei fortunato ad essere nato... ad essere. Tra milioni di spermatozoi hai già vinto tu. Hai già vinto alla lotteria. Renditene conto. Hai aperto gli occhi sull'essere... e dunque sei. Che altro vuoi?
D'accordo, non sei perfetto. Ma nessuno lo è, nemmeno Dio. Dunque, rilassati. Assapora ciò che sei, il fatto di essere. Non devi essere diverso, non devi essere un altro, non devi essere migliore, non devi alienarti. Così come sei, con tutti i tuoi pregi e i difetti, sei autentico. E il tuo compito nella vita è essere te stesso, è essere autentico. E questo lo puoi essere semplicemente... rilassandoti.
Ecco come il rilassamento, la calma e il silenzio interiore diventano spiritualità. Sembrava niente rilassarsi, sembrava un fatto fisico, un problema di stress. No, è il tuo problema, è il problema fondamentali degli esseri umani.
Appena puoi, rilassati. Cerca di essere te stesso. Accettati. Così farai felice, oltre a te stesso, anche l'universo.
Riappacificarsi con se stessi per riappacificarsi con il mondo - questo è il senso profondo del rilassamento.

domenica 9 settembre 2012

La salita al Monte Carmelo


Sembra che la via debba essere un'aspra e lunga salita, che ci si debba allenare sempre di più, che ci siano da superare tanti ostacoli, che si debba essere sempre più vitruosi e buoni... ma non è così. Non c'è veramente un'ascensione, un progressivo miglioramento, un continuo perfezionamento. Perché la meta non sta in alto. E perché tu non devi affatto migliorare.
La meta è già in tuo possesso, sei tu, è la consapevolezza che si accende. La meta è già in te, anzi è dietro di te. È ciò che è consapevole in te. È lo sguardo che guarda. Non è davanti a te, non è sopra di te. Quindi in realtà non c'è nessuna meta. Sei già nella meta, non ti sei mai allontanato da essa. Ce l'hai dentro di te, è te.
Le pratiche ascetiche, le buone azioni, il perfezionamento spirituale, i rituali, la lotta contro il male... tutte sciocchezze di una religiosità deteriore.
La meta è un attimo di consapevolezza, è scoprire che non ti eri mai mosso dalla meta. È un rinunciare a protendersi. È scoprire ciò che hai sempre avuto, ciò che sei sempre stato. Non devi tanto perfezionarti, perché ciò che hai e sei va già bene così com'è. on devi salire su una montagna. Devi smettere di sforzarti. E ritrovare il tuo essere essenziale, originale.

giovedì 6 settembre 2012

L'insoddisfatto

"Il più piccolo dei felini è una capolavoro della natura" scriveva Leonardo da Vinci riferendosi al gatto. In realtà, quasi tutti gli animali sono organismi perfetti: lo squalo, il cefalo, il cavallo, il ragno, il gabbiano, le formiche, ecc. Ognuno svolge perfettamente il suo compito, ognuno è soddisfatto di ciò che è, ognuno è una meraviglia della natura. Tutti, tranne l'uomo. L'uomo non è soddisfatto, ha desideri che superano le sue possibilità, ha comportamenti del tutto innaturali, è in parte in preda all'istinto e in parte no. Come diceva Nietzsche, "l'uomo è l'animale malato". È un animale che non si rassegna ad esserlo e che sporge dai suoi stessi limiti. Un po' animale e un po' no. Ma proprio questa è la sua grandezza. Non sappiamo quale sia il suo destino, non sappiamo a che cosa darà origine, non sappiamo se durerà a lungo, non sappiamo se questa sua eccedenza di senso sia un difetto che lo perderà. Però ci rendiamo conto che la sua insoddisfazione non è solo una dannazione, ma un desiderio di trascendenza.

L'Anticristo

Non è un caso che all'origine del cristianesimo come religione organizzata ci sia quel Pietro che aveva tradito Gesù. In realtà il cristianesimo nasce proprio come tradimento del messaggio del suo ispiratore. "Misericordia voglio, non sacrifici" ripeteva il Nazareno citando un profeta dell'Antico Testamento, Osea. E intendeva dire che voleva fatti concreti, aiuti dati agli uomini, e non rituali, non libri sacri, non chiese, non sacerdoti di professione. Ma immediatamente fu tradito, non solo da Pietro che, essendo lento di comprendonio, non aveva capito il suo messaggio, non solo da Paolo che non l'aveva mai conosciuto, ma anche dalla religione nascente, che falsificò i Vangeli mettendo in bocca al Nazareno frasi che non aveva mai pronunciato. Insomma l'Anticristo di cui si favoleggia in alcuni testi del Nuovo Testamento era già presente poco dopo la morte del Cristo, aveva già preso forma nel desiderio dei suoi seguaci di creare un culto organizzato.

domenica 2 settembre 2012

La morte del cardinal Martini


E così il Cardinal Martini è morto con dignità, rifiutando l'accanimento terapeutico, quell'alimentazione forzata e quel sondino che i bigotti nostrani volevano imporre a tutti con una legge sul testamento biologico. D'altronde aveva scritto Martini: "Le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona".
Questione di buon senso, quel buon senso che manca ai clericali nostrani che vorrebbero impedire all'individuo ogni possibilità di scelta.
Lui ha potuto scegliere, ma Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro no.
E il padre di Eluana Englaro ha commentato: «L'eutanasia non c'entra, la sua è stata autodeterminazione. È il diritto di ognuno di poter dire: "non mi impedite di morire"».
Se però al cardinale fossero state inseriti sondini o macchine per la respirazione, si sarebbe trovato nella stessa situazione di Piergiorgio Welby o di Eluana Englaro.
L'insegnamento che ci viene da questa vicenda è sempre lo stesso: chi è importante, potente o ricco può scegliere, magari andando in qualche clinica Svizzera. Gli altri no. Pura ipocrisia.
Martini lascia un buon ricordo perché era un uomo capace di ascoltare e di rispettare le idee altrui, cose che i gli altri cardinali, vescovi e papi si sono dimenticati di fare, intenti solo a imporre le loro idee. Non per nulla, era stato emarginato in senso alla Chiesa.

De-situarsi


In una intervista radiofonica, Umberto Galimberti dice che le vacanze sono il periodo migliore per "de-situarsi", ossia per interrompere le proprie abitudini e cercare uscire dal ruolo che ci siamo attribuiti nella vita quotidiana. Noi questo lo diciamo in continuazione, e consigliamo la pratica della meditazione per "de-situarsi" non solo una volta l'anno, ma tutto l'anno, tutti i giorni. È necessario riuscire a riconoscerci al di là dei ruoli che svolgiamo abitualmente: quelli professionali, quelli sociali, quelli relazionali, quelli culturali, quelli religiosi, e così via. Quanto più ci identifichiamo con questi ruoli, tanto più ci alieniamo da noi stessi, diventiamo delle maschere, dei pupazzi. Tutto ciò che diciamo e pensiamo deriva dal ruolo, non da ciò che siamo veramente, e così perdiamo noi stessi.
Per ricuperare il nostro sé originale, per ritrovare ciò che siamo veramente, al di là delle maschere che la società ci impone o che ci imponiamo noi stessi, dobbiamo ogni giorno ricordarci che c'è un altro sé, che c'è un'altra identità, più profonda e più autentica. E dobbiamo ritrovare il contatto con essa.

venerdì 31 agosto 2012

Zen e teologia


"Teologia" è il nostro ragionamento su Dio e il divino, è la mente umana che, utilizzando la propria logica, cerca di capire qualcosa della trascendenza. Non c'è niente di male, naturalmente. Ma non si pretenda che valga qualcosa. Tutta la teologia infatti parte dal presupposto che la ragione possa comprendere la trascendenza, il divino. Ma questo presupposto può essere contestato. Prima di ragionare su Dio, domandiamoci se la mente umana possa farlo e se il mondo sia ordinato secondo la nostra stessa logica. E, soprattutto, domandiamoci a che cosa serve "conoscere" Dio. Se per conoscere intendiamo approdare alle fiacche formule della teologia ("Dio è il bene, è amore, è assoluto, ecc.), in realtà non stringiamo niente: rimagono concetti, astrazioni, filosofia... senza costrutto, senza utilità. Tutto rimane come prima, dentro e fuori di noi.
Se invece per "conoscere" partiamo dalla nostra sete di infinito, dal nostro bisogno di superare qualsiasi limite - e se questa è la nostra trascendenza o il nostro Dio -, allora il discorso si sposta dalla conoscenza intellettuale, che non cambia molto, all'esperienza. Che tipo di esperienza? Ovviamente un'esperienza di liberazione e di superamento.
Quando possiamo ottenere - o almeno avvicinarci - a un simile stato? Non certo quando pensiamo in termini di tradizioni, di teologie, di filosofie, di religioni, ecc., ma solo quando trascendiamo tutte queste cose... quando cioè ci liberiamo dalla mente stessa. È possibile farlo? Rivolgiamoci allo Zen. Quando un discepolo vuol parlare della verità, della meditazione o dell'assoluto, il maestro zen incomincia a sbadigliare. I soliti labirinti della logica, i soliti giochi di parole. Se vuoi conoscere per esempio che cosa sia un vaso, è inutile che lo definisci e lo pensi in mille modi - devi piuttosto prenderlo in mano.
Ma nel caso di Dio, del divino o della trascendenza che cosa possiamo afferrare? Ovviamente niente. Niente sarà sufficiente a definirlo, a racchiuderlo, a delimitarlo. Perché è proprio l'illimitato. E, allora, non rimane che fermare la mente indagatrice. Lì nel vuoto, liberi da tutti i concetti... teologici.

