venerdì 30 novembre 2012
Gioventù bruciata
Una volta per "gioventù bruciata" si intendevano quei giovani che si davano all'alcool, al sesso promiscuo e alla droga. Erano bruciati nel senso che si bruciavano da soli. Ma oggi vengono bruciati. Da chi? Dai politici cialtroni e ladri che hanno pensato solo a se stessi, dall'economia che, per tenere bassi i costi del lavoro, sta immiserendo interi popoli, da una scuola che non sa quali valori insegnare, da una religione che è fallita da almeno duemila anni e da una famiglia in cui tutti si ignorano e nessuno sa più che cosa sia l'attenzione per l'altro. Allora, propongo a questi giovani smarriti e in apparenza senza futuro di lasciar perdere valori e fedi e di puntare solo sul loro sviluppo personale... inteso come arte di vivere, come capacità di valorizzare se stessi e come sfida a un nemico potente e insidioso che si chiama "conformismo". Devono pensare proprio in termini di "nemico".
Se uno tentasse di ucciderti, tu che cosa faresti? Reagiresti, immagino. Ebbene, fa' conto che ci sia un nemico che tenta di ammazzarti: chiamalo "società dei conformisti", degli uomini addormentati, degli sfruttatori, degli uomini di potere, dei ricchi, dei venditori di sogni fasulli, dei mediatori religiosi, dei commercialisti dell'anima... Sono loro che tentano di fare di te un automa ubbidiente, un cagnolino da salotto, un individuo imbalsamato e disperato la cui unica fuga sta nella droga, nel lavoro, nella famiglia o nell'incoscienza. Tu difenditi, lotta contro tutti - e sii te stesso. La tua battaglia sia questa: essere te stesso contro chi vuole farti schiavo. Sarà la tua miglior vendetta contro chi vuole annullarti.
giovedì 29 novembre 2012
Essere consapevoli
Quando parliamo di sviluppo della consapevolezza, non ci riferiamo soltanto a qualche esercizio di meditazione, come quello di seguire il respiro. La consapevolezza va applicata all'intera vita personale e sociale. La consapevolezza va esercitata anche a livello politico. Quando non si è consapevoli, quando si delega, quando non ci si interessa, quando si dorme... ecco che saltano fuori mille diavoli. E siamo noi, siamo sempre noi i creatori del nostro destino. Rendetevene conto, e siate vigili.
Satana
Apprendo che a Milano è in aumento la richiesta di esorcisti. E non mi meraviglio, visti i tempi. Ma le gente si sbaglia: la causa dei suoi problemi non è il Diavolo - è Monti. E, prima ancora di Monti, è stato un tizio che ha governato questo paese per diciotto anni. E, purtroppo, questo tizio è stato eletto da milioni di cittadini, molti dei quali oggi chiamano l'esorcista. Lascino perdere: piuttosto, si chiedano perché hanno dormito per diciotto anni. Perché non si sono accorti di niente? Eppure, giorno dopo giorno, questo tizio ha devastato il paese.
Ora si svegliano. Ma si rendano conto che il loro sonno, il sonno della ragione, ha creato questi mostri.
Anche Satana è un prodotto nostro, è un prodotto della nostra mancanza di consapevolezza. Non si sfugge a questa legge: quando non si è consapevoli, si sta creando un Demonio. Poi, alla fine, questo si concretizza... e fa male.
martedì 27 novembre 2012
Esperienze di confine
Sentiamo spesso raccontare di persone che si sono trovate in coma e che hanno avuto esperienze straordinarie: di solito la visione di un tunnel che porta a una grande luce, oppure la comparsa di persone care o di figure religiose cui si è particolarmente legati. Di solito si tratta di esperienze estatiche: ci si trova al di fuori del corpo, si provano sensazioni di amore e si pace, si odono musiche celestiali, ecc. A dir la verità, qualcuno riferisce anche di esperienze spaventose, di tipo infernale. Insomma, paradiso e inferno vanno a braccetto, come al solito. E, sempre per dirla tutta, se il paradiso era così bello, non si capisce perché quelle persone siano tornate indietro. Che l'eternità annoi dopo pochi minuti? Oppure si tratta di esperienze dell'inconscio?
Comunque, quello che vorrei sottolineare è la presenza delle figure religiose, che guarda caso appartengono alla propria tradizione; per esempio, il cristiano vede apparire Gesù o qualche santo e il buddhista vede apparire le divinità della propria religione. Questo mi fa sospettare che ciò che si vede in simili esperienze NDE (near death experiences) sia ancora un prodotto della mente, anche perché, se qualcuno le racconta, vuol dire che non è veramente morto; ci è andato vicino, ma è ancora vivo.
Non vorrei però mettermi a sottilizzare. Può anche darsi che siano assaggi dell'aldilà, ossia di un'altra dimensione. Morti o non morti, in fondo, l'universo, in tutte le sue dimensioni, non è che un prodotto della mente. Anche la mente è fatta di quella stessa sostanza di cui è fatto tutto. E un pensiero o un sogno sono "reali" come un sasso. Infatti, il nostro modo di pensare è coerente con il nostro modo di fare esperienza, e viceversa. Siamo tutti fatti della stessa sostanza, che però vibra a livelli differenti, dal più grossolano (il nostro mondo con la materia) al più “sottile” (la mente, la coscienza, lo spirito e chissà che altro). Atomi, molecole, particelle sub-atomiche, pianeti, stelle e galassie sono tutte costruite con questa sostanza – che compone anche la nostra mente e che probabilmente compone anche gli altri mondi.
Dunque, noi in un certo senso siamo ciò che pensiamo. Quando dalla dimensione grossolana, materiale, della vita, passiamo a quella più sottile resta il puro contenuto delle nostre menti, e quindi tutto ciò che abbiamo pensato e appreso. In tal senso, anche il nostro “aldilà” è forgiato dai nostri pensieri. Stiamo dunque attenti a ciò in cui crediamo, al paradiso o all'inferno in cui crediamo, al Dio o al Diavolo in cui crediamo, perché rischiamo di ritrovarceli di fronte, come proiezione della nostra stessa mente.
Ognuno in sostanza ha il proprio aldilà... ha l'aldilà che si merita, così come ha l'aldiqua che si merita. Ecco perché è così importante curare la propria mente, e cercare di vedere tutto con un certo distacco, utilizzando un'attenzione il più possibile limpida, equilibrata e decondizionata. Controlliamo i contenuti della nostra coscienza, anche se si tratta di semplici pensieri o immaginazioni. Cerchiamo di esserne consapevoli e di prenderne le distanze. Un giorno potremmo scoprire che le nostre fantasie sono diventate realtà.
Se la nostra interiorità è troppo piena di odi e di passioni, di recriminazioni e di sensi di colpa, di paure e di violenze, un giorno potremmo trovarci a disagio. Insomma, purifichiamoci, depuriamoci, calmiamo i nostri spiriti bollenti (mai espressione fu più appropriata), facciamo diminuire la febbre della malattia che ci affligge.
Questo non è un invito a compensare i pensieri negativi con pensieri positivi, ma ad evadere da un simile dualismo. Se cerchiamo una felicità maggiore, troveremo anche una sofferenza maggiore. Usciamo perciò da questo puerile gioco a dividerci in due.
Abbassiamo i toni (altra espressione indovinata), raffreddiamo la mente, siamo più distaccati e imparziali. E guardiamo le passioni umane per ciò che sono: malattie di crescita.
sabato 24 novembre 2012
Le due meditazioni di base
La meditazione di quiete (shamatha) può essere eseguita quando si è calmi e piuttosto immobili: ci si può concentrare su qualche funzione del corpo, sul proprio respiro o sul proprio benessere momentaneo allo scopo di essere sempre più calmi e lucidi. La calma porta inevitabilmente ad una visione chiara e distaccata, ad una sorta di saggezza; ossia si vedono le cose e noi stessi con distacco, profondità e benevolenza. Tutto appare più sereno, più netto e più semplice. Si parla quindi di attenzione nuda o pura. Se si guarda il mondo, si vede chiaramente che tutte le cose sono impermanenti, transitorie, un misto di gioia e di dolori e che sono anche correlate le une alle altre, cosicché nessuna di esse può esistere da sola. In tal senso si dice che non hanno un sé.
Ma non si può essere sempre tranquilli, in pace e rilassati. Una volta che ci alziamo dal cuscino, la vita ci incalza. I pensieri si moltiplicano, i sentimenti e le emozioni diventano frenetiche, le sensazioni si alternano di continuo. In questi periodi si può passare alla consapevolezza di consapevolezza (vipassana), che è un po' come camminare nel buio: dovete tenere gli occhi e le orecchie aperti, dovete tenere tutti i sensi all'erta, dovete tenere tutti i muscoli pronti, dovete tenere l'intera mente concentrata e vigile, attenta a ogni particolare. È un tipo di meditazione che può essere eseguito in ogni momento della giornata, durante qualsiasi attività, che siate calmi o agitati. Se siete preoccupati, irritati, nervosi, annoiati, ansiosi, sono eccitato, sono smanioso, ecc., allora spostate l'attenzione su questi stati mentali: sono preoccupato, sono irritato, sono nervoso, sono annoiato, sono ansioso, sono smanioso, ecc. Questa forma di meditazione vi aiuterà a conoscervi meglio e vi terrà in uno stato di vigilanza che vi condurrà ad una visione più chiara delle cose.
Le tecniche di sviluppo mentale servono proprio a questo: a rendervi più sensibili e intelligenti, a vivere meglio, a vedere tutto con chiarezza.
venerdì 23 novembre 2012
Panta rei
Tutto cambia - cambia il mondo, cambia ognuno di noi... momento per momento. Questa è l'unica legge chiara. Siamo immersi in un divenire che non ci lascia mai stare fermi. Sì, ci sono periodi o fasi in cui le cose sembrano essersi stabilizzate. Ma non è che un'illusione, una tregua... prima o poi anche quella fase passerà. Panta rei: tutto scorre. Tuttavia cambiare significa passare da una crisi all'altra, da una trasformazione all'altra, talvolta in meglio, talvolta in peggio. Anzi, la sensazione di distruzione, di perdita, di spaesamento, è in un primo momento inevitabile.
Prendiamo questo periodo politico e sociale. Siamo in crisi. Il paese si è bloccato. Anziché andare avanti, come ci eravamo abituati, andiamo indietro. E noi siamo presi dalla paura. Crisi significa cambiamento, ma i cambiamenti spaventano, perché molti si risolvono in peggioramenti.
Anche le nostre esistenze individuali passano da un cambiamento all'altro - e da una crisi all'altra. Nascere è il primo mutamento, poi crescere, poi uscire dall'infanzia ed entrare nella giovinezza, quindi approdare alla maturità e infine arrivare all'età grigia della vecchiaia. E ogni volta dobbiamo adattarci, nel bene o nel male. Perché non c'è alternativa. Siamo immersi in un fiume che comunque ci trascina nella sua corsa. Nessuno può fermarsi. Nessuno può dire: fermate il mondo e lasciatemi scendere!
L'aspetto che più spaventa è che la vita non va verso un'apoteosi di benessere, ma va verso il suo disfacimento. La vecchiaia è esattamente questo. Tutto si deteriora, tutto esaurisce, sia fisicamente sia mentalmente. Sembra dunque che l'esistenza nasca all'insegna del peggioramento, che sia soltanto un'illusione che finisce male. Un inganno? Una cosa inutile?
Però, possiamo notare che, mentre tutto cambia, alcune cose rimangono fisse. La curva della vita non è linea inclinata verso il basso. Ma è una sinusoide, una curva che prima sale fino al suo massimo splendore e poi scende inesorabilmente. Dunque, è un ciclo. E, all'interno di questo ciclo, esistono altri cicli. Si tratta di un andamento che si ripete costante, che sembra eterno. E che riguarda non solo le esistenze individuali, ma anche il mondo, le stelle e l'intero universo. Nascita, crescita, decrescita. Nascita, sviluppo, morte.
