mercoledì 14 novembre 2012

La consapevolezza del respiro


La consapevolezza del respiro è uno dei metodi più semplici e più seguiti nel campo della meditazione. Come esercizio, parte già dal Buddha stesso (e prima ancora dalla tradizione dello Yoga) ed è incredibile quanto sia tuttora valido. Consiste nel seguire con attenzione il respiro che entra ed esce, concentrandosi di solito sulla sensazione che l'aria produce nelle narici. Con questo metodo, si riporta la consapevolezza a qualcosa di reale e al momento presente, al qui e ora, interrompendo le solite elucubrazioni mentali, le fantasie e i pensieri. Basta un attimo, ed ecco che lo scenario è cambiato. Si esce dall'ambito della mente e si entra in quello della realtà. L'esercizio è consigliabile, per la sua semplicità e immediatezza, a chi incominci a meditare, e comunque non va abbandonato nemmeno da chi ha più esperienza.
Tuttavia non bisogna confondere il mezzo con il fine. Quando si indirizza l'attenzione al respiro si ottengono due scopi: si interrompono i pensieri e ci si riporta al presente. Ma il vero scopo è risvegliare la consapevolezza generale, è rendersi conto della condizione in cui ci si trova in quel momento e in ogni momento. È come dare un taglio netto, è come svegliarsi da un sogno, è come fare un riepilogo, è vedersi così come si è.
Essere consapevoli, essere sempre più consapevoli, è lo scopo ultimo della meditazione, anzi dell'essere umano. Comunque, ha poco senso insistere a lungo su questo esercizio, sperando di ottenere chissà quali risultati. Infatti, dopo qualche minuto, l'attenzione si disperde di nuovo. È invece preferibile ripetere l'operazione più volte al giorno. Lo si può fare in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Ed è ogni volta un metodo che serve a riportarci al presente, a schiarirci la mente e a farci ritrovare noi stessi.

martedì 13 novembre 2012

Non negare l'evidenza


Quando si leggono testi buddhisti, si ha l'impressione di un pensiero pessimista. Ma l'insistere sugli aspetti negativi dell'esistenza nasce da uno sforzo di superarli. Soltanto che il metodo è diverso da quello che seguiamo di solito. Noi neghiamo l'evidenza della sofferenza, ci ripetiamo che tutto va bene e cerchiamo di massimizzare il piacere - proprio per annegare la negatività. Invece il metodo buddhista non è basato sul trucco dell'evitamento e cerca innanzitutto di esaminare attentamente il problema, di sviscerare la questione, nella convinzione che solo se prendiamo coscienza della difficoltà e dei suoi meccanismi potremo uscirne... Va tutto bene, va tutto bene... ma se vi muore una persona cara, se perdete il lavoro o se vi ammalate, non va bene per niente, e la sofferenza è inevitabile. Per superare il problema, dobbiamo per prima cosa ammetterlo e guardarlo bene in faccia, non negarlo o cercare di annegarlo in qualche supplemento di piacere. Noi soffriamo, noi abbiamo a che fare con un aspetto negativo dell'esistenza. Non si tratta dunque di pessimismo, ma di realismo. Il metodo per uscire dalla sofferenza sta nello studiarla, nel cercarne le cause.
Meditare non significa scegliere solo le cose positive e costruirci un immaginario positivo (che cadrebbe rovinosamente alla prima difficoltà portandoci alla disperazione), ma significa portare l'attenzione su ogni cosa, bella o brutta che sia. Se soffriamo, ci conviene entrare profondamente nel dolore, e cercare di capirne le cause. Dobbiamo guardarlo da vicino, senza tentativi di addolcimento. Il vero metodo per superarlo è l'attenzione concentrata, non la rimozione. Vediamo troppe persone naufragare nell'alcool, nelle droghe, nel sesso, nel conformismo o nelle fedi religiose. Si spengono a poco a poco, si suicidano volontariamente... tutto pur di non guardare in faccia la realtà della sofferenza.

lunedì 12 novembre 2012

Costantino e la tolleranza


Si è aperta a Milano una mostra sull'imperatore Costantino, noto per aver aperto alla libertà di culto. Infatti, con l'editto del 313 d.C. stabilì di "concedere ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita." Fu senza dubbio un primo esempio di tolleranza religiosa. Ma come fu utilizzata questa libertà? Sappiamo tutti che i cristiani divennero del tutto intolleranti e si misero a perseguitare le altre religioni e a distruggere i templi pagani. Insomma, fine della tolleranza e inizio di una brutta storia che sfociò nell'Inquisizione, nelle crociate, nelle guerre tra cattolici e protestanti, negli scismi, nelle scomuniche, ecc. E non dimentichiamo che solo pochi decenni fa, nella "civilissima" Europa cristiana, furono varate "leggi razziali" contro gli ebrei e fu progettato il loro sterminio, nel totale silenzio della Chiesa. Non ci raccontiamo allora la storia che con il cristianesimo si inaugurò una nuova era di tolleranza religiosa. Fu tutto il contrario. L'idea di tolleranza fu mantenuta viva non dai religiosi, ma dai pensatori laici.
D'altronde, non esiste una sola religione teista che non abbia come corollario l'odio verso le altre concorrenti. Il mondo musulmano è lì a testimoniarlo. Ma che dire degli ebrei ortodossi o degli induisti? Tutte le religioni predicano l'amore e la pace, ma, a parte il buddhismo, seminano guerra.

venerdì 9 novembre 2012

Il senso della vita


Ogni tanto, nel corso dell'esistenza, smarriamo il senso della vita - magari c'è stata una perdita affettiva, magari c'è stato un cambiamento improvviso, magari ci ritroviamo soli, magari abbiamo perso il lavoro, magari dobbiamo vivere con chi non ci piace, magari non possiamo vivere con chi vorremmo, e così via. Allora ci sentiamo persi, inutili, vuoti, stanchi, senza prospettive per il futuro; si è spenta una luce e non sappiamo come riaccenderla.
Prima o poi, capita a tutti, perché l'esistenza è un cambiamento continuo, perché è un passare da una crisi all'altra, perché niente dura a lungo, perché stiamo invecchiando... Dov'è il nuovo senso, la nuova direzione? E dov'è finita la nostra voglia di vivere?
Il problema è che cerchiamo questo senso al di fuori di noi; e, se ci aspettiamo che le cose cambino grazie a circostanze esterne o ad altre persone, potremmo attendere a lungo. In fondo, la vita non ha un senso razionale - l'unico suo senso è il vivere stesso. E la direzione è sempre la stessa: quella della vita di tutti i giorni, quella degli anni che passano...
Il senso deve essere cercato dentro di noi. Noi abbiamo perso la strada (anche se non per colpa nostra), noi dobbiamo ritrovarla. Per ricominciare, bisogna ripartire dalle piccole cose: da una mattina di sole, da una nuova primavera, da un buon cibo, da una pianta che cresce, dalle parole di un amico o di un libro, ecc. Al di là dei grandi eventi, la felicità è sempre disponibile dentro di noi: è una questione di punti di vista, di saper guardare. Quando avremo sollecitato questo senso della felicità interiore, potremo affrontare anche i problemi esterni. Ma l'importante è riuscire a cambiare la prospettiva. Come diceva Ugo Ojetti, "la felicità è un modo di vedere".

mercoledì 7 novembre 2012

ll ciclo quotidiano della vita e della morte

Il buddhismo ci spinge ad uscire dal ciclo delle nascite e delle morti e ci fa immaginare un grandioso sistema di universi o di piani di realtà su cui possiamo transitare, avanzando o retrocedendo in base a come ci comportiamo. Questo può essere vero, ed è comunque una bella metafora. Ma, nel frattempo, noi ci dobbiamo occupare del quotidiano - ed anche qui scopriamo che ci sono continuamente momenti in cui ci sentiamo vivi e momenti in cui ci sentiamo morti, momenti in cui siamo pieni di energia e momenti in cui siamo pieni di sconforto, momenti di speranza e momenti di delusione, momenti di pace e momenti di guerra, momenti di attrazione e momenti di avversione, momenti di lucidità e momenti di confusione, momenti di vivacità e momenti di noia, eccetera eccetera; insomma l'esistenza è un continuo morire e rinascere, qui o chissà dove, un continuo alternarsi di piaceri e di sofferenze, di alti e di bassi. Questa è la vita - ci diciamo. Ed è vero: il nostro è un piano di cambiamenti e di contrasti costanti. Però è possibile trascendere il proprio limitato punto di vista, guardare le cose con distacco e raggiungere una visione più calma e più profonda delle cose. Questo non eliminerà i cambiamenti, ma ci darà la possibilità di dare ad essi una direzione, un senso e una coerenza che ci porteranno a migliorare la qualità della nostra vita.

Identikit degli esseri umani

Secondo la legge del karma, ognuno rinasce in un pianeta o in un piano di realtà adatto alle sue capacità e al suo grado di evoluzione. L'anima viene attirata nella terra e nella famiglia che le è più affine. Il comportamento tenuto e che terrà è ovviamente una conseguenza proprio del grado di evoluzione raggiunto. Orbene, quale sarà l'identikit delle anime che si incarneranno sul pianeta Terra? Gli esseri umani devono essere abbastanza intelligenti, ma non molto - appena al di sopra delle scimmie: quindi hanno un grado di evoluzione minimo. La loro mente è confusa ed è incapace di vedere la realtà così com'è; più che altro proietta sogni, fantasticherie, avversioni e preferenze. Inoltre è dominata da un dualismo insanabile: crede davvero che il bene si contrapponga al male; ed è al continuo inseguimento di desideri insaziabili. Inutile dire che gli esseri umani hanno una scarsa consapevolezza di ciò che sono e che, anzi, si credono esseri divini. E, infine, questa razza poco evoluta crede ancora in un Dio creatore, un Dio-Persona, che dispensi premi e punizioni e che mandi profeti e Messia come se fossero meteoriti. Insomma, si aspettano l'illuminazione dall'alto e non hanno ancora capito che ognuno deve cercarsela in se stesso.

domenica 4 novembre 2012

Il matrimonio religioso


Ma voi credete veramente che a Dio interessi qualcosa dei nostri meschini matrimoni? L'Assoluto, l'Incondizionato, l'Energia cosmica, la Totalità, l'Uno o come volete chiamarlo dovrebbe occuparsi se siamo sposati in una chiesa o in qualche altro posto? Cosa volete che gliene importi? Credete che abbia un registro dei matrimoni come un parroco? Credete che si perda in queste quisquilie? Vien da ridere. Suvvia, allarghiamo un po' la mente: non applichiamo la nostra meschinità all'Infinito. Se poi Dio fosse pure Amore, che se ne frega l'Amore dei nostri rituali?
Eppure quasi tutte le religioni cercano di contrassegnare la cerimonia del matrimonio (come d'altronde gli altri riti di passaggio). Perché? Perché così mettono il loro marchio sugli snodi importanti dell'esistenza. Altrimenti, come delimiterebbero il loro potere? Ma da qui a sostenere che il matrimonio è indissolubile ce ne corre.
Solo le religioni più persecutorie e dogmatiche puntano alla indissolubilità del matrimonio. Perché? Perché così ribadiscono meglio il loro potere. Perché così fanno sentire in colpa milioni di persone. Pensiamo infatti alle persecuzioni che nei secoli sono state condotte contro coloro che non erano sposati in chiesa - persecuzioni religiose, persecuzioni sociali. Il cattolicesimo in questo è un campione. La meschinità umana è stata applicata alla religione, e la religione è la grande creatrice del senso di colpa, con il quale si dominano le coscienze.
Oggi è tutto cambiato e la maggior parte delle persone convive liberamente e può divorziare. Ma il cattolico si sente ancora colpevole e la Chiesa fa di tutto per impedire di accorciare, per esempio, il tempo necessario ad ottenere il divorzio. Una pura vendetta. Questa pesante intromissione in Italia non è una novità. Eppure su che cosa si basa la presunta indissolubilità del matrimonio cattolico? Leggiamo che cosa dice Gesù: "Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Mt 19,9). Che cosa significa "se non in caso di concubinato"? Significa che, se si crea un legame con un altro partner, il matrimonio può essere sciolto.
Leggete dunque con la vostra testa, non con la testa dei preti, che vogliono tenervi sotto scacco. E, se proprio volete credere a un Dio, non consideratelo una specie di Papa.

sabato 3 novembre 2012

La civiltà della consapevolezza


Lo sviluppo della nuova spiritualità (e in realtà della civiltà umana) non può che essere legato allo sviluppo della consapevolezza. L'uomo si distingue dagli altri animali nel momento in cui sviluppa un pensiero consapevole. Nessun altro principio è così importante. Che cos'è, per esempio, l'amore senza consapevolezza? E la grande gloria del buddhismo è averlo rilevato per primo:

"L'attenzione consapevole è la via che conduce all'immortalità,
la disattenzione è la via che conduce alla morte.
Gli attenti non muoiono,
i disattenti sono come già morti."