martedì 28 agosto 2012

L'analfabeta sapiente


Continua l'opera evangelizzatrice e moralizzatrice della Chiesa cattolica a spese della Rai, cioè di noi tutti. Dopo averci crocifisso con le storie di santi e di papi, dopo averci asfissiato con decine di film sul Cristo e sulla Madonna, ecco che incominciano i beati: è preannunciato uno sceneggiato sulla beata  Teresa Manganiello, "l'analfabeta sapiente", un personaggio che tutti volevamo vedere rappresentato in televisione per edificarci in questo periodo di crisi. Il guaio di questi filmetti è che, oltre ad essere noiosi e deprimenti, sono fatti male: pura agiografia, ossia racconti dove la verità storica è sempre piegata ad esigenze di propaganda religiosa. Insomma, la Chiesa ordina e lo Stato paga la realizzazione, sempre al servizio della fede. Mai come in queste occasioni si vede quel perverso intreccio tra Stato e Chiesa che ha ridotto l'Italia in stato fallimentare, sia sul piano culturale sia sul piano economico. I due piani infatti vanno di pari passo: un popolo ignorante, allevato sulla base di credenze medievali, non può che ridursi in miseria.
Basti dire che in Italia non si possono avere leggi civili sulle coppie di fatto o sui gay perché il Vaticano non vuole. Anche la legge 40 sulla fecondazione assistita è stata una norma voluta dalla destra oltranzista su dettatura papale. Non si è mai visto uno Stato così prostrato di fronte alla religione. Forse solo i paesi musulmani... E non c'è differenza tra destra e sinistra: quando si tratta di essere sottomessi alla Chiesa, i nostri politici sono tutti uguali. Forse credono, nella loro ignoranza spirituale, che il paese abbia ancora bisogno di essere guidato dalla religione, che nel frattempo dà un grande spettacolo mondiale  di moralità con i preti pedofili e con le banche vaticane che riciclano i soldi delle mafie.
Resta il fatto che la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo ha appena appena decretato che la legge 40 "è incoerente e viola il diritto alla vita privata e familiare". Da una parte infatti in Italia si ammette l'aborto, ma dall'altra non si possono fare gli screening pre-impianto del feto. Insomma, a questi risultati ridicoli ci porta il servaggio verso la Chiesa cattolica. E i cattolici hanno deciso che, pur di non fare screening preventivi, sia meglio fare un aborto... successivo. Legge punitiva, discriminatoria, oscurantista, irrazionale e sadica, partorita da una mente disturbata dal fanatismo religioso.
Chissà se qualche politico incomincerà timidamente a mettere in dubbio la civiltà delle leggi volute dalla Chiesa. Purtroppo lo spread economico che ci impoverisce tutti i giorni nasce proprio da questo spread culturale. A forza di "analfabeti sapienti" non andremo molto lontano.

domenica 26 agosto 2012

I "sani di mente"


E così il norvegese Breivik che ha ucciso 77 giovani e ferito altre 200 persone è stato giudicato sano di mente. Sane di mente sono anche le persone che negli Stati Uniti si armano di tutto punto e si mettono a uccidere a casaccio - a chi tocca tocca. Sani di mente sono gli italiani che questa estate, mentre imperversa un caldo africano, si divertono ad appiccare incendi nei boschi:è come se segassero il ramo su cui si trovano. Sani di mente sono gli agenti di Borsa che un giorno si danno all'euforia e il giorno dopo cadono in preda alla depressione più nera. Sani di mente sono gli speculatori finanziari che, per arricchirsi, gettano sul lastrico milioni di persone. Sano di mente è Assad che un giorno si fa vedere a pregare devotamente in una moschea e il giorno dopo ordina al suo esercito di massacrare la popolazione - chi c'è c'è. Sani di mente sono i nostri governanti che prima ci massacrano di tasse e dopo si chiedono come mai non cresciamo. Sani di mente sono i camorristi che utilizzano le processioni religiose per darsi un'aria di sacralità e per uccidere meglio. Sani di mente sono i preti che credono in Dio e Satana nello stesso tempo... E potrei continuare a lungo.
Ma siamo sicuri di essere sani di mente o di vivere piuttosto in società in cui la follia è l'unica vera normalità, e i sani di mente sono visti come pericolosi eversori? Il problema di questo stato collettivo di follia è che fa soffrire, fa odiare il mondo, fa vedere nell'altro il nemico da abbattere. Il piromane avrà anche qualche suo piccolo interesse, ma quello che fa è del tutto sproporzionato. Come se, per uccidere una zanzara, sparasse un missile nucleare. O non ragiona o, appunto, è malato di mente.
Ma ormai l'intera umanità soffre di questa malattia, perché il mondo che ha costruito è basato sulla competizione tra individui e sull'interesse egoistico. Nessuno pensa all'interesse dell'intera umanità, all'interesse dell'intera terra. Si disbosca, si incendia, si costruisce, ci si moltiplica, si inquina l'aria e la terra... e poi si sta sempre più male, si soffre sempre di più - con il risultato che non si sa con chi prendersela. In realtà dovremmo prendercela proprio con noi stessi. Qui però ci vorrebbe una presa di coscienza che è superiore alla mente umana, formatasi per far sopravvivere l'individuo a scapito di tutti gli altri, a scapito dell'ambiente. Fanno così tutti gli animali, fanno così tutti gli esseri privi di coscienza.
Per cambiare le cose, non basta che qualcuno capisca il meccanismo: è necessario che tutti lo capiscano, che tutti siano consapevoli. E invece la nostra cultura è tutta impegnata a nascondere, a occultare, a insabbiare la verità, offrendo soltanto diversivi e stupidi divertimenti: calcio, televisione, feste, balli a canti...
Far rinsavire l'umanità non è per niente facile, perché gli stessi medici sono pazzi. Quelli che dovrebbero guidarci, i politici, i filosofi, i saggi, i religiosi, sono malati come tutti gli altri, se non peggio. Oggi se non sei un giullare, un attore, un egocentrico narcisista non puoi diventare né un presidente né un papa. Devi vivere per l'esteriorità, come tutti gli altri, altrimenti non ti votano.
Il mondo è così perché la nostra mente collettiva è così; questo è il mondo fatto da chi ha questa mente. Cambiate la mente e il mondo cambierà. Se non lo farete, se andrete avanti indifferenti e incoscienti, rassegnatevi a morir di freddo un giorno e scoppiare di caldo il giorno dopo. Anche il tempo infatti risente della pazzia generale.

venerdì 24 agosto 2012

Le diverse idee di religiosità


Le religioni teiste sono tutte fatte allo stesso modo: c'è un Dio o ci sono dei da adorare, c'è un profeta (l'unico autorizzato) o ci sono più profeti) o un Messia, c'è un libro sacro e c'è una chiesa, un tempio o una sinagoga in cui si svolge il culto di questo Dio o di questi dei. Cristianesimo, giudaismo, islam, hinduismo... testimoniano che la mente umana, quando vuol essere religiosa, concepisce sempre lo stesso modello. C'è un Dio che ti ha creato e che un giorno ti giudicherà. E ci sono ovviamente un paradiso e un inferno, in qualche posto, forse in cielo, forse sottoterra, forse su qualche altro pianeta...Ma poi esiste il Buddhismo e in particolare lo Zen, che ci dice qualcosa di completamente diverso. Non solo non esiste alcun Dio, ma è proprio il tuo credere in un Dio che non ti fa essere religioso. Infatti, se c'è un Dio, tu non sei libero - sei uno schiavo che deve ubbidire al suo padrone. E il padrone ti castigherà o ti premierà secondo le sue personali idee di male - le sue, non le tue. Se sei stato un bravo schiavo sottomesso, Dio ti premierà. Ma se hai disobbedito, se hai pensato con la tua testa, se ti sei ribellato all'autorità, se hai voluto scalare da solo l' "albero della conoscenza del bene e del male", allora sarai punito. Questa sarebbe l'essenza della religiosità teista: la sottomissione al Potere.
Invece, non c'è nessun Dio. Quel Dio che tu credi esistere è in realtà una tua idea, una tua interpretazione, una tua proiezione di ciò che è il padre, il padrone, l'autorità... un'idea del tutto umana. Le religioni in cui credi sono piccole e limitate, sono invenzioni degli uomini, i quali marchiano con i loro pregiudizi tutto ciò che creano. Per giustificare l'esistenza di quel Dio, ecco che nascono le teologie, sistemi filosofici che cercano di spiegare con categorie umane ciò che non è logico e neppure umano - un lavoro assurdo...
Ma che cos'è allora la religiosità? La religiosità non è credere, non è pensare, non è avere idee su qualcosa, non è ragionare su Dio (la teologia), ma è sperimentare ciò che vi è divino, nel mondo e in te - non in esperienze eccezionali, ma nella vita di tutti i giorni. Tu hai perso di vista lo straordinario che c'è nell'ordinario, la meraviglia che c'è nella vita semplice. È per questo che cerchi Dio in cielo o, peggio ancora, nelle chiese e nei templi. Ma Dio, il divino, non è chiuso in un luogo speciale; è dappertutto, è in ogni cosa e, soprattutto, è in te stesso. Tu stesso sei il tempio e il dio e la preghiera.
Il problema è che, a forza di pensare e di razionalizzare, a forza di dividere e distinguere mentalmente, a forza di costruire teologie ("quanti angeli ci sono su una capocchia di spillo?"), a forza di vivere in spazi prefabbricati e secondo leggi artificiali, hai perso di vista il divino, la meraviglia. Se dunque ti siedi semplicemente e non fai nulla - proprio nulla, nemmeno cercare di pensare -, se lasci cadere la mente con il suo fardello di distinzioni e di di cavilli, puoi recuperare l'esperienza del divino che è in te e dappertutto. Certo, oggi è sempre più difficile. Perché l'uomo deve lottare, farsi una posizione, sposarsi, mettere al mondo figli, arricchirsi, speculare in borsa, essere più furbo degli altri, diventare importante e fregare il prossimo. Un essere del genere dove volete che possa trovare momenti di silenzio interiore, di meraviglia e di pace? Tutto in lui è rivolto all'azione, all'acquisizione, alla competizione, al possesso. E allora, quando cerca di essere religioso, non gli rimane che rivolgersi alle religioni prefabbricate, ai sacerdoti di professione, ai libri sacri, ai dogmi, alle teologie e al Dio che sta in cielo. Non potrà mai trovare il Dio che sta in lui, che è lui stesso.
Crede che il divino possa essere definito e conosciuto come un qualsiasi altro oggetto. Magari comprato con qualche offerta. Ecco perché Dio è morto. Se non sai diventare silenzioso, se non sai stare seduto senza fare nulla, il tuo Dio sarà semplicemente un concetto, un'immagine e una convenzione. E il tuo rapporto con lui sarà come quello che c'è fra gli uomini: di interesse, di tipo mercantile. Io ti do questo e tu mi dai quest'altro. Di un simile Dio non potrai avere nessuna esperienza, nessun tipo di unione, perché lo cerchi là dove non si trova: nei cieli o nelle chiese. E, invece, è proprio dentro di te. Per sperimentarlo devi solo lasciar perdere le innumerevoli attività in cui ti disperdi continuamente e ritrovare la divinità delle cose fondamentali: prendere la legna, attingere l'acqua al pozzo, bere un bicchiere d'acqua...
Calmo e silenzioso, entra in te stesso e cerca il tuo stesso essere, qui e ora.

