domenica 30 marzo 2014

L'armonia del mondo


Diceva Cicerone: “L’uomo è nato per contemplare e imitare il cosmo e, pur essendo lontano dall’essere perfetto, è pur sempre una piccola parte di ciò che è perfetto”. E Platone affermava: “Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto col cosmo e un orientamento ad esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la felice condizione dell’universa armonia. Non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica”.

       L’ultima frase andrebbe corretta, perché in questo atto di immobile e silenziosa contemplazione ci si accorge che il mondo non è semplicemente dato come un oggetto immutabile da osservare, ma è anche il prodotto del nostro atto di conoscenza. Vedere è creare, è instaurare nello stesso tempo il soggetto e l’oggetto; anzi, conoscere è già questa relazione soggetto-oggetto. Non c’è un io che contempla il mondo, ma un processo conoscitivo che pone contemporaneamente il soggetto e l’oggetto.

       Quanto più questo processo è contratto, teso e nevrotico, tanto più l’io e il mondo sono in conflitto, disarmonici e sofferenti. Quanto più questo processo è disteso, armonico e riposato, tanto più l’io e il mondo sono in sintonia e gradevoli l’uno all’altro.

Gli alienati


Venire allevati in una cultura religiosa cattolica significa andare sempre alla ricerca di un Padrone, di un Padre, di un Creatore divino. Ma esisterà o non esisterà?

       No, il mondo non ha origine, non ha fine, non ha né un padrone né un padre. Il mondo è un gigantesco processo d’interrelazione. Non c’è inizio, non c’è fine: il processo è eterno e infinito. Può finire questo mondo, ma non il cosmo. Può ridursi di nuovo ad una palla di energia informe, ma poi tutto riprenderà di nuovo.

       Perché questo bisogno di una Causa prima? È nato prima l’uovo o la gallina? ci domandiamo. E crediamo che ci sia tra i due un rapporto di causa-effetto, di prima-dopo. Non capiamo che sono nati l’uno in funzione dell’altro.

       La verità è che sentiamo il bisogno di un Dio cui appellarci, cui chiedere favori, sconti, grazie, perdoni, e che assuma sulle sue spalle la responsabilità di aver creato un mondo del genere. Bisogno di sottomissione, di delega. Paura di essere se stessi, di essere autonomi e corresponsabili.

       Ma è la nostra stessa mente che è corresponsabile di questo mondo che conosciamo. Non ce lo scordiamo. Piccoli dei alienati.

giovedì 27 marzo 2014

I corrotti

Ha fatto bene il Papa a sostenere che la corruzione è uno dei peggiori peccati, perché non può essere perdonata. Questo è in effetti il problema dell’Italia: la corruzione delle sue classi dirigenti e politiche. Ma devo rilevare che il senso etico degli italiani è il prodotto di secoli di cattolicesimo. Anche i preti fanno parte della classe dirigente. E hanno dato un gran brutto esempio. Troppi personaggi corrotti hanno infestato la Chiesa cattolica. Siamo arrivati al punto che la Banca del Vaticano riciclava capitali mafiosi e tangenti di ogni tipo. E non parliamo dei preti affaristi o pedofili.
Insomma è facile fare la morale agli altri. Più difficile è riconoscere le proprie responsabilità.


Invocazione ed evocazione

Quando si parla di invocare, ci si riferisce a qualcuno o a qualcosa di esteriore, e, quando si parla di evocare, ci si riferisce a qualcuno o a qualcosa di interiore. Naturalmente una cosa non esclude l’altra, e in alcuni casi coincide. L’uomo che crede di invocare una divinità, mobilita inconsapevolmente la propria forza interiore; e l’uomo che evoca una propria forza, muove inconsapevolmente anche altri poteri.

       Il fatto è che la distinzione esterno-interno è una delle tante di una mente duale che deve contrapporre per conoscere. Ma, nella realtà, la contrapposizione non esiste o è molto più sfumata. Che cos’è infatti l’interiorità dell’uomo se non un pezzo del tutto, come un sasso o un pensiero? Questo per dire che chi fa meditazione si pone sempre al confine tra evocazione e invocazione,tra interiorità ed esteriorità, tra soggetto ed oggetto. Forse al soggetto appartiene di più la decisione di dare inizio alla meditazione, ma poi il processo va avanti per così dire autonomamente - soggettivo ed oggettivo nello stesso tempo.

martedì 25 marzo 2014

Conversioni dell'ultima ora

Il teatrino cattolico delle conversioni in punto di morte. Prima sono cattolici, poi sono peccatori e si dimenticano di ogni comandamento, e quindi, alla fine, ritornano all’antica fede. Qualcuno ci fa anche un calcolo: prima me la spasso e poi, all’ultimo, mi pentirò. Non c’è un Padreterno che perdona ogni peccato?
       Ma diciamo la verità: se, invece di morire, vivessero altri vent’anni, ritornerebbero a dimenticare e a peccare. Perché, quando si tratta del rapporto con qualcun altro, sia pure con un Essere superiore, l’idea di imbrogliare, di fare i furbi, di fingere o semplicemente di trattare con lui si affaccia sempre alla mente. Tutt’altra cosa sarebbe se dovessimo fare i conti solo con la  nostra coscienza; lì non si potrebbe fare la commedia e, soprattutto, bisognerebbe conoscersi…

       E non c’è in questa mentalità atavica, creata dalla religiosità cattolica, tutta la teatralità del popolo italiano, la sua insufficiente familiarità con la coscienza, la sua scarsa propensione alla responsabilità e la vocazione a recitare sempre una parte nella commedia della vita?

domenica 23 marzo 2014

Il valore della sofferenza

Il valore della sofferenza
È  difficile che ci sia un parto senza dolore. E infatti dobbiamo soffrire non solo quando nasciamo la prima volta ma anche ad ogni nuova nascita, ad ogni nuova comprensione, ad ogni nuovo scatto evolutivo. Insomma la sofferenza ci accompagna ad ogni svolta nella vita.
       Ma la sofferenza serve, è utile. Nessuno vorrebbe uscire da una prigione se non ci stesse male. È la sofferenza che ci incita alla liberazione.
       Il problema è che non dobbiamo identificarci con l’io che soffre. Dobbiamo sempre tener presente che quella sofferenza non è una punizione, un ostacolo o qualcosa di inutile, ma uno stimolo a trasformarci. Accettiamo, teniamo duro e intanto lavoriamo a migliorarci. In che modo?
       Essendo presenti, non cercando di evitare, di nasconderci o di reprimere.
       Agli effetti dell’evoluzione, tutto serve: cose piacevoli e cose spiacevoli. Ciò che non serve è essere inconsapevoli.


sabato 22 marzo 2014

La meditazione non egoica

Un maestro zen, Katagiri Roshi, diceva: "Quando fate zazen, voi non dovete essere più. E' lo zen a fare zazen".
Questo è il punto di ogni forma di meditazione. Non siamo noi, il nostro ego, che fa meditazione, ma è un centro, una forza che nasce dall'interno, un potere che si sveglia ed opera da sé, non egoico. Noi dobbiamo solo togliergli gli intralci delle nostre mire, ossia della nostra volontà di essere in un certo modo.

