Restare nella pausa tra impulso e risposta significa smettere di reagire automaticamente e iniziare a scegliere. Nel vuoto si apre lo spazio più concreto della nostra libertà
Di: Tommaso Giacopini
“Sto morendo di fame”, “Ho assolutamente bisogno di dormire”, “Non ce la faccio più”, “Se non smette di piovere impazzisco”, “Tu mi fai arrabbiare”. Sono espressioni che utilizziamo quotidianamente, senza darci peso, senza fare caso a ciò che esprimiamo con quella scelta di parole. Frasi automatiche, pronunciate sull’onda dell’emotività, che a rileggerle fanno quasi sorridere per la loro ingenua intensità. Può essere che dietro questa apparente ingenuità si nasconda qualcosa di più profondo?
Il nostro corpo è attraversato continuamente da bisogni fisiologici fondamentali: mangiare, bere, dormire, riposarsi, sentirsi al sicuro e altri ancora. Quando questi bisogni non vengono soddisfatti il corpo ci invia dei segnali, per ricordarci che è passata l’ora di pranzo, o che non abbiamo dormito quanto avremmo bisogno. La fame, la stanchezza e la tensione sono richiami, eppure tendiamo a viverli come comandi, urgenze assolute a cui rispondere immediatamente, complici anche le parole che utilizziamo per esprimere queste sensazioni.
Nell’uomo occidentale contemporaneo, tuttavia, i bisogni primari sono per lo più soddisfatti. Così questo meccanismo si è, in parte, trasformato. Ad essere in gioco non è più la sopravvivenza a essere in gioco, quanto piuttosto il modo in cui reagiamo agli stimoli interni (sensazioni) ed esterni. Il contesto di abbondanza in cui viviamo paradossalmente non elimina il disagio, ma lo sposta su un piano diverso: meno fisico e più psicologico. Continuiamo a percepire i bisogni del nostro corpo ancora come urgenze, quando spesso non sono che l’espressione di un lieve senso di disagio momentaneo. Abituati a un altissimo grado di comfort e a una società che ci permette di trovare sempre una soluzione immediata a ogni nostro anche più piccolo desiderio ci troviamo oggi in difficoltà a gestire emozioni e impulsi.
Che cosa accade, allora, se tra la sensazione fisica e la reazione inseriamo una pausa?
Se, per esempio, avvertiamo la fame e anziché precipitarci subito a mangiare restiamo per qualche minuto in ascolto? Quella che percepivamo come un’urgenza si rivela qualcosa di diverso. Si trasforma. Acquista un altro valore. Quella pausa è tutto ciò che ci serve per ritrovare calma, obiettività, ascolto profondo. Per fare esercizio della nostra consapevolezza e comprendere che quella sensazione nella maggior parte dei casi non è sintomo di un bisogno fisiologico, ma del tentativo di riempire un vuoto che non ci andava di sentire. Un vuoto spesso di origine emotiva, che preferiamo coprire piuttosto che osservare.
Attraverso la consapevolezza, la sensazione non scompare necessariamente, ma cessa di avere potere su di noi. Diventa un fenomeno da osservare con curiosità e non un problema impellente a cui trovare una soluzione. Quella pausa ci offre la possibilità di imparare qualcosa su di noi, sulla nostra condizione presente. Non siamo più vittime di bisogni e desideri che scatenano reazioni automatiche. Possiamo invece compiere una scelta.
Questo vale tanto per la fame quanto per le emozioni. In ogni momento abbiamo la possibilità — spesso inconsapevole — di seguire un’emozione o di lasciarla passare. Siamo abituati a pensare che le emozioni vadano espresse e sfogate, ma questo è vero solo in parte. Le emozioni non ci mostrano la realtà: la filtrano, la distorcono, la modellano in base al nostro vissuto, alle nostre esperienze, alle nostre ferite. Ci restituiscono una versione della realtà che conferma ciò che già crediamo.
Dire “Tu mi fai arrabbiare” implica che la responsabilità del nostro stato emotivo sia relegata a un fatto esterno, il che semplicemente non è corretto.
