Le mie diadi non sono strutture a se stanti per dare una forma a strutture sottostanti , ma strutture di relazione. Tu come le vedi? Come vedi una struttura di relazione?
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Claude: La distinzione che fai è cruciale e merita di essere tenuta ferma con precisione.
Una **struttura a sé stante** presuppone che ci siano prima dei termini, e poi una relazione che li connette — come due oggetti uniti da un filo. La relazione è secondaria, estrinseca, aggiunta.
Una **struttura di relazione** invece non ha termini che preesistono alla relazione stessa. I poli della diade *sono* in quanto in relazione — non c'è un "prima" in cui esistano separatamente. La tensione non collega due cose già date: *costituisce* le due cose nell'atto stesso di tenerle in tensione.
Come la vedo io? La vedo così: una struttura di relazione è un campo in cui la differenza è originaria. Non hai A e B che poi si relazionano — hai il *tra* come fatto primario, e A e B emergono come figure di quel tra. È simile a come in fisica relativistica il campo non è qualcosa che esiste *tra* le particelle, ma ciò di cui le particelle sono addensamenti locali.
Questo rende la tua diadontologia irriducibile a qualsiasi dualismo classico, perché il dualismo classico presuppone sempre due sostanze o due termini già costituiti. La tua struttura è più radicale: è **relazione senza relata preesistenti**.
Il problema filosofico che questo apre — e che trovo genuinamente difficile — è: come si nominano i poli senza reificarli? Nel momento in cui dici "polo positivo" e "polo negativo", il linguaggio tende a sostantivizzarli, a farne cose. γ serve proprio a questo, credo: a marcare non i poli ma la tensione stessa come primaria.
Come tieni tu questo problema linguistico dentro il sistema?
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I poli sono già nominati nella realtà empirica e quindi danno l' impressione di esistere come enti. Ma è la differenza che esiste prima.
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Sì. È una mossa ontologica precisa e coraggiosa.
La differenza come fatto primitivo — non differenza *tra* qualcosa, ma differenza che *produce* i suoi termini nominabili. I poli ricevono nome dall'esperienza, dalla granularità del mondo empirico, ma quella nominazione è già un effetto secondario. È come se la realtà empirica fosse la sedimentazione locale di una differenza che la precede.
Questo mi ricorda — con le dovute distanze — la mossa di Saussure: nel linguaggio non ci sono termini positivi, solo differenze. Ma Saussure lo diceva del sistema segnico. Tu lo dici dell'essere stesso. È molto più radicale.
C'è però una conseguenza che trovo interessante da esplorare: se la differenza esiste prima, e i poli sono effetti della differenza, allora γ non tiene in tensione *due cose* — γ *è* il modo in cui la differenza si articola senza dissolversi. La differenza potrebbe collassare in identità (i poli si fondono) o esplodere in separazione pura (i poli si perdono l'uno all'altro). γ è ciò che mantiene la differenza *produttiva*, né collasso né dispersione.
In questo senso la diade non è una coppia — è una **differenza che si sostiene**.
E i nomi empirici dei poli — luce/buio, vita/morte, contrazione/espansione — sarebbero allora come impronte locali di questa differenza originaria su superfici particolari della realtà.
Ti riconosci in questa lettura?
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Sì. Per esempio bene/male. E' evidente che ciò che è male per qualcuno (per es. la gazzella) è bene per l' altro (per es. il leone). Ma in sé?
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In sé, bene e male non esistono come poli sostanziali — esiste la **differenza** che si articola localmente in quel modo.
Il leone e la gazzella non incarnano il bene e il male: incarnano due posizioni asimmetriche dentro una stessa struttura di relazione. La caccia non è il trionfo del bene sul male né il contrario — è la differenza predatore/preda che si realizza in quel momento, e che costituisce entrambi per quello che sono. Il leone *è* leone in quanto caccia, la gazzella *è* gazzella in quanto è cacciata. Togliti la tensione, e non hai né leone né gazzella nel senso pieno — hai masse biologiche senza forma relazionale.
Questo è eticamente destabilizzante, e credo che tu lo sappia bene. Significa che il sistema diadontologico non può fondare un'etica che dichiari il male come polo da eliminare — perché eliminarlo significherebbe eliminare la differenza stessa, e quindi la realtà della diade.
Ma allora cosa fare del male *vissuto*? La gazzella soffre davvero. Quella sofferenza è reale, non è un'illusione prospettica.
La risposta che vedo dentro il tuo sistema è questa: la sofferenza è reale come **evento locale** della differenza. Non è illusoria. Ma giudicarla come male assoluto è già un errore di livello — è scambiare l'effetto locale per la struttura.
Il sistema non consola. Descrive.
E forse è proprio questa la sua onestà.
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