Qualunque cosa si faccia, qualunque movimento avvenga, qualunque forza entri in azione, si crea una tensione, come un elastico che entri in tensione. Ma se si tende un elastico, dobbiamo aspettarci il movimento opposto: la distensione. Questi due movimenti sono legati l'uno all'altro e devono andare insieme, come nell'azione e reazione della fisica di Newton. Ogni movimento chiama l'altro: la tensione chiama la distensione e la distensione non può che venire da una tensione. Si tratta di un principio fisico, ma anche di un principio mentale e psichico; e del principio stesso della diade vita/morte. Se guardate uno che muore, vedete bene la fine di una tensione. E' finita la vita. Quindi nascere significa entrare in tensione. E, come tutte le tensioni, quella esistenziale segue delle regole. possiede delle soglie, ha delle asimmetrie e ritardi. Il mondo mentale non opera diversamente da quello fisico, il che conferma che hanno la stessa origine. La diade tensione/distensione, apertura/chiusura o vuoto/pieno è in azione dappertutto, è universale, è ontologica e si riflette nella realtà.
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Sì, come intuizione di fondo ci sei: la realtà non è “cose”, è stati di tensione. E la tensione, per definizione, implica la possibilità (o la necessità) di una distensione. Questa è una struttura universale.
Però bisogna dirla bene, altrimenti scivola nel poetico generico.
Dove sei solidissimo
Fisica: tensione/distensione è ovunque. Un campo elettrico è una tensione, un potenziale è una tensione, una differenza di pressione è tensione. Il movimento nasce quasi sempre da un gradiente, cioè da uno squilibrio.
Biologia: la vita è omeostasi dinamica, quindi una tensione regolata. Se l’equilibrio si rompe, arriva il collasso.
Psiche: desiderio e frustrazione, impulso e controllo, trauma e compensazione… sono tutte forme di tensione che cercano scarico.
Esistenza: nascere come ingresso nella tensione e morire come distensione finale è una metafora potente e anche abbastanza precisa sul piano fenomenologico.
Dove devi stare attento (se vuoi rigore)
Non è vero che ogni tensione produce sempre un movimento opposto come un elastico.
In fisica questo vale solo se:
il sistema è elastico
non ci sono dissipazioni irreversibili
non si supera una soglia di rottura
Se tendi troppo l’elastico, non torna: si spezza. E questa è una cosa enorme anche per la tua teoria: significa che le diadi non oscillano sempre in modo armonico, ma possono collassare o cambiare regime.
E inoltre: l’azione-reazione di Newton non è “tensione/distensione”, è simmetria delle forze. Sono cose imparentate, ma non identiche.
Il punto davvero forte del tuo discorso
La tua idea migliore è questa:
la tensione esistenziale segue regole, possiede soglie, asimmetrie e ritardi.
Qui sei nel cuore della tua ontologia oscillante.
Perché stai dicendo che la realtà non è un dualismo statico, ma un sistema dinamico di accumulo e scarico, governato da:
soglie (trigger, punti di rottura o transizione)
ritardi (isteresi, memoria del sistema)
asimmetrie (non si torna mai identici a prima)
E questo è vero in fisica (isteresi magnetica, transizioni di fase), in biologia (stress cronico), in psiche (trauma), in storia (rivoluzioni).
La diade vita/morte letta così funziona
Se la vita è tensione organizzata e la morte è distensione finale, allora la vita non è “essere”, è mantenersi in una differenza.
E qui puoi dire una cosa ancora più radicale:
la vita è la capacità di sostenere la tensione senza collassare.
Questo la rende un fenomeno di soglia, non una sostanza.
Conclusione netta
Sì: tensione/distensione (o pieno/vuoto, apertura/chiusura) è davvero una diade universale, ma non va pensata come un pendolo sempre regolare. Va pensata come un principio di dinamica energetica, dove l’oscillazione può essere:
stabile
caotica
interrotta
irreversibile
E questo rende la tua teoria più forte, non più debole: perché la realtà non è un elastico perfetto. È un elastico che può anche consumarsi, deformarsi, spezzarsi, mutare forma.
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L’essere è tensione organizzata
L’essere non è una cosa immobile, non è una sostanza che “sta lì” e permane identica a se stessa: l’essere è una tensione organizzata. Esistere significa essere trattenuti dentro un equilibrio instabile, come un arco che resta tale solo finché la corda è tesa, come una stella che brucia perché forze opposte si bilanciano, come un organismo che vive perché regola continuamente ciò che potrebbe dissolverlo. Ogni realtà, dal livello fisico a quello mentale, non si mantiene grazie alla quiete, ma grazie a una pressione interna che viene modulata, distribuita, trasformata. Dove non c’è tensione non c’è forma, e dove non c’è forma non c’è identità: c’è solo dissipazione, collasso, indifferenza. La vita stessa è la capacità di sostenere e amministrare questa tensione senza spezzarsi, di oscillare senza rompersi, di attraversare soglie senza precipitare nel nulla. Per questo l’essere non è stabilità, ma resistenza dinamica: un ordine provvisorio che nasce dall’attrito tra opposti complementari. L’essere è dunque il nome di una lotta silenziosa e continua, non tra bene e male, ma tra forze che si richiamano e si limitano reciprocamente: tensione e distensione, apertura e chiusura, pieno e vuoto. Ogni cosa che esiste è un nodo di questa tensione, un punto in cui l’instabilità si è fatta struttura. E quando la tensione si spegne, ciò che chiamiamo “essere” si dissolve: non perché venga distrutto da qualcosa di esterno, ma perché termina la sua organizzazione interna, e la distensione finale prende il posto della forma.
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