Questi versi del Dhammapada delineano già la via. La consapevolezza ha due campi d'azione: il primo è l'esistenza di tutti i giorni e il secondo è il senso della vita e della morte. Nel primo caso, si deve diventare consapevoli il più possibile di ciò che facciamo, sentiamo e pensiamo, momento per momento. Nel secondo caso, alziamo lo sguardo e facciamo per così dire filosofia, ma non in senso intellettualistico, bensì attraverso l'esplorazione interiore. Cerchiamo che cosa significhi vivere e morire, quali leggi presiedono allo sviluppo umano.
Consapevolezza sembra essere sinonimo di coscienza. Ma c'è una differenza: la coscienza è per così dire automatica, la consapevolezza si manifesta quando sottoponiamo deliberatamente all'attenzione qualsiasi cosa, anche la coscienza. In tal senso si parla di una forma di meditazione. Le altre forme di meditazione sono quelle che sviluppano la calma e quelle che cercano il vuoto mentale. Ma ogni cosa deve servire allo sviluppo della consapevolezza, che è l'unica via per conoscere a fondo la realtà e capire i processi che ci riguardano e ci circondano.

venerdì 2 novembre 2012

Presunzione religiosa


Chiunque conosca un po' di storia, sa quali conflitti ci siano stati in Occidente tra imperatori e papi per stabilire chi avesse la massima autorità. Gli imperatori sostenevano di essere loro i più potenti, ma i papi ribattevano che la loro autorità discendeva direttamente da Dio e che quindi tutte le autorità terrene dovessero sottomettersi. Questo per dire come il concetto di Dio sia sempre stato connesso a quello di potere. Perché, se si crede che Dio sia l' "Onnipotente" e che i papi siano i vicari di Cristo, inevitabilmente loro sono le massime autorità. Ma, primo, bisogna credere che Dio esista e, secondo, bisogna credere che questo Dio abbia scelto una religione sulla Terra che lo rappresenti. E questa è una gran sciocchezza, comunque la si metta. Dio è cristiano? Perché non musulmano, ebreo o indù ? Non facciamo ridere. Questa è d'altronde la grande presunzione degli uomini di religione - e non solo in Occidente. Per esempio, nell'India antica, i brahmani sostenevano di essere gli unici autorizzati mediatori tra gli uomini e Dio. Ed è così che si sono formate le caste politico-religiose, in tutto il mondo; è così che i sacerdoti hanno sempre rivendicato il loro potere. E i popoli superstiziosi, impauriti, sofferenti e sottomessi, sono diventati due volte schiavi: del potere del re e del potere del prete. In quei paesi, poi, in cui il re o chi ha il potere sostiene di essere stato prescelto direttamente da Dio, il centro del potere è ancora più forte, perché non c'è nemmeno un minimo di concorrenza fra stato e religione.
In realtà, il concetto di Dio si presta naturalmente a questi giochetti. Chi crede in Dio, crede anche di essere aiutato e sostenuto da un potere soprannaturale, anzi dal potere che ha creato il mondo. Dio e potere, Dio e presunzione vanno sempre a braccetto.
Questo tipo di problema - e di strumentalizzazione - non si pone solo per il buddhismo, perché qui non si crede affatto in un Dio esterno, in un Dio creatore, in un Dio suprema autorità. Qui ognuno deve percorrere individualmente la propria Via e deve liberarsi o salvarsi da solo, con le proprie forze. Qui ciascuno è divino. Qui ciascuno è responsabile.
Se perciò si mira a un salto di qualità nella religiosità umana, non si può che adottare un tipo di spiritualità in cui non c'è più un Dio centralizzatore, ma un'autorità diffusa, democratica e sostanziale. Ecco perché, finché non ci liberemo delle religioni teiste, che appartengono ad uno stadio infantile dell'evoluzione umana, non usciremo dalla schiavitù del potere e dei potenti. Lo pensava anche Albert Einstein che ebbe a dire: "La religione del futuro sarà una religione cosmica. Dovrebbe andare oltre il Dio personale ed evitare dogmi e teologia. Abbracciando sia il campo naturale sia il campo spirituale, dovrebbe essere basata sul senso religioso derivante dall'esperienza di tutte le cose, naturali e spirituali, in una significativa unità. Il buddhismo soddisfa questa descrizione. Se una religione dovesse rispondere alle necessità scientifiche moderne, senz'altro sarebbe il buddhismo."
 

mercoledì 31 ottobre 2012

I sei regni


Secondo il buddhismo, esistono sei regni o dimensioni della realtà: i paradisi, il mondo degli esseri umani, gli inferni, il piano degli spiriti affamati, il regno degli animali e il piano degli Asura, i demoni combattenti. Si tratta comunque di sei regni dell'illusione, nessuno dei quali (per fortuna) è permanente. Al di là delle raffigurazioni mitologiche, questi sei regni sono certamente stati d'animo in cui transitiamo di continuo. Diciamo che i paradisi sono regni in cui gli esseri sono felici e non c'è insoddisfazione - ma qui sta il problema: poiché questi esseri sono contenti, non hanno nessuno stimolo a cercare qualcosa di meglio. Quando perciò moriranno, dovranno reincarnarsi in esseri umani. Perché? Perché gli esseri umani sono gli unici che hanno la possibilità di essere consapevoli del proprio stato e di aspirare a liberarsi dalla condizione in cui si trovano.
Vengono poi i regni infernali, dove ovviamente tutti stanno male - ma a tal punto che non sono neanche in grado di pensare ad altro. Lo stesso vale per gli spiriti affamati che, come indica la loro definizione, sono sempre insoddisfatti, sempre avidi, sempre affamati di qualcosa senza potersi mai saziare. Quanto al regno degli animali, lo conosciamo e sappiamo bene che è inutile spiegare loro qualcosa: non capirebbero. Gli Asura, infine, sono dominati dall'ira, dalla rabbia, dalla furia, dalla competizione, dallo scontro e dalla guerra: combattono sempre contro qualcuno e, se manca l'avversario, anche contro se stessi.
Come si vede, queste dimensioni ci appartengono tutte. Noi possiamo essere completamente felici (paradiso) o completamente infelici (inferno), possiamo essere profondamente insoddisfatti, famelici e avidi (spiriti affamati), possiamo diventare degli animali guidati soltanto dagli istinti e possiamo farci travolgere dall'ira, dalla rabbia, dall'avversione, dall'inimicizia, dal desiderio di combattere e di scontrarci contro qualcuno o contro noi stessi (Asura).
L'essere umano, infatti, è caratterizzato dall'estrema mobilità, dal cambiamento continuo, e può passare in un istante dalla felicità all'infelicità, dalla soddisfazione all'insoddisfazione, dalla calma alla rabbia, dalla pace alla guerra, dall'esaltazione alla depressione, dall'amore all'odio: tutto dipende dalle circostanze esterne e dalla propria mente. Ma proprio questa estrema mobilità ci offre un'occasione che gli altri esseri, nella loro rigidità, non possono avere. Abbiamo la possibilità di vederci, di essere consapevoli e di intervenire per cambiare. Abbiamo soprattutto la possibilità di aspirare ad uscire da questo marasma continuo.
Quando pensate di essere sfortunati ad essere nati come esseri umani, ricordatevi che, secondo la tradizione buddhista, le probabilità di nascere come uomini sono quelle che ha una tartaruga marina cieca di salire in superficie e di infilare il collo in un pezzo di legno che galleggia sull'oceano con un foro in mezzo.
Pensiamoci. Quando mai ci si ripresenterà una simile occasione? Il più grande peccato in questa vita è sprecare il tempo in cose inutili.

martedì 30 ottobre 2012

Dukkha


Quando il Buddha afferma che la vita è dukkha (dolore) non intende dire che in questo mondo tutto è sofferenza, ma che non è possibile eliminare la sofferenza, non è possibile eliminare uno stato di insoddisfazione praticamente permanente. Innanzitutto, ci sono le quattro fasi dell'esistenza da cui nessuno può sfuggire: la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte; e qui non ci piove. E poi ci sono varie forme di dolore: la sofferenza di essere separati da coloro che amiamo, la sofferenza di vivere con coloro che odiamo, la sofferenza di non poter avere quello che vogliamo e tutte le sofferenze del corpo. Vi risulta di essere stati risparmiati da qualcuno di questi dolori? Ma se pensiamo che la sofferenza sia semplicemente una sensazione spiacevole e che sia eliminabile con una sensazione opposta di piacere, ci sbagliamo. È proprio questo che noi facciamo: cerchiamo tutta la vita sensazioni piacevoli, fisiche e mentali. Però sappiamo anche che questo non basterà a cancellare il dolore. E, in effetti, qualunque sensazione piacevole ha un aspetto per così dire negativo: non dura. Non dura, è fugace, è temporanea; e, quando sparisce, lascia un senso di mancanza e di insoddisfazione. È un po' come una droga: sul momento dà un senso di euforia, ma poi l'effetto sparisce e rimaniamo più scontenti di prima. E già questo ci dice che viviamo in un mondo duale, in un mondo effimero, in cui niente è stabile (per fortuna nemmeno la sofferenza).
Ora, il Buddha ci dice che all'origine della sofferenza c'è il desiderio, ossia una specie di sete o di bramosia che non si accontenta mai. Desiderio di essere, desiderio di diventare, desiderio di crescere, desiderio di felicità, desiderio di amore, desiderio di figli, desiderio di perdurare, desiderio di essere ricchi, desiderio di potere, desiderio di riconoscimento... l'elenco è infinito. C'è anche il desiderio di non-essere quando le cose ci vanno male e pensiamo alla morte come via di liberazione o al suicidio. Insomma la vita è tutta un desiderare - è questo il suo carattere distintivo. Ma desiderare significa soffrire, perché chi desidera prova dentro di sé una dolorosa mancanza.
La logica suggerisce che la via d'uscita sarebbe sopprimere il desiderio. Ma qui bisogna stare attenti. Perché tra i tanti desideri c'è anche quello che animava il Buddha e tutte le persone del Dharma: il desiderio di sopprimere il desiderio, il desiderio di liberazione da questo ciclo ripetitivo e dualistico. Come quando diciamo: non ne posso più di questa situazione, voglio uscirne! È chiaramente un desiderio anche questo, e ben forte. Ma bisogna arrivarci - e i più non ci arrivano affatto: continuano a inseguire le sensazioni piacevoli, continuano a sognare uno stato di felicità durevole, continuano a correre lungo questa riva del fiume senza tentare di andare oltre. Tutto sommato, anche sognare un qualche paradiso rientra tra i desideri meschini. Il Buddha lo ha previsto: secondo lui esistono altri piani di realtà o altri mondi popolati da esseri che si trovano in uno stato migliore del nostro (d'altronde, non ci vuole molto), ma - attenzione - neppure loro sfuggono alla morte e forse sono troppo rincoglioniti dalla vita facile; un po' quello che succede ai nostri ricchi, che a forza di essere serviti e riveriti diventano sempre più fragili e scemi. Ed è possibile che i nostri dèi appartenessero a questa categoria - alla fine, come è evidente, sono defunti...
Ma fra le tante nostre sventure, una fortuna ce l'abbiamo. Siamo in un mondo mediano, che proprio per le sue caratteristiche e per le sofferenze ben calibrate con gli zuccherini delle gioie, è il più adatto a tentare la via della liberazione. Abbiamo tutte le doti per farlo - ci manca solo un po' di consapevolezza e di buona volontà. Però, piantiamola di farci trascinare da desideri di bassa lega: liberazione non significa approdare in qualche terra beata, in qualche paradiso di idioti che stanno tutto il giorno a biascicare le lodi del Potente di turno. Ne abbiamo già troppi di questi lacchè sulla terra. Almeno miriamo in alto. Sbarazziamoci di tutto il baraccone - vita, morte, religioni e gerarchie comprese.

