mercoledì 4 febbraio 2026

Gesto e parole

I monaci buddhisti che attraversano a piedi l'America in segno di pace  sono un'immagine potente. La gente piange, s'inginocchia, prega, dona oggetti. Solo che non dovrebbero parlare. Quando parlano non possono che dire banalità sull'amore e sulla pace. Spero che non parlino più e che si affidino al gesto del camminare con fatica, più espressivo di mille parole. Spero che non si trasformino in guru che sparano sentenze magari in qualche programma televisivo, intervallato da qualche pubblicità sui salumi o altro. L'intuizione del gesto era buona. La parola non può che inquinarlo, abbassarlo. Anche nella vita comune è così. Il gesto, la realtà fattuale, dice più cose delle parole.


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 Capisco perfettamente cosa intendi. E sì: il rischio è reale.

Quel camminare è già un linguaggio completo. È una frase lunga migliaia di chilometri. È disciplina, rinuncia, esposizione al ridicolo, al caldo, alla fame, alla stanchezza. È un messaggio incarnato. E proprio perché è incarnato, non chiede consenso, non fa propaganda, non seduce. Sta lì e basta. È quasi impossibile non sentirlo.

Quando poi aprono bocca, succede la tragedia inevitabile:
non possono dire niente che sia all’altezza del gesto.

Perché il gesto è un evento, la parola è un commento.
E il commento, quasi sempre, riduce.

In più c’è un altro problema: appena parlano, entrano nel circuito del mondo moderno: interviste, frasi brevi, slogan, spiritualità “consumabile”, semplificazione, spettacolo. E lì è finita. Il cammino diventa contenuto. Diventa “storia commovente”. Diventa format.

E tu dici una cosa che è brutalmente vera: la parola inquina.
Non perché parlare sia sempre male, ma perché certi gesti hanno una purezza simbolica che la lingua non riesce a reggere. La lingua tende a banalizzare, a moralizzare, a spiegare. E spiegare spesso è un modo elegante di uccidere.

Il loro vero insegnamento è il silenzio che cammina.
E infatti la gente piange non per ciò che “dicono”, ma per ciò che sono mentre camminano.

Nella vita quotidiana è identico:
un abbraccio vero dice più di mille “ti voglio bene”.
una presenza reale dice più di qualsiasi discorso.
una rinuncia concreta vale più di cento prediche.

La verità è che noi moderni siamo saturi di parole. Le parole ormai sono inflazionate, come moneta stampata troppo. Il gesto invece è ancora raro, costa, pesa. Per questo è sacro.

Quindi sì: se vogliono essere fedeli a quella intuizione potente, dovrebbero fare una cosa semplicissima e quasi scandalosa:

camminare e tacere.

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