mercoledì 19 marzo 2014

L'altra faccia della luna

Quanto più cerchiamo di inquadrare la realtà nelle nostre categorie conoscitive, tanto più dobbiamo sfrondare, semplificare, ridurre e togliere ogni ambiguità e contraddizione. Alla fine, ciò che conosciamo è una realtà impoverita, che lascia fuori tanti elementi – come guardare con occhiali insufficienti.
Questo succede anche per il nostro sé. Come diceva Jung, “il Sé è per definizione il concetto di un’essenza più ampia della personalità conscia. Di conseguenza, quest’ultima non è in grado di emettere un giudizio che abbracci il Sé.”
Non è dunque possibile “conoscere” per intero ciò che veramente siamo. Ciò che comprendiamo è solo una parte. Ma il più ampio Sé, il soggetto che conosce, ci resta ignoto – resta al di fuori della conoscenza razionale e duale.
Per oltrepassare i nostri stessi limiti, è necessario desistere dagli sforzi di razionalizzazione e porsi su una strada “negativa”, di ciò che il sé non è. Occorre mettersi sulla via del non sé, di quel sé che era stato escluso per conoscere l’ego impoverito. L'altra faccia della luna.
La via della non-mente è la via del rilassamento, del non sforzo, della liberazione dalla tensione, del lasciar essere, dell’abbandono, dell’ “autoannientamento provvisorio” (Jung). Solo così ci si può oltrepassare.
Come scriveva Karl Jaspers, “la vita ragionevole del giorno è fondata su questa notte, senza la quale il giorno stesso non sarebbe.” È la “notte dello spirito” di cui parlava anche san Giovanni della Croce.


martedì 18 marzo 2014

All'origine di sé

Oggi i fisici cercano le particelle prime, quelle apparse nei primi istanti del big-bang, e trovano anche l'eco della primitiva esplosione. Ma lo stesso dobbiamo fare noi: toglierci tutti gli strati sociali, psicologici e culturali e andare indietro, anzi nel profondo, così come si tolgono le sfoglie di una cipolla, alla ricerca del nucleo originale.
Se vi fermate, chiudete gli occhi e vi concentrate fortemente, magari premendo una mano sulle sopracciglia, vi dimenticate per qualche istante di chi siete e di che cosa fate, smettete di pensare e trovate un istante di consapevolezza pura.
Questo nucleo di consapevolezza, al di sotto o al di là della coscienza abituale, è molto vicino all'origine di sé. Non è condizionato dal tempo, nel senso che è lo stesso di vent'anni prima e sarà lo stesso fra vent'anni; e non è condizionato dallo spazio, nel senso che rimane lo stesso indipendentemente dal luogo in cui vi trovate.
E' così che si solidifica la propria anima.


Trovarsi

Tendiamo ad identificarci con i ruoli sociali e familiari, con le professioni, con le classi, con le bandiere, con i simboli, con le insegne... proprio perché dentro di noi sappiamo di non avere una vera identità. Se togliamo al giudice la sua toga o al militare la sua divisa, sanno di perdere un pezzo del proprio ego. Se togliamo ad un uomo la sua famiglia o il suo lavoro, si sente perduto: non sa più chi è - e qualcuno si suicida. Povere identificazioni.
Ricordati che sei al di là di queste identificazioni. Ricordati che il tuo essere, il tuo sé, è ciò che rimane quando togli tutti questi ruoli. Se a quel punto senti di non essere più niente, vuol dire che non hai costruito la tua anima, non l'hai solidificata.
Il tuo vero sé appare quando ti liberi di queste sovrastrutture.

lunedì 17 marzo 2014

Mistici odierni

Molti pensano che un mistico sia un individuo che ha travolgenti visioni dell'aldilà, dei santi, degli angeli, di Gesù o di Dio. Ma il mistico, più che vedere, penetra nel buio e nel silenzio della mente, in quella "nube della non-conoscenza che corrisponde ad un liberarsi delle varie attività mentali e ad un trascendere la coscienza comune, con le sue immagini. Ciò che cerca è il superamento della divisione fra sé e l'oggetto, fra sé e la natura, fra sé e la trascendenza.
Ma trascendere è trasgredire le regole, è procedere con le proprie forze, è cercare da soli le risposte. Per questi motivi il mistico è guardato con sospetto dalle religioni, che invece vivono di regole, di classificazioni, di comandamenti, di decaloghi delle leggi, di distinzioni e di dogmi.
Il mistico cerca la solitudine e il silenzio, e  quindi non lo troverete in televisione a predicare o a convertire. Cerca un'esperienza di unione che lo costringe ad essere defilato. Cerca più di annullarsi che di esibirsi nei salotti.
Anche oggi esistono mistici. Ma non li troverete nelle chiese e nei conventi. Li troverete in luoghi solitari o nascosti nelle nostre città, dove si è più soli che nei deserti.
Si può essere più mistici osservando l'erba, gli animali, il mare o i tramonti che pregando nelle chiese con parole convenzionali.


Guardonismo religioso

L'arcivescovo di Granada Francisco Javier Martìnez consiglia alle cattoliche: “Donne, praticate il sesso orale a vostro marito ogni volta che ve lo chiede. Ricordatevi che non è peccato se quando lo si fa si pensa a Gesù”.
Una religione che si riduce a dare consigli del genere è ormai degenerata - e rivela soprattutto il suo desiderio di dirigere uomini e donne in ogni atto, anche nel più intimo: una vera e propria volontà di dominio e di prevaricazione.
Ci sono quindi uomini di "religione" che si sono messi a pensare a tutti i possibili atti sessuali e a inquadrarli in qualche categoria: permesso-vietato, peccato grave- peccato lieve e così via. Sono veri e propri maniaci.
Questi meschini ometti sono convinti che Dio, la trascendenza, l'infinito, l'eterno, ecc., si occupi del modo in cui noi facciamo sesso qui su questo pianetino.
San'Agostino diceva: ama  e fa' quel che vuoi! Questa è l'unica regola valida. Le altre, quelle inventate dai casuisti religiosi, sono perversioni della religione.

venerdì 14 marzo 2014

Trascendenza e Dio

Ridurre la trascendenza al concetto di Dio è quanto di più semplicistico ci possa essere, addirittura un atto primitivo, un atto da scimmia antropomorfa che ricerca il capo-branco.
            Il problema è che la nostra mente ha già operato una riduzione di senso quando ha pensato Dio. Tutto sommato, quando gli dei erano numerosi e rappresentavano forze della natura o caratteristiche umane, con tutta la loro ambiguità, si era più vicini alla realtà. Ma poi si è introdotta una specie di dittatura della ragione, che ha voluto “misurare” l'Origine di tutto e darle un'interpretazione umana. Ci si è dimenticati che – come diceva il Tao Te Ching - “il cielo e la terra sono inumani”.
Così è nato il Dio delle religioni monoteistiche, sempre più lontano dalla trascendenza.
            La trascendenza non può avere un senso definito, chiuso, delimitato. Ma è piena di ambiguità, di ambivalenze, di incertezze, di contraddizioni, è dinamica, mossa... non segue per niente la nostra logica dittatoriale. Non è un padre, non è un dittatore, che si è fissato una volta per tutte in modo univoco. Se fosse così, che creatore sarebbe? Sarebbe un piccolissimo Dio.

            La stessa operazione di riduzione e di imposizione di un senso definito e univoco è stata fatta sull'io, che ha perso così la sua multi-valenza per fissarsi in un ego roccioso, che è una vera e propria prigione nella quale ci siamo chiusi.

Estranei al mondo

Se in certi casi ci sentiamo spaesati, estranei alla massa che ci circonda, se cerchiamo di sfuggire al rumore del mondo, e cerchiamo di starcene soli per un po’, non ce ne facciamo una colpa. Non è un difetto, non è un'anomalia, non è una malattia. Se ci sentiamo a disagio in una compagnia di stolti o di ignoranti, non è una nostra mancanza. Ma è un merito – il segno che siamo chiamati a recuperare la nostra identità perduta tra le chiacchiere del mondo, fra le false identificazioni sociali. 
            Stiamo cercando la nostra anima, il nostro vero sé.

            Quando perciò proviamo questa esigenza, non ci vergogniamo, non ci sentiamo dei mostri. I mostri sono gli altri, gli uomini sociali, gli uomini-massa, che hanno perso se stessi e che trovano una loro identità soprattutto nel reciproco riconoscimento.