domenica 28 ottobre 2012

Nirvana


Se il Samsara è il ciclo delle vite e delle morti che va avanti da quando esistono gli uomini e gli altri esseri viventi, se è la ripetizione di esistenze, senza soluzione di continuità, il Nirvana è la calma, la pace, l'estinzione... di che cosa? Di questa ripetitività. Perché è vero che la vita è un cambiamento continuo, ma pur sempre delle stesse esperienze: nascite, infanzie, crescite, malattie, gioie, dolori, amori, matrimoni, divorzi, vittorie, sconfitte... e infine l'immancabile morte. Insomma, sempre la solita solfa. È un po' come il tempo meteorologico, che muta di continuo, ma sempre secondo determinate e limitate modalità: pioggia, sole, tempesta, sereno, caldo, freddo e così via. Insomma, siamo tutti dei ripetenti ossessivi, degli zucconi che non imparano mai la lezione. Infatti tutti facciamo le stesse cose, tutti abbiamo le stesse speranze e tutti abbiamo le stesse illusioni e delusioni: pensiamo di fare chissà che cosa, di risolvere  i problemi dell'umanità o semplicemente di essere felici, ma poi ci avviamo rassegnati verso la vecchiaia e la fine. E tutti giriamo intorno al nostro ego. È l'ego che prova una insaziabile sete di ripetere queste esperienze, certamente mutevoli, ma pur sempre le stesse, fin dalla notte dei tempi. Non c'è mai nulla di nuovo. Il film è sempre lo stesso. Se qualcuno ci guardasse dall'alto, si addormenterebbe per la noia mortale. Tuttavia tutti questi miliardi di individui si affannano da mattina a sera per ripetere le stesse esperienze - e non si stancano mai. Che cosa cercano? Sono assetati di vita e vorrebbero vivere ancora più a lungo. Che cosa sperano di ottenere e di raggiungere? Assomigliano ai levrieri che inseguono in un circuito una lepre di pezza che non raggiungeranno mai - ma loro non lo sanno e continuano a correre.
Nirvana è la scoperta di quanto siamo limitati, condizionati e ripetitivi, di quanto siamo marionette dirette dai fili dell'istinto, della natura, della cultura e della società. Nirvana è la decisione di interrompere il ciclo. Nirvana è l'affacciarsi di una nuova coscienza. Ce la faranno gli uomini a svegliarsi dal millenario sogno delle illusioni? Riusciranno una buona volta a vedere la realtà così com'è? O continueranno a correre in tondo, come gli stupidi levrieri?

Nuova evangelizzazione?


Ad ogni pie' sospinto il papa parla di "nuova evangelizzazione", ma sospettiamo che si tratti, più che di una diffusione del messaggio di Gesù, di un'occupazione di posti di potere nello Stato e nei mass-media, nonché di un plagio massiccio delle coscienze più deboli e infantili. Insomma si parte per evangelizzare gli altri e non se stessi. Tutti conoscono per esempio la potenza delle trasmissioni radiofoniche della Chiesa, quelle che che oscurano le trasmissioni delle altre radio e che fanno ammalare di leucemia tanti bambini che hanno la sfortuna di abitare presso le antenne del Vaticano. Tutti sanno che la Chiesa non ha ancora pagato un euro di tasse sugli edifici adibiti ad uso commerciale. Tutti conoscono la storia dei preti pedofili protetti per decenni dai loro vescovi. E tutti vedono le continue intromissioni dei preti nella politica italiana con il tentativo di costruire un partito di cattolici, più o meno come la vecchia Democrazia Cristiana, che fu chiusa quando si scoprì che i grandi leader cattolici rubavano a man bassa i soldi statali - un antico vizio. Dunque, dove sta la superiorità etica degli individui che si dicono religiosi?
Il punto è che la Chiesa non è in grado di diffondere il messaggio di Gesù, dopo averlo tradito per duemila anni. Gesù badava alle vere intenzioni degli uomini e non alle cerimonie o ai rituali - e non portava scarpini di Prada né vesti di Armani; né possedava una banca che ricicla denari sporchi. Gesù criticava la corruzione dei sacerdoti e l'ipocrisia dei farisei e dei sadducei, i quali assomigliavano molto ai politici cristiani di oggi: molte parole, molta apparenza, e nessuna sostanza autenticamente spirituale, anzi una sostanza di vera e propria corruzione e di occupazione del potere per influenzare e dirigere le coscienze del popolo - insomma è la storia di sempre.
Per fare una "nuova evangelizzazione" ci vorrebbero nuove coscienze - e queste purtroppo sono molto vecchie, anzi morte. E voi "lasciate che i morti seppelliscano i loro morti"!

venerdì 26 ottobre 2012

L'orgasmo religioso


Fuorviati da millenni di religioni repressive, abbiamo sviluppato la convinzione che la sessualità sia il nemico numero uno della spiritualità. Niente di più falso. La sessualità, al contrario, è l'energia fondamentale dell'esistenza che, primo, non può essere eliminata e, secondo, è propria alla base anche della spiritualità. Provate a rimanere a lungo casti - e domandatevi se siete diventati più religiosi e spirituali, oppure semplicemente più indifferenti, freddi e avidi in altri campi. Sì, perché la repressione lavora in questo modo: quando ostacolate il sesso, la sua energia si sposta in qualche altro settore; e così per esempio si diventa più avidi di denaro, di potere o di cibo, oppure si sviluppa una dipendenza dalle comunità religiose (che proprio per questo vietano i rapporti sessuali). Se invece vi innamorate e fate sesso con la persona amata, alla fine vi sentirete molto più vicini al divino e capirete che cosa si intende per trascendenza. Da che mondo è mondo, la sessualità è stata usata come una metafora dell'unione con il divino; e non solo come metafora, ma anche come mezzo a disposizione dell'uomo per avere anticipazioni della trascendenza.
Ora utilizzate il rapporto sessuale proprio a questo scopo. Vi accorgerete che tutte le nostre idee di beatitudine e gioie paradisiache provengono dall'esperienza sessuale. In essa, infatti, non solo vi è un superamento del dualismo io-altro, non solo si raggiunge l'unione con un altro essere, ma si supera il senso dell'io-sé e del tempo. Nell'orgasmo in particolare scompaiono le divisioni, il tempo e la mente (è il modo più semplice per sperimentare il vuoto mentale). E si prova una grande gioia e un senso di liberazione che è ciò che contraddistingue le esperienze estatiche del misticismo e del samadhi. Senza questa esperienza, in realtà, non avremmo l'idea di un'estasi ultraterrena.
Oltretutto, se c'è un periodo in cui non si prova più nessun desiderio sessuale, è proprio il periodo che segue l'orgasmo. Non a caso esso è stato definito la "piccola morte" - ossia la morte gioiosa. Scompaiono i desideri e ci dimentichiamo di noi stessi e dei  nostri limiti. Perché non c'è niente di meglio che terminare la vita con una morte gioiosa, accogliendo cioè la morte come un'esperienza di liberazione. Il che dimostra che non è la repressione sessuale che vi libera dal desiderio (i preti e i santi sono sempre ossessionati dal sesso), ma il suo soddifacimento profondo. Se reprimete semplicemente il sesso, ne devierete l'energia altrove. Se invece lo utilizzate consapevolmente, la vostra evoluzione ne sarà accelerata e la vostra mente si aprirà ad una comprensione della dimensione della trascendenza. Il punto è questo: non si trascende il sesso soffocandolo, ma comprendendolo.
D'altronde, che cos'è il Big Bang... se non un orgasmo cosmico?

martedì 23 ottobre 2012

La via del Dharma


Il Dharma nel buddhismo è la legge o la regola scoperta o istituita dal Buddha, in cui sono delineate varie linee e vari principi: le quattro nobili verità, l'ottuplice sentiero, i cinque skandha, le tre seti, i tre tipi di sofferenza, i dodici anelli della coproduzione condizionata, i quattro stati sublimi, i quattro jhana, i cinque precetti fondamentali e così via. Tutto è classificato, suddiviso, analizzato e consegnato alla tradizione. Tuttavia, pensare che il vero Dharma sia espresso in questo modo, attraverso discorsi e categorie, è un'illusione. La pratica è un'altra cosa: è mobilitare le proprie energie e la propria intelligenza in un percorso di liberazione che è diverso da persona a persona. Solo a quel punto il Dharma reale si presenterà da sé.
Abbiamo già ottenuto il beneficio della condizione umana e quindi siamo già dotati di tutto il necessario per percorrere la via. Perché allora perder tempo ed energie in futili piaceri? Non si tratta di rinunciare a qualcosa, ma di scegliere ciò che è più importante, di concentrarci su ciò che ci darà più gioia.
Naturalmente i piaceri futili non sono quelli canonici condannati dall'ascetismo tradizionale. E, in certo casi, possono essere più utili di altre nobili virtù.
Se perdi tempo a giocare nei casinò, a guardare film stupidi, a spettegolare o a frequentare prostitute, questi saranno certamente vani piaceri. Ma se giochi con tuo figlio, guardi film intelligenti, parli di problemi seri o eserciti il sesso con una persona che ami, questo ti farà capire tante cose e ti allargherà la coscienza. In realtà, ogni piacere può essere ottenebrante o illuminante, a seconda dei casi, a seconda dei momenti.
Non ti fidare dei decaloghi incisi nella pietra. Il nostro spirito non è una pietra: è mobile e sensibile, ed ha la capacità di capire da sé, al di là delle parole e dei concetti prestabiliti, quale sia il percorso giusto - il tuo Dharma.

lunedì 22 ottobre 2012

In religioso silenzio


Mi piace molto l'espressione "in religioso silenzio" perché esprime un concetto fondamentale: che vi è un rapporto tra (autentica) religiosità e silenzio. Nessuna ha mai detto infatti che il rumore è religioso. Come mai allora c'è tanto chiasso nelle nostre società? Come mai, se apri la televisione o la radio, senti gente che litiga, che urla, che pontifica e tanta musica commerciale che è semplice spazzatura? Come mai sempre più gente cammina in strada parlando o ascoltando al telefonino? Come mai non si sta più in silenzio? Forse perché nessuno sa più che cosa sia la spiritualità? Anche i preti e il papa che non fanno altro che predicare e parlare. In principio era il Verbo? Che idiozia! In principio c'era un emorme silenzio. E tutto era in pace. Poi qualche Divinità si intromise a rovinare il mondo con le parole. Creò questo, creò quello, semplicemente nominandolo... E fu la fine della tranquillità.
Ancora oggi, quando si commemora qualcuno (per esempio negli stadi) si sta un minuto in silenzio - e già qualcuno scalpita. Oppure, nella messa cristiana, c'è un attimo di silenzio, in cui i fedeli dovrebbero rivolgersi a Dio; ma i più pensano ai fatti loro. E ancora oggi sopravvive a fatica qualche monastero in cui vige la regola del silenzio. Ma anche lì si vuole essere moderni e allora ci si collega ad Internet. Fine del "religioso silenzio".
Certo, oltre al rumore dei mass-media e delle comunicazioni umane, c'è un altro chiasso di cui non si rende conto nemmeno chi sta in silenzio: quello della mente. E qui veramente incontriamo grosse difficoltà. La nostra testa infatti è permanentemente assillata da pensieri, fantasie, riflessioni, ricordi, dialoghi interiori e così via. Fateci caso. C'è un gran rumore nel nostro cervello, c'è una grande confusione. E noi andiamo in giro con questo filtro che ci isola dalla realtà, al punto che possiamo non notare un amico che ci passa vicino o un'auto che ci sta travolgendo. E, soprattutto, non riusciamo a gustarci più niente, non riusciamo ad avere uno sguardo limpido, non riusciamo a trovare pace.
Per questo motivo, nelle religioni più serie, si cerca di recuperare il valore e l'uso del silenzio. Ma, al di là del suo valore spirituale, la pratica del silenzio, fisico e mentale, ha una funzione terapeutica. Ci libera dal peso e dall'oppressione dei pensieri compulsivi - pensieri che hanno un effetto deleterio sulla nostra salute. Perché la salute fisica dipende innanzitutto dalla salute mentale.
Come ogni tanto bisogna stare a digiuno per riprendersi da qualche disturbo, così ogni tanto cerchiamo di fare un po' di silenzio mentale per depurarci dall'inquinamento da rumore. Credetemi, vi farà bene.