Tu non mi puoi fare arrabbiare. Sono io che mi arrabbio in seguito di qualcosa che tu hai fatto o detto, ma la responsabilità della mia rabbia è e resterà sempre mia. Così come mia è la responsabilità per la mia gioia, la mia serenità. Riconoscere questo significa riappropriarsi di qualcosa di essenziale.
Non è semplice. Nel momento in cui l’emozione emerge, l’impulso a reagire è forte, ma è proprio lì che si apre uno spazio di possibilità. Inserire una pausa, anche minima, tra ciò che proviamo e ciò che facciamo, significa sottrarci alle grinfie dell’automatismo. All’inizio si tratterà di uno spazio breve e poi, con il tempo e la pratica, diventerà uno spazio sempre più ampio.
In quello spazio si gioca qualcosa di essenziale: la libertà. Non una libertà astratta e concettuale, ma concreta, applicabile nel quotidiano. La possibilità di non essere semplicemente in balia delle reazioni, ma di scegliere come rispondere. A quel punto non siamo più ciò che ci accade, ma ciò che scegliamo di farne. È in questo che si manifesta una delle nostre qualità più profonde, unica al genere umano: il libero arbitrio.
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Il testo coglie un punto reale e importante: tra stimolo e risposta esiste spesso uno spazio di modulazione cosciente. È una delle intuizioni centrali di molte pratiche contemplative, della psicologia cognitiva e perfino delle neuroscienze contemporanee.
Ma ci sono anche alcuni punti da distinguere con precisione, altrimenti si rischia di trasformare una verità parziale in un assoluto.
Per esempio, questa frase:
> “Tu non mi puoi fare arrabbiare”
è vera solo fino a un certo punto.
Perché gli esseri umani non sono monadi isolate. Siamo sistemi relazionali. Gli altri influenzano realmente il nostro stato neurofisiologico:
tono della voce,
minaccia,
esclusione,
aggressività,
umiliazione,
contatto affettivo,
modificano concretamente:
assetto ormonale,
attivazione limbica,
frequenza cardiaca,
risposta del sistema nervoso.
Quindi dire che l’altro “non ci fa nulla” è troppo astratto. L’altro ci influenza davvero.
La questione più corretta è un’altra:
> l’influenza non determina completamente la risposta.
Ed è lì che nasce lo spazio della libertà relativa.
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Il punto più forte del testo è questo:
l’impulso non coincide necessariamente con l’azione;
la sensazione non obbliga automaticamente alla risposta;
la coscienza può introdurre una soglia.
Questo è molto vicino alla tua idea di “barriera-soglia”.
Tra:
stimolo,
emozione,
reazione,
si apre un intervallo oscillatorio.
Ed è proprio lì che si produce la possibilità trasformativa.
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Dal punto di vista neuroscientifico, questo spazio coinvolge il rapporto tra:
sistemi impulsivi/emotivi rapidi;
e sistemi corticali riflessivi più lenti.
In pratica:
l’emozione arriva prima;
la coscienza può riorganizzarla dopo.
Non sempre ci riesce, ovviamente. In condizioni di trauma, paura intensa o stress, lo spazio si restringe drasticamente.
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Interessante anche il tema del “vuoto”.
Nel testo il vuoto non è assenza metafisica, ma:
sospensione della reazione automatica;
mancato riempimento immediato;
permanenza temporanea nella tensione.
Questa è una struttura profondamente oscillatoria:
desiderio/non soddisfazione;
impulso/attesa;
tensione/contenimento.
La pausa non elimina la polarità: la rende osservabile.
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C’è però un limite nel testo quando parla del “libero arbitrio” come se fosse una facoltà totalmente autonoma e pura. La ricerca contemporanea mostra che molte decisioni emergono da processi inconsci precedenti alla coscienza.
Quindi probabilmente la libertà umana non è:
assoluta indipendenza causale,
ma piuttosto:
capacità di modulazione,
ristrutturazione,
riorientamento delle dinamiche interne.
Non siamo completamente liberi, ma nemmeno completamente automatici.
E forse la libertà reale non sta nel “controllare tutto”, ma nell’ampliare progressivamente quello spazio-soglia tra impulso e risposta.
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