Le maschere

Ogni cosa è se stessa e non un'altra: questo è il principio di non contraddizione che presiede la nostra mente – e quindi il nostro mondo. Ma si tratta di un arbitrio, di una finzione, perché ogni cosa è in realtà tante altre cose: noi stessi siamo un fascio di personalità.
            Non a caso la parola “persona” significa in latino maschera.
            Di volta in volta mostriamo una faccia, ma, per far questo, dobbiamo rimuovere o comunque nascondere le altre facce, gli altri aspetti, che si ripresentano quando meno ce l'aspettiamo, per esempio nei sogni. Allora ci rendiamo conto che possiamo essere questo e quello, possiamo essere noi stessi – ma anche altri; e che il volto che mostriamo di solito non è che uno dei tanti.

            Qual è dunque il nostro vero volto? Nessuno di questi – si tratta di maschere, di vestiti indossati per l'occasione. Può essere un'occasione che dura cinque minuti o tutta la vita. Ma, alla fine, andrà tolta.

martedì 11 marzo 2014

Cattolici per inerzia

Si può essere cattolici per inerzia - ma anche musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, ecc. Il credente per inerzia è colui che non si pone alcun problema sulla fondatezza o sulla veridicità della propria religione ed aderisce semplicemente al complesso di credenze che gli sono state tramandate. Una persona del genere non è curioso, non è veramente interessato, non compie alcuna ricerca.
Ma possiamo dire che sia un vero credente?
No, un vero credente è colui che sceglie consapevolmente ciò in cui crede, colui che è o che è stato pieno di dubbi. Chi non lo fa è in realtà un automa, poiché esegue meccanicamente ogni azione, anche quelle del cuore. Dunque, non ha un'anima. In fondo, una religione del genere è il risultato di un condizionamento ben riuscito.
La vera fede viene, non da una tradizione né da una cultura, ma da una frequentazione assidua, da una familiarità, con la propria essenza più profonda, con la propria anima, che da sola dice che cosa seguire o non seguire.

domenica 9 marzo 2014

Oltre l'umano


Qualcuno dice di non credere a Dio perché non si capacita di come Dio possa aver creato il male. Ma questa è una visione antropomorfa della trascendenza.
Bene e male sono solo le due facce di una stessa medaglia, poiché non esiste né un bene separato dal male né una male separato dal bene. Chi li distingue è la mente umana, che per conoscere deve contrapporre.
Ma all'origine non c'è né bene né male: c'è un'unica realtà ancora non differenziata.
Dio non può essere un Dio etico. Dio, come hanno capito alcune spiritualità, è al di là della distinzione. E, in effetti, nella natura non esiste questa distinzione: il leone che sbrana la gazzella si limita a mangiare; non è cattivo, non fa del male. È l'osservatore umano che fa la distinzione. L'etica si pone solo a livello umano.
Questo significa che non dobbiamo giudicare o che è indifferente scegliere tra bene e male? No, ma se vogliamo capire la trascendenza, dobbiamo anche noi andare al di là. Altrimenti rimaniamo solo all'interno della dimensione umana.
Dobbiamo saper distinguere i due piani. Non applicare alla trascendenza categorie umane.

sabato 8 marzo 2014

Consolidare l'anima

Noi non siamo la persona che osserviamo, ma colui che osserva. Questa è la nostra vera identità, l'unica che ci porteremo dietro dopo la morte.
Colui che osserva è il soggetto, il sé, che, standosene silenzioso e calmo, è Testimone di ogni cosa.
Il soggetto che osserva non può essere fatto oggetto di osservazione. Bisogna piuttosto far tacere l'io empirico, con tutte le sue attività fisiche, intellettuali e immaginative, in modo che la distanza fra soggetto e oggetto  si annulli, fino a che i due coincidano o si identifichino.
Potremmo dire che si tratta di cogliere la nostra anima, l'atman delle Upanishad. Ma in realtà è l'anima che, mettendo fra parentesi tutto il resto, ritrova se stessa.
A questa operazione diamo vari nomi: essere presenti, essere consapevoli, ricordarsi di sé, risvegliarsi, meditare, ecc.
"Io sono qui, io sono presente, io sono consapevole..." non deve essere un semplice pensiero, ma un'esperienza concreta. Proviamo a farlo adesso - e mille volte al giorno.
Sembra che non succeda niente. Ma stiamo cogliendo, alimentando e consolidando la nostra anima, l'unica realtà che ci resterà sempre.




giovedì 6 marzo 2014

La nostra vera identità


Quando ci domandano o ci domandiamo chi siamo, rispondiamo descrivendo il nostro ruolo sociale o la nostra psicologia. Questa è l'identificazione.
Ma la nostra vera identità, al di sotto del ruolo sociale e della psicologia, non è quella; e possiamo trovarla soltanto se ci liberiamo della identificazione sociale e psicologica.
Dobbiamo gettare ogni maschera per scoprire il nostro volto nudo.
È necessario distinguere tra identità e identificazione per capire che ciò cui tendiamo non è un io eternamente individualizzato, ma una coscienza che si fa sempre più universale. Dobbiamo allargare, non restringere, i confini del nostro ego. Ed è questo che avviene in meditazione.
Sì, attualmente io sono Tizio o Caio. Ma al fondo sono un pezzo di coscienza cosmica.

mercoledì 5 marzo 2014

Il ricordo di sé

Il ricordo di sé non è il ricordo del proprio io empirico: sono Tizio, sono Caio, sono fatto così e così... ma la consapevolezza di essere presenti in un momento che è sempre "questo".
Il ricordo di sé non è un ricordare qualcosa di passato, né una rievocazione che si fa, per esempio, in psicoterapia, in vista di una comprensione razionale e di un cambiamento.
No, il ricordo di sé è diventare consapevoli di essere.

Meditazione, spazio e tempo

La meditazione non ha tempo, nel senso che viene fatta sempre nell'attimo presente, in un' "ora"; non è neppure né un ricordare né un prevedere. E non ha spazio, nel senso che non è localizzata in un luogo specifico, né tanto meno in un cervello.
Dunque la consapevolezza della meditazione è ciò che rimane quando, con la morte, scompaiono lo spazio, il tempo e il corpo.

martedì 4 marzo 2014

Santi e mascalzoni

Un lettore del Venerdì di Repubblica propone di revocare la santità al cardinale Roberto Bellarmino, che fu il principale responsabile della condanna e del rogo di Giordano Bruno, uno dei migliori pensatori del cattolicesimo.
Non se la cosa sia tecnicamente possibile. Ma questo ci deve indurre a diffidare delle patenti di santità rilasciate dalla Chiesa. In effetti, sono stati dichiarati santi fior di mascalzoni e di mistificatori, rozzi individui che hanno incitato alla violenza e alla repressione d'ogni dissenso, d'ogni altra religione.
Insomma, un santo per la Chiesa può essere, per noi, tranquillamente un farabutto.

Venti di guerra

Oh, era da un po' che non si minacciava qualche guerra! Ne sentivamo la mancanza. Come mai con tutti i nostri valori di fratellanza e di bontà, con tutte le nostre religioni che predicano l'amore, con tutta la nostra strenua difesa della vita (anche in embrione!), con tutte le nostre costituzioni che ripudiano l'uso della violenza, con tutti i nostri filmetti che esaltano gli eroi positivi... poi, in un attimo, diventiamo così bellicosi? E per che cosa? Per qualche pezzo di terra e per il solito nazionalismo fasullo?
Umanità incorreggibile. A parole sosteniamo la pace, ma nei fatti i nostri valori più radicati sono ancora quelli dell'aggressività, della competitività, della terra, del sangue e della nazione. Sono questi i valori che inculchiamo nelle giovani scimmie che alleviamo.
Al di là delle chiacchiere, come insegniamo ai nostri figli a vincere dentro di loro l'aggressività e la volontà di potenza e a trovare la non-violenza, la pace interiore? Con le prediche dei preti?