mercoledì 22 agosto 2012

Vedute panoramiche


Quando siamo in vacanza o quando cerchiamo comunque una tregua agli affanni della vita, ecco che tendiamo a trovare vedute panoramiche, luoghi da cui si possono contemplare immensi panorami, distese senza fine. Possono essere cime di colline, vette montane, svolte di strade panoramiche, spiagge, scogli, promontori, dune, castelli, torri, ecc. Da lassù possiamo osservare paesaggi sconfinati o più semplici prospettive. I nostri occhi si dilatano, la nostra mente si allarga, i pensieri si arrestano.
Nell'isola di Santorini, per esempio, la sera la gente si riunisce in un luogo speciale da cui si può contemplare uno spettacolare tramonto. E lo stesso succede in mille altre località di mare, di monti, di lago, di fiume, di campagna. Ci si ferma a guardare, senza pensare a nulla di particolare. La ricerca di questa esperienza è la testimonianza di un istinto contemplativo, che alberga nell'animo di tutti, anche di persone non particolarmente sensibili o religiose. È come se la lontananza, la vastità, il cielo, la luce e i colori penetrassero nell'animo e lo dilatassero in un'esperienza che non è solo piacevole, ma è anche la constatazione che non siamo fatti di sola materia, che il nostro spirito anela a qualcosa di grande, di spazioso, di elevato.

lunedì 20 agosto 2012

L'angoscia


L'angoscia non è una forma comune di sofferenza - è qualcosa di molto più profondo. Tutti hanno paura di esistere e di morire, e tutti in incappano in qualche forma di dolore e di sofferenza. Ma l'angoscia è caratteristica degli esseri umani - e soprattutto dei più consapevoli. Nasce infatti da un'acuta consapevolezza di non sapere chi siamo, dove andiamo e se quel che facciamo è giusto o sbagliato. L'angoscia è l'incertezza dell'essere umano che si sente gettato e abbandonato in un mondo ostile. Per sfuggire a questo sentimento panico, gli uomini si danno un gran daffare: si spostano, si muovono, costruiscono, si innamorano, si sposano, mettono al mondo figli e si danno a mille attività dilatorie. Ma l'angoscia, riconosciuta o meno, resta laggiù, in sottofondo e, prima o poi, di fronte alla propria impotenza e alla sensazione di non aver riparo e di dover comunque morire, si rifà viva.
L'angoscia è il segno distintivo delle anime più sensibili, un sentimento abissale, cosmico, di fronte al quale non c'è possibilità di fuga. Ma, siccome tutti i sentimenti sono ambivalenti, chi prova questo genere di angoscia è anche in grado di scendere più in profondità dentro se stesso. In tal senso è un forte stimolo a non ricorrere a diversivi e a cercare il centro di sé, là dove ha origine l'essere stesso. Chi conosce gli abissi dell'angoscia è anche in grado di sperimentare le vette della felicità.

domenica 19 agosto 2012

Mente e cervello


Chi è nato prima: il cervello o la mente? Noi tendiamo a credere che sia nato prima il cervello, ossia l'organo fisico. Ma, ragionando così, presupponiamo che un insieme di sostanze elementari, e poi di cellule, dia origine alla mente e quindi alla coscienza. Il che significa che la mente e la coscienza sono inscritte nella materia.
Dunque ha ragione la fisica quantistica a sostenere che il mondo esterno esiste in funzione di una coscienza e che perciò la coscienza è l'elemento fondante di tutto ciò che è. Il mondo è così perché noi, in quanto detentori di coscienza, lo conosciamo così. Se la coscienza fosse diversa, le cose sarebbero diverse.
Aveva ragione il Dhammapa, il classico buddhista, a dichiarare che "siamo ciò che pensiamo, tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri, con i nostri pensieri formiamo il mondo".
Ecco perché è così importante essere consapevoli del modo in cui pensiamo e siamo coscienti. E questa è la funzione della meditazione.

venerdì 17 agosto 2012

Gioie e dolori


Poiché la meditazione è un metodo per uscire dal controllo mentale e ritrovare un immediato e fresco rapporto con la realtà, ogni esperienza di intensa felicità (per esempio di amore, di sesso, di bellezza e di contemplazione della natura) diventa una dimostrazione che il meglio della vita si presenta quando si mette da parte l'attività mentale di interpretazione e ci si connette senza mediazioni con le cose. Quando infatti siamo innamorati, facciamo sesso o contempliamo la bellezza in tutte le sue forme, naturali e umane, possiamo osservare che si sospende, anche se per pochi attimi, la comune attività mentale e il senso stesso dell'ego. In questi casi, ci dimentichiamo di ni stessi, trascendiamo l'io e tendiamo ad un'esperienza di unione con l'oggetto di contemplazione o di amore. Sono queste esperienze che ci dicono che c'è una possibilità di trascendere la mente egoica e di mirare direttamente alla realtà.
Ma non tutto è gioia. Anche certe esperienza di intensa sofferenza (di incidenti, di malattie improvvise, di tradimenti, di morte di persone care, ecc.) hanno il potere di infrangere i sogni della mente, il suo facile ottimismo e soprattutto la convinzione che il mondo sia prevedibile e amichevole e che ci sia un Dio Buono che veglia su tutto. I maestri zen ogni tanto danno delle bastonate sulla spalla dei discepoli più ottusi... tanto per risvegliarli dal potere illusionistico della mente. Anche il dolore, dunque, può essere un fondamentale strumento di illuminazione.

mercoledì 15 agosto 2012

Le vacanze della mente


Questo periodo di vacanza è quanto mai adatto a introdurre apertura, luminosità e spaziosità dentro di noi. Per esempio, nella tradizione Dzogchen del buddhismo tibetano esiste la pratica di "guardare il cielo". Ci si stende all'aperto, si guarda il cielo e si introduce la sua luce, la sua grandezza e la sua apertura nel nostro animo. In un certo senso, ci si "infinitizza".
In realtà il periodo estivo si presta a ogni genere di contemplazione. Sedetevi o sdraiatevi in un ambiente naturale (in riva al mare, a un fiume, a un lago, su una montagna, in un bosco, su un prato, ecc.) e, stando in silenzio, contemplate il luogo, a perdita d'occhio. A poco a poco la bellezza, la grandiosità e la luminosità della natura vi pervaderanno, inducendo un attimo di interruzione mentale e una piccola luce. Non a caso il termine "vacanza" viene dal latino vacuum, che significa vuoto. In altri termini, lo scopo è quello di fare il vuoto mentale, interrompendo il solito rimuginio.
Anche i viaggi si prestano ad allargare la mente, facendola uscire dai confini abituali. Sull'argomento ho scritto un libretto intitolato "Le piccole illuminazioni", Mondadori, Oscar.

martedì 14 agosto 2012

Quattro stati sublimi



Nessun'altra religione come il buddhismo dedica metodi concreti alla creazione di stati d'animo positivi, nessun'altra religione cura tanto la mente. Prendiamo per esempio i "quattro stati sublimi". Il primo è metta, che consiste nella cosiddetta "gentilezza amorevole", ossia nell'augurare il bene agli altri e anche a se stessi. Il secondo è karuna, che consiste nella compassione, ossia nella partecipazione alle sofferenze altrui. Il terzo è mudita, la gioia empatica, che consiste nel provare gioia per la gioia altrui. E il quarto è upekkha, l'equanimità, che consiste nel mantenere la calma mentale in qualsiasi circostanza.
Il primo è un metodo per impostare rapporti umani basati sulla gentilezza, una virtù che da noi è trascurata ma che invece è molto potente per creare un mondo meno violento. Ci si deve impegnare a inviare pensieri di benevolenza agli altri e a se stessi e soprattutto ad assumere un atteggiamento generale di benevolenza. Il secondo è un metodo per uscire dall'egoismo e dall'indifferenza, imparando a mettersi nei panni altrui. Il terzo è un metodo per combattere l'invidia e la competizione. E il quarto consiste nel non farsi travolgere dagli stati d'animo estremi e contrapposti.
Come si vede, il buddhismo lavora innanzitutto sulla mente, cercando di cambiare le sue tendenze più deleterie. C'è una notevole differenza rispetto al cristianesimo, che predica sì l'amore verso il prossimo, ma che non ci dice come fare. Come fare ad amare tutti? Come fare ad amare addirittura i nemici? Il buddhismo ci spiega che dobbiamo operare mentalmente in modo da cambiare la disposizione psicologica. E ci dice di controllare continuamente lo stato mentale.
Si tratta di metodi semplici ma fattivi, che mutano qualcosa di fondamentale nel nostro stato d'animo.
Controlliamo ora gli stati d'animo di una giornata. Quanto siamo stati scortesi e ruvidi? Quanto siamo stati indifferenti a ciò che è capitato a qualcuno? Quanto abbiamo provato invidia per il successo altrui? Quanto ci siamo lasciati trasportare da ira, intolleranza, esaltazione o depressione, avversione, impazienza, ecc.?
Da notare che queste pratiche, rivolte verso gli altri, hanno anche l'effetto di eliminare o ridurre la sofferenza in noi stessi. Perché è indubbio che talvolta ci trattiamo più duramente di quanto trattiamo gli altri. E invece è necessario essere gentili, benevolenti, compassionevoli ed equanimi prima di tutto verso noi stessi. Non possiamo essere gentili verso gli altri se non lo siamo anche verso noi stessi.