domenica 21 ottobre 2012

Femminicidio


Ogni giorno apprendiamo di givani che uccidono le ragazze da cui sono stati respinti. Lo chiamano femminicidio. Ed è un aspetto dell'eterna guerra tra i sessi (appena velata dall'amore), dove non mancano i morti e i feriti. Certo, si tratta di giovani psicolabili, allevati da famiglie in cui la donna è la madre che concede tutto al figlio maschio, facendolo sentire un re. Ma la realtà è diversa, e un giorno il giovane maschio si scontra con un rifiuto. Come è possibile? Quella è una donna cattiva, che va uccisa! La verità è che viviamo in un mondo maschilista, in cui l'uomo ha da sempre controllato la donna e non sopporta che non sia a sua disposizione.  I valori più alti sono di segno maschile e tutto è predisposto per non negare nulla al maschio. Un rifiuto dunque lo sconvolge: è un elemento che manda in crisi il suo mondo di certezze e di impunità.
Pensate che nella nostra cultura abbiamo immaginato perfino un Dio Maschio. Ma che c'entra il sesso con Dio? Perché dovrebbe essere di genere maschile e non di genere femminile? In realtà non ha niente a che fare né con il maschile né con il femminile. Ma chi lo dice ai nostri credenti? L'infantilismo delle religioni lo ha ridotto a un uomo, a un misero maschio, che tutt'al più ha una Madre... vergine. Ed ecco i risultati.
Ora non possiamo più rivelare ai credenti che Dio non è il Padreterno in cui confidavano: il trauma sarebbe terribile, e andrebbero a uccidere qualcuno... magari una donna. Perché si sa che le donne sono colpevoli di tutto: non fu Eva a corrompere l'ingenuo Adamo? Lo dice il vero fondatore del cristianesimo, san Paolo, un tipo che andrebbe psicoanalizzato: "Non fu Adamo a essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione!" (Prima lettera a Timoteo 2,14). Perciò "la donna impari in silenzio, con tutta sottomissione" (ibid. 2,11). Infatti "la donna deriva dall'uomo" (Prima lettera ai Corinzi 11,12) e "capo della donna è l'uomo" (ibid. 11,3). Se questi sono i vostri maestri spirituali, non vi lamentate di quel che succede alla donne.

Il Dio dell'intolleranza


Ora i cristiani si lamentano perché vengono perseguitati e uccisi in Africa e in Asia dai regimi musulmani. Ma la verità è che ricevono ciò nei secoli hanno dato. Da quando sono andati al potere, per diciassette secoli, hanno perseguitato tutte le altre religioni. Dobbiamo ricordare ciò che i cristiani hanno fatto ai pagani, agli ebrei e ai musulmani? Dobbiamo ricordare i Padri della Chiesa che invitavano a convertire o a uccidere tutti quelli che avevano un'altra fede? Dobbiamo ricordare la crociata contro gli Albigesi? Dobbiamo ricordare tutte le guerre contro i musulmani? Dobbiamo ricordare le varie crociate? Dobbiamo ricordare le guerre tra protestanti e cattolici?
La verità è che chi ha una fede, non potendo dimostrare niente di quello che dice - e anzi sapendo dentro di sé di affermare cose del tutto infondate - è intollerante verso chi professa un'altra fede. La verità è che ogni fede nega le altre e vorrebbe, se potesse, distruggerle. La verità è che il Dio in cui credono le maggiori religioni è per sua natura intollerante. Non è infatti un vero Dio. Ma un'immagine della mente. Credere in un Dio unico è già essere intolleranti.

venerdì 19 ottobre 2012

Svuotare la mente


Troppo spesso la nostra mente è in preda a una folla di pensieri incontrollati, a un rimuginio senza sosta, a un dialogo senza costrutto: spezzoni di frasi, ricordi, fantasie, persone immaginarie, situazioni irreali, pulsioni velleitarie, sogni ad occhi aperti, considerazioni amare, speranze illusorie... in un caos senza capo né coda. Questo è il primo problema della meditazione - ma anche la prima presa di coscienza. Tutta questa attività febbrile, tutti questi pensieri creano una specie di velo tra noi e la realtà.  È come quando si cammina telefonando: ciò che diciamo o ascoltiamo ci distrae dalla realtà esterna... e magari finiamo in un tombino.
Ecco due metodi per uscire da questa situazione di alienazione. Considerare i pensieri come qualcosa che viene dall'esterno e alzare una barriera - di attenzione - per respingerli o ignorarli.
Oppure considerare il nostro vero sé come un Testimone di una mente invasa dai pensieri. Anche in questo caso osserviamoli come corpi estranei e poi accantoniamoli o lasciamoli cadere, come se non fossero nostri. Noi siamo il Testimone, non i pensieri.
Lo scopo è costituire un nucleo incontaminato al nostro interno, un centro di consapevolezza che non venga toccato dalle ondate delle attività mentali. Ritrovare la quiete e il silenzio mentali.
Questo vuoto mentale non deve trasformarci in idioti inconsapevoli, ma deve rendere la nostra mente ancora più chiara e lucida.

giovedì 18 ottobre 2012

Samsara


Dovremmo tutti chiudere gli occhi per l'ultima volta con una sensazione di soddisfazione e di sazietà, dovremmo arrivare alla fine dell'esistenza dopo aver provato tutto, dopo aver esaurito ogni possibilità... proprio come ci si alza da tavola dopo aver mangiato in abbondanza. Ma le cose non vanno così: la maggior parte delle persone è infelice, è insoddisfatta, è piena di pentimenti e di rimorsi, e muore con il desiderio di avere quel che non ha avuto, di rifarsi delle privazioni e delle sconfitte, o di ripetere e amplificare i piaceri provati. Questo stato d'animo fa sì che la vita non possa essere lasciata con serenità, con la determinazione di passare oltre, di saltare su un altro piano; e fa sì che la vita non possa essere lasciata cadere, così come la farfalla lascia cadere la pupa e diventa un altro essere E dunque viene posta in essere una spinta profonda, inconscia, che informa di sé quel ciclo delle nascite e della morti, delle felicità e delle infelicità, che in Oriente si chiama Samsara. Cedendo a questa spinta noi veniamo in essere con l'illusione di potere essere sempre felici, escludendo la sofferenza. E in tal modo alimentiamo un mondo di infelicità.
Dobbiamo dunque lavorare sui nostri desideri insoddisfatti, dobbiamo portare la forza della consapevolezza su questa spinta prepotente, disinnescando il suo inganno. Dobbiamo lasciare l'esistenza con la convinzione di aver esaurito le nostre potenzialità e di non aver perso niente di importante. Questo fa l'uomo saggio, ormai distaccato.

giovedì 11 ottobre 2012

Il valore del desiderio


La causa di ogni attaccamento, e quindi di ogni sofferenza, è il desiderio. Ma bisogna comprendere che il desiderio è la spinta che ci fa andare avanti e che senza desideri finiamo solo depressi. Tutto è sorretto da qualche desiderio: anche l'illuminazione. Inoltre certi desideri sono programmati dagli istinti per la sopravvivenza e altri sono indotti dalla società. Quelli indotti dalla società (essere ricchi, essere importanti, comprare determinate cose) possono essere padroneggiati con un adeguato autocontrollo. Non possiamo però non provare il desiderio di mangiare, perché senza cibo moriremmo in breve tempo. Anche il desiderio sessuale è voluto dalla natura per far sopravvivere la specie. Tuttavia anche nei desideri naturali entrano in gioco valori sociali, psicologici e culturali, per esempio mangiare determinati cibi o in determinati modi, oppure essere ossessionati da determinati rapporti sessuali o da una compulsività senza limiti. L'ascetismo antico si illudeva che digiunando o astenendosi dal sesso, si potessero ottenere grandi meriti.  Ma la verità è che non si raggiunge l'illuminazione attraverso i digiuni o la castità. Se eliminassimo questi desideri, semplicemente la vita sulla terra finirebbe. Però nessuno entrerebbe nel Nirvana. Se bastasse digiunare o astenersi dal sesso, sarebbe relativamente facile diventare illuminati. Il regno dei cieli sarebbe pieno di anoressici e di impotenti. E non è così. Chi combatte i desideri e i bisogni naturali in realtà soffre ancora di più. E diventa non un santo, ma un mostro. Capita di vedere alcuni pseudo “santi” divorati, senza la minima autoconsapevolezza, da ambizione, da invidia o da orgoglio. Dunque, in campo spirituale, non è il desiderio naturale ciò che ci rovina, ma il desiderio che proviene dall'interiorità, dalla psiche egocentrica.  Lo dicono chiaramente i Vangeli: “Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia…” (Mc 7,21-22). Insomma i desideri da combattere non sono quelli naturali, ma quelli che nascono dall'animo pervertito o inconsapevole.
Il desiderio è ambivalente: è ciò che ci àncora alla vita, ma è anche ciò che ci spinge a trascenderla. Finché si è in vita non è possibile, e neppure auspicabile, reprimere i desideri naturali. Ma si può lavorare a comprendere il meccanismo del desiderio, in modo da ridurre i peccati contro lo spirito – quelli che ci legano ad un'esistenza deteriore. Comunque sia, è evidente che l'illuminazione, il risveglio, ha più a che fare con una comprensione che con un atto del corpo, è più un'apertura della mente che una chiusura fisica e che in alcuni casi i piaceri sono più vicini alla spiritualità che alla materia.

lunedì 8 ottobre 2012

Reincarnazione

L'idea che un'anima, sola soletta, si reincarni da una vita ad un altra ci sembra una sciocchezza. E lo è. Ma non bisogna ricorrere a queste interpretazioni semplicistiche, popolari. Basta pensarci un po'... ognuno di noi viene da altre vite, quelle dei genitori, i quali a loro volta venivano da altre vite... Andando indietro nel tempo, arriviamo ai primi ominidi, e poi ancora più indietro, alle scimmie, ai pesci, agli anfibi, eccetera. Questo significa che ognuno di noi personifica un'eredità, una linea evolutiva, cui hanno partecipato migliaia, milioni di individui. Dunque, in tal senso, in ognuno di noi rivivono innumerevoli altre persone - i nostri predecessori. Da un'esistenza all'altra, qualcosa si è reincarnato: un principio vitale che possiamo chiamare come vogliamo - e che ora si trova in noi, è noi. È come una fiaccola che si è trasferita da una mano all'altra, da una persona all'altra, da un'epoca all'altra. Ecco il principio della reincarnazione, interpretato non in maniera elementare, ma intuito da tante culture.