Le due facce della medaglia

Il mondo è meraviglioso. D'accordo. Ma è anche terribile. E lo stesso si può dire di tutto.
Ogni cosa ha due aspetti. Bene e male, positivo e negativo... sono sempre intrecciati, compresenti e complementari.
Se ci si abitua a ragionare così - osservando contemporaneamente le due facce della medaglia -, la finiremo con questa sciocchezza del pessimismo/ottimismo, e vedremo finalmente la realtà. Questa è una prima forma di trascendenza, al di là del dualismo mentale. E spetterà a noi far pendere il piatto della bilancia in un senso o nell'altro.
Negli stati d'animo, nei giudizi, ogni volta, bisogna ritornare all'origine del continuum soggetto-oggetto e decidere quale oggetto avere, quale visuale adottare. La responsabilità è tutta nostra.

Un Papa schizoide

Papa Francesco invita a non condannare le persone che "nella vita hanno avuto la disgrazia di un fallimento nell'amore". Ma a chi lo dice? Sono lui e la sua Chiesa che condannano i divorziati. Sono loro i nuovi Farisei che, utilizzando la casistica clericale, licenziano per esempio gli insegnanti divorziati nelle scuole cattoliche.

Tipico di questo Papa: parla agli altri per convincere se stesso.
La stessa cosa l'aveva fatta con i gay: "Chi sono io per giudicare...?"
Ma sono sempre lui e i suoi preti che giudicano e condannano. Non siamo noi.

Dio e anima

«Io e il Padre siamo un sola cosa»... i cristiani hanno equivocato questa frase del Vangelo di Giovanni. Qualunque uomo può dire la stessa frase. Significa semplicemente che il fondo dell'anima e Dio coincidono. Altri mistici hanno detto la stessa frase, in tante religioni. Secoli prima di Cristo, le Upanishad avevano stabilito che il punto più profondo dell'anima (l'atman) era il Brahman (Dio). Ecco la semplice verità. Ognuno è Dio, tutti sono Dio... solo che gli uomini, fuorviati dalle religioni, hanno creduto in una certa immagine di Dio, in un Dio che se ne sta lassù in cielo e, ogni tanto, manda qualcuno a ricordare che c'è. Un ben misero Dio, un padroncino divino che tira i fili del mondo - peraltro con esiti disastrosi.
Naturalmente qualcuno potrebbe domandarsi: ma se siamo Dio, perché siamo capaci di far così poco?
Perché siamo il Dio che, nelle sue tante manifestazioni, ha scelto questa limitazione. Un Dio alienato, un Dio che si è perso nella propria creazione.
Sta a noi, superare questa limitazione... trascenderla, per recuperare una condizione più elevata - e più potente.

domenica 2 marzo 2014

Calma e distensione

Calma e distensione non possono essere comandati a volontà, perché ci sarebbe una contraddizione psicologica, nel senso che, se mi sforzo di distendermi, otterrò il risultato contrario: mi tenderò e mi agiterò. E allora bisogna non volere (questo stato d'animo), ma lasciar andare tutto quanto, compresa la mia volontà di essere in un certo modo. Questa è già meditazione.
Tutti gli altri stati d'animo possono essere indotti con più facilità (la paura, la rabbia, il desiderio...), ma non questo, perché non può essere forzato o condizionato, essendo il senza-sforzo e il non-condizionato.
Ecco perché con la meditazione bisogna lavorare per così dire d'astuzia, come il gatto con il topo. Non volere, ma propiziare, favorire, sfruttare l'occasione... senza però mai perdere di vista l'obiettivo. Più che fare, bisogna lasciar fare... alla natura, fuori e dentro di noi. Più che dirigere, bisogna lasciarsi andare.
Tutto questo è complicato da descrivere. Ma in pratica significa sapersi rilassare, riposare, distendere, calmare, stando fermi e rimanendo in silenzio.
In campo psicologico non possiamo avere le cose a comando. Per questo si parla di "pratica": addestramento, allenamento, ripetizione, pazienza... creare o sfruttare le condizioni e aspettare. Capire i vantaggi.
Bisogna inoltre tener conto che in certi casi, in certi momenti, in certi giorni, non è possibile raggiungere il risultato, perché i pensieri e le preoccupazioni sono troppo forti. Ma, col tempo, la situazione migliorerà e l'esigenza meditativa saprà farsi sentire anche nei momenti più difficili.

sabato 1 marzo 2014

Attività e meditazione


Tra attività è meditazione ci deve essere un'alternanza naturale. Il riposo porta al bisogno di attività, l'attività porta al bisogno di riposo. Non c'è contrasto.
    La meditazione rende calmi, equilibrati, sensibili, profondi e lucidi, e queste qualità, trasferite nell'attività quotidiana, ci daranno enormi vantaggi, pratici oltreché psicologici e spirituali.
    Non ci vuole molto per praticare la calma. Basta mettersi seduti di fronte ad una finestra, restare immobili e silenziosi (soprattutto mentalmente), e osservare...  tutto e niente, fuori e dentro di sé. O sedersi in una spiaggia, in un giardino o in qualunque altro ambiente naturale.
    La meditazione ha una sua durata spontanea. Prima si dilaterà e si approfondirà, e poi lascerà il posto ad una nuova esigenza di attività. Se vi capita di addormentarvi, poco male; quando vi risveglierete sarete più riposati e più lucidi.
    Sembra incredibile, ma per molti anche starsene seduti in questo modo è difficile. Purtroppo sono malati, e fanno ammalare il mondo.
    Se non riuscite a starvene per un po' seduti, tranquilli e silenziosi, siete come inseguiti da un cane rabbioso - solo che il cane ce l'avete dentro di voi. Dunque, soffrite.
    C'è anche da dire che vivere in una famiglia o in una comunità significa spesso non trovare mai un po' di privacy, di silenzio e di riposo. Si è continuamente stimolati a fare qualcosa.
    Ribellatevi. Siete soltanto macchine produttive e riproduttive, non esseri umani. State sprecando la vostra vita in troppe attività, state sprecando l'opportunità che vi è stata data di essere voi stessi. Siete sempre di qualcun altro.
    Ognuno ha diritto ad avere un proprio spazio inviolabile. A meno che non vi troviate in qualche carcere.
    Ma il carcere in questo caso ve lo siete creati o ve lo siete conservati da soli. E, se ve lo siete creati voi stessi (magari non reagendo), potete liberarvene. Questa è la buona notizia.

La pace interiore e la pace esteriore

La calma, la quiete, la pace, la tranquillità - l'intero complesso di questo stato d'animo - è la base della meditazione. Ma, a pensarci bene, potrebbe essere la base di un vero vivere civile. Se tutti si dedicassero - come prima cosa - alla ricerca della calma e della pace, vedremmo come d'incanto un altro mondo.
    Poiché, però, la società (dominata dall'ignoranza) vive in uno stato di conflitto continuo, dedichiamoci almeno noi a questa pratica.
    Almeno, il nostro mondo personale ne trarrà beneficio. E in qualche modo aiuteremo gli altri.

giovedì 27 febbraio 2014

Il potere della calma

La meditazione è misticismo?
Il misticismo della meditazione non ha niente a che fare con le estasi e con le visioni dei santi (e dei pazzi). Ma è uno stato di calma e di chiarezza eccezionali, che si produce nel silenzio, nell'immobilità (psicofisica) e nella consapevolezza senza oggetto. E ciò anche se in altri momenti si è agitati e confusi.
D'altronde, questa visione calma e questa condizione di calma sono stati da tempo identificati con uno stato di trascendenza spirituale.
"La calma profonda che sgorga da questo corpo e che, per sua natura, raggiunge la luce suprema, questo è l'atman (il centro dell'anima); è l'immortalità, è l'assenza di paura, è il brahman (Dio)" dice la Chandogya Upanishad.
Ma potrei citare decine di mistici di tutte le religioni del mondo che affermano la stessa cosa. Uno per tutti: santa Caterina da Genova:
"Lo stato di questa anima è un senso di tale intensa pace e tranquillità che le sembra che il proprio cuore e il proprio essere corporeo, e tutto sia dentro che fuori, sia immerso in un oceano di somma pace; dal quale essa non potrà mai venire fuori, qualunque cosa possa accaderle nella vita. Essa è inamovibile, imperturbabile e impassibile. A tal punto che le sembra, nella sua natura umana e spirituale, sia dentro che fuori, di non poter provare nient'altro che la più dolce pace".
Questa pace, questa calma, questa quiete, che con la meditazione prolungata è accessibile (e in parte conservabile) non è dunque cosa da poco. È addirittura il centro della spiritualità ed è la natura ultima della trascendenza.
Per il nostro mondo, invece, la calma è un valore insignificante. E infatti siamo immersi nella guerra, nello scontro, nella violenza, nella passionalità e nella confusione. Si insegna a lottare, non ad essere calmi. Per noi, l'aggressività, la competitività e il chiasso sono qualcosa di positivo. E i risultati si vedono.