È questo le scenario che si presenta ai nostri occhi: ogni cosa cambia di continuo, ma all'interno di cicli. Ecco il punto cui volevo arrivare: niente ci prova che l'andamento ciclico sia finito. Anzi tutto ci mostra che, finito il ciclo, ne incomincia un altro. E, dunque, la morte non è mai l'ultima parola. La morte è solo la fine di un ciclo... con l'inevitabile inizio di un altro ciclo. Allora, tutto quello che abbiamo vissuto, tutto quello che abbiamo fatto, nel bene e nel male, acquista un senso e ci permette di passare al nuovo cambiamento portandoci dietro il nostro valore aggiunto... se l'avremo aggiunto.
Il Dio dei favoritismi
Qualcuno potrebbe sostenere che anche il buddhismo crede in una qualche forma di Divinità, dal momento che crede in una Legge suprema (il Dharma) che regola il mondo. Però si noti la differenza: non c'è un Dio che l'abbia creata, non c'è un Dio che intervenga nell'universo per proteggere od ostacolare, non c'è un Dio che faccia miracoli per questo o per quello. Il Dharma è una legge imparziale, obiettiva, come una legge fisica, come la legge di gravità. Ed è una legge retributiva: ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Se fai male, pagherai questo male, nella vita attuale o in un'altra vita . Se fai bene, otterrai dei vantaggi, oggi o domani. Quindi ognuno è artefice di se stesso, ognuno ha il destino che si merita. E nessuno può cambiare questa Legge.
Invece, chi crede in Dio-Persona crede in un Potere che può intervenire a suo piacimento a cambiare le cose, magari con un miracolo, a suo insindacabile giudizio. "Io sono il Padrone e faccio quel che mi pare!" Si prenda il caso di Giobbe, perseguitato ingiustamente, senza una ragione, da un Signore intemperante e capriccioso, un po' come un satrapo orientale.
Anche Gesù, equiparato dai suoi credenti al "Figlio di Dio" e dunque a Dio, fa i suoi miracoli per favorire qualcuno, o perché lo conosce personalmente o perché è un amico o un parente di qualcun altro. Lazzaro, per esempio, era il fratello di Marta e Maria, amiche e seguaci di Gesù. E una donna guarita era la suocera di Pietro. Questo vi ricorda qualcosa?
Sì, la nostra società cattolica - la società dei favori, dei privilegi, dei raccomandati, di quelli che conoscono le persone giuste, di quelli che sono parenti o amici di qualcuno che conta, ecc.
Insomma, come uno è, così è il suo Dio - e, viceversa, il Dio in cui crediamo forgia la nostra società. Se dunque c'è tanta ingiustizia e arbitrarietà, se non c'è imparzialità, sapete da dove viene questa forma mentis.
mercoledì 21 novembre 2012
Orrori cattolici
Dopo gli orrori ebraico-musulmani, ecco gli orrori cattolici.
Ci risiamo con i preti pedofili. Ma quanti ce ne sono? Pare proprio che i pedofili sentano un irresitibile impulso a farsi preti, forse perché il loro ambiente di lavoro favorisce il contatto con le giovani vittime. Oggi si apprende che il cappellano del carcere di San Vittore a Milano è stato arrestato perché accusato da sei detenuti stranieri di aver richiesto prestazioni sessuali in cambio di condizioni di favore all'interno della prigione. Ora, senza fare del moralismo, ciò che colpisce in queste vicende è la doppia vita e la doppia personalità di questi sacerdoti, che da una parte fanno bei discorsi sulla necessità di aiutare e "salvare" gli individui e dall'altra li sfruttano sessualmente. Evidentemente, l'educazione cattolica nei seminari crea una scissione nella personalità di questi soggetti. Da una parte le esigenze ideali di una professione-missione e dall'altra l'incoercibile pulsione sessuale. Ma la verità è che non basta reprimere la sessualità per farla scomparire: lo sanno tutti. Anzi, la repressione le fa imboccare vie deviate e in più crea quel tipico comportamento dei preti cattolici che con vocette in falsetto, lunghe gonne e frasi preconfezionate vorrebbero salvare gli altri senza riuscire a capire niente di se stessi e senza poter dar sfogo alle proprie esigenze naturali. Un'educazione profondamente sbagliata, che non tiene conto della più elementare psicologia. Oltretutto, questi preti non si limitano a fare soltanto sesso (che è un diritto inalienabile dell'essere umani), ma fanno anche un sesso ricattatorio, ossia sfruttano il loro piccolo o grande potere per violentare giovani vittime. Sono doppiamente perversi. Non sono quelli di cui Gesù diceva che avrebbero fatto meglio a legarsi una macina al collo e buttarsi a mare? Come mai non si ricordano nemmeno del Vangelo? Un bell'esempio di moralità! La Curia esprime come al solito "sconcerto e stupore"... poveretta, cade sempre dal pero, non conosce i suoi sacerdoti. Ma non dovrebbe esercitare un'azione di controllo?
E pensare che ci sono famiglie che credono ancora che l'educazione cattolica sia la più morale e pagano fior di rette per mandare i loro figli nelle scuole dei preti e delle suore. Di recente proprio una suora è stata accusata di aver violentato una bambina.
Ma la galleria degli orrori cattolici non finisce qui. Sentite questa notizia presa da Repubblica.it e riferita da Michela Marzano: "Savita è morta di setticemia all'University Hospital di Galway, in Irlanda. Era una dentista trentunenne di origine indiana, incinta di quattro mesi. E questo bambino lo voleva veramente. Solo che, durante la gravidanza, qualcosa è andato storto. E quando la donna si è presentata in ospedale dichiarando di soffrire di dolori lancinanti, i medici, nonostante le evidenti complicazioni, hanno rifiutato di praticare un aborto terapeutico. 'Finché si sente il battito cardiaco del feto, non possiamo far niente. L'Irlanda è un Paese cattolico', le hanno risposto in ospedale. Costringendo Savita ad aspettare e a soffrire in silenzio. Fino a quando il cuore del feto ha smesso di battere. Anche se, per la madre, era ormai troppo tardi."
Che dire? Che il fanatismo religioso e il dogmatismo distruggono la ragione umana.
martedì 20 novembre 2012
"Ascolta, Israele..."
Conoscete una religione che non metta tra i suoi comandamenti "non ammazzare"? Tutte lo dicono e lo ripetono. Ma... ci sono le eccezioni. Molti paesi hanno la pena di morte e molti altri eliminano regolarmente quella parte dei loro cittadini che appare riottosa e ribelle - vedi la Cina, la Siria e compagnia bella. Però ce ne è uno che si sente in diritto di uccidere chi vuole anche al di fuori dei propri confini. E si chiama Israele: sì, la culla delle tre maggiori religioni monoteiste, quelle che hanno influenzato gli uomini. Ciò che colpisce in questo paese, che pure è nato in ultimo da un genocidio della propria gente, è l'indifferenza verso le vite altrui - e in particolare dei palestinesi. Ogni tanto Israele ammazza qualche palestinese, dichiarando che era un terrorista. E noi dobbiamo credergli - e poco importa se, per ammazzare questo terrorista, vengono uccisi anche innocenti. A Israele non interessa. Chi c'è c'è. E tutti gli altri Stati stanno a guardare, magari protestano formalmente, ma non fanno niente. Così Israele continua ad ammazzare chi vuole. Proprio in questi giorni sta ammazzando centinaia di palestinesi, di cui la metà donne e bambini.
Che dire? Come minimo che esiste una doppia morale: quella privata per cui ammazzare è un delitto e quella degli Stati per cui uccidere non è un crimine, ma quasi un dovere. Lo vediamo continuamente: anche le democrazie occidentali e cristiane, quando si tratta di uccidere qualche nemico, non sono seconde a nessuno. Sappiamo che Israele è minacciata di sterminio. Ed ha diritto di difendersi. Però, dovrebbe anche andarsene dai territori occupati, secondo quanto stabilito dall'accordo di Oslo. E poi perché questo ammazzare all'ingrosso, senza distinguere tra una persona e un'altra, tra un adulto e un bambino? Perché non dire mai una parola di scusa o di rimorso? Forse perché il loro Dio ordina nella Bibbia di uccidere uomini, donne, bambini e perfino animali dei nemici di Israele? "Così Giosuè non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele" (Gs 10, 40). Occhio per occhio, dente per dente? Tuttavia i conti non tornano. Per un israeliano ucciso ci sono dieci o cento palestinesi. Nemmeno i nazisti avevano una simile sproporzione. Che si sia attivata una specie di sindrome di Stoccolma, per cui le vittime diventano a loro volta carnefici?
"Ascolta, Israele": questa non è una guerra - è un massacro.
Schiacciati dagli opposti fanatismi religiosi, gli israeliani e i palestinesi moderati, laici, di buon senso e amanti della tranquilla convivenza, sono costretti a vivere nel terrore.
Insomma a che cosa servono le religioni? Sono sicuro che molti di questi generali e di questi aviatori che massacrano gli altri esseri umani non hanno nessuna crisi di coscienza e che magari tutte le sere pregano il loro Dio. Ripeto: a che cosa servono le religioni? A scannarsi meglio? Non è evidente che sono tutte fallite nel loro compito di migliorare gli uomini? Oggi, dichiararsi ebrei, cristiani o musulmani è come dichiararsi interisti o laziali - un'appartenenza e basta. Ma, quando si tratta di applicare i principi religiosi di quelle religioni ai comportamenti privati e più ancora a quelli pubblici, l'etica religiosa scompare, come se si trattasse di una semplice mano di vernice stesa su una natura belluina che non è emendabile.
lunedì 19 novembre 2012
Energia cosmica
Pensate a come siamo ottusi noi esseri umani. Per secoli abbiamo contrapposto nettamente spirito a materia, per secoli abbiamo adottato una logica dualistica che permette ogni tipo di separazione. Un grande filosofo razionalista come Cartesio ("cogito ergo sum") era convinto, ancora poco tempo fa, che gli animali non fossero che macchine, come del resto tutta la natura: chi non "cogitava", chi non pensava, era una essere inferiore. Così si sono potuto discriminare le donne, a cui si è attribuita un'anima dopo averci a a lungo riflettuto; e così si è ritenuto che certi popoli, poco "cogitanti", potessero essere fatti schiavi - erano macchine anche loro. E, poi, da pochi decenni, si è scoperto che la materia, come la intendiamo noi, non esiste... perché tutto è energia. Ma che cos'è l'energia? Non è certo qualcosa di tangibile e di visibile: chi vede i fotoni, chi vede le innumerevoli particelle? Solo le macchine, non noi. Noi ne vediamo gli effetti.
Infine si è scoperto che anche le macchine sono fatte dei nostri stessi elementi e che, quando le usiamo per osservare la "materia", in realtà la influenziamo e la cambiamo. Dunque, tutto è energia, ma un'energia che contiene in sé anche la possibilità di interazione, di informazione e di coscienza. Insomma, non solo la materia non esiste, ma tutto è... spirito, quello che una volta si chiamava spirito e che ora si chiama con altri nomi. È la stessa cosa: tutto è un prodotto immateriale, evanescente, imprendibile, misterioso, infinito.
Qual è la conclusione? Che non possiamo affermare impunemente che ci sia qualcosa che non sia spirito: tutto è spirituale, tutto è la manifestazione di un'unica energia, tutto ha un principio di intelligenza. Anche una piante, anche un sasso, anche un elettrone. Figuriamoci se adesso possiamo dire che gli animali non hanno un'anima! Non solo: tutto è unito, tutto è in comunicazione, tutto è fatto della stessa sostanza, tutto è Uno.
A questo punto, quanto è vecchia quella vecchia idea che Dio stia in cielo, in qualche posto separato. Dio è dappertutto, in ogni cosa e in ogni essere. E noi stiamo ancora a parlare di "amore verso il prossimo". Ma il prossimo siamo noi! A forza di credere nelle vecchie idee religiose e fisiche, abbiamo costruito un mondo di muri, dove tutti sono separati, divisi, contrapposti e in guerra. Ecco come le idee - cioè lo spirito - forgiano il cosmo in cui viviamo. Ed ecco come le idee - cioè lo spirito - possono di nuovo cambiare il mondo. Ma bisogna crederci, convincercene, illuminarci... insomma cambiare il paradigma mentale.