domenica 12 agosto 2012

La contemplazione di Dio

Da chi crede ci aspetteremmo che si dedicasse alla contemplazione di Dio - e che sapesse farlo. Infatti, da Aristotele a san Tommaso, e in tutte le religioni, la contemplazione è considerata l'attività più elevata. A differenza della preghiera la contemplazione non chiede qualcosa, ma si limita a "sentire" la presenza del Divino, sia che sia inteso come Essere separato, sia che sia inteso come Totalità. Si tratta di una logica ineccepibile: se Dio esiste e ha creato l'uomo, l'uomo deve cercare di percepirlo, di entrare in comunicazione con Lui, di adorarlo, di ascoltarlo. Ma le religioni e i credenti non sanno proprio comunicare con Dio. Pregano, implorano, chiedono, invocano, ringraziano, parlano, pensano, eseguono rituali, gli mettono in bocca i propri pensieri, le proprie convinzioni... senza riuscire a fare un po' di silenzio. Perché questo è proprio il punto. Per contemplare Dio, la Trascendenza, l'Assoluto, bisognerebbe stare in religioso silenzio; altrimenti ci si trasforma in petulanti questuanti che cercano di ottenere qualcosa. Ma, per stare in silenzio, bisognerebbe prima capire la propria attività mentale, che precede ogni altra attività e la inquina. Quale immagine di Dio ha il cristiano, il musulmano, l'hindu, l'ebreo, ecc.? In realtà bisognerebbe liberarsi di ogni immagine, nella consapevolezza che si tratta comunque di una creazione mentale. Come può la mente comunicare con Dio? Lo pensa, lo immagina, se na fa un'idea... insomma cerca di rappresentarlo, anzi di farlo rientrare nelle proprie categorie. A quel punto la contemplazione è impossibile. Ecco perché tutte le religioni sono un fallimento. Dio viene inserito in svariati contesti e viene utilizzato per servire svariati interessi. Ma, per contemplarlo, per attingere alla sua fonte d'energia, bisogna imparare a fare il vuoto mentale e a non avere immagini e idee precostituite. Bisogna essere aperti e semplici, accoglienti e fiduciosi. Bisogna mettere da parte le teologie e le stesse religioni.

venerdì 10 agosto 2012

Un campo di energia consapevole


Ci sono ancora persone che utilizzano una teologia datata, addirittura medievale. Credono ancora che da una parte ci sia il Creatore e dall'altra parte il mondo. Credono che l'uomo sia in attesa di interventi salvifici dall'alto e che Dio sia lì a seguirci e, una volta morti, a punirci o a premiarci. E si domandano angosciati da secoli come mai questo meraviglioso Creatore, soltanto Bene e Amore, abbia creato tanto male. E allora arzigogolano teorie che non stanno né in cielo né in terra, volte solo a salvare la loro immagine di Dio. Eppure lo stesso san Tommaso, verso la fine della sua vita, dopo aver avuto una specie di illuminazione, disse: "Tutto ciò che ho pensato non è che paglia".
La teologia tradizionale non è che spazzatura, partendo dalla pretesa impossibile di racchiudere nelle nostre categorie mentali la trascendenza. Oggi perfino la scienza sa benissimo che tutto è interpretazione (anche le leggi della fisica) e che l'universo è un campo di un'energia indistruttibile ed eterna che crea le cose soltanto in relazione alla mente che le deve conoscere. In altri termini, quell'albero esiste perché c'è qualcuno che lo identifica. Ma se non ci fosse la mente a riconoscerlo, non ci sarebbe e, al suo posto, rimarrebbe solo un'energia informe. Tutto ciò punta alla mente conoscitiva e alla sua più importante funzione: la consapevolezza.
Dal modo in cui la mente è cosciente dipende dunque non solo la visione del mondo ma anche la nostra personale felicità. Esaminiamo il modo in cui ci rapportiamo alle cose per scoprire per scoprire perché siamo felici o infelici. Il nostro modo di essere consapevoli plasma noi stessi e il mondo. Una bella responsabilità.

domenica 5 agosto 2012

La religione come attenzione



Molti credono che essere religiosi significhi adorare il Creatore o il Padrone dell'universo. Ma altri credono che consista nell'essere più attenti e consapevoli. Dalla venerazione del Capo non ti viene una maggior coscienza. Invece, dall'aumento dell'attenzione, viene l'incremento della sensibilità sia verso gli altri sia verso te stesso. Nel primo caso ti vengono imposti dall'esterno dei comportamenti; nel secondo caso sei tu che vari i scegli in base alla tua consapevolezza, in base alla tua aumentata sensibilità.
Né Buddha né Gesù né Maometto si accontentarono della religione che era stata tramandata loro, e vollero cercare qualcosa di nuovo, qualcosa di personale, qualcosa che fosse più adatto ai nuovi tempi.
E così dovrebbero fare tutti. Se ti limiti ad aderire a una religione preconfezionata, in realtà non scopri niente da solo, non fai nessuna esperienza personale, non sviluppi nessuna consapevolezza.
Guarda i cosiddetti individui religiosi dei tuoi tempi. Ti sembrano esempi da imitare? Ti sembrano liberi? Ti sembrano gioiosi? Ti sembrano aperti e sensibili? Sono coerenti? Sono creativi? O si limitano a recitare, come sepolcri imbiancati, sempre gli stessi ruoli, sempre le stesse parole?

Grazia e meditazione


Certe persone sono convinte che grazia e le rivelazione possano scndere solo dall'alto, dal solito fantomatico Dio, ritenuto (erroneamente) solo bene e solo amore. Ma potrebbe aspettare fino alla fine dei tempi, anche perché una simile immagine di Dio è immaginaria e contraria alla realtà.
Io credo invece che la grazia sia già scesa per tutti, con la differenza che non tutti ne sono consapevoli. "Tutti gli uomini" diceva Hakuin "sono in essenza dei buddha".
Chi si aspetta la grazia divina, ha un'idea pessimista degli uomini: crede che non possano camminare con le proprie gambe.  Se ci dobbiamo aspettare sempre un intervento del divino, noi che cosa meditiamo a fare? E Buddha non era un uomo come tutti gli altri che raggiunse da solo l'illuminazione? Lui stesso lo ripeteva, anche se i suoi seguaci ne hanno fatto un dio. E Lao-tzu? E i maestri del Vedanta? E i maestri zen?
In realtà la scintilla divina è già in tutti noi. E spetta a ciascuno di noi tirarla fuori.
Purtroppo le religioni hanno fallito nel loro compito di migliorare l'uomo. Ancora oggi assistiamo a una lotta mortale fra tradizioni religiose. E ci sono comunità guidate da maniaci sessuali, dediti inoltre all'uccumulo di denaro e di potere.
Alle religioni non interessa creare uomini più consapevoli, ma creare masse di fedeli ubbidienti. Questo vale tanto per le religioni tradizionali quanto per certi nuovi culti di origine sincretista.
E comunque tutte le religioni sono sincretiste. Lo stesso cristianesimo sarebbe nato se non avesse messo insieme elementi del giudaismo, del paganesimo e delle religioni ellenistiche?
Io per esempio non apprezzo l'uomo Rajneesh-Osho, e ne vedo i limiti e le contraddizioni, ma è l'unico che in tempi moderni abbia inneggiato alla liberazione degli individui dal giogo sociale e religioso. Che poi i suoi seguaci non siano stati all'altezza, è evidente. Ma crediamo che i seguaci di Gesù siano stati migliori? Che cosa dicevano i romani e i greci dei primi cristiani?
Non è dall'alto, non è solo dall'alto, che viene la liberazione. Viene anche dal basso, viene dalla nostra interiorità. E, comunque, alto e basso, come diceva un antico motto ermetico, sono la stessa cosa.


sabato 4 agosto 2012

La nostra realizzazione


Rispondo a due domande di un lettore.
Prima domanda:
Cosa consiglia di fare se, durante la meditazione, siamo visitati da pensieri inquieti e immagini che disprezziamo? Sembra che la mente lo faccia perché si oppone al nostro tentativo di migliorare ed entrare in noi stessi; sembra che si ribelli e produca appositamente motivi di disturbo.