Il potere temporale


Che tristezza - e che buffonata! Una religione che si fa Stato! Uno Stato deve avere un confine, delle guardie, delle galere, una banca, una burocrazia, dei maggiordomi, eccetera eccetera... con tutte le conseguenze del caso. Così, se qualcuno tradisce, come è successo con il maggiordomo del Papa, bisogna processarlo e metterlo in galera. Ma, secondo voi, era a questo che mirava Gesù duemila anni fa? Ormai, tutti i cattolici si sono abituati a queste assurdità - una Chiesa che si appropria del potere temporale. E che potere! Per secoli è stato un potere e uno Stato che ha imposto tasse, condannato e ucciso... e che ha impedito all'Italia di unificarsi.
Naturalmente, anche se lo Stato del Vaticano è l'esempio più eclatante di religione che si fa Stato, anche le altre religioni non scherzano. Per esempio, degli Stati islamici sappiamo che tipo di libertà e di democrazia vigono nei loro confini. Dello Stato di Israele, che a parole si dice laico ma che in realtà è governato dalla religione, vediamo il disastro: si regge solo sulla guerra e sull'odio religioso, suo e dei nemici. E dell'ex Stato buddhista del Tibet, abbiamo visto la triste fine.
Sì, le religioni che vogliono il potere temporale sono un gran pericolo per la libertà e per la democrazia. E distruggono tutto quello che toccano.

mercoledì 3 ottobre 2012

Uccidere il Buddha


Tra i vari attaccamenti che ci legano, ci limitano e ci condizionano, quello di cui ci si rende meno conto è l'attaccamento alle proprie opinioni. Che cosa significa? Significa che ci facciamo un'opinione, abbracciamo una teoria o sposiamo un fede, e dal quel momento non la mettiamo più in dubbio e giudichiamo tutte le opinioni diverse o contrastanti sbagliate. Non solo sbagliate, ma nocive. Chi reagisce più violentemente, per esempio, di colui che vede messe in dubbio la propria religione? È come se la divergenza mettesse in crisi il nostro equilibrio, la nostra stessa esistenza. E, in parte, è così. La fede che si oppone alla nostra mette in crisi la nostra sicurezza, la nostra certezza - ciò che non vogliamo più mettere in dubbio. È così che nasce il fondamentalismo religioso. Quei pazzi che sono disposti a uccidere gli altri e se stessi per distruggere chi la pensa diversamente.
La verità è che noi stessi abbiamo profondi dubbi e che ci aggrappiamo a quella fede come ci afferriamo all'ultimo spunzone di un precipizio. Senza di quello precipitiamo. In realtà, la spiritualità dovrebbe essere qualcosa di completamente diverso: un'apertura anziché una chiusura; una possibilità di inclusione e di allargamento, non una possibilità di esclusione e di restringimento. Invece la religione diventa una setta. E la setta ci fa tutti settari, faziosi, parziali e ciechi.
Impariamo qualcosa dal buddhismo zen, in cui si dice: "Se incontri sulla tua strada il Buddha, uccidilo!" Perché ucciderlo? Perché se credi che il Buddha sia quello che tu pensi che sia, ti stai certamente sbagliando. Ti stai semplicemente attaccando ad un'immagine della tua mente, ad una tua interpretazione, ad una tua definizione. E se tu de-finisci qualcuno, stai tranquillo che lo stai distruggendo. In ogni caso, il tuo compito nella vita non è essere Buddha, Gesù o Maometto, ma essere te stesso. Ed essere se stessi è molto più difficile che essere i seguaci o gli adoratori di qualcuno.

lunedì 1 ottobre 2012

La singolarità del buddhismo


Il buddhismo lancia una sfida alle altre religioni, tutte costruite più o meno allo stesso modo, con un Dio da adorare e il suo profeta o messia, con l'eterna lotta fra bene e male, e con un paradiso e un inferno che ci vengono assegnati dal Giudice divino. Il buddhismo non ci dice solo di fare il bene (ovvio), ma di andare al di là del bene e del male; non ci dice di cercare solo il paradiso, ma di andare al di là di paradiso e inferno; non ci dice di cercare la vita, ma di andare al di là della vita e della morte. E ci dice che il nostro sé, pur essendo in grado di sopravvivere da una esistenza all'altra, non è la realtà ultima. La realtà ultima è il nirvana, che può essere definito solo in termini negativi (ciò che non è), ma non in termini positivi, pur assicurandoci che è comunque qualcosa, non un nulla. Tutte idee che la mente non riesce a comprendere, ma tutt'al più a intuire in una sorta di vertigine della ragione.
Il fatto è che il buddhismo non è solo una religione, ma anche una filosofia, dato che ci presenta una spiegazione delle leggi e delle strutture fondamentali della realtà. Le altre religioni, ogni volta che si sono azzardate a parlare delle leggi fondamentali del mondo, hanno detto solo grandi sciocchezze. Invece il buddhismo ha lasciato una visione del mondo che ancora oggi interpella la nostra ragione. Il buddhismo non crede né a Dio né ad un sé eterno. Tuttavia individua leggi che sembrano eterne, come quella della retribuzione karmica, della sofferenza e del desiderio. Più che leggi fisiche sembrano leggi evolutive. Il mondo - dice il Buddha - è fatto così, e io ve lo descrivo. Anche l'uomo è fatto in un certo modo, e io ve lo descrivo. Nessuna di queste leggi è stata creata da un Dio, però esistono, e con esse dobbiamo fare i conti. Non c'è un Dio che premia e castiga: siamo noi stessi, con i nostri atti, che ci prepariamo il futuro, in questa vita e nelle altre.
Lo scopo del buddhismo è la liberazione dalla sofferenza, che può essere eliminata solo con la soppressione del desiderio. Il desiderio nelle sue varie forme, l'attaccamento, i legami e i condizionamenti agiscono automaticamente, oscurando la ragione illuminata e facendoci comunque proseguire il ciclo delle nascite e delle morti. Finché l'uomo non ne ha abbastanza e finché non capisce che non si può uscire dalla sofferenza se non estinguendo il desiderio egocentrico (di essere, di non essere, di divenire, di godere, ecc.), continuerà a stare male. A quel punto, estinto anche il karma del passato, l'uomo potrà approdare ad un piano dove non c'è più né vita né morte, né io né Dio. In fondo, l'ego non è nient'altro che una separazione e delimitazione dell'incondizionato.
Ma il punto centrale di questo processo di liberazione è una chiara presa di coscienza che tutte le cose sono impermanenti e che tutte sono soggette al dolore. È da qui che nasce la saggezza e la volontà di liberarsi dell'insensato ciclo della vita-e-della-morte. Se non lo facciamo, il ciclo continuerà ad andare avanti all'infinito. E noi continueremo a illuderci, a desiderare e a soffrire. In sostanza, è su questa consapevolezza che bisogna lavorare. Tutto il resto - il comportamento e le decisioni da prendere nell'esistenza - sono conseguenti.
Certo, siamo a un passo avanti rispetto alle altre religioni, che ci fanno sognare paradisi e dei salvatori. Per il buddhismo, tutte queste cose possono anche esistere, ma sono anch'esse soggette al ciclo delle nascite e delle morti. È come se il Buddha guardasse molto ma molto più lontano. Al di là dei paradisi e degli dei. Inoltre egli non dice che bisogna accettare queste spiegazioni per fede, ma solo dopo averle sperimentate personalmente.

sabato 29 settembre 2012

Sati: presenza mentale



Presenza mentale: che cosa significa essere presenti mentalmente? Non lo siamo sempre? No, non lo siamo sempre, o lo siamo superficialmente, distrattamente. Spesso per esempio non ci rendiamo conto che il nostro corpo soffre o ha bisogno di riposo, spesso non ci rendiamo conto di non essere presenti mentalmente, di fantasticare, di sognare, di ricordare, di sperare... e di essere altrove. La nostra mente è altrove, e con essa il nostro stesso essere. Chi fantastica molto può capire quello che dico: è come compiere un viaggio altrove, dimenticandoci di dove siamo realmente. Ecco il punto: possiamo essere fisicamente qui, ma mentalmente chissà dove, chissà in quale passato o in quale futuro, chissà con chi. Il mondo dell'immaginario è infinito.
Presenza mentale significa allora diventare coscienti del momento presente, delle condizioni attuali. Io mi trovo qui, in questo istante e in questo luogo. Non solo: mi rendo conto che la mia mente un attimo prima era assente, inseguiva pensieri, sensazioni, fantasie, ecc. Ogni tanto devo cercare di ritornare al presente, uscendo dal mondo immaginario. È come un richiamo improvviso all'attenzione, un alt! Alt, fermati, osservati esattamente in questo istante. Che cosa stai facendo, che cosa stai pensando? Fermati, ferma la mente. Ti accorgerai di quanto sei stato lontano, di quanto sei abitualmente lontano dalla realtà, di quanto ti fai trasportare dai sogni.
Ritorna al presente, osserva. Come respiri, come cammini, come stai seduto, come ti senti, che cosa senti, che cosa pensi? Ponendoti la domanda, dai automaticamente un alt a tutta questa attività fisica e mentale. In quel momento sei consapevole, in quel momento puoi vederti chiaramente per quel che sei. È come gettare una luce improvvisa in una stanza buia.
Esercitati periodicamente a vederti per quel che sei, ad essere attento e consapevole. Interrompi quel che fai e quel che pensi. Puoi eseguire l'esercizio seduto, sdraiato o in movimento. Puoi per esempio, diventare consapevole del respiro: come inspiri, come espiri? Ti accorgi della pause tra inspirazione ed espirazione e viveversa? Il tuo respiro è agitato? Con l'attenzione puoi calmarlo e, quindi, calmare la mente. Puoi osservare o percepire una qualsiasi parte del corpo: ti fa male? Perché?
Puoi esaminare le sensazioni. Sono piacevoli o spiacevoli? Perché? Puoi esaminare inoltre ogni stato della mente: che cosa stai provando? Odio, avversione, ira, amore, nostalgia, passione, attaccamento, paura..? O gioia, serenità, distacco? Osserva tutto e prendi nota. Rientra in te stesso, guardati.
È come vedersi per la prima volta o rivedersi, è come essere dei semplici osservatori di se stessi. Che cosa sei? Chi sei? Non darti una risposta. Soffermati sulla domanda, cioè sulla situazione attuale in cui ti trovi. Quello tu sei. Poi tornerai a dividerti e a frammentarti, e a recitare varie parti, ma per qualche attimo esci dal bozzolo delle interpretazioni, delle etichette, dei concetti. Quella tua consapevolezza è la parte più reale del tuo essere. Riesci a farla persistere per un po' di tempo?
Sai che questo è lo stato che può portarti al risveglio - al risveglio dal sogno della mente?

giovedì 27 settembre 2012

Migliorarsi


Un lettore mi scrive a proposito del mio post "La salita al Monte Carmelo":

"Non ci vuole uno sforzo per risvegliare la consapevolezza? Non bisogna lottare contro i propri condizionamenti, cercare di "ricordarsi di sé" per quanto ci risulti difficile, imparare a osservarsi e migliorare? Mi sembra che tutto questo percorso implichi un enorme sforzo. Potrebbe chiarirmi questo punto? Grazie..."

Sì, ci vuole un gran lavoro per migliorarsi, tanto che per molti di noi ci vorranno molte vite. Ma l'importante è aver incominciato. Quello che metto in dubbio, però, è l'idea che si debba combattere tutta la vita, come se si trattasse di una guerra. Non mi piace questa idea belligerante dell'esistenza, che finisce per aggravare tensione e sofferenza. Non siamo in guerra e non abbiamo in noi solo un nemico. Noi dobbiamo essere i migliori amici di noi stessi. Pur con tutti i nostri difetti, siamo venuti alla luce  e abbiamo la possibilità di essere consapevoli. Abbiamo insomma già vinto un terno al lotto. Il problema non è combattere duramente contro noi stessi, oltretutto dividendoci drammaticamente in due. Questo era l'ascetismo antico. Bisogna imparara ad apprezzarci, a mollare ogni tanto la presa e a rilassarci.
Più si desidera e si cerca accanitamente, più ci si allontana dalla meta: i racconti zen sono pieni di storie in cui il protagonista ottiene l'illuminazione proprio nel momento in cui cede a lascia andare, dopo essersi tanto impegnato. Perché l'illuminazione non è solo un accanirsi ma anche un lasciar andare, non è solo un concentrarsi ma anche un aprirsi.
È vero che talvolta la vita sembra ed è una guerra. Ma anche in una guerra ci sono periodi di tregua, di amore e di amicizia. Se no, il mondo sarebbe un inferno.
Bisogna arrivare a saper alternare saggiamente concentrazione e distensione, impegno e rilassamento. Anche il respiro ha due fasi: quella in cui si inspira l'aria e si compie dunque uno sforzo e quella in cui si espira l'aria rilassando i muscoli del torace e del diaframma. Teniamo presente che la meditazione ha più a che fare con un sentimento di calma e di serenità che con l'agitazione e la durezza.
Essere presenti, essere consapevoli è sì uno sforzo, ma ha come premio un allargamento gioioso della conoscenza e dell'essere. Rendersi conto di ciò che stiamo facendo, sentendo o pensando è un allentare la pressione. Ogni tanto, periodicamente, prendiamo coscienza del nostro stato allargando l'orizzonte, magari proprio durante un'espirazione.
In conclusione la pratica della meditazione non deve trasformarsi in una sofferenza. Non dimentichiamoci ciò che dice Thich Nhat Hanh nell'opera La meditazione camminata: "Se siete siete in pace, liberi e pieni di gioia avrete trasformato il samsara [il ciclo della vita e della morte] nella Pura Terra e non ci sarà più bisogno di andarsene via".