Relativismo papale
Ogni volta che accendo la radio la domenica mattina, sento la vocetta del Papa che ripete monotono le sue litanie, tra cui quella che tutto il male del mondo nasce dal "relativismo". A me sembra il contrario: gran parte del male nasce dal fatto che qualcuno crede "in modo assoluto" alla propria fede. Ne abbiamo in esempio un Terra Santa dove si scontrano le tre religioni assolutiste che devastano le menti umane, spingendole a farsi la guerra: ebraismo, cristianesimo e islam. Ognuna è convinta della propria verità assoluta e quindi vorrebbe distruggere le altre. "Il mio Dio è l'unico vero, il mio profeta è l'unico vero..." e i vostri sono falsi malvagi. E così si odiano tutti. Non c'è niente fare: le religioni monoteiste, con la loro fede assoluta, sono ciò che mina la convivenza umana.
Dunque, il Papa dice una sciocchezza, palesemente falsa. In compenso ha a sua disposizione tutti i mass media dello Stato italiano, il quale, come tutti sanno, non è uno Stato democratico, moderno, ma uno Stato confessionale. Ha un'unica cultura: quella cattolica. E lo si vede. È ai primi posti nella classifica della corruzione mondiale, proprio perché il cattolicesimo è una religione assolutista che non istilla nei suoi seguaci il senso civico, che vede nello Stato una gallina dalle uova d'oro, una gallina da sfruttare a suo piacimento. Così lo Stato (cioè tutti noi) sborsa milioni di euro per mantenere il Vaticano, i suoi preti e i suoi insegnanti di religione. Di recente, mentre la gente perde il lavoro e si tagliano i servizi ai cittadini, è stato riconfermato lo stanziamento a favore delle scuole "private" che al 90 per cento sono cattoliche. Nello stesso tempo si fa di tutto per non far pagare le tasse agli edifici commerciali di proprietà del Vaticano.
Come diceva Napoleone, ""io sono circondato da preti che ripetono incessantemente che il loro regno non è in questo mondo, eppure allungano le mani su tutto quello che possono prendere." Questa è la morale insegnata dall'assolutismo cattolico: e questi sono gli italiani, che sono figli di quella "cultura". Anche loro allungano le mani su tutto ciò che possono prendere. Tanto lo Stato non esiste, è qualcosa da depredare.
venerdì 16 novembre 2012
Belle parole
Tutti noi, fin da bambini, abbiamo dovuto imparare a impiegare bene le parole. Magari padroneggiamo due o più lingue. E, nella nostra civiltà, è evidente che chi manipola meglio le parole fa più strada. Basta accendere radio o televisione per ascoltare politici, giornalisti, professori, avvocati, sindacalisti, esperti d'arte, economisti e compagnia bella. Sono loro i modelli vincenti, sono loro che occupano i posti più alti della scala sociale. Sanno parlare bene, sanno esprimersi, sanno sviscerare problemi e sanno attirare l'attenzione delle masse che indirizzano in un senso o nell'altro.
Ma le parole, e i concetti che ne stanno alla base, sono strade già tracciate e persorse da altri - non sono una nostra creazione. Dunque, quando le usiamo, in realtà diventiamo dei ripetitori. Dove è finita, allora, la nostra autenticità? Le parole sono concetti standard, mezzi usurati, convenzioni, idee altrui, ed è difficile che diventino "nostre". Quando cerchiamo di esprimere qualcosa di autentico, qualcosa di profondamente sentito o pensato, che cosa facciamo? Rientriamo nei vecchi solchi delle parole e li seguiamo? Com'è possibile esprimere - e anche solo provare - qualcosa di assolutamente personale? Se ci poniamo il problema, scopriamo di essere terribilmente condizionati. Le parole servono ad esprimerci, ma sono anche troppo vecchie, troppo limitate. E ciò che dico o penso io non può che essere qualcosa di ripetitivo, di non personale. Siamo soltanto dei cloni? Siamo degli automi?
Ci crediamo persone uniche, ma utilizziamo pensieri e parole che sono luoghi comuni. Siamo sicuri di essere veri individui? Lo sapete che la parola persona significa "maschera"? E credete che i sentimenti che provate per chi amate siano davvero "vostri", o sono anch'essi produzioni in serie? Se si incomincia a ragionare così, si rischia di impazzire. Ma è una pazzia utile. È come se noi fossimo soltanto delle copie - è come se tutto ciò che pensiamo, sentiamo ed esprimiamo fosse la ripetizione di cose già pensate, provate ed espresse. Alla fine esistiamo veramente o siamo semplici maschere - maschere che sono vuote dentro, che non hanno nessuna sostanza? Altro che anima! Siamo come le formiche. Morti noi, ci sarà un'altra maschera, ci sarà un'altra formica, che ripeterà le stesse cose che abbiamo detto, provato e fatto noi.
Però, riusciamo ad avere questi pensieri e questi dubbi - cosa che le formiche non possono avere. E qui può incominciare il nostro riscatto, la nostra lenta risalita, il nostro risveglio. In che modo? Disimparando tutto ciò che ci è stato insegnato, decondizionandoci, smettendo per un po' di parlare e perfino di pensare. Se vogliamo essere noi stessi, se vogliamo diventare individui autentici, se vogliamo acquisire un'anima, dobbiamo tornare come bambini incapaci di parlare e di scrivere, dobbiamo dimenticare la nostra mente, che è stata così a lungo manipolata, che è il prodotto della società e della cultura.
Questo processo di depurazione o di decondizionamento è ciò che chiamiamo meditazione. Che quindi non può ricorrere né a parole né ai soliti concetti dualistici di bene-male, giusto-sbagliato, vero-falso, vita-morte, eccetera eccetera. Che cosa rimane a nostra disposizione? La nostra attenzione priva di concetti, la nostra consapevolezza nuda, la nostra esperienza diretta, senza filtri. Stare in silenzio, guardare il mondo con distacco, liberarci delle frasi fatte, fare il vuoto interiore... Quello che rimarrà, sarà un'ombra del sé che cerchiamo.
I cinque impedimenti... e gli altri
Il buddhismo classifica in cinque categorie gli impedimenti alla meditazione: il desiderio, l'avversione, il torpore, l'agitazione e il dubbio. E si tratta di concetti intuitivi. Se, mentre meditiamo, proviamo un forte desiderio per qualcosa o un forte odio per qualcos'altro, è chiaro che la nostra concentrazione andrà a farsi benedire e che l'attenzione sarà sviata. Lo stesso succede con il torpore e l'agitazione. Quanto al dubbio, se incominciamo a chiederci che cosa stiamo lì a fare e se non sia tutto inutile, non potremo andare avanti. In tutti questi casi, la soluzione è spostare l'attenzione sul nuovo stato d'animo, in modo da indebolirlo e da farlo passar via. Non dobbiamo infatti dimenticare che si tratta comunque di stati d'animo o di pensieri transitori, che presto se ne andranno.
Ma esistono altri impedimenti che sono molto più subdoli, perché sono sostanziati di piacevolezza: la gioia, l'esultanza, la felicità, l'amore, la soddisfazione, l'orgoglio, ecc. Tutti questi stati d'animo non vengono percepiti come ostacoli. Ma in realtà lo sono. Lo sono perché anch'essi sono stai d'animo transitori, che possono abbandonarci da un momento all'altro lasciando magari il posto ai loro contrari. In effetti, nell'illustrazione dei quattro livelli (jhana) della meditazione, viene specificato che i primi sono sostanziati di gioia, ma l'ultimo, il più elevato, supera questo stato d'animo e assume il carattere del distacco e dell'equanimità, un atto di pura coscienza.
Lo scopo della meditazione non è cercare uno stato d'animo euforico, ma avere una mente sempre più chiara e capace di vedere senza condizionamenti sentimentali.
giovedì 15 novembre 2012
Guerra in Terra Santa
Sarà anche "Santa", ma quella Terra è sempre in guerra. Come mai? Non è per caso una dimostrazione che queste tre religioni - ebraismo, cristianesimo e islam, imparentate fra loro - hanno appestato il mondo con le loro idee sbagliate? Prendetene coscienza e lasciatele perdere. Ci guadagnerà la pace.
"Il male grande e innominabile che sta al centro della nostra cultura è il monoteismo. Da un barbarico testo dell'età del bronzo, noto come Vecchio Testamento, si sono evolute tre religioni antiumane (...). Coloro che che rifiutano [il loro Dio] devono essere convertiti o ammazzati, per il loro stesso bene. " R. Dawkins
mercoledì 14 novembre 2012
La consapevolezza del respiro
La consapevolezza del respiro è uno dei metodi più semplici e più seguiti nel campo della meditazione. Come esercizio, parte già dal Buddha stesso (e prima ancora dalla tradizione dello Yoga) ed è incredibile quanto sia tuttora valido. Consiste nel seguire con attenzione il respiro che entra ed esce, concentrandosi di solito sulla sensazione che l'aria produce nelle narici. Con questo metodo, si riporta la consapevolezza a qualcosa di reale e al momento presente, al qui e ora, interrompendo le solite elucubrazioni mentali, le fantasie e i pensieri. Basta un attimo, ed ecco che lo scenario è cambiato. Si esce dall'ambito della mente e si entra in quello della realtà. L'esercizio è consigliabile, per la sua semplicità e immediatezza, a chi incominci a meditare, e comunque non va abbandonato nemmeno da chi ha più esperienza.
Tuttavia non bisogna confondere il mezzo con il fine. Quando si indirizza l'attenzione al respiro si ottengono due scopi: si interrompono i pensieri e ci si riporta al presente. Ma il vero scopo è risvegliare la consapevolezza generale, è rendersi conto della condizione in cui ci si trova in quel momento e in ogni momento. È come dare un taglio netto, è come svegliarsi da un sogno, è come fare un riepilogo, è vedersi così come si è.
Essere consapevoli, essere sempre più consapevoli, è lo scopo ultimo della meditazione, anzi dell'essere umano. Comunque, ha poco senso insistere a lungo su questo esercizio, sperando di ottenere chissà quali risultati. Infatti, dopo qualche minuto, l'attenzione si disperde di nuovo. È invece preferibile ripetere l'operazione più volte al giorno. Lo si può fare in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Ed è ogni volta un metodo che serve a riportarci al presente, a schiarirci la mente e a farci ritrovare noi stessi.
martedì 13 novembre 2012
Non negare l'evidenza
Quando si leggono testi buddhisti, si ha l'impressione di un pensiero pessimista. Ma l'insistere sugli aspetti negativi dell'esistenza nasce da uno sforzo di superarli. Soltanto che il metodo è diverso da quello che seguiamo di solito. Noi neghiamo l'evidenza della sofferenza, ci ripetiamo che tutto va bene e cerchiamo di massimizzare il piacere - proprio per annegare la negatività. Invece il metodo buddhista non è basato sul trucco dell'evitamento e cerca innanzitutto di esaminare attentamente il problema, di sviscerare la questione, nella convinzione che solo se prendiamo coscienza della difficoltà e dei suoi meccanismi potremo uscirne... Va tutto bene, va tutto bene... ma se vi muore una persona cara, se perdete il lavoro o se vi ammalate, non va bene per niente, e la sofferenza è inevitabile. Per superare il problema, dobbiamo per prima cosa ammetterlo e guardarlo bene in faccia, non negarlo o cercare di annegarlo in qualche supplemento di piacere. Noi soffriamo, noi abbiamo a che fare con un aspetto negativo dell'esistenza. Non si tratta dunque di pessimismo, ma di realismo. Il metodo per uscire dalla sofferenza sta nello studiarla, nel cercarne le cause.