Risposta:
La mente lo fa apposta perché non vuole essere messa a tacere. Il suo scopo infatti è produrre in continuazione pensieri, immagini, ricordi, sogni, fantasticherie, incubi, ecc. E la meditazione vuole al contrario trascendere tutto ciò, cerca il silenzio mentale.
Devi convincerti che tu non sei la tua mente, devi disidentificarti dalla mente. Tu non sei la tua mente, tu sei il Testimone che la osserva con distacco. Prendi nota di tutta questa produzione mentale come se provenisse da un'altra persona e compi uno spostamento dalla mente al Testimone. Si tratta di un'operazione che non va pensata, ma realizzata concretamente. Tu spostati dalla mente che lavora all'osservatore che la osserva. Da un centro all'altro, dall'ego che pensa al soggetto trascendentale, al Sé.
Mettere a tacere la mente non è facile, ed è un'operazione che spaventa. Ma si consideri che i momenti migliori della nostra vita vedono una sospensione della comune attività mentale, per esempio quando si contempla con meraviglia qualcosa, quando si guarda con amore o quando si è concentrati su qualcosa di piacevole.
Ci si può aiutare concentrandosi sul lobo anteriore del cervello, al centro della fronte. Oppure chiudendo gli occhi e osservando la macula luminosa che appare nel buio, magari sospendendo il respiro. Ma ciò che conta è assumere la "posizione del Testimone".

Seconda domanda:
Come e quando posso essere sicuro che "la mia voce" sia effettivamente la mia, e non invece l'ennesima interferenza della mia cultura/tradizione? Esiste, secondo lei, un'esperienza, una particolare sensazione, che ci "informa" circa l'autenticità, la non-estraneità della nostra voce interiore?

Risposta:
 La voce interiore in realtà non è una voce, ma un'ispirazione. Non si tratta di ascoltare delle parole, ma di essere sicuri di compiere la scelta giusta quando le circostanze lo richiedono. Come si fa? Ritirarsi, raccogliersi, isolarsi e soprattutto mettere a tacere la mente. La "voce" giungerà quando capiremo che strada dobbiamo imboccare. Infatti la strada altro non è che la realizzazione della nostra natura essenziale. Quindi, tutto ciò che ci fa perdere tempo o che va contro le nostre predispozioni fondamentali deve essere accantonato. Quando invece favoriremo la nostra realizzazione spirituale e materiale, allora la "voce" ci dirà che è la scelta giusta. Ognuno di noi ha un destino e una via da percorrere, in base alle doti che possiede. Quando segue questa via, il suo Sé e l'universo intero gli dirà che sta facendo bene. La sensazione corrispondente sarà quella di essere finalmente a casa, di essere rilassati e attenti, di essere lucidi, di essere a proprio agio.

venerdì 3 agosto 2012

Non-mente


La differenza tra preghiera e meditazione ci aiuta a capire che cosa sia quest'ultima. Mentre nella preghiera ci si rivolge a Dio per chiedergli di esaudire qualche desiderio, nella meditazione ci si deve liberare proprio del desiderio. Non nel senso che non si devono più avere desideri ma nel senso che dobbiamo stare nel presente, nel qui-e-ora, evitando di evadere attraverso la mente la quale si sposta continuamente nel passato, attraverso i ricordi, o nel futuro, attraverso le speranze. Proprio nel momento in cui siamo totalmente presenti e attenti, oltrepassando ricordi e speranze, trascendiamo la mente con tutte le sue ingannevoli interpretazioni.
Il Dio cui ci si riferisce nella preghiera è inevitabilmente un prodotto della mente, mentre il nostro scopo nella meditazione è essere non-mente, è annullare le categorie mentali, trascenderle. La preghiera è ancora un'operazione mentale, mentre la meditazione ne esce.

Superare le tradizioni


Pur nel rispetto delle culture passate, che ci hanno dato qualche idea buona ma che si contraddicono e si combattono a vicenda, il nostro compito non è quello di seguire fedelmente questa o quella tradizione, ma quello di prendere il meglio di ciascuna tradizione, di elaborarlo e poi di passare oltre trovando nuove vie. La ricerca spirituale è un fatto personale e creativo. Io devo essere me stesso, non il discepolo di qualche maestro. Io devo realizzare me stesso, e nessuno potrà illuminarsi al posto mio. Posso seguire qualsiasi maestro, ma alla fine dovrò camminare con le mie gambe se voglio arrivare da qualche parte. Altrimenti resterò per sempre un seguace, un fedele, un imitatore, uno che non si è realizzato.
Se io non sarò me stesso, chi lo sarà per me? E, se non ora, quando?
La realizzazione è uno stato in cui trascendo tanto l'ego quanto la mente, lasciando perdere ogni ideologia, ogni obbedienza ed ogni ortodossia.
Ricordiamo l'aneddoto riguardante il saggio chassidico Zusiya. Poiché stava morendo, un vecchio gli domandò: "Quando ti troverai davanti a Dio, potrai dirgli di aver seguito fedelmente Mosè?" E lui rispose: "Dio non mi domanderà mai: 'Perché non sei stato un Mosè?', ma 'Perché non sei stato Zusiya?'

mercoledì 1 agosto 2012

Acuire la consapevolezza


La parte più elevata dell'uomo, ciò che lo differenzia e lo mette al di sopra degli altri animali, è il suo essere consapevole. È la coscienza che fa la nostra gloria. Questa facoltà ci fa sentire più evoluti e più intelligenti degli altri esseri viventi. Ma non basta, perché la coscienza è condizionata come ogni altra cosa. Noi siamo la nostra coscienza, però la nostra coscienza è ben poco "nostra" - per lo più è formata dai genitori, degli insegnanti, dai religiosi, dai politici, dagli intellettuali, dai libri, dalla televisione, ecc. In altre parole, gran parte delle nostre idee, delle nostre convinzioni e dei nostri giudizi è presa dalle idee, dalle convinzioni e dai giudizi di altre persone. Indubbiamente noi operiamo una selezione e una sintesi di tutto questo materiale, ma resta il fatto che in origine non è nostro. Siamo fatti da tanti pezzi di altre persone, di altri cervelli. La nostra coscienza è in realtà una coscienza sociale.
Già essere consapevoli di questa condizione è una forma di illuminazione, perché ci fa capire che il nostro ego è un aggregato di altri ego e di altre coscienze. Ciò che credevamo "nostro", anche la parte più intima di noi, è pesantemente condizionata.
Nasce allora il problema, da una parte, di decondizionare la consapevolezza e, dall'altra parte, di acuirla. Decondizionare la coscienza significa rendersi conto che al nostro "volto originale" sono stati sovrapposte innumerevoli maschere e che è necessario scavare a fondo per ritrovare ciò che è più autentico. Si tratta in sostanza di un lavoro di spoliazione: togliere questa o quella maschera, questo o quell'atteggiamento, questa o quella convinzione, questo o quel valore... e cercare di sostituirli con qualcosa di veramente nostro.
Acuire la consapevolezza significa scendere dall'astrattezza e guardarci attorno con grande attenzione. Che cosa ci dice questo o quel luogo? Che cosa ci dice questa o quella persona? Sappiamo riconoscere gli altri, sappiamo dare ascolto ai segnali che ci vengono dal nostro stesso istinto? Riusciamo per esempio a capire le persone dal loro modo di parlare, dal tono della voce, dal linguaggio del corpo e dalla mimica facciale? Capiamo se una persona è arrabbiata, tesa, falsa, interessata, generosa, egoista, ecc.? Capiamo se ci piace o non ci piace, e perché?
Insomma acuire la consapevolezza è acuire la sensibilità, è essere più vivi e attenti nel mondo quotidiano.
La meditazione non si occupa dunque soltanto dei massimo sistemi. Ma anche di migliorare la nostra condizione. In ogni caso dobbiamo fermarci, rimanere immobili, osservare attentamente, apprendere, assorbire, ascoltare ed elaborare. Per la nostra stessa salute, per la nostra stessa felicità.

martedì 31 luglio 2012

Imperatori e papi


Un uomo politico ha vari mezzi per arrivare a dominare il popolo. Ma il più sicuro è quello di allearsi con il prete. Il prete dà al politico una specie di investitura religiosa e il politici ricompensa il prete finanziando la sua religione. Da che mondo è mondo è sempre andata così - un'allenza fra ipocriti per appoggiarsi a vicenda.
Senza l'imperatore Costantino, il cristianesimo sarebbe rimasto una religione marginale.
Senza l'imperatore Ashoka, il buddhismo non si sarebbe diffuso tanto rapidamente.
Questo ci dice che le religioni sono opera dell'uomo che cerca il potere. La religiosità è un'altra cosa: mente limpida, stupore, contemplazione e presenza attenta.

domenica 29 luglio 2012

La scala verso il cielo

Forse non ci capiterà di diventare dei grandi illuminati - perché non è nel nostro destino o karma. Ma fra il tutto e il niente c'è tutta una serie di gradazioni. E così esistono tante gradazioni fra il buio e la luce, ed esistono vari livelli di sonno e di sogno. L'importante è essere convinti che stiamo dormendo o che la nostra visione è oscurata. Già questo è un buon punto di partenza: non siamo completamente ignari, inconsapevoli, come la gente comune. Intanto, con la pratica della meditazione, possiamo risalire di gradino in gradino, raggiungendo livelli di maggior luce o risveglio. Il cammino è incominciato.

