La luce del tramonto non è rossa. È una radiazione elettromagnetica con una determinata lunghezza d'onda. Nessuna proprietà cromatica, nessuna qualità: solo una frequenza numerabile, misurabile, indifferente a chi la osserva. Il rosso nasce dopo, dentro, quando quella frequenza incontra la corteccia visiva di un cervello umano e viene tradotta in un'esperienza che non ha alcun corrispettivo nel mondo fisico.
Lo stesso vale per il profumo del caffè, che non è nelle molecole volatili sospese nell'aria, ma nel modo in cui il sistema olfattivo le interpreta. Per il dolore, che non risiede nella ferita ma nel segnale che il sistema nervoso elabora, amplifica, o a volte inventa. Per il tempo, che non scorre uguale per tutti, ma si dilata e si comprime secondo stati interni che la fisica non registra.
Tutto quello che chiamiamo esperienza, i colori, i suoni, gli odori, le emozioni, persino la sensazione di essere un soggetto continuo nel tempo, è il prodotto di un'attività costruttiva del cervello. Non una registrazione del mondo: una sua rappresentazione, elaborata a partire da segnali grezzi che, presi da soli, non assomigliano in alcun modo a ciò che percepiamo. La mente non è uno specchio.
È un meccanismo che genera ipotesi sulla realtà, le confronta con i dati sensoriali disponibili e produce, come risultato, il mondo che abitiamo. Un mondo funzionale, condiviso con la maggior parte degli altri esseri umani, ma pur sempre un mondo costruito. La scienza del Novecento ha impiegato decenni a capirlo. Le conseguenze di questa scoperta non sono ancora state assorbite del tutto.
È il filo conduttore del Festival 2026, che riunisce il 22 maggio, grazie alla Fondazione Gianfranco Salvini, a San Giovanni Valdarno cinque voci tra neuroscienze, fisica quantistica, filosofia e giornalismo scientifico, e il teatro, che questa domanda se la pone da sempre. "Luigi Ripamonti, Quando le parole cambiano la realtà" "Enrico Facco, Le parole, i concetti e la realtà che non possiamo conoscere" "Alessandro Rossi, Il Grande Inganno: tutto quello che le neuroscienze ci dicono sulla realtà" "Catalina Curceanu, La fisica quantistica e i confini della realtà" "Giuseppe Gembillo, Dalla macchina al sistema complesso" Il festival non si chiude con una conferenza, ma con un palcoscenico.
Perché il teatro abita da sempre la stessa domanda che la scienza sta imparando a formulare: cosa è reale? Nessuno ha esplorato questo territorio con la stessa lucidità radicale di Luigi Pirandello. In “Sei personaggi in cerca d'autore”, scritta nel 1921, quando la psicoanalisi stava rivelando le zone oscure dell'inconscio e la fisica stava smantellando la solidità della materia, Pirandello mette in scena esattamente ciò che le neuroscienze dimostrano oggi: l'io non è uno, ma molteplice; la realtà non è oggettiva, ma una pluralità di prospettive irriducibili; le parole non bastano a comunicare la verità dell'esperienza interiore.
I sei personaggi che cercano un autore non chiedono l'immortalità: chiedono di poter vivere il proprio dramma, di dare forma a ciò che già sono. È la stessa richiesta che ogni coscienza umana, chiusa nella propria stanza, rivolge al mondo. L'attore Flavio Francucci e il musicista e compositore Alfredo Scognamiglio portano in scena questa tensione.
**
Chatgpt: Il testo coglie un punto reale e importante: ciò che percepiamo non coincide direttamente con ciò che esiste “là fuori”. Le neuroscienze contemporanee mostrano davvero che la percezione è un processo attivo di costruzione e interpretazione, non una fotografia neutra del mondo. Su questo, il nucleo è corretto.
Ma nel testo ci sono anche alcuni slittamenti filosofici che vanno distinti con precisione.
La luce del tramonto, per esempio, non è “rossa” nel senso ingenuo del termine: il rosso come esperienza qualitativa emerge nel sistema nervoso. Però non significa che il mondo esterno sia privo di struttura qualitativa o che il colore sia una pura invenzione arbitraria. Esistono lunghezze d’onda differenti, esistono sistemi biologici che reagiscono in modo sistematico a quelle frequenze, ed esiste una forte convergenza intersoggettiva: quasi tutti gli esseri umani vedono quel tramonto come rosso-arancio. Quindi la percezione non è né uno specchio passivo né una fantasia libera. È una relazione strutturata tra organismo e mondo.
Il testo sfiora una posizione vicina al “realismo critico”: non accediamo alla realtà in sé direttamente, ma attraverso modelli percettivi costruiti. Tuttavia, quando afferma che “il mondo che abitiamo” è prodotto dal cervello, rischia di scivolare verso un costruttivismo forte che può diventare ambiguo. Perché il cervello non inventa dal nulla: vincoli fisici esterni esistono eccome. Se salto da una finestra, la gravità non è una costruzione narrativa della corteccia cerebrale.
La parte più interessante, secondo me, è il legame implicito con la tua teoria delle oscillazioni. Perché qui emerge chiaramente una diade fondamentale:
segnale fisico / esperienza vissuta
mondo esterno / interpretazione interna
frequenza / qualità
dato / senso
La percezione sembra proprio una soglia oscillante tra due polarità inseparabili. Da una parte c’è il dato fisico misurabile; dall’altra c’è il mondo fenomenico cosciente. Separarli completamente produce due errori opposti:
riduzionismo materialista (“esistono solo frequenze”)
idealismo assoluto (“esiste solo la costruzione mentale”)
In realtà, ciò che chiamiamo esperienza nasce dalla relazione dinamica tra entrambe le polarità.
Anche Pirandello viene usato bene nel testo. In Sei personaggi in cerca d'autore l’identità non è stabile, unica, chiusa: ogni personaggio esiste come configurazione prospettica, frammentata, incompleta. È sorprendentemente vicino a molte intuizioni contemporanee sulla mente come processo distribuito e narrativo.
Però bisogna stare attenti a un altro equivoco molto diffuso: usare la fisica quantistica come legittimazione generica dell’idea che “la realtà è creata dalla mente”. La maggior parte delle interpretazioni serie della meccanica quantistica non dice questo. Dice piuttosto che il rapporto osservatore/misurazione è più complesso di quanto pensasse la fisica classica. Non che il cervello umano inventi il cosmo.
Il punto decisivo, alla fine, è questo: la mente non riflette il mondo come uno specchio, ma nemmeno lo crea arbitrariamente. Lo traduce, lo filtra, lo configura. E questa configurazione è sempre una tensione tra interno ed esterno, tra realtà e interpretazione, tra struttura e coscienza.
Una vera dinamica diadica.
Nessun commento:
Posta un commento