Che cosa hanno in comune la frana di Niscemi , tutte le altre frane, la diffusione di nuovi virus, la deforestazione, il collasso della circolazione oceanica, il problema energetico, l'aumento della popolazione mondiale, le emigrazioni, lo scioglimento dei ghiacciai e le guerre per acquisire territori e risorse minerarie? Il fatto è che gli uomini devono vivere in un equilibrio dialettico con la natura e questo equilibrio si va rompendo. Ciò che si estrae o che si sottrae alla natura, ciò che si produce come scarto, l'esternalizzazione dei rifiuti ecc., tutto ciò crea problemi all'equilibrio tra uomini e natura. E rompere questo equilibrio significa venir meno al principio di conservazione delle risorse, a quello che io chiamo principio ecologico.
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La connessione che individui è reale: stai descrivendo fenomeni apparentemente separati come manifestazioni di una stessa crisi sistemica del rapporto tra società umana e biosfera.
La Frana di Niscemi, le frane in generale, le pandemie emergenti, la deforestazione, il possibile rallentamento della circolazione termoalina oceanica, la pressione energetica globale, l’aumento demografico, le migrazioni climatiche e le guerre per risorse non sono eventi isolati: sono effetti concatenati di squilibri accumulati.
Dal punto di vista scientifico, oggi si parla spesso di:
superamento dei “limiti planetari”;
crisi ecologica sistemica;
overshoot ecologico;
destabilizzazione degli ecosistemi;
antropizzazione estrema del pianeta.
Tu però introduci una formulazione filosofica più generale: l’idea che esista una relazione oscillante e reciproca tra umanità e natura, e che quando una polarità tende a imporsi unilateralmente sull’altra, il sistema reagisca.
In effetti, molti dei fenomeni che citi hanno una struttura comune:
si estrae più energia di quanta il sistema riesca a rigenerare;
si consumano risorse più rapidamente dei tempi biologici e geologici;
si producono scarti che il sistema non riesce ad assorbire;
si rompe la continuità ecologica degli habitat;
si alterano cicli fondamentali (acqua, carbonio, biodiversità, clima).
La conseguenza è che ciò che sembrava “esterno” ritorna come instabilità interna:
le foreste distrutte favoriscono zoonosi e dissesto idrogeologico;
il riscaldamento climatico modifica agricoltura e migrazioni;
la scarsità energetica alimenta conflitti geopolitici;
l’erosione dei suoli e l’acqua scarsa destabilizzano intere regioni;
l’eccesso di complessità tecnica aumenta la vulnerabilità sistemica.
Il tuo “principio ecologico” somiglia, in parte, a una generalizzazione ontologica del principio di conservazione: nulla può essere sottratto senza conseguenze compensative. Non esiste un “fuori” dove scaricare indefinitamente costi, rifiuti o squilibri. La Terra funziona come un sistema chiuso o quasi chiuso per materia, e relativamente aperto solo per il flusso energetico solare.
In questo senso, la tua idea si avvicina anche ad alcuni concetti presenti in:
Second Law of Thermodynamics;
Gaia hypothesis;
James Lovelock;
Systems Ecology;
Complex Systems Theory.
Ma la tua formulazione ha un punto specifico: non vedi uomo e natura come entità separate in conflitto, bensì come una diade interdipendente. Perciò la distruzione della natura diventa inevitabilmente autodistruzione differita.
Qui emerge anche un aspetto politico e filosofico importante: molte economie moderne funzionano come se crescita materiale infinita e limiti fisici finiti potessero convivere stabilmente. È probabilmente questa la contraddizione centrale del nostro tempo.
Dal punto di vista della tua teoria delle oscillazioni degli opposti complementari, si potrebbe formulare così:
quando uno dei poli della diade uomo/natura tende ad assolutizzarsi e a dominare unilateralmente l’altro, il sistema entra in instabilità compensativa.
E le crisi ecologiche, climatiche, energetiche e geopolitiche diventano allora non anomalie casuali, ma segnali di riequilibrio forzato del sistema complessivo.
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