giovedì 26 luglio 2012

La ricerca spirituale


In meditazione cerchiamo qualcosa che non riusciamo a definire. Se lo chiamiamo Sé, Divino, anima, Trascendenza, ecc., rischiamo di avere un'entità "cosificata" che non serve alla nostra evoluzione. Se per esempio parlo di anima, ma non riesco a farne esperienza concretamente, resta un concetto, lettera morta.
Ma è bene che non sia definibile. Se ci fosse la parola esatta, sarebbe un oggetto fra gli altri. E invece deve essere un centro di consapevolezza che fa da testimone a tutto ciò che avviene. Ciò che è definito, infatti, è de-finito, è morto, è un prodotto e un oggetto della mente - e la mente è sempre rappresentazione e interpretazione.
Ciò che cerchiamo è piuttosto una via o un'esperienza che al momento intuiamo, ma non abbiamo. È come parlare di amore a chi non è mai stato innamorato. L'unica cosa certa è che dobbiamo cercare "in noi", nel senso che deve essere una nostra esperienza personale.
Ecco perché non ha senso definirsi cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, ecc. Ciò presuppone che ci sia una via o una verità che sia preconfezionata e valida per tutti. Ma non è così. Ciò che cerchiamo è qualcosa che non può essere né precostituito né insegnato, ma solo esperito, vissuto. Anzi, l'unica condizione per trovarlo, è avere la mente sgombra da pregiudizi e quindi da fedi.
Quando il Buddha dice: "Parlate a agite con mente pura", intende dire: "Parlate e agite con mente libera da preconcetti". E lo stesso affermano Gesù o i taoisti quando ci spingono a recuperare la mente dei bambini, la mente dei principianti, priva di ideologie.
La premessa dunque per la nostra esperienza è lasciar cadere tutto ciò che ci è stato inculcato, tutte le idee e i principi che ci sono stati insegnati. Avere una mente libera e vuota, aperta e ricettiva.
Anche la vecchia idea che Dio abbia parlato soltanto a pochi privilegiati deve essere abbandonata. Dio parla a tutti. Il problema è che nessuno ascolta. Tutti sono occupati a parlare, a pensare e a desiderare. Quindi c'è un gran rumore nella loro testa. E, in quel rumore, non si può ascoltare. Se non si ascoltano gli altri, figuriamoci Dio!
Un po' di meditazione, di ascolto e di silenzio mentale dovrebbe essere la base di ogni religiosità.

martedì 24 luglio 2012

L'ultimo atto del paganesimo



Quando entriamo in una chiesa cristiana, ci rendiamo subito conto che abbiamo a che fare con un'espressione dell'antico (e mai morto) paganesimo: statue, quadri, affreschi, vetrate dipinte, ecc. Talvolta si tratta di opere d'arte, talvolta di paccottiglia di cattivo gusto. Ma quel che si nota è che tutto è predisposto non per meditare o per pensare a Dio, bensì per pensare ad altro. Almeno nei templi musulmani regna il vuoto e il divieto di riprodurre immagini, il che predispone il fedele a concentrarsi sulla trascendenza. Invece nel culto cristiano si fa di tutto perché la mente sia distratta. Il cristiano non sa neppure più dove si trovi o che cosa sia Dio; è abituato a vedersi mediare ogni slancio spirituale dalle immagini di qualche Cristo, di qualche Madonna o di qualche santo.
D'altronde, che molti miti cristiani siano stati presi dal paganesimo è evidente. Per esempio, il mito dell'accoppiamento di Dio con una vergine terrestre è semplicemente l'ultima avventura del buon vecchio Zeus. Ecco come ne parla scherzosamente Osho, che racconta la seguente storiella:
"Dio è depresso. San Pietro suggerisce di fare un viaggio sulla Terra e abbordare una simpatica ragazza greca, possibilmente vestita come all'epoca classica, con un semplice gonnellino molto al di sopra del ginocchio.
"Dio commenta: 'No, un tempo la cosa mi divertiva, e per secoli le ragazze greche mi hanno veramente appassionato. Ma da quella volta in cui feci l'errore imperdonabile di andar dietro a una giovane ebrea, duemila anni fa... maledetti loro, ancora ne parlano' " [Osho, La mente che mente, Feltrinelli, 2006].
Non c'è quindi da meravigliarsi che la civiltà cristiana sia diventata quello che è: la prevalenza dell'apparire sull'essere.

sabato 21 luglio 2012

La follia umana



Ogni tanto, sempre più spesso, qualcuno negli Stati Uniti si arma fino ai denti e si mette ad ammazzare il maggior numero possibile di persone, senza conoscerle, a casaccio. Ma ormai la stessa cosa capita anche in Europa, per esempio è successo da poco in Norvegia e in Germania. È uno dei tanti segni della follia di cui soffre l'umanità. L'uomo - come diceva Nietzsche - è un animale malato... ma è malato nella mente. Le nostre società sono organizzate in base a valori folli. Famiglia, scuola, religione, lavoro, carriera, pensione... tutto è programmato in anticipo. Non c'è quasi bisogno di vivere: è tutto previsto, ci si potrebbe già ammazzare alla nascita. E l'esistenza dov'è finita? L'uomo ha perso il contatto con la natura, esteriore e interiore, e quindi è un essere alienato. Tanto più pazzo quanto più non se ne rende conto. Ha costruito un sistema sociale in cui pochi sfruttano interi popoli, e i popoli sono così scemi da scegliere i più grandi imbroglioni come loro capi. Più uno è squilibrato più farà carriera, e diventerà un grande leader... come Hitler, Mussolini, Assad, Mao tse tung, Pol Pot, Napoleone o il capo di qualche Chiesa. Le religioni esprimono al meglio la follia umana. I cristiani credono che Dio sia sceso sulla terra camuffato da uomo per salvare il mondo (evidentemente è fallito), gli ebrei credono che Dio abbia prescelto per le sue esternazioni un solo popolo (che, guarda caso, è il loro) e i musulmani credono che Dio abbia autorizzato a parlare un solo profeta. E tutti lottano contro tutti per avere il predominio mondiale. Il sistema educativo (familiare e scolastico) esalta valori quali la competitività, l'arrivismo, l'aggressività, ecc. "Devi farcela, devi essere il migliore, devi arrivare primo, devi essere il più ricco..." E, non a caso, nella scuola sono entrati "debiti" e "crediti", tanto per prepararsi meglio a quel succederà dopo. Ecco perché gran parte di queste stragi di ragazzi avvengono nelle scuole. Sono attacchi al sistema scolastico tutto basato sul successo e sulla competizione, tutto orientato all'orientamento professionale. Si uccidono i compagni perché sono rei di accettare supinamente un simile appiattimento. Si uccidono i professori perché sono colpevoli di trasmettere i valori del conformismo sociale. Il sistema economico, basato sempre più sullo sfruttamento e sull'ingiustizia sociale, è un altro segno di questo impazzimento. C'è chi guadagna milioni di euro con un clic sul pc che però getterà sul lastrico milioni di individui, c'è chi guadagna montagne di denaro perché è bravo a calciare un pallone in una rete e c'è chi ha uno stipendio che è centinaia di volte quello di un operaio o di un impiegato. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. La Borsa, la finanza e il mercato sono isterici, e vanno avanti tra un crollo e l'altro, tra un estremo e l'altro. Il terrorismo, fondato sulle religioni e appoggiato dagli Stati, semina morti e stragi, senza un obiettivo che non sia quello di destabilizzare e seminare paura. Il surriscaldamento delle menti umane ha prodotto un surriscaldamento del pianeta. Così anche il tempo è impazzito, e passa in un poche ore da un tifone tropicale a una gelata siberiana. La politica è devastata dalla televisione, al punto che un politico è soltanto un individuo che è bravo a fare l'attore o fare il bei discorsi. Ma poi è facile che non sia capace di governare, ed è già molto se non ruba a man bassa per sé e per i parenti. Nessuno sa più su quali equilibri si basi il mondo, nessuno sembra avere un grano di saggezza. E tutti vivono sfruttando l'ambiente e la natura, come sapessero dentro di sé che non c'è un futuro. La follia dell'uomo nasce tutta da una mancanza di consapevolezza di quanto la mente umana sia degenerata. La coscienza è in realtà frutto del condizionamento sociale, e perciò è molto difficile sfuggire alla follia generale. Nelle scuole non esistono insegnamenti sul decondizionamento mentale. I singoli sono come tanti topi impazziti che corrono da mane a sera per acquistare oggetti inutili o per fare più soldi. Non c'è che un'unica via d'uscita: fermarsi tutti a riflettere. Dobbiamo imparare ad osservarci e ad osservare la follia del mondo. E poi dobbiamo sforzarci di introdurre, non a nome di qualche religione ma per la salvezza del genere umano, valori di pace, di calma, di silenzio e di distacco.

giovedì 19 luglio 2012

Dal mito alla realtà


Al di là dell'idea più o meno mitologica di illuminazione, ciò che ci procura la pratica meditativa, con i suoi metodi di concentrazione e di decondizionamento mentale, è una maggior chiarezza di pensiero accompagnata da una maggior calma. Nello stesso tempo si ottiene o si deve acquisire una visione "filosofica" della vita che ci porti a una semplificazione dell'esistenza e ad una ricerca di essenzialità e di saggezza.
Un Buddha è un illuminato non perché abbia risposto a tutte le domande, ma perché non ha più domande - se ne sta in silenzio, con una mente che non brulica più di pensieri. Fermato quel brulichio di pensieri, idee, ricordi, anticipazioni, fantasie e speranze, vede le cose con più chiarezza, senza schermi, senza tante mediazioni.