Ottenere le cose

Siamo convinti che, per ottenere qualcosa, sia necessario darsi da fare e conquistarselo. Ma esiste anche un'altra via, per così dire "femminile". Attrarre ciò che desideriamo senza chiederlo direttamente, ma attirandolo, propiziandolo. Anziché intervenire direttamente, lo propiziamo con un "vuoto interiore". "Questa è la legge di colui che nulla chiede" dice la Kausitaki Upanishad.
Naturalmente, se vi si rompe la lavatrice, questo metodo non sarà il più efficace (lo sarebbe attraverso giri complicati), ma nel campo degli eventi umani e dei rapporti interpersonali, è tutto un altro discorso. Infatti, ognuno di noi nasce per riempire un determinato vuoto, per svolgere una certa funzione, per attuare un piano, per compiere alcune cose, e, se a queste cose aspirate interiormente, con determinazione e tenacia, prima o poi le realizzerete.
Il problema sta dunque nell'individuare e nel volere questa vocazione. In tal senso, si deve volere ciò che si è, si deve volere il proprio destino. Se, facendo il vuoto interiore, identificate e volete ciò che vi è necessario, riuscirete ad ottenerlo come per magia: gli eventi volgeranno a vostro favore.
Lo otterrete anche non facendo niente, anzi, proprio perché non farete... nient'altro.

mercoledì 26 febbraio 2014

Il senso dell'umanità

Ho letto che in Giappone si utilizzano i mendicanti per lavorare nella centrale di Fukushima,‭ ‬dove nessuno vuole entrare,‭ ‬perché ci sono così tante radiazioni che,‭ ‬dopo un'ora di permanenza,‭ ‬si muore.‭ ‬Che dire‭?
    Che i ricchi e i potenti hanno sempre considerato i poveri come carne da macello,‏ ‎abitanti di un altro pianeta.
‏    ‎Nonostante il gran parlare che si fa di diritti umani,‭ ‬di carità,‭ ‬di bontà e di compassione,‭ ‬la massima differenza fra gli uomini resta il denaro.‭ ‬Il povero è considerato ancor meno di un cane,‭ ‬che almeno ha dalla sua qualche animalista.

martedì 25 febbraio 2014

Cambiare la realtà

La meditazione è potente nel trasformare gli stati psichici. Se, per esempio, mi addestro a lungo a rimanere calmo, distaccato e silenzioso (soprattutto mentalmente), il mio stato d'animo generale assumerà a poco a poco queste caratteristiche, con importanti cambiamenti fisiologici (abbassamento della pressione, ecc.). Possiamo dunque influire su noi stessi.
    Ma possiamo influire sulla realtà che ci circonda?
    Ora, dobbiamo capire che il soggetto e l'oggetto sono separati solo per la mente dualistica, ma che in realtà sono complementari, e quindi un tutt'uno poco differenziato. Lo stato che precede la contrapposizione soggetto/oggetto è una condizione in cui c'è un processo, ma non ancora i suoi due estremi: chiamiamolo «campo unificato».
    Da questa intuizione si intravede la possibilità di cambiare le cose. Ritornando infatti al «campo unificato», si può cambiare il tipo di rapporto tra soggetto e oggetto.
    Bisogna però abbassare le pretese dell'ego facendo un passo indietro, ossia facendo quella sorta di «vuoto mentale» che è in realtà un arretramento del soggetto.

lunedì 24 febbraio 2014

Etica cattolica

In questi giorni, in Lombardia, la giunta del leghista Maroni toglie soldi alla scuola pubblica per darli alla scuola privata, cioè alla scuola cattolica. E la Chiesa che cosa dice? Niente: tutta soddisfatta, incassa. Benché si definisca "cattolica", ossia universale, la Chiesa in realtà agisce come una qualsiasi istituzione privata che si ingegni di spillare soldi allo Stato. Non dunque un ente che pensa al benessere di tutti, ma un ente che pensa alla propria ricchezza. E che agisce come una sanguisuga.
Vi risulta che in questi tempi di crisi, in cui si taglia tutto, si siano tagliati i tanti quattrini che Stato e Regioni elargiscono alla Chiesa?
No, questa Chiesa non può dare lezioni di etica a nessuno. E si vergogni di pesare, senza scrupoli, sulle tasche dei cittadini italiani.

domenica 23 febbraio 2014

Il peggior peccato

Il peggior peccato contro lo spirito è certamente quello della superbia, dell'orgoglio, della presunzione, del credersi dalla parte del vero e del giusto, del ritenersi detentori del potere di giudicare gli altri. Non si tratta di un peccato da poco: è la base di ogni altro errore, è ciò che porta a sbagliare e a far sbagliare anche gli altri. Al fondo c'è una mancanza di consapevolezza, un egocentrismo e un'ignoranza che è il fondamento di tutto ciò che di negativo può esserci nell'uomo. Quando una persona crede di possedere la verità e si permette di giudicare, di condannare o di assolvere gli altri, commette il più grande peccato che esista al mondo. Mancando di senso della misura, di autocritica, di modestia, di saggezza e di sani dubbi, non può che sbagliare coinvolgendo nel suo errore anche molti altri.
    Lo vediamo chiaramente in tutte le ideologie totalitarie e fideiste. Quanti misfatti compiono in nome della loro presunzione!
    Ma questo è esattamente l'errore che compiono anche i sacerdoti di tutte le religioni, che credono di avere la verità in tasca e di poter giudicare gli altri. O sono presuntuosi o sono ignoranti o sono ipocriti: scegliete voi che cosa  sia peggio. Si approfittano della buona fede o della ingenuità delle masse per comandare gli altri e condurli su false strade. Sfruttano l'incapacità di tanti individui di pensare con la propria testa per confonderli, convincerli e plagiarli. Il tutto in nome non del bene generale, ma del loro stesso potere.
    Sì, se l'inferno esiste, è certamente pieno di preti.

venerdì 21 febbraio 2014

L'alienazione di Dio

Secondo la Bibbia, al momento della creazione, "Dio disse: 'Sia la luce!'. E la luce fu". Poi continuò a creare varie cose, e ogni volta la Bibbia ripete: "Dio disse...".
Ma con che voce parlava? E a chi parlava? Non c'era nessuno oltre a a lui.
Dunque, bisogna concludere che parlava a se stesso. E, se parlava a se stesso, vuol dire che era sdoppiato.
Ora, se Dio era schizoide, figuriamoci la sua creazione!
Questo è d'altronde il prezzo che si paga per avere una coscienza. Che cos'è la coscienza se non uno sdoppiamento? Da una parte il soggetto e dall'altra se stesso come oggetto.
Bisogna andare più a fondo della comune coscienza dualistica per trovare una consapevolezza integra, priva di sdoppiamento fra chi conosce e chi è conosciuto.