Meditare non significa scegliere solo le cose positive e costruirci un immaginario positivo (che cadrebbe rovinosamente alla prima difficoltà portandoci alla disperazione), ma significa portare l'attenzione su ogni cosa, bella o brutta che sia. Se soffriamo, ci conviene entrare profondamente nel dolore, e cercare di capirne le cause. Dobbiamo guardarlo da vicino, senza tentativi di addolcimento. Il vero metodo per superarlo è l'attenzione concentrata, non la rimozione. Vediamo troppe persone naufragare nell'alcool, nelle droghe, nel sesso, nel conformismo o nelle fedi religiose. Si spengono a poco a poco, si suicidano volontariamente... tutto pur di non guardare in faccia la realtà della sofferenza.
lunedì 12 novembre 2012
Costantino e la tolleranza
Si è aperta a Milano una mostra sull'imperatore Costantino, noto per aver aperto alla libertà di culto. Infatti, con l'editto del 313 d.C. stabilì di "concedere ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita." Fu senza dubbio un primo esempio di tolleranza religiosa. Ma come fu utilizzata questa libertà? Sappiamo tutti che i cristiani divennero del tutto intolleranti e si misero a perseguitare le altre religioni e a distruggere i templi pagani. Insomma, fine della tolleranza e inizio di una brutta storia che sfociò nell'Inquisizione, nelle crociate, nelle guerre tra cattolici e protestanti, negli scismi, nelle scomuniche, ecc. E non dimentichiamo che solo pochi decenni fa, nella "civilissima" Europa cristiana, furono varate "leggi razziali" contro gli ebrei e fu progettato il loro sterminio, nel totale silenzio della Chiesa. Non ci raccontiamo allora la storia che con il cristianesimo si inaugurò una nuova era di tolleranza religiosa. Fu tutto il contrario. L'idea di tolleranza fu mantenuta viva non dai religiosi, ma dai pensatori laici.
D'altronde, non esiste una sola religione teista che non abbia come corollario l'odio verso le altre concorrenti. Il mondo musulmano è lì a testimoniarlo. Ma che dire degli ebrei ortodossi o degli induisti? Tutte le religioni predicano l'amore e la pace, ma, a parte il buddhismo, seminano guerra.
venerdì 9 novembre 2012
Il senso della vita
Ogni tanto, nel corso dell'esistenza, smarriamo il senso della vita - magari c'è stata una perdita affettiva, magari c'è stato un cambiamento improvviso, magari ci ritroviamo soli, magari abbiamo perso il lavoro, magari dobbiamo vivere con chi non ci piace, magari non possiamo vivere con chi vorremmo, e così via. Allora ci sentiamo persi, inutili, vuoti, stanchi, senza prospettive per il futuro; si è spenta una luce e non sappiamo come riaccenderla.
Prima o poi, capita a tutti, perché l'esistenza è un cambiamento continuo, perché è un passare da una crisi all'altra, perché niente dura a lungo, perché stiamo invecchiando... Dov'è il nuovo senso, la nuova direzione? E dov'è finita la nostra voglia di vivere?
Il problema è che cerchiamo questo senso al di fuori di noi; e, se ci aspettiamo che le cose cambino grazie a circostanze esterne o ad altre persone, potremmo attendere a lungo. In fondo, la vita non ha un senso razionale - l'unico suo senso è il vivere stesso. E la direzione è sempre la stessa: quella della vita di tutti i giorni, quella degli anni che passano...
Il senso deve essere cercato dentro di noi. Noi abbiamo perso la strada (anche se non per colpa nostra), noi dobbiamo ritrovarla. Per ricominciare, bisogna ripartire dalle piccole cose: da una mattina di sole, da una nuova primavera, da un buon cibo, da una pianta che cresce, dalle parole di un amico o di un libro, ecc. Al di là dei grandi eventi, la felicità è sempre disponibile dentro di noi: è una questione di punti di vista, di saper guardare. Quando avremo sollecitato questo senso della felicità interiore, potremo affrontare anche i problemi esterni. Ma l'importante è riuscire a cambiare la prospettiva. Come diceva Ugo Ojetti, "la felicità è un modo di vedere".
mercoledì 7 novembre 2012
ll ciclo quotidiano della vita e della morte
Il buddhismo ci spinge ad uscire dal ciclo delle nascite e delle morti e ci fa immaginare un grandioso sistema di universi o di piani di realtà su cui possiamo transitare, avanzando o retrocedendo in base a come ci comportiamo. Questo può essere vero, ed è comunque una bella metafora. Ma, nel frattempo, noi ci dobbiamo occupare del quotidiano - ed anche qui scopriamo che ci sono continuamente momenti in cui ci sentiamo vivi e momenti in cui ci sentiamo morti, momenti in cui siamo pieni di energia e momenti in cui siamo pieni di sconforto, momenti di speranza e momenti di delusione, momenti di pace e momenti di guerra, momenti di attrazione e momenti di avversione, momenti di lucidità e momenti di confusione, momenti di vivacità e momenti di noia, eccetera eccetera; insomma l'esistenza è un continuo morire e rinascere, qui o chissà dove, un continuo alternarsi di piaceri e di sofferenze, di alti e di bassi. Questa è la vita - ci diciamo. Ed è vero: il nostro è un piano di cambiamenti e di contrasti costanti. Però è possibile trascendere il proprio limitato punto di vista, guardare le cose con distacco e raggiungere una visione più calma e più profonda delle cose. Questo non eliminerà i cambiamenti, ma ci darà la possibilità di dare ad essi una direzione, un senso e una coerenza che ci porteranno a migliorare la qualità della nostra vita.
Identikit degli esseri umani
Secondo la legge del karma, ognuno rinasce in un pianeta o in un piano di realtà adatto alle sue capacità e al suo grado di evoluzione. L'anima viene attirata nella terra e nella famiglia che le è più affine. Il comportamento tenuto e che terrà è ovviamente una conseguenza proprio del grado di evoluzione raggiunto. Orbene, quale sarà l'identikit delle anime che si incarneranno sul pianeta Terra? Gli esseri umani devono essere abbastanza intelligenti, ma non molto - appena al di sopra delle scimmie: quindi hanno un grado di evoluzione minimo. La loro mente è confusa ed è incapace di vedere la realtà così com'è; più che altro proietta sogni, fantasticherie, avversioni e preferenze. Inoltre è dominata da un dualismo insanabile: crede davvero che il bene si contrapponga al male; ed è al continuo inseguimento di desideri insaziabili. Inutile dire che gli esseri umani hanno una scarsa consapevolezza di ciò che sono e che, anzi, si credono esseri divini. E, infine, questa razza poco evoluta crede ancora in un Dio creatore, un Dio-Persona, che dispensi premi e punizioni e che mandi profeti e Messia come se fossero meteoriti. Insomma, si aspettano l'illuminazione dall'alto e non hanno ancora capito che ognuno deve cercarsela in se stesso.
domenica 4 novembre 2012
Il matrimonio religioso
Ma voi credete veramente che a Dio interessi qualcosa dei nostri meschini matrimoni? L'Assoluto, l'Incondizionato, l'Energia cosmica, la Totalità, l'Uno o come volete chiamarlo dovrebbe occuparsi se siamo sposati in una chiesa o in qualche altro posto? Cosa volete che gliene importi? Credete che abbia un registro dei matrimoni come un parroco? Credete che si perda in queste quisquilie? Vien da ridere. Suvvia, allarghiamo un po' la mente: non applichiamo la nostra meschinità all'Infinito. Se poi Dio fosse pure Amore, che se ne frega l'Amore dei nostri rituali?
Eppure quasi tutte le religioni cercano di contrassegnare la cerimonia del matrimonio (come d'altronde gli altri riti di passaggio). Perché? Perché così mettono il loro marchio sugli snodi importanti dell'esistenza. Altrimenti, come delimiterebbero il loro potere? Ma da qui a sostenere che il matrimonio è indissolubile ce ne corre.
Solo le religioni più persecutorie e dogmatiche puntano alla indissolubilità del matrimonio. Perché? Perché così ribadiscono meglio il loro potere. Perché così fanno sentire in colpa milioni di persone. Pensiamo infatti alle persecuzioni che nei secoli sono state condotte contro coloro che non erano sposati in chiesa - persecuzioni religiose, persecuzioni sociali. Il cattolicesimo in questo è un campione. La meschinità umana è stata applicata alla religione, e la religione è la grande creatrice del senso di colpa, con il quale si dominano le coscienze.
Oggi è tutto cambiato e la maggior parte delle persone convive liberamente e può divorziare. Ma il cattolico si sente ancora colpevole e la Chiesa fa di tutto per impedire di accorciare, per esempio, il tempo necessario ad ottenere il divorzio. Una pura vendetta. Questa pesante intromissione in Italia non è una novità. Eppure su che cosa si basa la presunta indissolubilità del matrimonio cattolico? Leggiamo che cosa dice Gesù: "Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Mt 19,9). Che cosa significa "se non in caso di concubinato"? Significa che, se si crea un legame con un altro partner, il matrimonio può essere sciolto.
Leggete dunque con la vostra testa, non con la testa dei preti, che vogliono tenervi sotto scacco. E, se proprio volete credere a un Dio, non consideratelo una specie di Papa.
sabato 3 novembre 2012
La civiltà della consapevolezza
Lo sviluppo della nuova spiritualità (e in realtà della civiltà umana) non può che essere legato allo sviluppo della consapevolezza. L'uomo si distingue dagli altri animali nel momento in cui sviluppa un pensiero consapevole. Nessun altro principio è così importante. Che cos'è, per esempio, l'amore senza consapevolezza? E la grande gloria del buddhismo è averlo rilevato per primo:
"L'attenzione consapevole è la via che conduce all'immortalità,
la disattenzione è la via che conduce alla morte.
Gli attenti non muoiono,
i disattenti sono come già morti."
Questi versi del Dhammapada delineano già la via. La consapevolezza ha due campi d'azione: il primo è l'esistenza di tutti i giorni e il secondo è il senso della vita e della morte. Nel primo caso, si deve diventare consapevoli il più possibile di ciò che facciamo, sentiamo e pensiamo, momento per momento. Nel secondo caso, alziamo lo sguardo e facciamo per così dire filosofia, ma non in senso intellettualistico, bensì attraverso l'esplorazione interiore. Cerchiamo che cosa significhi vivere e morire, quali leggi presiedono allo sviluppo umano.
Consapevolezza sembra essere sinonimo di coscienza. Ma c'è una differenza: la coscienza è per così dire automatica, la consapevolezza si manifesta quando sottoponiamo deliberatamente all'attenzione qualsiasi cosa, anche la coscienza. In tal senso si parla di una forma di meditazione. Le altre forme di meditazione sono quelle che sviluppano la calma e quelle che cercano il vuoto mentale. Ma ogni cosa deve servire allo sviluppo della consapevolezza, che è l'unica via per conoscere a fondo la realtà e capire i processi che ci riguardano e ci circondano.
venerdì 2 novembre 2012
Presunzione religiosa
Chiunque conosca un po' di storia, sa quali conflitti ci siano stati in Occidente tra imperatori e papi per stabilire chi avesse la massima autorità. Gli imperatori sostenevano di essere loro i più potenti, ma i papi ribattevano che la loro autorità discendeva direttamente da Dio e che quindi tutte le autorità terrene dovessero sottomettersi. Questo per dire come il concetto di Dio sia sempre stato connesso a quello di potere. Perché, se si crede che Dio sia l' "Onnipotente" e che i papi siano i vicari di Cristo, inevitabilmente loro sono le massime autorità. Ma, primo, bisogna credere che Dio esista e, secondo, bisogna credere che questo Dio abbia scelto una religione sulla Terra che lo rappresenti. E questa è una gran sciocchezza, comunque la si metta. Dio è cristiano? Perché non musulmano, ebreo o indù ? Non facciamo ridere. Questa è d'altronde la grande presunzione degli uomini di religione - e non solo in Occidente. Per esempio, nell'India antica, i brahmani sostenevano di essere gli unici autorizzati mediatori tra gli uomini e Dio. Ed è così che si sono formate le caste politico-religiose, in tutto il mondo; è così che i sacerdoti hanno sempre rivendicato il loro potere. E i popoli superstiziosi, impauriti, sofferenti e sottomessi, sono diventati due volte schiavi: del potere del re e del potere del prete. In quei paesi, poi, in cui il re o chi ha il potere sostiene di essere stato prescelto direttamente da Dio, il centro del potere è ancora più forte, perché non c'è nemmeno un minimo di concorrenza fra stato e religione.
In realtà, il concetto di Dio si presta naturalmente a questi giochetti. Chi crede in Dio, crede anche di essere aiutato e sostenuto da un potere soprannaturale, anzi dal potere che ha creato il mondo. Dio e potere, Dio e presunzione vanno sempre a braccetto.
