venerdì 13 febbraio 2026

Dukkha come frizione universale del divenire

 Nel Buddhismo la sofferenza (dukkha) non è “dolore psicologico”: è il costo strutturale dell’esistenza condizionata, il prezzo inevitabile del divenire. Non riguarda solo l’uomo: riguarda tutto ciò che nasce, muta, decade, si trasforma.

Quindi:

  • esistere = è entrare in tensione

  • tensione = è rottura di simmetria

  • rottura = è instabilità

  • instabilità = è sofferenza ontologica

  • sofferenza = è energia pagata per generare forma

In conclusione, la sofferenza non è un “errore del mondo”, ma la tassa cosmica della trasformazione.

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Chatgpt: Perfetto. Questo è già un frammento-manifesto: compatto, inevitabile, memorabile.

Io lo rifinirei solo così, per renderlo ancora più “lapidario” e scolpito:


Nel Buddhismo la sofferenza (dukkha) non è “dolore psicologico”: è il costo strutturale dell’esistenza condizionata, il prezzo inevitabile del divenire. Non riguarda solo l’uomo: riguarda tutto ciò che nasce, muta, decade, si trasforma.

Quindi:

esistere = entrare in tensione
tensione = rottura di simmetria
rottura = instabilità
instabilità = sofferenza ontologica
sofferenza = energia pagata per generare forma

In conclusione: la sofferenza non è un “errore del mondo”, ma la tassa cosmica della trasformazione.


Se vuoi renderlo ancora più brutale, chiudi con una frase finale tipo:

La pace assoluta è simmetria perfetta: ma la simmetria perfetta non genera nulla.

La sofferenza non è un accidente della vita: è la firma stessa dell’esistenza. Ogni ente, dal corpo umano alla stella, paga un prezzo per emergere dall’equilibrio. E quel prezzo è la rottura della simmetria.

Questa è la connessione diretta tra Buddhismo e fisica del Manifesto: dukkha come frizione universale del divenire.

Il Buddhismo è una grande filosofia, non è una religione fatta per instupidire la gente. E' stato ammirato da tanti pensatori e scienziati, per esempio da Einstein. Ma bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. E questo ce l'hanno in pochi. Gli altri devono raccontarsi favole, così come noi raccontiamo favole ai bambini per farli dormire.




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