mercoledì 26 settembre 2012

Questioni di serietà



Da tempo vado ripetendo che la questione politica in Italia è legata alla questione morale. Il fatto è che gli italiani non hanno senso etico, sono cattolici allevati all'ombra del moralismo piccolo-borghese del cattolicesimo. In nessun altro paese europeo possono accadere le cose che capitano da noi, lo scialo del denaro pubblico. Questo dimostra che si tratta di un problema del nostro popolo - un popolo appunto privo di senso civico, un popolo privo di senso del bene comune, un popolo di approfittatori che considerano la politica un mezzo per fare soldi, per avere privilegi. L'anomalia italiana è tutta qui. Non siamo un popolo di gente seria. Basta vedere i nostri programmi televisivi: spettacoli di buffoni, anche quando si tratta di politici. Spettacoli di commedianti . Lo stesso dicasi per la religione: sacre rappresentazioni, preti e papi che fanno sfoggio dei vestiti di Armani. Senza nessuna sostanza.
Questa è la cultura italiana - tutta votata all'esteriorità. Questo è un popolo che ha bisogno di una riconversione psicologica.
Come mai non riusciamo a introdurre una legge anti-corruzione? E perché ce la facciamo imporre dall'Europa? Evidentemente da soli non ce la faremmo.
In tutte le scuole dovremmo introdurre lezioni di serietà. Un po' di interiorità per tutti. Smettere di ciarlare, smettere di apparire, fare il silenzio interiore... e sapersi guardare.

lunedì 24 settembre 2012

L'atteggiamento meditativo


Tutti cerchiamo di evitare la sofferenza e di ottenere la felicità. D'accordo: è naturale. Ma in tal modo ci troviamo sempre in lotta contro qualcosa e in favore di qualcos'altro. Perché non sostituire questo atteggiamento con uno di più o meno serena contemplazione di tutto ciò che ci capita, indipendentemente dal fatto che sia piacevole o spiacevole? In questo modo supereremmo l'atteggiamento di evitazione, di avversione, e diminuirebbe anche la nostra infelicità.
Assumiamo un atteggiamento di curiosità, di interesse, di esplorazione. Un po' come quello di uno scienziato che osserva con interesse anche il bubbone, lo scarafaggio o lo sterco. Non sono cose belle, ma sono comunque degne di considerazione. Anzi, il fatto di osservarle con interesse ci può portare dei vantaggi in termini conoscitivi e quindi in termini di eventuale intervento.
Il problema dunque non è quello di sbarazzarci con ribrezzo di qualcosa, ma di essere consapevoli di tutto. Anziché adottare uno spirito di combattimento e di chiusura (c'è un famoso libro che s'intitola Il combattimento spirituale), adottiamo uno spirito di inclusione (non di semplice accettazione, si badi bene) e di ricerca.
In fondo non è possibile eliminare il male, l'infelicità e la sofferenza. Dovremo sempre averci a che fare. Non possiamo cambiare questo stato di cose. Non potremo tenerci sempre il lato positivo delle cose. Magari fosse possibile! La vita sarà sempre un miscuglio e un alternarsi di felicità e di infelicità, di luci e di ombre, di chiarezza e di oscuramento, di saggezza e di ignoranza. In noi, come in tutti... anche nei santi.
Diventiamo dei testimoni, degli esploratori... dello spirito. E lasciamo perdere per ora i giudizi e i preconcetti. Siamo scienziati che esaminano con il massimo interesse non solo il metabolismo e la buona salute, ma anche le loro disfunzioni.

Esperienze post mortem


Un gentile lettore mi ha scritto la seguente lettera:
Egr. sig. Lamparelli,
mi permetto di chiederle un’indicazione, dal momento che la “incontro” spesso nelle mie letture, stavolta come traduttore de “ il libro tibetano dei morti” (che già conoscevo nella proposta di Tucci, di N. Norbu...). Questa presentazione mi sembra più articolata in tutti i suoi riferimenti e redatta con un linguaggio molto più scorrevole.
Il punto comunque è il seguente: una volta apprezzata la comprensione degli stati post mortem e l’intento compassionevole volto al conseguimento della liberazione anche in extremis, quale valenza ne può trarre un occidentale che non è cresciuto nella cultura tibetana e non può certo conoscere/riconoscere il pantheon delle figure soccorritrici?
Esiste nella cultura occidentale qualche conoscenza analoga, magari libera da ogni sovrastruttura immaginifica e religiosa, che sia paragonabile a questo trattato e possa essere di aiuto sia in vita sia nel tempo del trapasso?
La ringrazio per l’attenzione e i suggerimenti che vorrà darmi.

 E io gli ho risposto:

Il problema che lei si è posto me lo sono posto anch'io. Direi di lasciar perdere i particolari folcloristici, legati alla specifica cultura tibetana, e di prendere solo l'essenziale. Ad un occidentale potrebbero presentarsi figure religiose della propria tradizione (madonne, santi e così via). Ma bisogna sempre tener presente che si tratterebbe comunque di proiezioni della propria mente. Questo lo ammette anche il Bardo Todol: tutti quegli dei sono prodotti dal mondo interiore del morto, sono immagini dell'inconscio. Allora che cosa rimane?
Rimane l'idea che la coscienza umana in qualche modo sopravvive e lavora attivamente, anche dopo la morte. E che essa si trova in uno stato di sospensione in cui deve decidere quale via imboccare, guidata non più dalla ragione superficiale, ma da ciò che ha acquisito nel profondo durante la vita e da forze cosmiche (le luci) che le presentano varie scelte. In tal senso bisogna lavorare durante l'esistenza: liberarsi delle idee più comuni e cercare collegamenti con altre realtà. La meditazione può aiutare.
In ogni caso, bisogna tener a mente questo: seguire le luci più forti e non aver paura.
Non conosco opere simili a questa. Ma le innumerevoli esperienze di gente che è stata in punto di morte e che poi si è ripresa, presentano tutte caratteristiche similari: sentirsi liberati dal corpo fisico, udire voci o suoni straordinari, avere visioni di personaggi religiosi, di spiriti o di persone care, passare attraverso una specie di tunnel, essere attirati da una forte luce o terrorizzate da altre, e provare sensazioni mai provate prima o comunque enormemente moltiplicate.
Anche le esperienze di certi mistici riferiscono racconti analoghi.
Finché si è in vita, è meglio familiarizzarsi con idee del genere, in modo da non cadere in confusione di fronte ad esperienze straordinarie. La nostra mente attuale è molto limitata. Ma, liberata dal corpo fisico, può assumere capacità ben più potenti. Siamo o non siamo pezzi di universo, particelle di infinito? Ce lo dice anche la scienza. E dunque...

sabato 22 settembre 2012

Conflitti di civiltà


Non possiamo in Occidente rinunciare ai nostri diritti di critica e di satira solo per non irritare le masse musulmane, che, di fronte a qualche vignetta su Maometto, si danno a manifestazioni inconsulte, chiaramente pilotate dai loro capi, in cui uccidono o si fanno uccidere. E non possiamo accettare che questa gente proclami condanne a morte per scrittori, autori e umoristi. La civiltà musulmana non dà luogo a nessuna democrazia, tant'è vero che, ad eccezione della Turchia, tutti i regimi ispirati all'Islam sono in realtà dittature politico-religiose, il peggio del peggio per quanto riguarda la libertà dei cittadini. Noi non possiamo censurarci per non dispiacere a qualcuno che non rispetta i diritti civili. La civiltà occidentale, essendo avanti di cinque secoli rispetto a quella islamica ha in gran parte superato i regimi politico-religiosi, tranne in Italia dove la Chiesa spartisce il potere con uno Stato succube. E infatti anche da noi qualche fondamentalista cristiano ha approfittato dell'occasione per dire che non si può offendere una religione. Ma qui bisogna intendersi: criticare o fare satira non è offendere - è esercitare il diritto fondamentale della libertà d'espressione. Certo, cinquecento anni fa sarebbe stato diverso anche da noi e qualcuno sarebbe finito al rogo.
Tutto ciò ci conferma come fede e fanatismo siano parenti stretti e come aderire anima e corpo a una religione significhi mandare in pensione la razionalità. Ma soprattutto ci conferma che non distinguere tra Stato e religione sia la peggiore iattura che possa capitare ai popoli.

mercoledì 19 settembre 2012

Il paradosso dell'esistenza


Sì, la condizione umana è paradossale. L'uomo, che è un animale, è insoddisfatto di esserlo, e vorrebbe essere qualcosa di più: un essere divino, la discendenza di qualche dio. Questa sua insoddisfazione, questa sua ansia, è da una parte sofferenza e dall'altra parte un segno di effettiva trascendenza. È incredibile quanto l'uomo abbia lottato e sofferto per affrancarsi dalla natura e diventare il re del creato. Quale forza lo ha sostenuto? La coscienza di essere, che è la sua gloria, è anche la fonte della sua angoscia quando capisce che dovrà morire. Gli dei hanno riservato per sé la vita eterna, ma hanno escluso l'uomo. La ricerca scientifica, la ricerca religiosa, la ricerca spirituale sono sempre in fondo una ricerca di immortalità o almeno un tentativo di allungare il più possibile l'esistenza. Ma sembrano esserci limiti invalicabili. E, allora, ecco le elucubrazioni su una possibile sopravvivenza ultraterrena, su un altro mondo, su un'altra vita. Dagli uomini delle caverne agli imperatori cinesi, dagli antichi egizi agli alchimisti, tutti hanno cercato un rimedio contro la morte, l'elisir per l'immortalità. E ancora oggi è così. Si scruta nell'infinitamente grande e nell'infinitamente piccolo alla ricerca dei modi per prolungare la vita.
Ma intanto le malattie ci falcidiano, la vecchiaia non perdona nessuno e la morte è sempre lì, in attesa. Avremo un'anima? Siamo destinati al nulla? Le religioni ci parlano di paradisi e inferni, e il buddhismo, pur negando l'esistenza di un sé, ci parla di un nirvana, che non è comunque un nulla.
Viviamo sull'abisso, continuamente dilaniati da esigenze contrapposte. Dovremmo rilassarci, ma è difficile farlo dato che vivere è una tensione continua. Come uscire dalla contraddizione? Lo Zen ha ben evidenziato questa situazione nei suoi paradossi. Prendiamo il caso dell'uomo e della tigre.
Un uomo stava camminando nella foresta quando s'imbatté in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull'orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò da aggrapparsi al ramo sporgente di un albero.
Appeso per le braccia, guardò in basso e vide sotto di sé un'altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi che incominciarono a rodere il ramo. Ancora un po' e il ramo si sarebbe spezzato.
Fu allora che l'uomo scorse un frutto maturo. Tenendosi con una mano sola, lo colse e lo mangiò.
Com'era buono!
Ecco, questa è la nostra situazione. Prima della fine o della salvezza, tra l'essere e il nulla, c'è una successione di attimi ancora da vivere. Rifiutandosi di cedere tanto allo sconforto quanto alla speranza, lasciando perdere sia il passato sia il futuro, c'è il momento presente... in cui si può - e si deve - gustare quello che ci viene offerto.
       Con tutti i nostri difetti, noi uomini siamo degli eroi.

