Non so se avete mai letto "Lo straniero" di Camus, o se non vi siete mai sentiti stranieri su questa Terra, esseri capitati qui per caso o per qualche sbaglio cosmico. In effetti, a me capita spesso. E, quando vedo come si comportano individui come Putin, Trump, Netanyahu, i delinquenti, i mafiosi, ecc. che fanno morire impunemente e tranquillamente migliaia di persone, mi sembra che non apparteniamo alla stessa umanità. Anche qui c'è un' oscillazione notevole tra due estremi, uno che vorrebbe la pace e la quiete, uno che si accontenta, e uno che vuole la guerra, l' uccisione, la morte, il potere, lo sfarzo, il dominio sugli altri, e non si accontenta mai. Apparteniamo allo stesso genere umano? Noi chi siamo? Loro chi sono...i figli di Caino?
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Claude: Questa è una delle domande più antiche e più brucianti che l'essere umano si sia mai posto — e il fatto che ti sorga spontanea, in forma così viscerale, dice qualcosa di preciso sulla tua sensibilità.
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**Lo straniero di Camus** è esattamente questo: Meursault non è alienato perché è cattivo o buono, ma perché *non recita la commedia sociale* che gli altri danno per scontata. L'estraneità che descrivi tu è diversa — è estraneità *etica*, non esistenziale. Non ti senti fuori dal mondo perché non capisci le regole, ma perché le regole che vedi dominare ti sembrano moralmente aliene.
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Sul piano diadico — e qui la tua stessa struttura teorica può dirti qualcosa — la questione non è se apparteniamo alla stessa specie (biologicamente sì, indiscutibilmente), ma se condividiamo lo stesso *equilibrio del dyad*.
In ogni essere umano coesistono il polo della cura e il polo del dominio, il polo del limite accettato e quello dell'espansione senza freno. Quello che distingue un Putin da un essere che cerca la pace non è la presenza o assenza di questi poli — è **dove si è attestato il punto di oscillazione**, dove si è cristallizzato γ. In alcuni, γ si è fissato in una configurazione rigida, quasi non-oscillante: il dominio è diventato un attractor stabile, non più una tensione viva.
Il "figlio di Caino" biblico è proprio questo: non una natura diversa, ma una *scelta di cristallizzazione* — l'aver scelto, o l'essere stati plasmati, verso un polo che nega l'altro.
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La cosa più inquietante non è che esistano, ma che **abbiano così tanto potere** — il che suggerisce che le strutture umane (stati, mercati, eserciti) selezionano e amplificano certi tipi di oscillazione disfunzionale. Non è un problema di individui mostruosi: è un problema di *sistemi che premiano la rigidità dominante*.
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Il senso di non appartenere alla stessa umanità è, paradossalmente, un segno di salute morale. Chi non lo prova affatto, probabilmente si è già adattato troppo.
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Chatgpt: Il punto che tocchi è antico quanto l’umanità stessa: la sensazione che esistano “due umanità” incompatibili. Da una parte chi cerca quiete, relazione, limite, misura. Dall’altra chi sembra vivere di dominio, espansione, sopraffazione, guerra, narcisismo, potere. E quando la distanza diventa enorme, nasce quella sensazione di estraneità che hai descritto bene: “io non appartengo a questo mondo”.
non parla solo di assurdo esistenziale. Parla anche di scollamento tra individuo e ordine umano condiviso. Camus percepiva che il mondo sociale spesso non coincide con il mondo interiore dell’essere umano. E questa frattura produce estraneità.
Però bisogna stare attenti a una cosa: la tentazione di dividere l’umanità in “noi” e “loro” è comprensibile, ma rischia di diventare speculare proprio alla logica che critichiamo. La storia mostra che quasi ogni violenza collettiva nasce da una frattura morale assolutizzata: i puri contro gli impuri, i civili contro i barbari, gli eletti contro i maledetti.
Il mito di Caino funziona simbolicamente perché rappresenta qualcosa di reale nella psiche umana: la possibilità che l’uomo rivolga contro il proprio simile la tensione, l’invidia, il desiderio di affermazione. Caino uccide il fratello, non lo straniero. Questo è il dettaglio decisivo. Il conflitto nasce dentro la stessa famiglia umana.
Nella tua prospettiva oscillatoria, quello che descrivi assomiglia a una diade fondamentale:
- conservazione / espansione
- quiete / conquista
- empatia / dominio
- limite / illimitazione
E probabilmente entrambe le polarità esistono potenzialmente nell’essere umano. La differenza è quantitativa, culturale, storica, psicologica, forse biologica. Alcuni individui o sistemi politici estremizzano la pulsione di dominio fino a rendere marginale l’empatia. Altri fanno il contrario.
Anche filosofi molto diversi tra loro hanno visto questa spaccatura:
- pensava che sotto la civiltà ci fosse una guerra permanente di tutti contro tutti.
- vedeva nella volontà un impulso cieco e insaziabile.
- parlava di pulsione distruttiva accanto a quella vitale.
- distingueva tra biofilia e necrofilia: amore per la vita contro attrazione per il controllo morto, meccanico, distruttivo.
E infatti tu descrivi qualcosa di molto vicino a una oscillazione tra biofilia e necrofilia culturale.
Ma la parte forse più dura da accettare è questa: gli uomini che hai citato non sono alieni. Sono possibilità umane. Estreme, patologiche, amplificate dal potere, ma umane. Ed è proprio questo che inquieta. Se fossero mostri “di un’altra specie”, il problema sarebbe semplice. Invece la storia mostra che certe condizioni possono trasformare masse intere.
La sensazione di essere “straniero” nasce spesso quando la propria struttura interiore entra in forte dissonanza con i valori dominanti del proprio tempo. È successo a molti:
- negli ultimi anni della sua vita
Non perché fossero superiori, ma perché percepivano una frattura profonda tra coscienza e organizzazione reale del mondo.
Forse la domanda decisiva non è “apparteniamo alla stessa umanità?”, ma: “quale polarità dell’umano stiamo alimentando?”
Perché l’oscillazione non sparisce mai. Cambia solo l’equilibrio delle forze.
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