La sicurezza della fede

Un uomo uccide i suoi due bambini e poi tenta di suicidarsi. Ma non ci riesce, e viene salvato. Quando si riprende, gli domandano perché lo ha fatto, e lui risponde che voleva portare con sé i figli nell'aldilà, dove si sarebbero riuniti.
In fondo, un uomo di grande fede. Poco differente dai fanatici musulmani che, per eliminare qualche infedele, si fanno saltare in aria, sicuri di finire nel paradiso di Allah.
Peccato che questo padre non sia morto (perché così il ricongiungimento è fallito) e che abbia negato ai figli la possibilità di vivere la loro vita - una vita che, se c'è, a qualcosa dovrà pur servire!

Il prezzo dell'anima

Se credevate che l'anima, essendo un principio spirituale, non dovesse rientrare nella logica commerciale ed economica, e non avesse per così dire nessun costo, né potesse o dovesse essere sottoposta al mercato del dare e dell'avere, insomma agli scambi di denaro, vi sbagliate. I nostri ineffabili  preti sono capaci di incassare dalle Regioni ben cinquanta milioni di euro per la semplice assistenza alle anime negli ospedali. Forse vi illudevate che questo servizio facesse parte della loro missione, o che bastasse il miliardo e passa di euro che già la Chiesa riceve con l'otto per mille. Nient'affatto; se, quando siete gravemente ammalati in un ospedale, avete bisogno del conforto di un prete, sappiate che dovete pagare o che la Regione paga per voi - che è poi lo stesso.
Lasciate dunque perdere queste religioni affamate di denaro. Datevi alla meditazione, che non costa nulla, che non vi assoggetta a nessuno, che non ricorre a discorsi stereotipati e che vi prepara ai momenti peggiori. Quale altro assistente cercate oltre a quello che avete già dentro di voi? Credete che un prete possa placare i vostri tormenti o togliervi il peso di ciò che avete o non avete fatto? Quello neppure Dio può farlo. Ormai fa parte del vostro karma, del vostro destino, e vi seguirà dappertutto.
La cura dell'anima affidatela... all'anima. Lei sa già ciò di cui avete bisogno.

mercoledì 19 febbraio 2014

Scendere nel profondo

Se cerchiamo la felicità nelle cose di questo mondo, forse per un po' la troveremo. Ma, ben presto, la perderemo, perché nella natura delle cose c'è il cambiamento incessante: nessuno stato d'animo può durare a lungo.
Se vogliamo quindi una felicità più duratura, dobbiamo rivolgerci a qualcosa che sia sempre in nostro possesso, dentro di noi.
Con la meditazione cerchiamo di scendere sempre più in fondo per raggiungere quello stato di consapevolezza che è sostanziato di benessere. Dobbiamo scendere oltre gli strati superficiali della mente, oltre i pensieri e le sensazioni abituali, oltre la coscienza condizionata, per arrivare ad una consapevolezza che non ha né soggetto né oggetto.
Non ha soggetto perché non è un prodotto della mente razionale, della volontà, dell'io o di qualsiasi operazione mentale. Infatti, consiste nel lasciar andare tutti gli stati mentali. Ed essendo pura testimonianza,  non può essere neppure un oggetto.
Scendendo in profondità,  arriviamo al punto in cui restiamo consapevoli dell'essere consapevoli, e questo ci dona gioia. Ci ritiriamo per così dire nello stato primario della mente, la pura consapevolezza o testimonianza di sé.
Questa discesa è accompagnata da modificazioni fisiologiche, come il rallentamento del battito cardiaco, l'abbassamento della pressione sanguigna e la diminuzione del tasso metabolico. Negli antichi testi delle Upanishad si parla di "quarto stato", al di là dei tre stati di veglia, di sogno e di sonno senza sogni. Tale condizione è una forma di riposo e di rilassamento profondo. Ed è accompagnata da una grande chiarezza mentale.
Vi si può arrivare attraverso varie vie: seguire il respiro, fissare lo sguardo, ripetere un mantra (prodotto da noi o anche registrato) o semplicemente ripiegandosi su di sé per "guardare sempre più in fondo", verso strati sempre più "sottili". Basta sedersi in modo comodo e rilassato e stare a lungo fermi, seguendo qualche immagine piacevole, qualche suono o niente del tutto. A poco a poco, la mente rallenterà la sua attività, producendo i fenomeni fisiologici di cui parlavamo. Se ci addormenteremo per qualche minuto, niente di male; al risveglio saremo più calmi e lucidi, due condizioni che favoriscono la meditazione.
Se a questo punto rallenteremo o sospenderemo la respirazione, schiacceremo la lingua contro la volta del palato, chiuderemo gli occhi e ci concentreremo su un punto davanti a noi verso la punta del naso (magari in un punto luminoso centrale ( chiamato "bindu"), potremo trovare quello stato d'animo che è fatto di calma, di chiarezza e di consapevolezza.
Quando torneremo alle attività abituali, saremo più riposati, lucidi ed efficienti.
Questa immersione quotidiana nella nostra interiorità più profonda è come un bagno ristoratore e ci dà un'idea di che cosa sia lo stato ultimo (o primo) di consapevolezza pura - l'origine di tutto. Usciamo dalle beghe, dai rumori e dalle miserie della vita ed entriamo nel regno del silenzio, della pace e della gioia.

martedì 18 febbraio 2014

Le dipendenze

Sentivo che c'è allarme per un ritorno dell'eroina. Si pensava che questa sostanza ormai fosse desueta e che fosse stata sostituita dalla cocaina, una droga senza buchi e più adatta allo stile di vita moderno, cioè all'esaltazione senza distinzioni dell'ego e dell'attivismo frenetico. Ma, in realtà, è stato fatto notare che non è tanto in aumento l'uso dell'eroina quanto la dipendenza in generale. Ecco il punto.
Pare che la società postmoderna sia intrisa di dipendenza, perché porta irresistibilmente a consumi patologici e a cercare sostegno in qualcosa o in qualcuno. La triste realtà è che le dipendenze sono tutte in aumento, senza distinzioni. Prendiamo per esempio il gioco d’azzardo, che nell'agenda mediatica ha soppiantato le “vecchie” sostanze stupefacenti.
Aggiungerei anche la religione, veicolata senza soste dalla televisione di Stato e, ovviamente, la ricerca del leader, del "salvatore della patria".
La nostra società è "postmoderna" nel senso che ritorna all'antico. Pochi ricchi e sterminate plebi di miserabili. E dappertutto il bisogno di attaccarsi o a sostanze che stordiscono la mente o a figure carismatiche che facciano sognare un cambiamento.
Allora, il problema è proprio questo: insegnare alla gente ad essere liberi ed autonomi, e a non dipendere sempre dagli altri.

lunedì 17 febbraio 2014

Il volto nudo

Nelle nostre società tutti indossano una maschera, dietro la quale nascondono la loro vera natura - talvolta ignota a loro stessi: non sanno chi sono e si affidano ad un ruolo per illudersi di avere un'identità. Ora, chi fa meditazione deve capire una cosa: che può prendere in giro chiunque, ma non se stesso. Non è insomma un prete o un monaco che si presentano come tali solo perché indossano una tonaca o parlano in un certo modo. Ma che cosa c'è sotto quella tonaca e quelle parole?
Chi fa meditazione non deve portare nessun vestito esteriore, nessun segno di riconoscimento, perché non deve comunicare con altri, ma solo con se stesso. Non può fare l'ipocrita, come tanti religiosi, a meno che non voglia auto-ingannarsi. E, se inganna se stesso, semplicemente fallisce nella sua pratica. Se non è autentico, in meditazione non ottiene nulla.
Chi fa meditazione non deve convincere nessuno, non deve vendere nulla, non deve predicare nulla. È scoperto, nudo, se la vede solo con se stesso. E, se ha qualche paludamento, lo deve gettare via. O è autentico o non è nulla. Finché si recita una parte, sia pure quella dell'uomo spirituale, non si sta meditando.
E la pratica meditativa consiste proprio in questo: liberarsi dei ruoli e delle maschere - e ritrovare la propria vera natura.