lunedì 17 settembre 2012

Buddha e Gesù


Buddhismo e cristianesimo non hanno niente in comune: l'uno mira alla liberazione dell'uomo da ogni istanza metafisica, l'altro invita alla sottomissione ad presunto Signore dell'universo. Ma i fondatori di queste due religioni condividono una caratteristica: la polemica contro la casta sacerdotale e la religione dei culti, del formalismo e dei sacrifici. Ai tempi del Buddha esisteva una precisa casta sacerdotale, quella dei brahmani, che si arrogavano il privilegio di fare da mediatori tra gli uomini e gli dei. In sostanza, solo i brahmani potevano celebrare le cerimonie religiose e solo i loro rituali erano considerati validi. La loro presunzione era tale che essi sostenevano che perfino gli dei dipendessero dai sacrifici celebrati e che le loro formule fosseroin grado di assoggettare la volontà dei celesti. Il cuore della loro religione era dunque una serie di riti, pubblici e privati, che dovevano accompagnare ogni avvenimento dell'esistenza. In un rituale si potevano infatti sacrificare centinaia di tori, buoi, vacche, capre, cavalli, ecc. Ma proprio contro questo tipo di religiosità predicava il Buddha che in varie occasioni sconsigliò qualcuno di eseguire sacrifici propiziatori e in parecchi testi sostiene che il vero brahmano è colui che vive attento e concentrato, evitando passioni, attaccamenti e violenze, colui che è capace di meditare, e non di certo l'uomo che compie esercizi ascetici o che sacrifica animali agli dei.
Cinquecento anni dopo, anche Gesù fu fautore di una religione non più basata sui sacrifici di animali, ma sulla misericordia. Citava la frase di Osea: "Misericordia, voglio; non sacrifici". Ai suoi tempi, il tempio di Gerusalemme era un enorme mattatoio in cui venivano sacrificati gli animali. Per lui, riti e cerimonie «sacre» hanno ben scarso valore. Insieme con i profeti precedenti, ripete che il culto voluto da Dio non è fatto di sacrifici e di liturgie, ma di azioni pratiche, di carità verso il prossimo, per esempio dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, ospitare i forestieri, vestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati, e aiutare in genere chiunque soffra. È per questo che il «laico» samaritano, soccorrendo il ferito della parabola, risulta più religioso di un sacerdote e di un levita che certo avranno osservato ogni «iota» della Legge.
Tuttavia, non basta nemmeno tale attività caritativa per meritarsi il regno dei cieli. Già nel giudaismo si praticavano opere assistenziali, per le quali si costituivano particolari associazioni. Quando Gesù ci parla di elemosine, orazioni e digiuni, segue regole preesistenti che anche i migliori farisei osservavano. Per un ricco, non è difficile fare un po' di beneficenza. Ma basta fare qualche offerta per assicurarsi la salvezza?
Il culto che egli propugnava non era qualcosa di precostituito e di esteriore, qualcosa di formalizzato una volta per tutte, qualcosa che si sarebbe inevitabilmente burocratizzato, ma un rapporto intimo e profondo fra la creatura e il Padre celeste. E nessuno può «amare» Dio e gli uomini sulla base di regolamentazioni, di riti e di prescrizioni fiscali.
Gesù si era battuto contro la pretesa che qualche gruppo potesse erigersi a casta religiosa «separata» (questo è il senso del termine «fariseo»).
Egli mirava a far sì che gli uomini ricuperassero un rapporto diretto, immediato, con il Creatore, identificato – non a caso – con la figura familiare del Padre; e trovava proprio nella casta sacerdotale e nella setta farisaica – con le loro pretese di mediazione fra l'uomo e Dio – il maggior ostacolo.
«Si avvicinava la festa ebraica della Pasqua e Gesù salì a Gerusalemme. Nel cortile del Tempio trovò gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti ai loro banchi.
«Costruita allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti dal Tempio, con le pecore e i buoi; rovesciò anche i banchi dei cambiavalute spargendo a terra il loro denaro. Poi disse ai venditori di colombe: "Portate via queste cose e non fate mercato della casa di mio Padre!'» (Gv 2, 13-16).
Nella scena della cacciata dal Tempio, Gesù non se la prende solo con quei commercianti di colombe e di altri animali da sacrificio. La sua reazione è rivolta innanzitutto contro i responsabili del Tempio (sadducei, sacerdoti e leviti), che fanno del culto una forma di mercanteggiamento con Dio. Costoro capirono perfettamente che l'attacco era rivolto contro di loro, tanto che – come scrive Luca – «i sommi sacerdoti, gli scribi e gli altri notabili del popolo cercavano il modo di farlo morire» (Lc 19, 47). Il suo atteggiamento «antiecclesiastico» è dunque più che evidente. Non solo predice la rovina del Tempio ma, ogni volta che nomina le sinagoghe, le considera luoghi in cui i suoi seguaci saranno torturati:

Ma se Buddha e Gesù sono accomunati da questa polemica contro la casta sacerdotale e contro la religione dei rituali, l'esito storico sarà diverso. Mentre infatti Gesù, privo di senso pratico, finirà per essere fatto fuori dalla casta che criticava, Buddha, proveniente da una classe sociale elevata e dotato di senso politico, riuscirà a campare fino a tarda età. Il fatto è Gesù, benché parli di amare i nemici, si contrapponeva irosamente ad essi; invece nel DNA del Buddha c'era proprio la non-contesa, il non-odio, la non-ira.

lunedì 10 settembre 2012

Lo spirito del rilassamento


Come mai il rilassamento, la calma e il silenzio mentale vengono caldeggiati dal Buddhismo e in generale dalla spiritualità della meditazione, ma non dalle altre religioni? Come mai nelle altre religioni non troviamo mai un invito a rimanere tranquilli o a stare seduti senza fare nulla? Come mai troviamo invece appelli alla guerra contro il male, alle crociate, all'impegno ascetico, allo sforzo, alla lotta, eccetera? Sì, talvolta troviamo inviti alla pace... ma lasciati cadere distrattamente, quasi senza crederci veramente. In Gesù troviamo perfino frasi come: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada!". Il risultato sono le nostre società (cristiane, musulmane, ebraiche, indù, ecc.), dominate dalla guerra interna ed esterna, dalla lotta, dalla competizione e soprattutto dal rumore continuo. Tutte ci dicono che dobbiamo lottare... per conquistare il bene, s'intende: ma, intanto, è guerra.
Il problema è molto profondo. E non si tratta di qualcosa di esteriore o di ambientale. Il fatto è che l'uomo è prima di tutto in guerra con se stesso. Mentre un gatto è un gatto e non aspira ad essere altro; mentre un platano è un platano e non vuole essere un ciliegio o chissà che altro, l'uomo aspira sempre ad essere altro da sé. O vorrebbe essere come certi modelli irraggiungibili (gli attori, i ricchi, i potenti, i famosi, ecc.) o vorrebbe essere più bello, più forte, più intelligente, più virtuoso, ecc. Anche in campo religioso, è accesa la gara ad essere ciò che non si è: devi migliorarti, devi lottare contro il male, contro le cattive tendenze, devi essere più buono, devi essere perfetto come lo è Dio, ecc. Insomma, ti senti un essere inferiore e devi impegnarti a fare meglio. Da qui la gara continua a fare di più, ad essere migliore... a non essere ciò che sei. Da qui la febbre mentale che fa stare male tutti, l'irrequietezza senza tregua, l'invidia, l'ira, l'avversione verso gli altri e verso te stesso. Questo è il punto: nessuno ti dice che vai bene così come sei... e che, anzi, stai male proprio perché non ti accetti.
Nessuno ti dice di stare calmo, di rilassarti, di stare in silenzio, di restare fermo. Nessuno ti dice di accettare te stesso e gli altri, coloro che sono diversi da te. Nessuno ti dice che, restando quello che sei, sei già perfetto... qualunque cosa tu sia. Sei perfetto, così come lo il gatto o il platano. Credi forse che Dio abbia fatto le cose sbagliate? Sì, lo credi. Lo credi al punto che credi anche nel Diavolo. Ma nota come il prefisso -di di Dio e Diavolo, di antica origine indo-europea, già stia a indicare la divisione. Tutto è diviso nel nostro mondo, dall'io a Dio. Tutto è in dissidio e in competizione.
Se predicassimo la calma, invece dello sforzo, e se stigmatizzassimo chi è agitato, nervoso e irascibile, basterebbe questo a trasformare il mondo. Ma i nostri valori sono altri. E si vede. Siamo in guerra dalla mattina alla sera, contro gli altri e contro noi stessi.
Ma prova a rilassarti, a stare seduto senza fare niente, a fare silenzio nella tua mente. Prova a smettere di aspirare ad essere diverso da ciò che sei. Prova a smettere di desiderare il perfezionismo. Prova a smettere di desiderare che non ci siano aspetti negativi in te o negli altri. Male e bene sono dappertutto e in tutti. E allora datti una calmata, rilassati. Rilassati in ciò che sei. Non importa come sei. Comunque tu sia, con tutti i tuoi difetti, vai già bene, sei autentico. Tu sei fortunato ad essere nato... ad essere. Tra milioni di spermatozoi hai già vinto tu. Hai già vinto alla lotteria. Renditene conto. Hai aperto gli occhi sull'essere... e dunque sei. Che altro vuoi?
D'accordo, non sei perfetto. Ma nessuno lo è, nemmeno Dio. Dunque, rilassati. Assapora ciò che sei, il fatto di essere. Non devi essere diverso, non devi essere un altro, non devi essere migliore, non devi alienarti. Così come sei, con tutti i tuoi pregi e i difetti, sei autentico. E il tuo compito nella vita è essere te stesso, è essere autentico. E questo lo puoi essere semplicemente... rilassandoti.
Ecco come il rilassamento, la calma e il silenzio interiore diventano spiritualità. Sembrava niente rilassarsi, sembrava un fatto fisico, un problema di stress. No, è il tuo problema, è il problema fondamentali degli esseri umani.
Appena puoi, rilassati. Cerca di essere te stesso. Accettati. Così farai felice, oltre a te stesso, anche l'universo.
Riappacificarsi con se stessi per riappacificarsi con il mondo - questo è il senso profondo del rilassamento.

domenica 9 settembre 2012

La salita al Monte Carmelo


Sembra che la via debba essere un'aspra e lunga salita, che ci si debba allenare sempre di più, che ci siano da superare tanti ostacoli, che si debba essere sempre più vitruosi e buoni... ma non è così. Non c'è veramente un'ascensione, un progressivo miglioramento, un continuo perfezionamento. Perché la meta non sta in alto. E perché tu non devi affatto migliorare.
La meta è già in tuo possesso, sei tu, è la consapevolezza che si accende. La meta è già in te, anzi è dietro di te. È ciò che è consapevole in te. È lo sguardo che guarda. Non è davanti a te, non è sopra di te. Quindi in realtà non c'è nessuna meta. Sei già nella meta, non ti sei mai allontanato da essa. Ce l'hai dentro di te, è te.
Le pratiche ascetiche, le buone azioni, il perfezionamento spirituale, i rituali, la lotta contro il male... tutte sciocchezze di una religiosità deteriore.
La meta è un attimo di consapevolezza, è scoprire che non ti eri mai mosso dalla meta. È un rinunciare a protendersi. È scoprire ciò che hai sempre avuto, ciò che sei sempre stato. Non devi tanto perfezionarti, perché ciò che hai e sei va già bene così com'è. on devi salire su una montagna. Devi smettere di sforzarti. E ritrovare il tuo essere essenziale, originale.

giovedì 6 settembre 2012

L'insoddisfatto

"Il più piccolo dei felini è una capolavoro della natura" scriveva Leonardo da Vinci riferendosi al gatto. In realtà, quasi tutti gli animali sono organismi perfetti: lo squalo, il cefalo, il cavallo, il ragno, il gabbiano, le formiche, ecc. Ognuno svolge perfettamente il suo compito, ognuno è soddisfatto di ciò che è, ognuno è una meraviglia della natura. Tutti, tranne l'uomo. L'uomo non è soddisfatto, ha desideri che superano le sue possibilità, ha comportamenti del tutto innaturali, è in parte in preda all'istinto e in parte no. Come diceva Nietzsche, "l'uomo è l'animale malato". È un animale che non si rassegna ad esserlo e che sporge dai suoi stessi limiti. Un po' animale e un po' no. Ma proprio questa è la sua grandezza. Non sappiamo quale sia il suo destino, non sappiamo a che cosa darà origine, non sappiamo se durerà a lungo, non sappiamo se questa sua eccedenza di senso sia un difetto che lo perderà. Però ci rendiamo conto che la sua insoddisfazione non è solo una dannazione, ma un desiderio di trascendenza.