L'io diviso



Individuo significa "non diviso". Ma tu non sei ancora un individuo - sei più che diviso, sei frammentato, sei un mosaico di altre persone: un pezzo da tuo padre, un pezzo da tua madre, un pezzo da qualche insegnante, un pezzo da qualche amico, un pezzo dalla religione, un pezzo da qualche libro, un pezzo dalla politica e così via. Sei composto da pezzi di società.
Se vuoi diventare un vero individuo, devi liberarti da tutti questi pezzi di società. Solo così potrai illuminarti o vedere con più chiarezza.
Una persona perfettamente adattata alla società è - come indica l'etimologia - una maschera, la maschera di un attore che recita qualche parte. È dunque un impostore, un mentitore, un ipocrita... un io diviso.

martedì 17 luglio 2012

Sedere in silenzio


Sedere in silenzio senza fare nulla, neppure pensare, può sembrare la cosa più facile del mondo - ma non è così.
Innanzitutto devi restare immobile, e questo il tuo corpo lo rifiuta: vuole muoversi, vuole spostarsi. Ma il problema è comunque risolvibile.
E poi non fare nulla, proprio nulla, nemmeno pensare, ricordare o fantasticare, questo la mente lo rifiuta ancora di più. Ecco perché in genere si dà da ripetere un mantra o si segue il respiro - sono metodi per concentrare l'attenzione almeno su qualcosa. Infatti, la mente ha bisogno di lavorare, di avere un oggetto cui pensare; perfino quando dormi, non smette di operare ed elabora sogni.
Ma, con l'esercizio e la buona volontà, si possono comunque limitare i pensieri e le divagazioni. In particolare, per brevi periodi (per esempio tra un pensiero e l'altro o quando si è stanchi), si possono scoprire intervalli silenziosi, pause, buchi neri.
Ci sono varie occasioni in cui la mente smette di produrre compulsivamente pensieri e si mette da parte a contemplare. Per esempio, quando ammirate qualcosa di bello o di inusitato (un paesaggio, una persona, un'opera d'arte, ecc.). In questi casi i pensieri si concentrano su un unico oggetto e l'animo si riempie di meraviglia. Ecco perché si viaggia: si va alla ricerca di qualcosa che arresti i nostri pensieri e ci riempia di luce. Anche queste sono forme di meditazione inconscia, un mezzo per liberarsi dal peso della mente.

Il Grande Banchiere


Magari il nostro Dio fosse amore, magari i nostri interessi fossero rivolti all'affettività e alle passioni! In realtà Dio oggi è il denaro, il profitto, il mercato, insomma l'economia. Oggi è l'economia che dà un valore a ogni cosa, che domina i nostri pensieri e le nostre emozioni. Guadagni tot? Vali tot. Quanti sforzi e quante energie dedichiamo all'economia e quanti all'amore? Quanto lavoriamo per guadagnare e quanto amiamo? Facciamo un breve calcolo e scopriremo chi è il nostro vero Dio, la nostra vera religione.
D'altronde quasi tutte le religioni nascono da idee di profitti e perdite, di dare e avere. Per esempio ci sono parabole evangeliche dove Dio è paragonato ad un mercante o ad un banchere che presta denaro per controllare chi riesce a farlo fruttare di più. È vero che queste parabole hanno un significa religioso, ma resta il fatto che il linguaggio e l'esempio sono proprio quelli economici. "Date e vi sarà dato... A chi ha sarà dato ancora di più e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha..."
Fare il bene viene visto come un investimento. E chi riesce a far fruttare meglio il proprio capitale di buone azioni avrà come premio il paradiso. Insomma, l'aldilà, il regno dei cieli, è concepito come un conto in banca che frutterà tanto più quanto più si sarà investito in buone azioni. Di conseguenza Dio viene visto come il Supremo Ragioniere che presenta i suoi rendiconti e stabilisce gli interessi dovuti.
Stando così le cose, il nostro mondo è dominato da una ragione strumentale, da un pensiero calcolante, che ci trasforma tutti in investitori, speculatori e accorti calcolatori. Questo è il nostro Dio: la parita doppia, il calcolo dei profitti e delle perdite. E poi ci domandiamo come mai nelle nostre società hanno finito per governare bancheri ed economisti. Non lo sono anche i nostri preti?

L'illuminazione fuori dai miti

Molti credono che illuminarsi significhi vedere aprirsi i cieli, essere abbagliati da una grande luce e capire ogni verità. Può darsi che questo sia avvenuto ai grandi profeti. Ma per noi, modesti ometti, l'illuminazione è qualcosa di più semplice. Come dice la parola, è un gettare un po' di luce nel buio che ci avvolge di solito, è vedere con più chiarezza nella confusione di tutti i giorni, è capire qualcosa di più non solo dei grandi problemi esistenziali ma anche degli uomini e dei fatti cui ci capita di assistere. E non è poco. Basta sedere in silenzio senza fare nulla, ma con il preciso intento di veder chiaro, di liberarsi di ogni mediazione mentale per puntare diritti verso il proprio centro.

domenica 15 luglio 2012

Bodhidharma


Quando il monaco indiano Bodhidharma si recò in Cina per diffondere il buddhismo, l'imperatore Wu lo fece convocare e gli domandò di definire la sua nuova religione, che si sarebbe chiamata ch'an e poi zen. Bodhidharma rispose:

"Un insegnamento speciale al di fuori delle Scritture,
indipendente da parole e da lettere,
in cui si mira direttamente allo spirito dell'uomo.
Contemplando la propria natura
si realizza la natura del Buddha."

L'imperatore non capì nulla. Ma Bodhidharma aveva enunciato i principi fondamentali della meditazione. Prima di tutto qui non ci sono scritture più o meno sacre che invece sono fondamentali nelle altre religioni. Qui non ci si deve perdere nelle interpretazioni teologiche o nelle speculazioni filosofiche. Qui non c'è nessuna autorità, che non sia il proprio spirito più profondo.
La verità, la realtà, abita all'interno dello spirito umano e, per scoprirla, non bisogna cercare né nei testi sacri né nelle parole autorevoli di qualche personalità, ma direttamente dentro di sé, nella propria natura. Bisogna insomma puntare verso il centro e il fondo di se stessi, senza intermediazioni culturali, anzi liberandosi delle interferenze della mente che tutto interpreta e falsifica.
Non ci sono vere e proprie tecniche. O, per meglio dire, le tecniche hanno un unico scopo: far convergere l'attenzione e la concentrazione verso la propria natura essenziale. Questa natura essenziale è anche la natura di tutti i Buddha, ossia di tutti gli esseri illuminati.
Se volete meditare, questo dovete fare. Dovete capire che cosa significhi "mirare direttamente allo spirito dell'uomo" e sparare il vostro colpo. Bastano anche pochi istanti. Ma dovete essere al meglio della vostra chiarezza mentale e dovete provareil bisogno di svegliarvi dallo stato di torpore in cui vi trovate abitualmente per diventare sempre più sensibili e consapevoli.

venerdì 13 luglio 2012

Religioni e potere

In Germania i giudici del tribunale di Colonia hanno stabilito che la circoncisione, anche se praticata per motivi religiosi, equivale a una mutilazione. Infatti, con questo intervento "il corpo di un bambino subisce una modificazione stabile e irreversibile, contraria all'interesse del bambino stesso che dovrà decidere più tardi e da solo la sua appartenenza religiosa". Finalmente una sentenza di altissima civiltà, da applicare anche al battesimo. Sarebbe ora di finirla di voler decidere per i bambini; si tratta di un'appropriazione indebita della loro volontà, di un tentativo di arruolarli in una religione. Sareste contenti se qualcuno decidesse per voi, fin dalla nascita, che appartenete ad un partito? Così è per queste cerimonie religiose. Rispettiamo una volta tanto la libertà del bambino. Nel cattolicesimo, per condizionare la mente degli ingenui, si è giunti perfino a dire che i bambini morti senza essere battezzati finiscono all'inferno o nel limbo! Come mai le religioni sono sempre in prima linea quando si tratta di coartare la volontà delle persone? Evidentemente sono più strumenti di condizionamento che strumenti di liberazione dell'individuo. Ecco perché finiscono per piacere tanto a chi esercita il potere.

Reale e irreale


Non stiamo fingendo di fare i santi o gli spirituali. Non stiamo cercando né paradisi né inferni. Cerchiamo di uscire dalla confusione, dall'ignoranza e dalla sofferenza che ci attanagliano. Decidiamo della nostra vita e del nostro essere. Scegliamo se prendere in mano la nostra evoluzione o lasciare che siano le condizioni a trasportarci qua e là. Per meditare, dunque, ci vuole serietà: questo è l'unico atteggiamento utile. Siamo con l'acqua alla gola, abbiamo poco tempo e non ne possiamo più di evasioni, di giochetti, di religioni e di miti. Ciò che cerchiamo è la verità, anzi la realtà; distinguere ciò che è reale da ciò che è irreale.
Il grande nemico dell'uomo non è né qualche Demonio, ma l'ignoranza. È l'ignoranza che domina il mondo.
Per ignoranza non intendiamo la mancanza di cultura; anche la cultura ti mantiene nell'ignoranza  spirituale - un professore di università può essere altrettanto ignorante di un analfabeta. L'ignoranza di cui parliamo, infatti, non è la mancanza di cultura, ma la mancanza di consapevolezza. E qui tanto l'analfabeta quanto il professore possono essere allo stesso livello.
Che cos'è allora la consapevolezza? È la capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che è irreale.
Che cosa è reale? Ciò che riguarda l'essere. E che cosa è irreale? Ciò che riguarda l'apparenza. Il titolo di studio, il ruolo sociale, la moda, il denaro, l'età, il sesso, la nazionalità, le proprietà, la notorietà, l'appartenenza etnica o religiosa, perfino il corpo, perfino le emozioni, perfino l'ego... insomma tutto ciò cui noi oggi diamo tanta importanza non è che apparenza: riguarda il lato superficiale dell'essere. Al contrario, ciò che riguarda il fondo o l'essenza dell'individuo è la vera realtà.
La realtà è ciò che non scompare quando mutano le condizioni.
Scopo della meditazione è sviluppare questa consapevolezza, mirando all'essenziale. Quando sogni, credi che tutto sia reale. Ma poi ti svegli e scopri che non è così. Anche la nostra vita abituale non è che una specie di sogno, dove contano valori e cose che scompaiono non appena diventi più sensibile.
L'ignoranza ci fa vivere in uno stato di confusione e di annebbiamento che ci fa sprecare l'esistenza alla ricerca di cose che non contano. Il mondo è infelice e soffre proprio perché non riesce a capire questa semplice verità.
Bisogna dunque addestarsi a distinguere ciò che è importante da ciò che è inutile, ciò che è profondo da ciò che è superficiale, ciò che è convenzionale da ciò che è basilare, ciò che ci fa dormire da ciò che ci sveglia. Dobbiamo disidentificarci dai ruoli sociali se vogliamo trovare l'essere reale.

giovedì 12 luglio 2012

L'albero della conoscenza del bene e del male


Nellle nostre religioni infantili, Dio è identificato con il bene, l'amore, la vita, ecc. "Dio è vita" si sente dire spesso, sottintendendo che la morte, il male e la violenza siano prodotti da qualche essere maligno, magari il Diavolo. Infatti san Paolo arriva a dire che "l'ultimo nemico a essere sconfitto sarà la morte" - grande ingenuità, che non tiene conto del fatto che queste contrapposizioni sono un prodotto mentale, una divisione arbitraria. Non si dovrebbe mai parlare di vita, ma di vita-morte, e anche di amore-odio e di bene-male. I termini contrapposti sono tali solo per la mente dualistica, ma nella realtà sono complementari.
Bisogna guardare ad Oriente per trovare un'idea ben diversa, e è più intelligente, della realtà. Per esempio, il buddhista Hakuin scrive nel suo "Canto dello Zazen":

"Tutti gli esseri senzienti sono essenzialmente dei Buddha.
Come non può esserci ghiaccio senza acqua
Così non ci sono Buddha senza esseri senzienti.

