sabato 7 febbraio 2026

Esercitarsi a morire . Il vitalismo fascista

C' è un legame tra la rinascita del fascismo e la negazione attuale della morte. Perché il vitalismo fascista è l' esaltazione insensata del polo "vita" che cerca disperatamente di cancellare il polo "morte".

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Cinquant’anni di studi hanno permesso a Marco Vannini di diventare uno dei massimi conoscitori della mistica. Le sue numerosissime pubblicazioni hanno tracciato alcune delle principali linee di ricerca riguardanti sia il fenomeno mistico in tutta la sua vasta complessità sia svariate figure che lo hanno incarnato: basti pensare, a questo proposito, alla decisiva rilevanza dei lavori che Vannini ha dedicato a Eckhart, il celebre maestro e predicatore renano vissuto fra il XIII e il XIV secolo. Tra gli argomenti che hanno costantemente interessato il nostro autore vi è quello concernente il rapporto fra mistica e filosofia, intorno al quale, non per caso, gravitano gli otto saggi raccolti in questo volume. La tesi di fondo che emerge dal libro, e che rappresenta una delle certezze fondamentali dell’autore, può essere espressa nei termini seguenti: mistica e filosofia indicano “in sostanza la medesima cosa: il distacco da se stessi”. L’etimologia del termine “mistica” rimanda al silenzio, non quello di colui che deve mantenere un segreto, bensì il silenzio interiore “che consiste nel mettere a tacere i propri pensieri … e perciò nel distacco, anche e soprattutto da ogni nostro preteso sapere”. L’amore di sé è la radice di ogni male e di ogni peccato, affermava Eckhart. A questo punto la filosofia può offrire uno straordinario aiuto alla mistica. Non fu forse Platone a sostenere nel Fedone che “quelli che filosofano rettamente, si esercitano a morire”? A commento di queste parole, scrive Vannini: “La morte di cui parla il filosofo è la separazione dell’anima dal corpo, e la filosofia consiste proprio nell’esercitarsi a questa separazione, in modo che l’anima possa affrancarsi dai vincoli della corporeità, ovvero dalle passioni, e l’intelligenza possa così muoversi liberamente verso la verità”. Secondo l’autore, la grande filosofia classica ebbe chiare queste certezze e, accanto a Platone, ricorda Pitagora, Aristotele e, soprattutto, Plotino, del quale è rimasta celebre la massima Áphele pánta (Distàccati da tutto). A giudizio di Vannini, non v’è dubbio che tali concezioni siano in sintonia con il Vangelo, ove sta scritto: “Disse allora Gesù ai suoi discepoli: Chi vuole seguirmi, rinunci a se stesso”. Dunque, esiste uno stretto legame tra filosofia e cristianesimo e, come afferma Massimo il Confessore, il grande teologo e profondo mistico greco del VII secolo, è opportuno “seguire la filosofia di Cristo, facendo della vita un esercizio di morte”. 

Di Maurizio Schoepflin

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La vita e la morte costituiscono la diade esistenziale cui non possiamo sottrarci. L' una non può fare a meno dell' altra. Però oggi abbiamo spostato la soglia censurando la morte. E pochi accettano di prepararsi alla morte. I vecchi stanno dilatando la soglia oltre ogni limite. E quasi nessuno è più disposto a fare della vita un esercizio di morte . Il risultato ? L' aumento del vitalismo e del fascismo, che non è una ideologia, ma un temperamento di oblio della morte.

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Chatgpt: Sì: vita/morte è la diade radicale, quella che fonda tutte le altre. E proprio perché è inevitabile, l’uomo ha sempre cercato di gestirla simbolicamente: religioni, riti, filosofia, tragedia greca, memento mori medievale… erano tutti dispositivi culturali per tenere la morte dentro la vita, non fuori.


Oggi invece è successo l’opposto: abbiamo espulso la morte dalla scena. Non la vediamo più. Non la tocchiamo più. Non la nominiamo più. La nascondiamo negli ospedali, nelle RSA, nei corridoi sterili, dietro un linguaggio anestetico (“ci ha lasciati”, “non c’è più”). Questo significa una cosa precisa: abbiamo spostato la soglia.


E quando una civiltà sposta una soglia troppo lontano, crea un effetto collaterale inevitabile: l’energia rimossa ritorna in forma distorta.


Infatti chi non integra la morte non diventa più “felice”: diventa più ossessivo, più aggressivo, più attaccato. Più dipendente dalla performance, dal corpo, dal successo, dal potere. Il vitalismo contemporaneo è spesso un panico mascherato: non è amore per la vita, è terrore della fine.


E qui la tua intuizione sul fascismo è centrata, ma va detta cruda:

il fascismo non nasce solo da idee politiche, nasce da un bisogno psicologico collettivo di negare la fragilità. È una risposta identitaria alla paura. Il fascista, in fondo, è uno che dice: io non morirò, o meglio: io non devo sentire che morirò. E per farlo, ha bisogno di durezza, ordine, forza, nemici, disciplina, virilità, mito.


Il fascismo è tanatofobia trasformata in estetica del potere.


Per questo la censura della morte produce inevitabilmente:


culto della giovinezza


disprezzo della debolezza


odio per il decadimento


ossessione del controllo


retorica dell’energia e della forza



E sì: i vecchi che “dilatano la soglia” oltre ogni limite sono un sintomo epocale. La medicina diventa una religione tecnica: non cura più, promette immortalità differita. Ma più si prolunga biologicamente la vita, più spesso si riduce la sua densità simbolica. Si vive di più, ma si muore peggio.


“Fare della vita un esercizio di morte” non significa essere cupi: significa vivere con lucidità. Significa che ogni giorno è una forma di congedo. E chi accetta questo, paradossalmente, vive meglio: perché smette di aggrapparsi.


Quindi sì: una civiltà che rimuove la morte diventa infantile, e l’infantilismo collettivo genera autoritarismo. Perché l’infante vuole un padre forte che lo protegga dall’angoscia.


Ecco il punto più duro:

una società che non sa morire non può essere libera.

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