domenica 16 febbraio 2014

Divismo religioso

Ormai un uomo pubblico deve essere un divo televisivo e deve assoggettarsi alle regole dei mass media, non importa in quale campo operi. Recentemente, Papa Ratzinger, al momento di dimettersi, confessò due cose: primo, che non ce la faceva più con le forze e, secondo, che il suo impegno non gli permetteva più un po' di intimità, di privacy. Ecco il punto. Dalla politica alla religione, per essere dei leader, bisogna diventare degli uomini di comunicazione, passando da un discorso a una manifestazione, da un meeting a una cerimonia.
Si viene investiti da una grande pubblicità e anche la vita privata diventa pubblica. I giornali e le televisioni fanno a gara a immortalare e dunque a spiare ogni attimo della giornata di un leader, e vanno a scavare ogni elemento del passato. Per Papa Francesco sono andati a scovare anche la vecchia fidanzatina.
Ma questa sovraesposizione mediatica porta a una paradosso: che i leader politici e religiosi devono diventare grandi attori, per non dire grandi ipocriti, dal momento che devono recitare in continuazione una parte. Il che porta ad una grave conseguenza: che per essere eletti a queste cariche bisogna essere, non bravi politici o uomini di meditazione, ma uomini di spettacolo. E quindi chi verrà eletto sarà il meno adatto ad essere una persona autentica e ad affrontare problemi reali: la sua funzione si ridurrà a rappresentare più che ad essere.
Un esempio tipico di individui di questo genere fu Papa Woytila, che era istintivamente un attore, un uomo di spettacolo, e stava volentieri di fronte alle telecamere. Di conseguenza  era un uomo privo di interiorità e di riflessione. E infatti il suo papato, al di là dei fasti mediatici, è stato uno dei più dannosi.
Ratzinger in fondo va rivalutato. Ha saputo riscattarsi come uomo e ha messo in evidenza questa contraddizione, particolarmente grave per un uomo di religione che dovrebbe avere un minimo di interiorità. Il nuovo Papa, invece, ritorna ad essere un uomo di spettacolo, e si capisce che vive di apparizioni e di dichiarazioni, ma che ha poca sostanza spirituale.
Certo, se siamo ridotti ad eleggere attori anziché autentici politici o uomini spirituali, poi non ci lamentiamo della decadenza.

giovedì 13 febbraio 2014

Vincere lo stress

Regola prima per combattere lo stress: considerare il mondo, la vita, noi stessi, come un film, uno spettacolo, una rappresentazione, in modo da prenderne le distanze. In fondo siamo tutti apparenze, brevi riunioni di atomi che ben presto si dissolveranno. Ciò che viviamo dipende dal modo in cui lo viviamo: se ci crediamo seriamente, pesantemente, letteralmente, se crediamo che tutto sia reale, saremo soggetti ad alti e bassi continui, a continui traumi e tensioni. Se invece lo considereremo come uno spettacolo di cui noi siamo spettatori - anche quando ci riguarda direttamente! - prenderemo tutto con distacco e con filosofia, e non permetteremo agli eventi di trascinarci su e giù a loro piacimento. Non saremo più marionette i cui fili sono tirati dagli altri, in balìa del mondo e del destino. Distacco, dunque.
Lo so che talvolta la vita diventa drammatica - ma lo è nei limiti in cui le permettiamo di incidere così su di noi. Se continueremo a considerare tutto una specie di film, una specie di commedia, niente sarà più così drammatico.
In fondo, il peggio che possa capitarci è di morire. Ma anche la morte non è che una rappresentazione. Nessuno di noi nasce veramente e nessuno di noi muore veramente... vivere e morire sono soltanto apparenze, balletti, danze, commedie sul grande schermo dell'universo. Quando moriamo, usciamo finalmente dallo schermo e ci vediamo per quello che siamo.

Il filosofo e il saggio

In Occidente c'è stata, purtroppo, una totale divaricazione tra filosofia e saggezza - anche se, all'inizio, per esempio tra i presocratici, non era così (Eraclito, per esempio, era anche un saggio). Per noi un filosofo è un pensatore che cerca la verità con l'uso della ragione. Così abbiamo la possibilità che un uomo del genere riesca a capire qualcosa di importante sul funzionamento del mondo o sulla struttura dell'uomo, ma che non sia affatto un saggio.
Il saggio, infatti, non disprezza la ragione e può anche condurre ricerche razionali, ma sa anche che, per raggiungere la verità-realtà, per comprendere la natura ultima delle cose, bisogna ottenere un certo stato d'animo, fatto di calma, di distacco dalle beghe del mondo, di equanimità e di equilibrio. La verità ultima si rivela non tanto all'uomo che cerca di razionalizzarla e di cercarla con il pensiero, quanto all'uomo che raggiunge in sé una certa condizione psico-fisica. La verità non è un fatto mentale, ma uno stato di tutto l'essere; in tal senso, il pensiero razionale, con le sue categorie dualistiche e reificanti, con la sua tensione e con le sue limitazioni linguistiche, con le sue metafore astratte, con il suo inquadramento logico-grammaticale, è qualcosa che allontana dalla verità-realtà. È soltanto nel silenzio della mente che si affaccia "ciò che è".
Dunque, qualunque tecnica volta a calmare la mente ci predispone a comprendere la verità meglio di tanti sillogismi logici.
Questo non significa che la logica o la conoscenza filosofica siano insignificanti. No, prima bisogna conoscere tutto ciò che gli uomini hanno pensato; ma, poi, bisogna avere la saggezza di metterlo da parte. E di percorrere la via della realtà in prima persona, senza troppi pesi intellettuali che ci ostacolino il cammino. Leggeri, silenziosi, attenti, sensibili.

Atei

Per dichiararsi atei, bisogna prima chiedersi a quale immagine di Dio non si crede. Perché si può non credere ad una certa immagine di Dio e credere ad un'altra. Se qualcuno ci domanda: "Credi in Dio?", è bene rispondere: "Spiegami prima che cos'è Dio per te". E se ci viene detto: "Dio è il creatore", possiamo rispondere: "Se il mondo è eterno, non c'è bisogno di credere né ad un creatore né ad un inizio".
"Credi allora all'unità di tutte le cose?"
A questo possiamo credere, dato che corrisponde ad una nostra esperienza e alla logica delle cose. E possiamo anche chiamarlo Dio. Ma non è più il Dio di prima: è un'altra immagine - Dio come unità, come Uno.
Però, poi, credere che questo Uno abbia mandato un profeta o un Messia a rappresentarlo e che abbia voluto istituire una certa religione, be' questo è infantilismo teologico - e nessuno potrà mai dimostrare che è vero.
Nel campo della fede, si può credere a qualunque cosa e si è creduto a qualunque cosa. Perché a questo serve la fede: a credere in ciò che non si può dimostrare. E qui siamo su un piano scivoloso, dove chiunque può fare affermazioni senza provare nulla o sparare qualunque idiozia. Allora, diffidare è un dovere.
Ecco dunque un'importante distinzione: un conto è spingere a credere in qualcosa di indimostrabile e un altro conto è spingere a pensare con la propria testa e a fare le proprie esperienze. Questo vale sia che si parli di Dio, sia che si parli di illuminati. Tutto va verificato di persona, e, se non può essere verificato, non può che restare dubbio. Nessuno può costringerci a credere.
Ma si può verificare di persona che Dio esista? Ecco il punto. Se ci immaginiamo che Dio sia qualcosa di esterno a noi, come uno degli Dei o una Persona divina, non è possibile verificarlo. Ma se pensiamo che Dio sia qualcosa di interiore, allora dobbiamo.