"Non sapendo quanto sia vicina la verità
Noi la cerchiamo lontano, che pena!
Siamo come l'uomo che in mezzo all'acqua
Si lamenta disperatamente per la sete.
Siamo come il figlio di un ricco
Che si è perso tra i poveri.

Trasmigriamo attraverso i sei regni
Perché ci siamo persi nell'oscurità dell'ignoranza.
Vagando nell'oscurità
Come possiamo liberarci della nascita e della morte?"

Questo è il punto: non ci si può liberare della morte come se si trattasse di un prodotto di scarto. La morte è essenziale alla vita, proprio come la vita è tale solo perché c'è la morte. Su questi concetti bisogna meditare se si vuole uscire dalle trappole della mente e comprendere la realtà nella sua interezza.
Anche i rishi delle Upanishad ribadiscono che lo scopo della contemplazione è il superamento del dualismo: "Avendo superato il bene, avendo superato il male, egli è al di là di tutti i tormenti del cuore... Egli non può essere dominato dai due pensieri 'ho fatto il male, ho fatto il bene' perché all'uno e all'altro è superiore" [Bhradaranyaka Upanishad].
Certo si tratta di un atteggiamento che sembra estraneo alla nostra cultura, tutta incentrata sulla contrapposizione bene-male, vita-morte, amore-odio, ecc. Ma, senza oltrepassare questo modo di ragionare, senza mai riflettere su questa eterna e inutile lotta fra enti e valori contrapposti, non raggiungeremo quella pace, quella liberazione, che cerchiamo.

lunedì 9 luglio 2012

Oltre il dualismo


La paura della morte è collegata ovviamente alla convinzione dell' "io sono". Penso, dunque sono. Penso, dunque sono cosciente di essere. Ma questa convinzione resta un prodotto mentale. Noi pensiamo di essere vivi, di essere un io. Questa è l'impostazione di partenza. Un albero o un animale non pensano di essere vivi - lo sono e basta. Noi aggiungiamo una coscienza. Se crediamo nell'essere vivi, nell'essere un io, abbiamo paura di essere privati della vita e dell'io. Se però questo essere vivi e questo io non fossero che un prodotto della mente, chi potrebbe morire?
È la coscienza che commette l'errore, che compie la discriminazione. Perché, per essere coscienti, dobbiamo dividerci in due: il soggetto e l'oggetto. In questa divisione nasce l'idea di essere separati. La coscienza è separazione. La coscienza distingue non solo il soggetto che è cosciente dall'oggetto di cui è consapevole (l'io separato), ma anche tutte le coppie di opposti: inizio-fine, vita-morte, ecc.
In sostanza è la coscienza che crea le idee di separazione e di contrapposizione, distinguendo arbitrariamente realtà che sono inseparabili. Ma non c'è una netta contrapposizione fra vita e morte. Si tratta di trasformazioni. Siamo sempre vivi, anche se in forme differenti, e non siamo mai definitivamente morti.
È questo che dobbiamo imparare a percepire, passando da una comprensione intellettuale della complementarità degli opposti ad una vera e propria esperienza. Non c'è inizio, non c'è fine. C'è un processo di continua evoluzione.
Per esempio, per noi il sole tramonta e sorge: questa è la nostra esperienza. Ma, conoscendo a fondo le cose, apprendiamo che il sole non sorge e non tramonta. E, se un giorno si estinguerà, continuerà a esistere in qualche altra forma, in un buco nero o chissà che altro.
La consapevolezza che dobbiamo acquisire non è più lo stato dualistico della coscienza che divide e contrappone, ma la visione che trascende gli opposti e che li contempla entrambi, comprendendoli.

Le contrapposizioni


Le religioni del bene hanno sempre prodotto un gran male, le religioni dell'amore hanno sempre prodotto molto odio, le religioni della pace hanno sempre prodotto tanta guerra. Come mai? Perché vivono all'interno di una coscienza dualistica che distingue e contrappone principi che in realtà sono complementari.
Solo uscendo dalla visione duale si può evitare di creare l'opposto di ciò che si cerca. Dobbiamo insomma contemplare l'unità degli opposti, giungendo ad una consapevolezza superiore.
Solo le religioni dell'Oriente, al loro più alto livello, hanno capito questa semplice verità. Ma anche loro non hanno saputo applicarla alla vita di tutti i giorni.
Si predica l'amore solo perché si è già contrapposto: chi non è con me è contro di me.

venerdì 6 luglio 2012

Le particelle di Dio


Pare che sia stata scovata "la particella di Dio", il bosone di Higgs, che darebbe una massa a tutte le altre particelle. La sua importanza deriva dal fatto che costringerebbe le componenti della materia ad aggregarsi e a interagire fra loro; si tratterebbe perciò di una specie di colla universale. Sarebbe apparsa un nanosecondo dopo il Big Bang, circa 14 miliardi di anni fa. Le stelle, i pianeti e gli esseri viventi devono la loro esistenza a questa particella. Sembrerebbe dunque che Dio sia un grande fisico, che prima ha calcolato un piano perfetto e poi ha sparato il suo unico colpo. Da quel momento tutto si sarebbe svolto secondo un programma preordinato che ha portato la creazione ad essere ciò che vediamo. Ma, in questa concezione scientifica, non si scorge nessun altro intervento - Dio c'è stato all'inizio e poi si è ritirato. E, soprattutto, non si vede ombra di un qualche interessamento a ciò che è stato creato. Come un maschio irresponsabile, Dio ha sparato la propria energia e poi è fuggito da ogni responsabilità. Indifferente agli immani cataclismi della creazione e alla sorte delle creature.
Da questo Dio dei fisici non viene un'immagine rassicurante: più che altro un bombarolo, amante degli esplosivi. Una mente gelida, lontanissima da quel che ci aspettiamo da un Dio Padre o Madre. Un universo desolatamente vuoto dell'elemento divino.
Tra il gelido Dio dei fisici e l'infantile Dio delle religioni, con i suoi profeti, i suoi salvatori, i suoi libri sacri, i suoi preti, i suoi paradisi, i suoi inferni e la sua immancabile assenza, c'è una terza via.
L'osservazione e la riflessione ci dicono che Dio, in quanto energia creatrice, è volontà di vita - di vita e di morte. Morte per vivere e per rinnovarsi. Potente spinta all'affermazione e al rinnovamento della vita, in tutte le forme possibili. Non soltanto qualcosa che sta all'inizio e poi si ritira, ma una Forza che continua ad essere e a frammentarsi. Il divino in tal senso è dappertutto, dalle prime particelle  agli esseri pensanti.
La vita infatti non è fine a se stessa, non è qualcosa di concluso e di fisso. La vita è cambiamento, processo ed evoluzione. Non basta quello che siamo e quello che abbiamo raggiunto; dobbiamo andare avanti, dobbiamo essere sempre di più e meglio. Se la coscienza è un punto di svolta, la sua progressione non è finita.
La spinta prepotente della creazione non lascia immobile nessuna cosa. Tutto deve trasformarsi e crescere. Siamo sospinti dalla forza di questo immenso fiume.
Forse, ogni tanto, vorremmo resistere e fermarci. Ma ormai la spinta è dentro di noi, è... noi. Anche se ci rintaniamo in una caverna o in monastero, essa non molla la pressione e ci fa andare avanti, verso il prossimo stadio. Si chiama tempo, si chiama vita-e-morte, si chiama evoluzione. Non possiamo bloccarci, non possiamo tornare indietro, non possiamo opporci - siamo tutti particelle di Dio. Ecco perché, invece di invocare un salvatore esterno, è meglio far appello alla spinta divina che è già in noi. Guardiamo bene in fondo a noi.

mercoledì 4 luglio 2012

Il sé eterno?


Il fatto che esista dentro di noi qualcosa che sembra non cambiare nonostante il passare degli anni viene considerato una prova della presenza di uI n'anima. Ma noi non abbiamo bisogno di un centro immutabile: questo è un modo vecchio di ragionare. Noi abbiamo bisogno di qualcosa che si trasformi, che si evolva.
Un sé immutabile sarebbe una pietra tombale. Siamo già stati pesci e rettili (ne conserviamo tracce nel cervello), ma poi siamo cambiati.
Alla farfalla non interessa sapere che cosa provava quando era una pupa. Quello che noi chiamiamo sé è un cunicolo che ci serve per uscire all'aperto, in un nuovo mondo.
Non bisogna dunque aver paura di perdere quell'ultimo nostro possesso, cui teniamo di più. È una perdita necessaria.