L'Anticristo

Non è un caso che all'origine del cristianesimo come religione organizzata ci sia quel Pietro che aveva tradito Gesù. In realtà il cristianesimo nasce proprio come tradimento del messaggio del suo ispiratore. "Misericordia voglio, non sacrifici" ripeteva il Nazareno citando un profeta dell'Antico Testamento, Osea. E intendeva dire che voleva fatti concreti, aiuti dati agli uomini, e non rituali, non libri sacri, non chiese, non sacerdoti di professione. Ma immediatamente fu tradito, non solo da Pietro che, essendo lento di comprendonio, non aveva capito il suo messaggio, non solo da Paolo che non l'aveva mai conosciuto, ma anche dalla religione nascente, che falsificò i Vangeli mettendo in bocca al Nazareno frasi che non aveva mai pronunciato. Insomma l'Anticristo di cui si favoleggia in alcuni testi del Nuovo Testamento era già presente poco dopo la morte del Cristo, aveva già preso forma nel desiderio dei suoi seguaci di creare un culto organizzato.

domenica 2 settembre 2012

La morte del cardinal Martini


E così il Cardinal Martini è morto con dignità, rifiutando l'accanimento terapeutico, quell'alimentazione forzata e quel sondino che i bigotti nostrani volevano imporre a tutti con una legge sul testamento biologico. D'altronde aveva scritto Martini: "Le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona".
Questione di buon senso, quel buon senso che manca ai clericali nostrani che vorrebbero impedire all'individuo ogni possibilità di scelta.
Lui ha potuto scegliere, ma Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro no.
E il padre di Eluana Englaro ha commentato: «L'eutanasia non c'entra, la sua è stata autodeterminazione. È il diritto di ognuno di poter dire: "non mi impedite di morire"».
Se però al cardinale fossero state inseriti sondini o macchine per la respirazione, si sarebbe trovato nella stessa situazione di Piergiorgio Welby o di Eluana Englaro.
L'insegnamento che ci viene da questa vicenda è sempre lo stesso: chi è importante, potente o ricco può scegliere, magari andando in qualche clinica Svizzera. Gli altri no. Pura ipocrisia.
Martini lascia un buon ricordo perché era un uomo capace di ascoltare e di rispettare le idee altrui, cose che i gli altri cardinali, vescovi e papi si sono dimenticati di fare, intenti solo a imporre le loro idee. Non per nulla, era stato emarginato in senso alla Chiesa.

De-situarsi


In una intervista radiofonica, Umberto Galimberti dice che le vacanze sono il periodo migliore per "de-situarsi", ossia per interrompere le proprie abitudini e cercare uscire dal ruolo che ci siamo attribuiti nella vita quotidiana. Noi questo lo diciamo in continuazione, e consigliamo la pratica della meditazione per "de-situarsi" non solo una volta l'anno, ma tutto l'anno, tutti i giorni. È necessario riuscire a riconoscerci al di là dei ruoli che svolgiamo abitualmente: quelli professionali, quelli sociali, quelli relazionali, quelli culturali, quelli religiosi, e così via. Quanto più ci identifichiamo con questi ruoli, tanto più ci alieniamo da noi stessi, diventiamo delle maschere, dei pupazzi. Tutto ciò che diciamo e pensiamo deriva dal ruolo, non da ciò che siamo veramente, e così perdiamo noi stessi.
Per ricuperare il nostro sé originale, per ritrovare ciò che siamo veramente, al di là delle maschere che la società ci impone o che ci imponiamo noi stessi, dobbiamo ogni giorno ricordarci che c'è un altro sé, che c'è un'altra identità, più profonda e più autentica. E dobbiamo ritrovare il contatto con essa.

venerdì 31 agosto 2012

Zen e teologia


"Teologia" è il nostro ragionamento su Dio e il divino, è la mente umana che, utilizzando la propria logica, cerca di capire qualcosa della trascendenza. Non c'è niente di male, naturalmente. Ma non si pretenda che valga qualcosa. Tutta la teologia infatti parte dal presupposto che la ragione possa comprendere la trascendenza, il divino. Ma questo presupposto può essere contestato. Prima di ragionare su Dio, domandiamoci se la mente umana possa farlo e se il mondo sia ordinato secondo la nostra stessa logica. E, soprattutto, domandiamoci a che cosa serve "conoscere" Dio. Se per conoscere intendiamo approdare alle fiacche formule della teologia ("Dio è il bene, è amore, è assoluto, ecc.), in realtà non stringiamo niente: rimagono concetti, astrazioni, filosofia... senza costrutto, senza utilità. Tutto rimane come prima, dentro e fuori di noi.
Se invece per "conoscere" partiamo dalla nostra sete di infinito, dal nostro bisogno di superare qualsiasi limite - e se questa è la nostra trascendenza o il nostro Dio -, allora il discorso si sposta dalla conoscenza intellettuale, che non cambia molto, all'esperienza. Che tipo di esperienza? Ovviamente un'esperienza di liberazione e di superamento.
Quando possiamo ottenere - o almeno avvicinarci - a un simile stato? Non certo quando pensiamo in termini di tradizioni, di teologie, di filosofie, di religioni, ecc., ma solo quando trascendiamo tutte queste cose... quando cioè ci liberiamo dalla mente stessa. È possibile farlo? Rivolgiamoci allo Zen. Quando un discepolo vuol parlare della verità, della meditazione o dell'assoluto, il maestro zen incomincia a sbadigliare. I soliti labirinti della logica, i soliti giochi di parole. Se vuoi conoscere per esempio che cosa sia un vaso, è inutile che lo definisci e lo pensi in mille modi - devi piuttosto prenderlo in mano.
Ma nel caso di Dio, del divino o della trascendenza che cosa possiamo afferrare? Ovviamente niente. Niente sarà sufficiente a definirlo, a racchiuderlo, a delimitarlo. Perché è proprio l'illimitato. E, allora, non rimane che fermare la mente indagatrice. Lì nel vuoto, liberi da tutti i concetti... teologici.

martedì 28 agosto 2012

L'analfabeta sapiente


Continua l'opera evangelizzatrice e moralizzatrice della Chiesa cattolica a spese della Rai, cioè di noi tutti. Dopo averci crocifisso con le storie di santi e di papi, dopo averci asfissiato con decine di film sul Cristo e sulla Madonna, ecco che incominciano i beati: è preannunciato uno sceneggiato sulla beata  Teresa Manganiello, "l'analfabeta sapiente", un personaggio che tutti volevamo vedere rappresentato in televisione per edificarci in questo periodo di crisi. Il guaio di questi filmetti è che, oltre ad essere noiosi e deprimenti, sono fatti male: pura agiografia, ossia racconti dove la verità storica è sempre piegata ad esigenze di propaganda religiosa. Insomma, la Chiesa ordina e lo Stato paga la realizzazione, sempre al servizio della fede. Mai come in queste occasioni si vede quel perverso intreccio tra Stato e Chiesa che ha ridotto l'Italia in stato fallimentare, sia sul piano culturale sia sul piano economico. I due piani infatti vanno di pari passo: un popolo ignorante, allevato sulla base di credenze medievali, non può che ridursi in miseria.
Basti dire che in Italia non si possono avere leggi civili sulle coppie di fatto o sui gay perché il Vaticano non vuole. Anche la legge 40 sulla fecondazione assistita è stata una norma voluta dalla destra oltranzista su dettatura papale. Non si è mai visto uno Stato così prostrato di fronte alla religione. Forse solo i paesi musulmani... E non c'è differenza tra destra e sinistra: quando si tratta di essere sottomessi alla Chiesa, i nostri politici sono tutti uguali. Forse credono, nella loro ignoranza spirituale, che il paese abbia ancora bisogno di essere guidato dalla religione, che nel frattempo dà un grande spettacolo mondiale  di moralità con i preti pedofili e con le banche vaticane che riciclano i soldi delle mafie.
Resta il fatto che la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo ha appena appena decretato che la legge 40 "è incoerente e viola il diritto alla vita privata e familiare". Da una parte infatti in Italia si ammette l'aborto, ma dall'altra non si possono fare gli screening pre-impianto del feto. Insomma, a questi risultati ridicoli ci porta il servaggio verso la Chiesa cattolica. E i cattolici hanno deciso che, pur di non fare screening preventivi, sia meglio fare un aborto... successivo. Legge punitiva, discriminatoria, oscurantista, irrazionale e sadica, partorita da una mente disturbata dal fanatismo religioso.
Chissà se qualche politico incomincerà timidamente a mettere in dubbio la civiltà delle leggi volute dalla Chiesa. Purtroppo lo spread economico che ci impoverisce tutti i giorni nasce proprio da questo spread culturale. A forza di "analfabeti sapienti" non andremo molto lontano.

domenica 26 agosto 2012

I "sani di mente"


E così il norvegese Breivik che ha ucciso 77 giovani e ferito altre 200 persone è stato giudicato sano di mente. Sane di mente sono anche le persone che negli Stati Uniti si armano di tutto punto e si mettono a uccidere a casaccio - a chi tocca tocca. Sani di mente sono gli italiani che questa estate, mentre imperversa un caldo africano, si divertono ad appiccare incendi nei boschi:è come se segassero il ramo su cui si trovano. Sani di mente sono gli agenti di Borsa che un giorno si danno all'euforia e il giorno dopo cadono in preda alla depressione più nera. Sani di mente sono gli speculatori finanziari che, per arricchirsi, gettano sul lastrico milioni di persone. Sano di mente è Assad che un giorno si fa vedere a pregare devotamente in una moschea e il giorno dopo ordina al suo esercito di massacrare la popolazione - chi c'è c'è. Sani di mente sono i nostri governanti che prima ci massacrano di tasse e dopo si chiedono come mai non cresciamo. Sani di mente sono i camorristi che utilizzano le processioni religiose per darsi un'aria di sacralità e per uccidere meglio. Sani di mente sono i preti che credono in Dio e Satana nello stesso tempo... E potrei continuare a lungo.
Ma siamo sicuri di essere sani di mente o di vivere piuttosto in società in cui la follia è l'unica vera normalità, e i sani di mente sono visti come pericolosi eversori? Il problema di questo stato collettivo di follia è che fa soffrire, fa odiare il mondo, fa vedere nell'altro il nemico da abbattere. Il piromane avrà anche qualche suo piccolo interesse, ma quello che fa è del tutto sproporzionato. Come se, per uccidere una zanzara, sparasse un missile nucleare. O non ragiona o, appunto, è malato di mente.
Ma ormai l'intera umanità soffre di questa malattia, perché il mondo che ha costruito è basato sulla competizione tra individui e sull'interesse egoistico. Nessuno pensa all'interesse dell'intera umanità, all'interesse dell'intera terra. Si disbosca, si incendia, si costruisce, ci si moltiplica, si inquina l'aria e la terra... e poi si sta sempre più male, si soffre sempre di più - con il risultato che non si sa con chi prendersela. In realtà dovremmo prendercela proprio con noi stessi. Qui però ci vorrebbe una presa di coscienza che è superiore alla mente umana, formatasi per far sopravvivere l'individuo a scapito di tutti gli altri, a scapito dell'ambiente. Fanno così tutti gli animali, fanno così tutti gli esseri privi di coscienza.
Per cambiare le cose, non basta che qualcuno capisca il meccanismo: è necessario che tutti lo capiscano, che tutti siano consapevoli. E invece la nostra cultura è tutta impegnata a nascondere, a occultare, a insabbiare la verità, offrendo soltanto diversivi e stupidi divertimenti: calcio, televisione, feste, balli a canti...
Far rinsavire l'umanità non è per niente facile, perché gli stessi medici sono pazzi. Quelli che dovrebbero guidarci, i politici, i filosofi, i saggi, i religiosi, sono malati come tutti gli altri, se non peggio. Oggi se non sei un giullare, un attore, un egocentrico narcisista non puoi diventare né un presidente né un papa. Devi vivere per l'esteriorità, come tutti gli altri, altrimenti non ti votano.
Il mondo è così perché la nostra mente collettiva è così; questo è il mondo fatto da chi ha questa mente. Cambiate la mente e il mondo cambierà. Se non lo farete, se andrete avanti indifferenti e incoscienti, rassegnatevi a morir di freddo un giorno e scoppiare di caldo il giorno dopo. Anche il tempo infatti risente della pazzia generale.