Questo tipo di problema - e di strumentalizzazione - non si pone solo per il buddhismo, perché qui non si crede affatto in un Dio esterno, in un Dio creatore, in un Dio suprema autorità. Qui ognuno deve percorrere individualmente la propria Via e deve liberarsi o salvarsi da solo, con le proprie forze. Qui ciascuno è divino. Qui ciascuno è responsabile.
Se perciò si mira a un salto di qualità nella religiosità umana, non si può che adottare un tipo di spiritualità in cui non c'è più un Dio centralizzatore, ma un'autorità diffusa, democratica e sostanziale. Ecco perché, finché non ci liberemo delle religioni teiste, che appartengono ad uno stadio infantile dell'evoluzione umana, non usciremo dalla schiavitù del potere e dei potenti. Lo pensava anche Albert Einstein che ebbe a dire: "La religione del futuro sarà una religione cosmica. Dovrebbe andare oltre il Dio personale ed evitare dogmi e teologia. Abbracciando sia il campo naturale sia il campo spirituale, dovrebbe essere basata sul senso religioso derivante dall'esperienza di tutte le cose, naturali e spirituali, in una significativa unità. Il buddhismo soddisfa questa descrizione. Se una religione dovesse rispondere alle necessità scientifiche moderne, senz'altro sarebbe il buddhismo."
mercoledì 31 ottobre 2012
I sei regni
Secondo il buddhismo, esistono sei regni o dimensioni della realtà: i paradisi, il mondo degli esseri umani, gli inferni, il piano degli spiriti affamati, il regno degli animali e il piano degli Asura, i demoni combattenti. Si tratta comunque di sei regni dell'illusione, nessuno dei quali (per fortuna) è permanente. Al di là delle raffigurazioni mitologiche, questi sei regni sono certamente stati d'animo in cui transitiamo di continuo. Diciamo che i paradisi sono regni in cui gli esseri sono felici e non c'è insoddisfazione - ma qui sta il problema: poiché questi esseri sono contenti, non hanno nessuno stimolo a cercare qualcosa di meglio. Quando perciò moriranno, dovranno reincarnarsi in esseri umani. Perché? Perché gli esseri umani sono gli unici che hanno la possibilità di essere consapevoli del proprio stato e di aspirare a liberarsi dalla condizione in cui si trovano.
Vengono poi i regni infernali, dove ovviamente tutti stanno male - ma a tal punto che non sono neanche in grado di pensare ad altro. Lo stesso vale per gli spiriti affamati che, come indica la loro definizione, sono sempre insoddisfatti, sempre avidi, sempre affamati di qualcosa senza potersi mai saziare. Quanto al regno degli animali, lo conosciamo e sappiamo bene che è inutile spiegare loro qualcosa: non capirebbero. Gli Asura, infine, sono dominati dall'ira, dalla rabbia, dalla furia, dalla competizione, dallo scontro e dalla guerra: combattono sempre contro qualcuno e, se manca l'avversario, anche contro se stessi.
Come si vede, queste dimensioni ci appartengono tutte. Noi possiamo essere completamente felici (paradiso) o completamente infelici (inferno), possiamo essere profondamente insoddisfatti, famelici e avidi (spiriti affamati), possiamo diventare degli animali guidati soltanto dagli istinti e possiamo farci travolgere dall'ira, dalla rabbia, dall'avversione, dall'inimicizia, dal desiderio di combattere e di scontrarci contro qualcuno o contro noi stessi (Asura).
L'essere umano, infatti, è caratterizzato dall'estrema mobilità, dal cambiamento continuo, e può passare in un istante dalla felicità all'infelicità, dalla soddisfazione all'insoddisfazione, dalla calma alla rabbia, dalla pace alla guerra, dall'esaltazione alla depressione, dall'amore all'odio: tutto dipende dalle circostanze esterne e dalla propria mente. Ma proprio questa estrema mobilità ci offre un'occasione che gli altri esseri, nella loro rigidità, non possono avere. Abbiamo la possibilità di vederci, di essere consapevoli e di intervenire per cambiare. Abbiamo soprattutto la possibilità di aspirare ad uscire da questo marasma continuo.
Quando pensate di essere sfortunati ad essere nati come esseri umani, ricordatevi che, secondo la tradizione buddhista, le probabilità di nascere come uomini sono quelle che ha una tartaruga marina cieca di salire in superficie e di infilare il collo in un pezzo di legno che galleggia sull'oceano con un foro in mezzo.
Pensiamoci. Quando mai ci si ripresenterà una simile occasione? Il più grande peccato in questa vita è sprecare il tempo in cose inutili.
martedì 30 ottobre 2012
Dukkha
Quando il Buddha afferma che la vita è dukkha (dolore) non intende dire che in questo mondo tutto è sofferenza, ma che non è possibile eliminare la sofferenza, non è possibile eliminare uno stato di insoddisfazione praticamente permanente. Innanzitutto, ci sono le quattro fasi dell'esistenza da cui nessuno può sfuggire: la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte; e qui non ci piove. E poi ci sono varie forme di dolore: la sofferenza di essere separati da coloro che amiamo, la sofferenza di vivere con coloro che odiamo, la sofferenza di non poter avere quello che vogliamo e tutte le sofferenze del corpo. Vi risulta di essere stati risparmiati da qualcuno di questi dolori? Ma se pensiamo che la sofferenza sia semplicemente una sensazione spiacevole e che sia eliminabile con una sensazione opposta di piacere, ci sbagliamo. È proprio questo che noi facciamo: cerchiamo tutta la vita sensazioni piacevoli, fisiche e mentali. Però sappiamo anche che questo non basterà a cancellare il dolore. E, in effetti, qualunque sensazione piacevole ha un aspetto per così dire negativo: non dura. Non dura, è fugace, è temporanea; e, quando sparisce, lascia un senso di mancanza e di insoddisfazione. È un po' come una droga: sul momento dà un senso di euforia, ma poi l'effetto sparisce e rimaniamo più scontenti di prima. E già questo ci dice che viviamo in un mondo duale, in un mondo effimero, in cui niente è stabile (per fortuna nemmeno la sofferenza).
Ora, il Buddha ci dice che all'origine della sofferenza c'è il desiderio, ossia una specie di sete o di bramosia che non si accontenta mai. Desiderio di essere, desiderio di diventare, desiderio di crescere, desiderio di felicità, desiderio di amore, desiderio di figli, desiderio di perdurare, desiderio di essere ricchi, desiderio di potere, desiderio di riconoscimento... l'elenco è infinito. C'è anche il desiderio di non-essere quando le cose ci vanno male e pensiamo alla morte come via di liberazione o al suicidio. Insomma la vita è tutta un desiderare - è questo il suo carattere distintivo. Ma desiderare significa soffrire, perché chi desidera prova dentro di sé una dolorosa mancanza.
La logica suggerisce che la via d'uscita sarebbe sopprimere il desiderio. Ma qui bisogna stare attenti. Perché tra i tanti desideri c'è anche quello che animava il Buddha e tutte le persone del Dharma: il desiderio di sopprimere il desiderio, il desiderio di liberazione da questo ciclo ripetitivo e dualistico. Come quando diciamo: non ne posso più di questa situazione, voglio uscirne! È chiaramente un desiderio anche questo, e ben forte. Ma bisogna arrivarci - e i più non ci arrivano affatto: continuano a inseguire le sensazioni piacevoli, continuano a sognare uno stato di felicità durevole, continuano a correre lungo questa riva del fiume senza tentare di andare oltre. Tutto sommato, anche sognare un qualche paradiso rientra tra i desideri meschini. Il Buddha lo ha previsto: secondo lui esistono altri piani di realtà o altri mondi popolati da esseri che si trovano in uno stato migliore del nostro (d'altronde, non ci vuole molto), ma - attenzione - neppure loro sfuggono alla morte e forse sono troppo rincoglioniti dalla vita facile; un po' quello che succede ai nostri ricchi, che a forza di essere serviti e riveriti diventano sempre più fragili e scemi. Ed è possibile che i nostri dèi appartenessero a questa categoria - alla fine, come è evidente, sono defunti...
Ma fra le tante nostre sventure, una fortuna ce l'abbiamo. Siamo in un mondo mediano, che proprio per le sue caratteristiche e per le sofferenze ben calibrate con gli zuccherini delle gioie, è il più adatto a tentare la via della liberazione. Abbiamo tutte le doti per farlo - ci manca solo un po' di consapevolezza e di buona volontà. Però, piantiamola di farci trascinare da desideri di bassa lega: liberazione non significa approdare in qualche terra beata, in qualche paradiso di idioti che stanno tutto il giorno a biascicare le lodi del Potente di turno. Ne abbiamo già troppi di questi lacchè sulla terra. Almeno miriamo in alto. Sbarazziamoci di tutto il baraccone - vita, morte, religioni e gerarchie comprese.
domenica 28 ottobre 2012
Nirvana
Se il Samsara è il ciclo delle vite e delle morti che va avanti da quando esistono gli uomini e gli altri esseri viventi, se è la ripetizione di esistenze, senza soluzione di continuità, il Nirvana è la calma, la pace, l'estinzione... di che cosa? Di questa ripetitività. Perché è vero che la vita è un cambiamento continuo, ma pur sempre delle stesse esperienze: nascite, infanzie, crescite, malattie, gioie, dolori, amori, matrimoni, divorzi, vittorie, sconfitte... e infine l'immancabile morte. Insomma, sempre la solita solfa. È un po' come il tempo meteorologico, che muta di continuo, ma sempre secondo determinate e limitate modalità: pioggia, sole, tempesta, sereno, caldo, freddo e così via. Insomma, siamo tutti dei ripetenti ossessivi, degli zucconi che non imparano mai la lezione. Infatti tutti facciamo le stesse cose, tutti abbiamo le stesse speranze e tutti abbiamo le stesse illusioni e delusioni: pensiamo di fare chissà che cosa, di risolvere i problemi dell'umanità o semplicemente di essere felici, ma poi ci avviamo rassegnati verso la vecchiaia e la fine. E tutti giriamo intorno al nostro ego. È l'ego che prova una insaziabile sete di ripetere queste esperienze, certamente mutevoli, ma pur sempre le stesse, fin dalla notte dei tempi. Non c'è mai nulla di nuovo. Il film è sempre lo stesso. Se qualcuno ci guardasse dall'alto, si addormenterebbe per la noia mortale. Tuttavia tutti questi miliardi di individui si affannano da mattina a sera per ripetere le stesse esperienze - e non si stancano mai. Che cosa cercano? Sono assetati di vita e vorrebbero vivere ancora più a lungo. Che cosa sperano di ottenere e di raggiungere? Assomigliano ai levrieri che inseguono in un circuito una lepre di pezza che non raggiungeranno mai - ma loro non lo sanno e continuano a correre.
Nirvana è la scoperta di quanto siamo limitati, condizionati e ripetitivi, di quanto siamo marionette dirette dai fili dell'istinto, della natura, della cultura e della società. Nirvana è la decisione di interrompere il ciclo. Nirvana è l'affacciarsi di una nuova coscienza. Ce la faranno gli uomini a svegliarsi dal millenario sogno delle illusioni? Riusciranno una buona volta a vedere la realtà così com'è? O continueranno a correre in tondo, come gli stupidi levrieri?
Nuova evangelizzazione?
Ad ogni pie' sospinto il papa parla di "nuova evangelizzazione", ma sospettiamo che si tratti, più che di una diffusione del messaggio di Gesù, di un'occupazione di posti di potere nello Stato e nei mass-media, nonché di un plagio massiccio delle coscienze più deboli e infantili. Insomma si parte per evangelizzare gli altri e non se stessi. Tutti conoscono per esempio la potenza delle trasmissioni radiofoniche della Chiesa, quelle che che oscurano le trasmissioni delle altre radio e che fanno ammalare di leucemia tanti bambini che hanno la sfortuna di abitare presso le antenne del Vaticano. Tutti sanno che la Chiesa non ha ancora pagato un euro di tasse sugli edifici adibiti ad uso commerciale. Tutti conoscono la storia dei preti pedofili protetti per decenni dai loro vescovi. E tutti vedono le continue intromissioni dei preti nella politica italiana con il tentativo di costruire un partito di cattolici, più o meno come la vecchia Democrazia Cristiana, che fu chiusa quando si scoprì che i grandi leader cattolici rubavano a man bassa i soldi statali - un antico vizio. Dunque, dove sta la superiorità etica degli individui che si dicono religiosi?