mercoledì 12 febbraio 2014

La saggezza del mondo

Che pena vedere i grandi leader del mondo, con un enorme potere politico e militare, intenti ad accumulare ricchezze personali e ad accoppiarsi con il maggior numero possibile di femmine, proprio come i loro antenati di 3000 o 30000 anni fa. Che pena ascoltare i loro discorsi pervasi di valori convenzionali e nazionali, di logiche economiche e di schemi di potere.
Che pena vedere i potenti mezzi tecnologici (radio, televisioni, computer, cellulari, ecc) adibiti a veicolare chiacchiere fasulle, volgarità e luoghi comuni: i discorsi senza importanza di tanti ominicchi.
Che pena vedere le grandi culture del mondo ridotte ad esaltare l'aggressività, la competitività, la concorrenza, il consumismo e il valore del mercato: l'unico vero Dio rimasto.
Che pena vedere tanti uomini, anche intelligenti, impegnati a gonfiare il loro ego ipertrofico, senza mai riconoscere che siamo tutti interdipendenti.
Che pena scoprire che nel mondo vengono esaltati i valori del denaro, della conquista e della celebrità.
Che pena veder riconosciuti solo i bisogni commerciali, e non quelli della psiche o dello spirito.
Che pena vedere tanta gente che commisera i poveri e magari fa un po' di beneficenza, ma che non ha nessuna vera empatia, nessuna vera compassione con chi soffre.
Che pena vedere queste scimmie poco evolute darsi tanto da fare per combattersi a vicenda, parlare in continuazione e saltellare da un ramo all'altro, divorando la terra.
Che pena trovare tanti uomini potenti che non hanno la minima saggezza.




Saper meditare

Meditazione avanzata significa prima comprendere a fondo che soggetto e oggetto, io e altro, osservatore e osservato, sono interdipendenti, strettamente collegati fra loro, coemergenti, e poi porsi concretamente in una posizione meditativa più arretrata rispetto all'ego: non sono io che osservo, ma c'è un'osservazione, una presa di coscienza. Diventare meno ego-centrati, meno interessati allo sviluppo del proprio sé, per ricuperare il rapporto il più possibile originario con l'oggetto conosciuto. Arretrare la consapevolezza egoica per rientrare di più nella consapevolezza interattiva, quella che è all'origine del processo dualistico di separazione fra soggetto ed oggetto.

martedì 11 febbraio 2014

Il processo di cambiamento


Se una mattina, dopo vari giorni di pioggia, mi sveglio e trovo il sole, il cuore si allarga, mi sento felice e vedo le cose con occhio diverso. Mutando il mio stato d'animo, cambia il modo in cui vedo tutto intorno a me. D'accordo, ma sono solo io che sono cambiato o le cose sono veramente cambiate? Cambiando io, non cambiano anche le cose? I due poli - soggetto e oggetto - non sono connessi? Anche le piante, anche gli animali, anche gli uccelli... tutto intorno a me è in realtà cambiato.
    Si dirà che cambia solo lo stato d'animo. Ma Il fatto è che, cambiando lo stato d'animo, le cose percepite cambiano davvero anche loro.
    Si dirà che questo vale solo per gli esseri animati, ma non per le cose inanimate, per esempio un sasso. Eppure, anche il sasso avrà subito un cambiamento passando dalla pioggia la sole: anche le montagne cambiano così. E loro non hanno sentimenti.
    Dunque, con la pioggia o con il sole, quelle cose sono cambiate e anch'io sono cambiato: insomma siamo cambiati insieme. Infatti, poiché coemergiamo insieme, cambiamo insieme.
    Si dirà che le cose che non vedo - un stella lontana - non sono cambiate. Ma nel momento in cui le vedrò, cambieranno o saranno cambiate anche loro.
    Si dirà che questa matita non è cambiata. Eppure, al sole la sto guardando sotto un'altra luce... qualcosa è cambiato anche in lei.
    Certo, i cambiamenti sono talvolta quasi impercettibili, e non cambia per esempio la forma di questa matita... tutt'al più il colore...
    Ma, se la matita mi si spezza in mano, sarò io a cambiare, magari per il fastidio... seppure impercettibilmente.
    Le cose cambiano e si influenzano tutte, sia che il cambiamento parta dall'oggetto sia che parta dal soggetto. Perché in realtà è la mia mente che distingue i due poli, ma loro sono interdipendenti, sono un tutt'uno, abitano uno spazio che li accomuna tutti. Ed è questo "spazio" che cambia, mutando l'uno e l'altro.
    Non ce ne rendiamo conto, ma cambiamo proprio mentre cambiano le cose. E ci è impossibile dire se cambiamo perché cambiano le cose o se le cose cambiano perché mutano con noi, o se cambiamo entrambi. Resta il fatto che ogni cosa cambia perché fa parte di un contesto, di uno spazio-tempo, che muta di continuo. Come un tappeto o una rete che scorrano trascinando tutti i loro nodi.
    Noi crediamo di “fare” un’esperienza. In realtà l’esperienza avviene. Siamo noi che poi distinguiamo un soggetto dall’oggetto.
    Questo per dire che possiamo impegnarci a cambiare le cose - oggetti e avvenimenti - cambiando noi stessi.

domenica 9 febbraio 2014

La meditazione avanzata

Noi crediamo di essere soggetti che osservano ciò che appare. Ed è parzialmente vero. Ma dobbiamo tener conto che la mente che osserva e i fenomeni osservati sono interdipendenti, ossia emergono contemporaneamente influenzandosi a vicenda.
Ecco perché la pratica della meditazione avanzata consiste nel superamento di una simile visione, nell'abbandono di ogni intenzionalità e nel considerare o contemplare se stessi come parti di un processo unitario che produce da una parte il soggetto e dall'altra i fenomeni.
C'è un osservare, ma non c'è né chi osservi né chi sia osservato.
Non bisogna dunque meditare con l'intenzione di rinforzare una posizione egoica ("io sono l'osservatore che osserva i fenomeni"), ma esattamente il contrario: c'è un processo di osservazione da cui emergono tanto un soggetto quanto uno o più oggetti. Qui si entra nella non-mente, nella non-meditazione (tradizionale o preliminare), cioè in una posizione in cui "si" osserva la coemergenza di soggetto ed oggetto.
Più che cercare qualcosa, si "cerca" di disfare ogni esperienza convenzionale. Allora c'è una decostruzione esistenziale, anche di se stessi, che avviene in uno spazio privo di elaborazione concettuale. La mente compie un passo indietro e dimora con gioia, chiarezza e assenza di pensieri nell'apertura da cui emergono sia il soggetto sia l'oggetto.
In pratica, il meditante prende le distanze dal mondo duale, vive distaccato dai ruoli sociali (per quanto possibile), osserva il mondo e se stesso come se guardasse uno spettacolo teatrale, un sogno o un film, e cerca di sradicare le strutture profonde della mente umana che portano ad una visione convenzionale e distorta della realtà.

venerdì 7 febbraio 2014

La favola cristiana

Una frase attribuita falsamente a Papa Leone X dice: "La storia ci ha insegnato quanto quella favola riguardo a Cristo ci abbia giovato".
In realtà, conoscendo la corruzione della Chiesa, potremmo correggerla così: "La storia ci ha insegnato quanto quella favola riguardo a Cristo ci abbia nuociuto".
E non mi riferisco solo ai noti delitti della Chiesa (l'antisemitismo, le persecuzioni religiose, le guerre "sante", il colonialismo, la collusione con il fascismo, l'aiuto dato ai criminali nazisti, la pedofilia, la persecuzione degli omosessuali, l'antifemminismo, le posizioni sbagliate sulla contraccezione, ecc.), e neppure alle continue interferenze sulla politica italiana, causa principale della nostra arretratezza culturale e sociale, ma alle idee vecchie e superate su Dio stesso. In fondo, il cristianesimo è il massimo tentativo, nella storia umana, di antropomorfizzare il divino - un errore che ha creato nella mente dei credenti una distorsione insuperabile.
E, poi, raccontare favole non fa mai bene. Si falsifica la realtà e si fonda una religione sulla menzogna. I frutti sono sotto gli occhi di tutti.
La religione deve guardare in faccia la realtà, non cercare di fabbricare miti o di ottundere la mente per tenere calmi gli animi.