Il punto è che la Chiesa non è in grado di diffondere il messaggio di Gesù, dopo averlo tradito per duemila anni. Gesù badava alle vere intenzioni degli uomini e non alle cerimonie o ai rituali - e non portava scarpini di Prada né vesti di Armani; né possedava una banca che ricicla denari sporchi. Gesù criticava la corruzione dei sacerdoti e l'ipocrisia dei farisei e dei sadducei, i quali assomigliavano molto ai politici cristiani di oggi: molte parole, molta apparenza, e nessuna sostanza autenticamente spirituale, anzi una sostanza di vera e propria corruzione e di occupazione del potere per influenzare e dirigere le coscienze del popolo - insomma è la storia di sempre.
Per fare una "nuova evangelizzazione" ci vorrebbero nuove coscienze - e queste purtroppo sono molto vecchie, anzi morte. E voi "lasciate che i morti seppelliscano i loro morti"!
venerdì 26 ottobre 2012
L'orgasmo religioso
Fuorviati da millenni di religioni repressive, abbiamo sviluppato la convinzione che la sessualità sia il nemico numero uno della spiritualità. Niente di più falso. La sessualità, al contrario, è l'energia fondamentale dell'esistenza che, primo, non può essere eliminata e, secondo, è propria alla base anche della spiritualità. Provate a rimanere a lungo casti - e domandatevi se siete diventati più religiosi e spirituali, oppure semplicemente più indifferenti, freddi e avidi in altri campi. Sì, perché la repressione lavora in questo modo: quando ostacolate il sesso, la sua energia si sposta in qualche altro settore; e così per esempio si diventa più avidi di denaro, di potere o di cibo, oppure si sviluppa una dipendenza dalle comunità religiose (che proprio per questo vietano i rapporti sessuali). Se invece vi innamorate e fate sesso con la persona amata, alla fine vi sentirete molto più vicini al divino e capirete che cosa si intende per trascendenza. Da che mondo è mondo, la sessualità è stata usata come una metafora dell'unione con il divino; e non solo come metafora, ma anche come mezzo a disposizione dell'uomo per avere anticipazioni della trascendenza.
Ora utilizzate il rapporto sessuale proprio a questo scopo. Vi accorgerete che tutte le nostre idee di beatitudine e gioie paradisiache provengono dall'esperienza sessuale. In essa, infatti, non solo vi è un superamento del dualismo io-altro, non solo si raggiunge l'unione con un altro essere, ma si supera il senso dell'io-sé e del tempo. Nell'orgasmo in particolare scompaiono le divisioni, il tempo e la mente (è il modo più semplice per sperimentare il vuoto mentale). E si prova una grande gioia e un senso di liberazione che è ciò che contraddistingue le esperienze estatiche del misticismo e del samadhi. Senza questa esperienza, in realtà, non avremmo l'idea di un'estasi ultraterrena.
Oltretutto, se c'è un periodo in cui non si prova più nessun desiderio sessuale, è proprio il periodo che segue l'orgasmo. Non a caso esso è stato definito la "piccola morte" - ossia la morte gioiosa. Scompaiono i desideri e ci dimentichiamo di noi stessi e dei nostri limiti. Perché non c'è niente di meglio che terminare la vita con una morte gioiosa, accogliendo cioè la morte come un'esperienza di liberazione. Il che dimostra che non è la repressione sessuale che vi libera dal desiderio (i preti e i santi sono sempre ossessionati dal sesso), ma il suo soddifacimento profondo. Se reprimete semplicemente il sesso, ne devierete l'energia altrove. Se invece lo utilizzate consapevolmente, la vostra evoluzione ne sarà accelerata e la vostra mente si aprirà ad una comprensione della dimensione della trascendenza. Il punto è questo: non si trascende il sesso soffocandolo, ma comprendendolo.
D'altronde, che cos'è il Big Bang... se non un orgasmo cosmico?
martedì 23 ottobre 2012
La via del Dharma
Il Dharma nel buddhismo è la legge o la regola scoperta o istituita dal Buddha, in cui sono delineate varie linee e vari principi: le quattro nobili verità, l'ottuplice sentiero, i cinque skandha, le tre seti, i tre tipi di sofferenza, i dodici anelli della coproduzione condizionata, i quattro stati sublimi, i quattro jhana, i cinque precetti fondamentali e così via. Tutto è classificato, suddiviso, analizzato e consegnato alla tradizione. Tuttavia, pensare che il vero Dharma sia espresso in questo modo, attraverso discorsi e categorie, è un'illusione. La pratica è un'altra cosa: è mobilitare le proprie energie e la propria intelligenza in un percorso di liberazione che è diverso da persona a persona. Solo a quel punto il Dharma reale si presenterà da sé.
Abbiamo già ottenuto il beneficio della condizione umana e quindi siamo già dotati di tutto il necessario per percorrere la via. Perché allora perder tempo ed energie in futili piaceri? Non si tratta di rinunciare a qualcosa, ma di scegliere ciò che è più importante, di concentrarci su ciò che ci darà più gioia.
Naturalmente i piaceri futili non sono quelli canonici condannati dall'ascetismo tradizionale. E, in certo casi, possono essere più utili di altre nobili virtù.
Se perdi tempo a giocare nei casinò, a guardare film stupidi, a spettegolare o a frequentare prostitute, questi saranno certamente vani piaceri. Ma se giochi con tuo figlio, guardi film intelligenti, parli di problemi seri o eserciti il sesso con una persona che ami, questo ti farà capire tante cose e ti allargherà la coscienza. In realtà, ogni piacere può essere ottenebrante o illuminante, a seconda dei casi, a seconda dei momenti.
Non ti fidare dei decaloghi incisi nella pietra. Il nostro spirito non è una pietra: è mobile e sensibile, ed ha la capacità di capire da sé, al di là delle parole e dei concetti prestabiliti, quale sia il percorso giusto - il tuo Dharma.
lunedì 22 ottobre 2012
In religioso silenzio
Mi piace molto l'espressione "in religioso silenzio" perché esprime un concetto fondamentale: che vi è un rapporto tra (autentica) religiosità e silenzio. Nessuna ha mai detto infatti che il rumore è religioso. Come mai allora c'è tanto chiasso nelle nostre società? Come mai, se apri la televisione o la radio, senti gente che litiga, che urla, che pontifica e tanta musica commerciale che è semplice spazzatura? Come mai sempre più gente cammina in strada parlando o ascoltando al telefonino? Come mai non si sta più in silenzio? Forse perché nessuno sa più che cosa sia la spiritualità? Anche i preti e il papa che non fanno altro che predicare e parlare. In principio era il Verbo? Che idiozia! In principio c'era un emorme silenzio. E tutto era in pace. Poi qualche Divinità si intromise a rovinare il mondo con le parole. Creò questo, creò quello, semplicemente nominandolo... E fu la fine della tranquillità.
Ancora oggi, quando si commemora qualcuno (per esempio negli stadi) si sta un minuto in silenzio - e già qualcuno scalpita. Oppure, nella messa cristiana, c'è un attimo di silenzio, in cui i fedeli dovrebbero rivolgersi a Dio; ma i più pensano ai fatti loro. E ancora oggi sopravvive a fatica qualche monastero in cui vige la regola del silenzio. Ma anche lì si vuole essere moderni e allora ci si collega ad Internet. Fine del "religioso silenzio".
Certo, oltre al rumore dei mass-media e delle comunicazioni umane, c'è un altro chiasso di cui non si rende conto nemmeno chi sta in silenzio: quello della mente. E qui veramente incontriamo grosse difficoltà. La nostra testa infatti è permanentemente assillata da pensieri, fantasie, riflessioni, ricordi, dialoghi interiori e così via. Fateci caso. C'è un gran rumore nel nostro cervello, c'è una grande confusione. E noi andiamo in giro con questo filtro che ci isola dalla realtà, al punto che possiamo non notare un amico che ci passa vicino o un'auto che ci sta travolgendo. E, soprattutto, non riusciamo a gustarci più niente, non riusciamo ad avere uno sguardo limpido, non riusciamo a trovare pace.
Per questo motivo, nelle religioni più serie, si cerca di recuperare il valore e l'uso del silenzio. Ma, al di là del suo valore spirituale, la pratica del silenzio, fisico e mentale, ha una funzione terapeutica. Ci libera dal peso e dall'oppressione dei pensieri compulsivi - pensieri che hanno un effetto deleterio sulla nostra salute. Perché la salute fisica dipende innanzitutto dalla salute mentale.
Come ogni tanto bisogna stare a digiuno per riprendersi da qualche disturbo, così ogni tanto cerchiamo di fare un po' di silenzio mentale per depurarci dall'inquinamento da rumore. Credetemi, vi farà bene.
domenica 21 ottobre 2012
Femminicidio
Ogni giorno apprendiamo di givani che uccidono le ragazze da cui sono stati respinti. Lo chiamano femminicidio. Ed è un aspetto dell'eterna guerra tra i sessi (appena velata dall'amore), dove non mancano i morti e i feriti. Certo, si tratta di giovani psicolabili, allevati da famiglie in cui la donna è la madre che concede tutto al figlio maschio, facendolo sentire un re. Ma la realtà è diversa, e un giorno il giovane maschio si scontra con un rifiuto. Come è possibile? Quella è una donna cattiva, che va uccisa! La verità è che viviamo in un mondo maschilista, in cui l'uomo ha da sempre controllato la donna e non sopporta che non sia a sua disposizione. I valori più alti sono di segno maschile e tutto è predisposto per non negare nulla al maschio. Un rifiuto dunque lo sconvolge: è un elemento che manda in crisi il suo mondo di certezze e di impunità.
Pensate che nella nostra cultura abbiamo immaginato perfino un Dio Maschio. Ma che c'entra il sesso con Dio? Perché dovrebbe essere di genere maschile e non di genere femminile? In realtà non ha niente a che fare né con il maschile né con il femminile. Ma chi lo dice ai nostri credenti? L'infantilismo delle religioni lo ha ridotto a un uomo, a un misero maschio, che tutt'al più ha una Madre... vergine. Ed ecco i risultati.
Ora non possiamo più rivelare ai credenti che Dio non è il Padreterno in cui confidavano: il trauma sarebbe terribile, e andrebbero a uccidere qualcuno... magari una donna. Perché si sa che le donne sono colpevoli di tutto: non fu Eva a corrompere l'ingenuo Adamo? Lo dice il vero fondatore del cristianesimo, san Paolo, un tipo che andrebbe psicoanalizzato: "Non fu Adamo a essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione!" (Prima lettera a Timoteo 2,14). Perciò "la donna impari in silenzio, con tutta sottomissione" (ibid. 2,11). Infatti "la donna deriva dall'uomo" (Prima lettera ai Corinzi 11,12) e "capo della donna è l'uomo" (ibid. 11,3). Se questi sono i vostri maestri spirituali, non vi lamentate di quel che succede alla donne.
Il Dio dell'intolleranza
Ora i cristiani si lamentano perché vengono perseguitati e uccisi in Africa e in Asia dai regimi musulmani. Ma la verità è che ricevono ciò nei secoli hanno dato. Da quando sono andati al potere, per diciassette secoli, hanno perseguitato tutte le altre religioni. Dobbiamo ricordare ciò che i cristiani hanno fatto ai pagani, agli ebrei e ai musulmani? Dobbiamo ricordare i Padri della Chiesa che invitavano a convertire o a uccidere tutti quelli che avevano un'altra fede? Dobbiamo ricordare la crociata contro gli Albigesi? Dobbiamo ricordare tutte le guerre contro i musulmani? Dobbiamo ricordare le varie crociate? Dobbiamo ricordare le guerre tra protestanti e cattolici?
La verità è che chi ha una fede, non potendo dimostrare niente di quello che dice - e anzi sapendo dentro di sé di affermare cose del tutto infondate - è intollerante verso chi professa un'altra fede. La verità è che ogni fede nega le altre e vorrebbe, se potesse, distruggerle. La verità è che il Dio in cui credono le maggiori religioni è per sua natura intollerante. Non è infatti un vero Dio. Ma un'immagine della mente. Credere in un Dio unico è già essere intolleranti.
venerdì 19 ottobre 2012
Svuotare la mente
Troppo spesso la nostra mente è in preda a una folla di pensieri incontrollati, a un rimuginio senza sosta, a un dialogo senza costrutto: spezzoni di frasi, ricordi, fantasie, persone immaginarie, situazioni irreali, pulsioni velleitarie, sogni ad occhi aperti, considerazioni amare, speranze illusorie... in un caos senza capo né coda. Questo è il primo problema della meditazione - ma anche la prima presa di coscienza. Tutta questa attività febbrile, tutti questi pensieri creano una specie di velo tra noi e la realtà. È come quando si cammina telefonando: ciò che diciamo o ascoltiamo ci distrae dalla realtà esterna... e magari finiamo in un tombino.
Ecco due metodi per uscire da questa situazione di alienazione. Considerare i pensieri come qualcosa che viene dall'esterno e alzare una barriera - di attenzione - per respingerli o ignorarli.
Oppure considerare il nostro vero sé come un Testimone di una mente invasa dai pensieri. Anche in questo caso osserviamoli come corpi estranei e poi accantoniamoli o lasciamoli cadere, come se non fossero nostri. Noi siamo il Testimone, non i pensieri.
Lo scopo è costituire un nucleo incontaminato al nostro interno, un centro di consapevolezza che non venga toccato dalle ondate delle attività mentali. Ritrovare la quiete e il silenzio mentali.
Questo vuoto mentale non deve trasformarci in idioti inconsapevoli, ma deve rendere la nostra mente ancora più chiara e lucida.
giovedì 18 ottobre 2012
Samsara
Dovremmo tutti chiudere gli occhi per l'ultima volta con una sensazione di soddisfazione e di sazietà, dovremmo arrivare alla fine dell'esistenza dopo aver provato tutto, dopo aver esaurito ogni possibilità... proprio come ci si alza da tavola dopo aver mangiato in abbondanza. Ma le cose non vanno così: la maggior parte delle persone è infelice, è insoddisfatta, è piena di pentimenti e di rimorsi, e muore con il desiderio di avere quel che non ha avuto, di rifarsi delle privazioni e delle sconfitte, o di ripetere e amplificare i piaceri provati. Questo stato d'animo fa sì che la vita non possa essere lasciata con serenità, con la determinazione di passare oltre, di saltare su un altro piano; e fa sì che la vita non possa essere lasciata cadere, così come la farfalla lascia cadere la pupa e diventa un altro essere E dunque viene posta in essere una spinta profonda, inconscia, che informa di sé quel ciclo delle nascite e della morti, delle felicità e delle infelicità, che in Oriente si chiama Samsara. Cedendo a questa spinta noi veniamo in essere con l'illusione di potere essere sempre felici, escludendo la sofferenza. E in tal modo alimentiamo un mondo di infelicità.
Dobbiamo dunque lavorare sui nostri desideri insoddisfatti, dobbiamo portare la forza della consapevolezza su questa spinta prepotente, disinnescando il suo inganno. Dobbiamo lasciare l'esistenza con la convinzione di aver esaurito le nostre potenzialità e di non aver perso niente di importante. Questo fa l'uomo saggio, ormai distaccato.
giovedì 11 ottobre 2012
Il valore del desiderio
La causa di ogni attaccamento, e quindi di ogni sofferenza, è il desiderio. Ma bisogna comprendere che il desiderio è la spinta che ci fa andare avanti e che senza desideri finiamo solo depressi. Tutto è sorretto da qualche desiderio: anche l'illuminazione. Inoltre certi desideri sono programmati dagli istinti per la sopravvivenza e altri sono indotti dalla società. Quelli indotti dalla società (essere ricchi, essere importanti, comprare determinate cose) possono essere padroneggiati con un adeguato autocontrollo. Non possiamo però non provare il desiderio di mangiare, perché senza cibo moriremmo in breve tempo. Anche il desiderio sessuale è voluto dalla natura per far sopravvivere la specie. Tuttavia anche nei desideri naturali entrano in gioco valori sociali, psicologici e culturali, per esempio mangiare determinati cibi o in determinati modi, oppure essere ossessionati da determinati rapporti sessuali o da una compulsività senza limiti. L'ascetismo antico si illudeva che digiunando o astenendosi dal sesso, si potessero ottenere grandi meriti. Ma la verità è che non si raggiunge l'illuminazione attraverso i digiuni o la castità. Se eliminassimo questi desideri, semplicemente la vita sulla terra finirebbe. Però nessuno entrerebbe nel Nirvana. Se bastasse digiunare o astenersi dal sesso, sarebbe relativamente facile diventare illuminati. Il regno dei cieli sarebbe pieno di anoressici e di impotenti. E non è così. Chi combatte i desideri e i bisogni naturali in realtà soffre ancora di più. E diventa non un santo, ma un mostro. Capita di vedere alcuni pseudo “santi” divorati, senza la minima autoconsapevolezza, da ambizione, da invidia o da orgoglio. Dunque, in campo spirituale, non è il desiderio naturale ciò che ci rovina, ma il desiderio che proviene dall'interiorità, dalla psiche egocentrica. Lo dicono chiaramente i Vangeli: “Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia…” (Mc 7,21-22). Insomma i desideri da combattere non sono quelli naturali, ma quelli che nascono dall'animo pervertito o inconsapevole.
Il desiderio è ambivalente: è ciò che ci àncora alla vita, ma è anche ciò che ci spinge a trascenderla. Finché si è in vita non è possibile, e neppure auspicabile, reprimere i desideri naturali. Ma si può lavorare a comprendere il meccanismo del desiderio, in modo da ridurre i peccati contro lo spirito – quelli che ci legano ad un'esistenza deteriore. Comunque sia, è evidente che l'illuminazione, il risveglio, ha più a che fare con una comprensione che con un atto del corpo, è più un'apertura della mente che una chiusura fisica e che in alcuni casi i piaceri sono più vicini alla spiritualità che alla materia.
lunedì 8 ottobre 2012
Reincarnazione
L'idea che un'anima, sola soletta, si reincarni da una vita ad un altra ci sembra una sciocchezza. E lo è. Ma non bisogna ricorrere a queste interpretazioni semplicistiche, popolari. Basta pensarci un po'... ognuno di noi viene da altre vite, quelle dei genitori, i quali a loro volta venivano da altre vite... Andando indietro nel tempo, arriviamo ai primi ominidi, e poi ancora più indietro, alle scimmie, ai pesci, agli anfibi, eccetera. Questo significa che ognuno di noi personifica un'eredità, una linea evolutiva, cui hanno partecipato migliaia, milioni di individui. Dunque, in tal senso, in ognuno di noi rivivono innumerevoli altre persone - i nostri predecessori. Da un'esistenza all'altra, qualcosa si è reincarnato: un principio vitale che possiamo chiamare come vogliamo - e che ora si trova in noi, è noi. È come una fiaccola che si è trasferita da una mano all'altra, da una persona all'altra, da un'epoca all'altra. Ecco il principio della reincarnazione, interpretato non in maniera elementare, ma intuito da tante culture.
Il potere temporale
Che tristezza - e che buffonata! Una religione che si fa Stato! Uno Stato deve avere un confine, delle guardie, delle galere, una banca, una burocrazia, dei maggiordomi, eccetera eccetera... con tutte le conseguenze del caso. Così, se qualcuno tradisce, come è successo con il maggiordomo del Papa, bisogna processarlo e metterlo in galera. Ma, secondo voi, era a questo che mirava Gesù duemila anni fa? Ormai, tutti i cattolici si sono abituati a queste assurdità - una Chiesa che si appropria del potere temporale. E che potere! Per secoli è stato un potere e uno Stato che ha imposto tasse, condannato e ucciso... e che ha impedito all'Italia di unificarsi.
Naturalmente, anche se lo Stato del Vaticano è l'esempio più eclatante di religione che si fa Stato, anche le altre religioni non scherzano. Per esempio, degli Stati islamici sappiamo che tipo di libertà e di democrazia vigono nei loro confini. Dello Stato di Israele, che a parole si dice laico ma che in realtà è governato dalla religione, vediamo il disastro: si regge solo sulla guerra e sull'odio religioso, suo e dei nemici. E dell'ex Stato buddhista del Tibet, abbiamo visto la triste fine.
Sì, le religioni che vogliono il potere temporale sono un gran pericolo per la libertà e per la democrazia. E distruggono tutto quello che toccano.
mercoledì 3 ottobre 2012
Uccidere il Buddha
Tra i vari attaccamenti che ci legano, ci limitano e ci condizionano, quello di cui ci si rende meno conto è l'attaccamento alle proprie opinioni. Che cosa significa? Significa che ci facciamo un'opinione, abbracciamo una teoria o sposiamo un fede, e dal quel momento non la mettiamo più in dubbio e giudichiamo tutte le opinioni diverse o contrastanti sbagliate. Non solo sbagliate, ma nocive. Chi reagisce più violentemente, per esempio, di colui che vede messe in dubbio la propria religione? È come se la divergenza mettesse in crisi il nostro equilibrio, la nostra stessa esistenza. E, in parte, è così. La fede che si oppone alla nostra mette in crisi la nostra sicurezza, la nostra certezza - ciò che non vogliamo più mettere in dubbio. È così che nasce il fondamentalismo religioso. Quei pazzi che sono disposti a uccidere gli altri e se stessi per distruggere chi la pensa diversamente.
La verità è che noi stessi abbiamo profondi dubbi e che ci aggrappiamo a quella fede come ci afferriamo all'ultimo spunzone di un precipizio. Senza di quello precipitiamo. In realtà, la spiritualità dovrebbe essere qualcosa di completamente diverso: un'apertura anziché una chiusura; una possibilità di inclusione e di allargamento, non una possibilità di esclusione e di restringimento. Invece la religione diventa una setta. E la setta ci fa tutti settari, faziosi, parziali e ciechi.
Impariamo qualcosa dal buddhismo zen, in cui si dice: "Se incontri sulla tua strada il Buddha, uccidilo!" Perché ucciderlo? Perché se credi che il Buddha sia quello che tu pensi che sia, ti stai certamente sbagliando. Ti stai semplicemente attaccando ad un'immagine della tua mente, ad una tua interpretazione, ad una tua definizione. E se tu de-finisci qualcuno, stai tranquillo che lo stai distruggendo. In ogni caso, il tuo compito nella vita non è essere Buddha, Gesù o Maometto, ma essere te stesso. Ed essere se stessi è molto più difficile che essere i seguaci o gli adoratori di qualcuno.
lunedì 1 ottobre 2012
La singolarità del buddhismo
Il buddhismo lancia una sfida alle altre religioni, tutte costruite più o meno allo stesso modo, con un Dio da adorare e il suo profeta o messia, con l'eterna lotta fra bene e male, e con un paradiso e un inferno che ci vengono assegnati dal Giudice divino. Il buddhismo non ci dice solo di fare il bene (ovvio), ma di andare al di là del bene e del male; non ci dice di cercare solo il paradiso, ma di andare al di là di paradiso e inferno; non ci dice di cercare la vita, ma di andare al di là della vita e della morte. E ci dice che il nostro sé, pur essendo in grado di sopravvivere da una esistenza all'altra, non è la realtà ultima. La realtà ultima è il nirvana, che può essere definito solo in termini negativi (ciò che non è), ma non in termini positivi, pur assicurandoci che è comunque qualcosa, non un nulla. Tutte idee che la mente non riesce a comprendere, ma tutt'al più a intuire in una sorta di vertigine della ragione.
Il fatto è che il buddhismo non è solo una religione, ma anche una filosofia, dato che ci presenta una spiegazione delle leggi e delle strutture fondamentali della realtà. Le altre religioni, ogni volta che si sono azzardate a parlare delle leggi fondamentali del mondo, hanno detto solo grandi sciocchezze. Invece il buddhismo ha lasciato una visione del mondo che ancora oggi interpella la nostra ragione. Il buddhismo non crede né a Dio né ad un sé eterno. Tuttavia individua leggi che sembrano eterne, come quella della retribuzione karmica, della sofferenza e del desiderio. Più che leggi fisiche sembrano leggi evolutive. Il mondo - dice il Buddha - è fatto così, e io ve lo descrivo. Anche l'uomo è fatto in un certo modo, e io ve lo descrivo. Nessuna di queste leggi è stata creata da un Dio, però esistono, e con esse dobbiamo fare i conti. Non c'è un Dio che premia e castiga: siamo noi stessi, con i nostri atti, che ci prepariamo il futuro, in questa vita e nelle altre.
Lo scopo del buddhismo è la liberazione dalla sofferenza, che può essere eliminata solo con la soppressione del desiderio. Il desiderio nelle sue varie forme, l'attaccamento, i legami e i condizionamenti agiscono automaticamente, oscurando la ragione illuminata e facendoci comunque proseguire il ciclo delle nascite e delle morti. Finché l'uomo non ne ha abbastanza e finché non capisce che non si può uscire dalla sofferenza se non estinguendo il desiderio egocentrico (di essere, di non essere, di divenire, di godere, ecc.), continuerà a stare male. A quel punto, estinto anche il karma del passato, l'uomo potrà approdare ad un piano dove non c'è più né vita né morte, né io né Dio. In fondo, l'ego non è nient'altro che una separazione e delimitazione dell'incondizionato.
Ma il punto centrale di questo processo di liberazione è una chiara presa di coscienza che tutte le cose sono impermanenti e che tutte sono soggette al dolore. È da qui che nasce la saggezza e la volontà di liberarsi dell'insensato ciclo della vita-e-della-morte. Se non lo facciamo, il ciclo continuerà ad andare avanti all'infinito. E noi continueremo a illuderci, a desiderare e a soffrire. In sostanza, è su questa consapevolezza che bisogna lavorare. Tutto il resto - il comportamento e le decisioni da prendere nell'esistenza - sono conseguenti.
Certo, siamo a un passo avanti rispetto alle altre religioni, che ci fanno sognare paradisi e dei salvatori. Per il buddhismo, tutte queste cose possono anche esistere, ma sono anch'esse soggette al ciclo delle nascite e delle morti. È come se il Buddha guardasse molto ma molto più lontano. Al di là dei paradisi e degli dei. Inoltre egli non dice che bisogna accettare queste spiegazioni per fede, ma solo dopo averle sperimentate personalmente.
sabato 29 settembre 2012
Sati: presenza mentale
Presenza mentale: che cosa significa essere presenti mentalmente? Non lo siamo sempre? No, non lo siamo sempre, o lo siamo superficialmente, distrattamente. Spesso per esempio non ci rendiamo conto che il nostro corpo soffre o ha bisogno di riposo, spesso non ci rendiamo conto di non essere presenti mentalmente, di fantasticare, di sognare, di ricordare, di sperare... e di essere altrove. La nostra mente è altrove, e con essa il nostro stesso essere. Chi fantastica molto può capire quello che dico: è come compiere un viaggio altrove, dimenticandoci di dove siamo realmente. Ecco il punto: possiamo essere fisicamente qui, ma mentalmente chissà dove, chissà in quale passato o in quale futuro, chissà con chi. Il mondo dell'immaginario è infinito.
Presenza mentale significa allora diventare coscienti del momento presente, delle condizioni attuali. Io mi trovo qui, in questo istante e in questo luogo. Non solo: mi rendo conto che la mia mente un attimo prima era assente, inseguiva pensieri, sensazioni, fantasie, ecc. Ogni tanto devo cercare di ritornare al presente, uscendo dal mondo immaginario. È come un richiamo improvviso all'attenzione, un alt! Alt, fermati, osservati esattamente in questo istante. Che cosa stai facendo, che cosa stai pensando? Fermati, ferma la mente. Ti accorgerai di quanto sei stato lontano, di quanto sei abitualmente lontano dalla realtà, di quanto ti fai trasportare dai sogni.
Ritorna al presente, osserva. Come respiri, come cammini, come stai seduto, come ti senti, che cosa senti, che cosa pensi? Ponendoti la domanda, dai automaticamente un alt a tutta questa attività fisica e mentale. In quel momento sei consapevole, in quel momento puoi vederti chiaramente per quel che sei. È come gettare una luce improvvisa in una stanza buia.
Esercitati periodicamente a vederti per quel che sei, ad essere attento e consapevole. Interrompi quel che fai e quel che pensi. Puoi eseguire l'esercizio seduto, sdraiato o in movimento. Puoi per esempio, diventare consapevole del respiro: come inspiri, come espiri? Ti accorgi della pause tra inspirazione ed espirazione e viveversa? Il tuo respiro è agitato? Con l'attenzione puoi calmarlo e, quindi, calmare la mente. Puoi osservare o percepire una qualsiasi parte del corpo: ti fa male? Perché?
Puoi esaminare le sensazioni. Sono piacevoli o spiacevoli? Perché? Puoi esaminare inoltre ogni stato della mente: che cosa stai provando? Odio, avversione, ira, amore, nostalgia, passione, attaccamento, paura..? O gioia, serenità, distacco? Osserva tutto e prendi nota. Rientra in te stesso, guardati.
È come vedersi per la prima volta o rivedersi, è come essere dei semplici osservatori di se stessi. Che cosa sei? Chi sei? Non darti una risposta. Soffermati sulla domanda, cioè sulla situazione attuale in cui ti trovi. Quello tu sei. Poi tornerai a dividerti e a frammentarti, e a recitare varie parti, ma per qualche attimo esci dal bozzolo delle interpretazioni, delle etichette, dei concetti. Quella tua consapevolezza è la parte più reale del tuo essere. Riesci a farla persistere per un po' di tempo?
Sai che questo è lo stato che può portarti al risveglio - al risveglio dal sogno della mente?
giovedì 27 settembre 2012
Migliorarsi
Un lettore mi scrive a proposito del mio post "La salita al Monte Carmelo":
"Non ci vuole uno sforzo per risvegliare la consapevolezza? Non bisogna lottare contro i propri condizionamenti, cercare di "ricordarsi di sé" per quanto ci risulti difficile, imparare a osservarsi e migliorare? Mi sembra che tutto questo percorso implichi un enorme sforzo. Potrebbe chiarirmi questo punto? Grazie..."
Sì, ci vuole un gran lavoro per migliorarsi, tanto che per molti di noi ci vorranno molte vite. Ma l'importante è aver incominciato. Quello che metto in dubbio, però, è l'idea che si debba combattere tutta la vita, come se si trattasse di una guerra. Non mi piace questa idea belligerante dell'esistenza, che finisce per aggravare tensione e sofferenza. Non siamo in guerra e non abbiamo in noi solo un nemico. Noi dobbiamo essere i migliori amici di noi stessi. Pur con tutti i nostri difetti, siamo venuti alla luce e abbiamo la possibilità di essere consapevoli. Abbiamo insomma già vinto un terno al lotto. Il problema non è combattere duramente contro noi stessi, oltretutto dividendoci drammaticamente in due. Questo era l'ascetismo antico. Bisogna imparara ad apprezzarci, a mollare ogni tanto la presa e a rilassarci.
Più si desidera e si cerca accanitamente, più ci si allontana dalla meta: i racconti zen sono pieni di storie in cui il protagonista ottiene l'illuminazione proprio nel momento in cui cede a lascia andare, dopo essersi tanto impegnato. Perché l'illuminazione non è solo un accanirsi ma anche un lasciar andare, non è solo un concentrarsi ma anche un aprirsi.
È vero che talvolta la vita sembra ed è una guerra. Ma anche in una guerra ci sono periodi di tregua, di amore e di amicizia. Se no, il mondo sarebbe un inferno.
Bisogna arrivare a saper alternare saggiamente concentrazione e distensione, impegno e rilassamento. Anche il respiro ha due fasi: quella in cui si inspira l'aria e si compie dunque uno sforzo e quella in cui si espira l'aria rilassando i muscoli del torace e del diaframma. Teniamo presente che la meditazione ha più a che fare con un sentimento di calma e di serenità che con l'agitazione e la durezza.
Essere presenti, essere consapevoli è sì uno sforzo, ma ha come premio un allargamento gioioso della conoscenza e dell'essere. Rendersi conto di ciò che stiamo facendo, sentendo o pensando è un allentare la pressione. Ogni tanto, periodicamente, prendiamo coscienza del nostro stato allargando l'orizzonte, magari proprio durante un'espirazione.
In conclusione la pratica della meditazione non deve trasformarsi in una sofferenza. Non dimentichiamoci ciò che dice Thich Nhat Hanh nell'opera La meditazione camminata: "Se siete siete in pace, liberi e pieni di gioia avrete trasformato il samsara [il ciclo della vita e della morte] nella Pura Terra e non ci sarà più bisogno di andarsene via".
mercoledì 26 settembre 2012
Questioni di serietà
Da tempo vado ripetendo che la questione politica in Italia è legata alla questione morale. Il fatto è che gli italiani non hanno senso etico, sono cattolici allevati all'ombra del moralismo piccolo-borghese del cattolicesimo. In nessun altro paese europeo possono accadere le cose che capitano da noi, lo scialo del denaro pubblico. Questo dimostra che si tratta di un problema del nostro popolo - un popolo appunto privo di senso civico, un popolo privo di senso del bene comune, un popolo di approfittatori che considerano la politica un mezzo per fare soldi, per avere privilegi. L'anomalia italiana è tutta qui. Non siamo un popolo di gente seria. Basta vedere i nostri programmi televisivi: spettacoli di buffoni, anche quando si tratta di politici. Spettacoli di commedianti . Lo stesso dicasi per la religione: sacre rappresentazioni, preti e papi che fanno sfoggio dei vestiti di Armani. Senza nessuna sostanza.
Questa è la cultura italiana - tutta votata all'esteriorità. Questo è un popolo che ha bisogno di una riconversione psicologica.
Come mai non riusciamo a introdurre una legge anti-corruzione? E perché ce la facciamo imporre dall'Europa? Evidentemente da soli non ce la faremmo.
In tutte le scuole dovremmo introdurre lezioni di serietà. Un po' di interiorità per tutti. Smettere di ciarlare, smettere di apparire, fare il silenzio interiore... e sapersi guardare.
lunedì 24 settembre 2012
L'atteggiamento meditativo
Tutti cerchiamo di evitare la sofferenza e di ottenere la felicità. D'accordo: è naturale. Ma in tal modo ci troviamo sempre in lotta contro qualcosa e in favore di qualcos'altro. Perché non sostituire questo atteggiamento con uno di più o meno serena contemplazione di tutto ciò che ci capita, indipendentemente dal fatto che sia piacevole o spiacevole? In questo modo supereremmo l'atteggiamento di evitazione, di avversione, e diminuirebbe anche la nostra infelicità.
Assumiamo un atteggiamento di curiosità, di interesse, di esplorazione. Un po' come quello di uno scienziato che osserva con interesse anche il bubbone, lo scarafaggio o lo sterco. Non sono cose belle, ma sono comunque degne di considerazione. Anzi, il fatto di osservarle con interesse ci può portare dei vantaggi in termini conoscitivi e quindi in termini di eventuale intervento.
Il problema dunque non è quello di sbarazzarci con ribrezzo di qualcosa, ma di essere consapevoli di tutto. Anziché adottare uno spirito di combattimento e di chiusura (c'è un famoso libro che s'intitola Il combattimento spirituale), adottiamo uno spirito di inclusione (non di semplice accettazione, si badi bene) e di ricerca.
In fondo non è possibile eliminare il male, l'infelicità e la sofferenza. Dovremo sempre averci a che fare. Non possiamo cambiare questo stato di cose. Non potremo tenerci sempre il lato positivo delle cose. Magari fosse possibile! La vita sarà sempre un miscuglio e un alternarsi di felicità e di infelicità, di luci e di ombre, di chiarezza e di oscuramento, di saggezza e di ignoranza. In noi, come in tutti... anche nei santi.
Diventiamo dei testimoni, degli esploratori... dello spirito. E lasciamo perdere per ora i giudizi e i preconcetti. Siamo scienziati che esaminano con il massimo interesse non solo il metabolismo e la buona salute, ma anche le loro disfunzioni.
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